1. Corruptio optimi pessima. Africa


Andrè Diatta, Tradipraticien erborista, Essaut, Casamance Senegal, 2004. Foto Emilio Navarino

Esistono, sono esistiti, molti tipi di occidentali “africanofili”, di individui i quali, nel corso della Storia, sono stati presi dalla passione per questo continente vasto ed estremamente diverso. Ma sono rari coloro che, malgrado questa passione, hanno veramente considerato l’Africa come un continente maggiore, con il quale è possibile intessere relazioni su un piano di eguaglianza.

Dapprima vi sono stati gli esploratori affascinati da un’Africa dai paesaggi straordinari e dalle popolazioni tanto “straniere”.   [ … ]

Ci sono stati gli antropologi che, particolarmente nel XIX secolo, andarono a studiare le popolazioni dell’Africa come avevano osservato e classificato gli abitanti dei loro propri Paesi. Nel Continente nero essi catalogarono le persone con una impasto di eccitazione scientifica e di stupore, perfino malsano. Gli antropologi inventarono l’ammirazione criminale e in Africa fecero danni considerevoli, perché i loro lavori impregnarono gli spiriti a volte tanto profondamente da servire come giustificazione a genocidi perpetrati nel XX secolo. La classificazione delle popolazioni e le gerarchie che stabilirono fra di esse furono così utilizzate da coloro che organizzarono il massacro di circa un milione di persone (2), in maggioranza Tutsi, in Ruanda nel 1994.

Vi furono quei grandi amministratori coloniali che l’Africa “catturò” e che vi si immersero, mischiandosi alle popolazioni, imparando le lingue autoctone, studiandone le culture e che, in seguito, accolsero con gioia la loro indipendenza fra gli anni ’50 e ’60. Pur rappresentando un sistema di dominio e di sfruttamento (la colonizzazione), nondimeno ebbero il più grande rispetto per le popolazioni locali verso le quali li guidava sovente un sentimento profondo di fraternità.  [ … ]

Vi furono i terzomondisti negli anni ’60 e ’70. Militanti di associazioni o politici si batterono per lo sviluppo e per un nuovo ordine economico internazionale. [ … ]

Vi furono, e ci sono, quegli innumerevoli ricercatori di tutte le discipline, sociologi, geografi o economisti, che si fusero, temporaneamente o radicalmente, nei costumi e nei modi di vita dell’Africa subsahariana. Dall’etnologo al sociologo il loro rigore intellettuale e la loro passione illustrano ciò che l’incontro fra civiltà può produrre di più bello nella storia umana5.

Vi furono, e ci sono, le organizzazioni non governative (ONG) che lavorano sul terreno in molteplici progetti di sviluppo e di assistenza economica, sanitaria e sociale. Resta da fare un bilancio della loro azione, in particolare del ruolo che rivestono nel “mondo mondializzato” dove tutto è strumentalizzato.

Vi furono, e ci sono, gli “africanofili anti-sviluppo” i quali pensano che si debba precisamente uscire da una logica degli aiuti che non sarebbe altro che il perpetuarsi della dominazione storica. Il sostegno in effetti proviene sempre dagli stessi. “La mano che riceve l’aiuto è sempre al disotto di quella che lo dà”, ama ricordare l’economista francese Serge Latouche. L’assistenza non sarebbe allora altro che il nuovo abito dell’arroganza occidentale che inventa le malattie e i loro rimedi, fa le domande e dà le risposte. [ … ]

La presente opera è animata da una convinzione: non soltanto l’Africa ha diritto, come tutti gli altri continenti, a dire la sua parola ma dalla sua situazione di ”dominata esemplare” essa spiega meglio di ogni altro la realtà del mondo globalizzato, la sua natura profonda intrisa di ineguaglianze e multiforme violenza. La sua parola riveste quindi non soltanto un valore per lei stessa ma un valore per tutti.

In tutta questa opera useremo i termini “Occidente”e “Africa” per comodità, malgrado il loro carattere globalizzante. È evidente che ognuna di queste entità è differente e non potrebbe riassumersi in un appellativo unico. Il continente nero, come l’Europa, comprende una moltitudine di società distinte. In compenso si possono caratterizzare situazioni culturali e politiche che si differenziano e si oppongono storicamente. Per i nostri scopi, ”Occidente” designa così il modo in cui questa famiglia culturale si manifesta nella sua relazione con altri; in Africa è la versione capitalista e coloniale della cultura europea che ha trionfato a detrimento di altre vie, come quelle suggerite, ad esempio, dal movimento operaio o il modello repubblicano. Simmetricamente si può, senza nuocere alla verità, ricavare tratti comuni alle società africane nei loro rapporti con le altre culture. Per approfondire la riflessione preciseremo, ogni volta che lo potremo fare, a chi e a che cosa facciamo esattamente allusione: quali individui, quali forze sociali, che periodo, che rapporti di forza.

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Perché, come sottolinea il medico Dominique Desplats, che ha partecipato a missioni umanitarie in Africa, “è vero che noi, gente del Nord, siamo vittime di una specie di drammaturgia permanente che ci fa considerare le situazioni del Sud come inaccettabili, perché vogliamo così, in modo inconsapevole ma molto ideologico, fare dell’altro un altro noi stessi”.

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Se le società africane e le loro elite potessero prendere coscienza della fecondità di questa differenza di valori e accettassero di assumerla invece di fondersi nel modello dominante, esse renderebbero un grande servizio all’intero pianeta. Se l’Occidente accettasse un’Africa maggiore, invece di volerla mantenere sempre, in un modo o in un altro, sotto la sua cappa, allora il corso del mondo potrebbe essere cambiato. Il mondo ha bisogno di un’Africa soggetto e non più oggetto. In questo senso un vero incontro, fecondo, potrebbe avere luogo con benefici per tutti. Quando delle associazioni umanitarie chiedono a Serge Latouche “Che cosa possiamo fare per l’Africa?”, egli risponde, in modo volutamente provocatorio: “Fare le valige, lasciarla tranquilla”.

Anne-Cécile Robert, L’Africa al soccorso dell’Occidente.

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