4. Corruptio optimi pessima. Denaro. Diversità [ … ] nella moneta africana, Jane I. Guyer, Marginal Gains


Dall’avvento della civiltà, il risultato della proprietà è stata così immenso, le sue forme così diversificate, i suoi usi così in crescita e la sua gestione così intelligente, per gli interessi dei titolari, che ha reso la proprietà, rispetto alle popolazioni, un potere difficilmente gestibile. La mente umana è sgomenta di fronte alla sua stessa creazione. (Lewis Henry Morgan, Ancient Society, 1877)

Propongo questo brano dalla Morgan Lecture di Jane Guyer, http://anthropology.jhu.edu/Jane_Guyer/index.html , tratta da Marginal Gains, 2004, University of Chicago Press. Chiedo venia al lettore per quanto riguarda la traduzione dall’inglese alquanto approssimativa essendo il sottoscritto un interprete neofita.

DIVERSITÀ

Il mondo attuale è così inesplicabile, dopo oltre 120 anni, come lo era per LH Morgan. Le due estremità dello scenario globale disegnato dell'”economia di mercato”, il “centro” del mondo finanziario e dei suoi “margini” – potrebbe sembrare altrettanto diversi e lontani l’uno dall’altro oggi come lo erano ai tempi di Morgan, anche se con caratteristiche radicalmente diverse. Ora la valuta occidentale è l'”hard currency” ed il “fast money“; è valuta universalmente convertibile, e circola con un ritmo in base al quale l’equivalente delle intere emissioni in danaro degli Stati Uniti passa ogni giorno attraverso il monitoraggio delle transazioni finanziarie (Passell 1992).Si consideri ciò che segue, tramite comparazione. La Naira nigeriana è una moneta “soft”, utilizzabile per l’acquisto di valute forti solo in un limitato numero di basi d’asta. E dentro il Paese, nel gennaio 1997, il Newswatch della Nigeria dava notizia della monetizzazione quasi totale delle transazioni commerciali nigeriane: nessun controllo, nessuna carta di credito, no conti automatizzati, proprio quella che fu definita una cultura “cash and carry” (Achema 1997) nella quale, per dare un esempio pratico, un bonifico di due milioni di naira ($ 25.000) doveva essere versato in contanti, coinvolgenti i soggetti nel trasporto di persona e nel compenso per il cassiere che in due giorni avrebbe contato le banconote, perché il taglio più alto della moneta NSO corrispondeva allora a circa sessanta centesimi. In Nigeria, si svolgono migliaia di tali operazioni, costantemente, tutti i giorni. E questo in una economia commerciale: in un Paese nel quale le proiezioni indicano che il 95 % della popolazione, fino al 2020, otterrà il proprio reddito per mezzo di entrate provenienti dal settore informale (Bangura 1994), ed in cui almeno il 60% della moneta emessa dal sistema bancario, una volta uscita non vi farà più rientro. Queste due economie, quella nella quale le istituzioni finanziarie formali monitorano l’intera emissione di denaro ogni giorno, e quella in cui il 60% di esso esce dal controllo delle agenzie per tutto il suo ciclo di vita, coesistono, si intrecciano, si ricostituiscono mutualmente reciprocamente. Questi sono due estremi, ma nel continuum tra questi due poli abbiamo tutta una serie di disposizioni intermedie.

Queste variazioni all’interno del mondo dell’economia monetaria sono esistite fin dall’inizio dell’espansione economica europea, contemporaneamente al processo di costruzione delle economie nazionali e che noi oggi definiamo mercantilismo. La coesistenza di diverse istituzioni nella gestione del denaro e il l’uso selettivo del meccanismo di convertibilità (linking/delinking) delle monete sono condizioni vecchie come il commercio mondiale, e queste relazioni sono state utilizzate in modi specifici nell’ambito dello scenario economico mercantilista. In effetti, l’idea stessa di vantaggio comparativo nelle transazioni si basa sul presupposto della differenza tra i trading partner: beni diversi, diversi valori, e diversi significati di scambio continuamente negoziati, in particolare quando l’Europa perseguiva una politica di controllo delle proprie all’interno dei rispettivi circuiti nazionali. Rispetto ad un’antropologia delle transazioni questo significa che non esiste nessuna transazione essenziale o archetipa delle merci, anche se utile per costruire un ideal-tipo per determinati scopi di analisi e quindi dibattere sulle sue caratteristiche (cfr. Gregory 1982; Gell 1992). Lo scambio di merci, attraverso la vendita e l’acquisto, assume storicamente e geograficamente caratteristiche specifiche in base alle pratiche esperienziali. In Occidente, la rapida circolazione di denaro attraverso lo Stato ed i sistemi bancari nazionali, e l’onnipresenza di un persuasivo immaginario economico ortodosso, significa che l’esperienza che le persone hanno vissuto del mercato si è svolta entro un quadro strettamente controllato e costantemente disciplinato. Noi siamo, in qualsiasi momento della nostra vita economica, coerenti con quanto indicato dalle strutture istituzionali. Altrove, come nella situazione della Nigeria del 1997, le discipline formali delle banche e dello Stato sono più intermittenti, più discontinue, e complessivamente meno ideologicamente coerenti. Gli scambi tra le persone sono ugualmente mediati dal mercato ed orientati dal denaro, perché il commercio è onnipresente, la differenza sta semplicemente nel fatto che la disciplina degli scambi fa riferimento a convenzioni popolari piuttosto che ad una regolamentazione formale basata esclusivamente sull’esperienza di mercato, piuttosto che gli “articulated models“.

In questi capitoli rivolgo la mia attenzione alle discipline monetarie nell’Africa Atlantica e sulle relazioni dinamiche tra i regimi monetari musulmani, il “bazar/trading“, l’economia di scambio del Sahel e del Nord Africa e il capitalismo mercantile della costa guineana. Le diverse risorse d’origine africano-atlantica sono state centrali nell’economia occidentale per almeno cinque secoli, hanno profondamente plasmato l’economia occidentale che ha risposto con politiche di volta in volta di dominio ed di disinteresse, con la forza militare o con l’abbandono, virando dall’oppressione in alcuni settori ed il rifiuto di impegnarsi in altri, attraverso flussi di valuta regolati aprendo e/o chiudendo le porte chiuse della convertibilità. Né autonome, né sottomesse, le economie africane sono stati “estroverse” o “open economies” (Cooper 2001; Bayart 1999; Seers 1963; Hopkins 1973), soggette ad estrazione di risorse primarie, “unequal exchange” (Amin 1976), e di rapidi cambiamenti in condizioni in cui le loro popolazioni hanno avuto scarsissimo controllo. Ma allo stesso tempo, il commercio è cresciuto e ha esteso la sua area geografica, sulla base di convenzioni indigeno/transazionali, già a partire dall’inizio del commercio atlantico. Nuove colture esogene sono state integrate nei cicli di coltivazione e nella divisione del lavoro (Guyer 1988; Vansina 1990); il settore metallurgico si è perfezionato ed ampliato (Kriger 1999); i prodotti immessi sul mercato si sono progressivamente diversificati (Zeleza 1996); si sono sviluppate estese reti commerciali della diaspora, come quella del Arochukwu in Nigeria orientale per il commercio degli schiavi (Dike e Ekejiuba 1990), o quella della pesca dei senegalesi lungo tutta la costa guineana, e infine, l’accesso al credito si è allargato e facilitato. (Austin 1993). Regioni più ampie sono state coinvolte in reti commerciali, come il complesso di interscambi lungo la confluenza dei fiumi Ubangi-Giri-Congodi cui mi occuperò nel capitolo 2. Hogendorn e Johnson suggeriscono che la domanda di moneta corrente, in un mercato che utilizza “cauri [che] sono stati quanto di più vicino al resto del mondo, come per qualsiasi altra merce dal XVI secolo al XVIII e fu ancora di notevole peso nel XIX secolo” (1986, 143), è stata il motore essenziale della costante espansione del commercio degli schiavi in Africa.

Per quanto riguarda l’economia del denaro, l’Africa Atlantica è stata, per dirla con Piot, “remotely global” (1999) per un tempo molto lungo. Allo stesso tempo, il cambiamento interno è stato costantemente percepito. Questa dinamica non può essere intesa come emanazione di un potere esogeno europeo in campo economico, ma non è nemmeno comprensibile facendo astrazione dalle esperienze che questo interfacciarsi ha generato. Recentemente diversi gli etnografi di determinati gruppi, hanno fatto progressi importanti nel rappresentare questo processo, per i quali la definizione marxiana rimane la più appropriata: che le persone fanno la propria Storia, anche se non nelle condizioni di libera scelta (Shaw 2002; Ferine 2001; Piot 1999; Geschiere 1997; Barber, 2000; Ekeh 1990; Berry 2001). Dalla storicizzazione, questi studiosi hanno fatto reali passi in avanti nella comprensione di ciò che una volta si pensava essere in qualche modo sui generis i costituenti della cultura africanoccidentale: il riserbo, la stregoneria, la parentela, la regalità. Alcune recenti opere tra le più retoricamente evocative, hanno dimostrato come la produzione di oggetti, una volta pensata essere iconica di una quintessenza africana ampliata e reinterpretata, fosse invece frutto di invenzioni originali elaborate nel contesto del commercio. Questi includono i feticci, come un mezzo per ottenere la fiducia (Pietz 1985,1987,1988), le religioni di “afflizione” (Janzen 1982), e le opere d’arte come merce prodotta per il mercato (Schildkrout e Keim 1990).

Paradossalmente, però, anche se il motivo più ovvio della presenza europea è stato di natura economica, scarsa attenzione teorica è stata dedicata dagli antropologi alla concettualizzazione delle dinamiche specificamente economiche che caratterizzano questo confronto. C’è un enorme letteratura storico-economica, molti studi locali, e la teorizzazione di particolari dinamiche socio-politiche di controllo delle risorse, ma molte meno teorizzazioni della crescita della cultura economica e pratica tra la popolazione. Eppure la pratica economica chiaramente non era solo una risposta ad hoc alle circostanze, né un riflesso diretto degli interessi delle élite, né una semplice estrapolazione dai vigenti principi culturali. In alcuni settori della vita, le convenzioni e le istituzioni che sono state sviluppate in un “contesto globalmente remoto” sono ancora profondamente coinvolte e responsabili nella riorganizzazione dell’economia di mercato fino ad oggi, anche in condizioni di confusione, come gli anni Abacha in Nigeria. E’ stata alimentata una rapida espansione della popolazione urbana, si sono allargate le importazioni di beni di consumo; si sono formati competenze, si sono sviluppate nuove forme di scambio di valuta estera e di contratti internazionali (vedi Guyer, Denzer, e Agbaje 2002). E tutto questo è stato realizzato nonostante enormi ostacoli. La forma della valuta è stata cambiata diverse volte (Ekejiuba 1995), le guerre europee e la depressione hanno eliminato interi mercati e ridotto la quantità di moneta in circolazione, e, più recentemente, le politiche governative e internazionali hanno prodotto la mancanza di combustibile, blackout elettrici, il degrado delle infrastrutture, e la svalutazione monetaria. In questo improbabile scenario, generazioni di studiosi vi hanno visto anche la flessibilità, la negoziabilità, la capacità di recupero, l’innovazione e l’imprenditorialità (Hill 1970; Berry 1989) a fianco i pericoli di sfruttamento e di marginalità nell’economia globale (Castells, 1996; Arrighi, 2002). Il problema analitico per lo studio delle transazioni in Africa è fondamentale perché queste dinamiche chiave si originano durante nell’incontro/confronto nord/sud. I costrutti locali nascono dall’esperienza e non da principi modulari, sia come questi potrebbero essere concettualizzati a partire da un modello occidentale di un settore formale sia come potrebbero derivare direttamente da principi culturali locali. Se la persistente congiuntura storica deve assumere un ruolo chiave nella spiegazione, da sola la teoria sociale basata su sistemi di “mercato” o la società autonoma locale offre solo una parte di questa spiegazione delle pratiche utilizzate per stabilire gli elementi persistenti e le relazioni con cui le persone individualmente e collettivamente, creano economie. Entrambe i termini di analisi, sia per le merci nella fase attuale del capitalismo, pensato come un sistema, sia rispetto ai tipi di transazione (modalità) nei sistemi non capitalistici, sono inadeguati ed insufficienti. Perchè inadeguati? Questa è una questione che riguarda la pratica intellettuale, termini di analisi risultano inadeguati perché, in base agli strumenti concettuali e alle conoscenze accumulate, sulla base di ipotesi sistemiche, sono oramai una risorsa critica fondamentale. Una grande quantità di progressi sono stati compiuti mediante l’applicazione della storia economica neoclassica,di quella d’ispirazione neo-marxista dell’economia politica, e attraverso il relativismo antropologico rispetto allo scenario dell’Africa occidentale. Rimane, tuttavia, la percezione che solo in minima parte la realtà sia stata esplorata in modo soddisfacente utilizzando i tradizionali approcci sistemici. Contraddizioni e vaghezze abbondano nella letteratura (di cui renderò esempio in seguito). Nelle scienze sociali, alcune incomprensioni residuali sono date per scontate, vengono discusse, e in definitiva tollerate. Questa tolleranza di lavori che si basano sull’incomprensione scontata si basa su un principio di base: molto lontano, ma non oltre. Dal 1990, lo livello di approfondimento degli studi e lo stato del mondo ha mostrato che l’economia popolare dell’Africa occidentale aveva superato tale soglia, ricollocato “l’oltre”. Nel linguaggio comune e in quello dei media specializzati si è cominciato ad utilizzare termini apocalittici quali: “il continente senza speranza” (copertina di The Economist, Dec.9-16, 2000); “la logica sistematica della nuova economia globale non ha nessun significato per la maggior parte della popolazione africana “(Castells 1996.135). Ipotesi analitiche basate su di un’invarianza fondamentale, e procedendo mantenendo variabili costanti (ceteris paribus), diventano sempre più implausibili. Nei documenti di polity mi sono imbattuta in una casistica dove venivano utilizzate solo le informazioni che sembravano utili per gli scopi a portata di mano. (vedi Castells 1996,148-50; Hibou 2000). Peggio ancora, i metodi cominciarono a muoversi nella direzione di questa fittizia comprensione. La zona di oscurità estendeva così la sua ombra anche in campi apparentemente illuminati dagli approcci standard. Permettetemi di citare alcuni studiosi africani su questo tipo di questione.

L’economista Dotun Phillips (1992) scrive della “nominalizzazione” della monetizzazione dell’economia diffusa nigeriana, in termini di arbitrato ufficiale del contraddittorio, che è in definitiva, la rinuncia al misurabile, al reale, e il lungo termine del nome, il performativo, e un “tips of the noses“, calcolo di clientele (1992,4). Lo storico Achille Mbembe, scrive del ritardo di lunga data tra la tecnologia “istant” della finanza globale e l’inerzia “strutturale delle economie africane” (1996, 2) che incoraggia il vantaggio speculativo, la predazione, la diffidenza, e in ultima analisi, la violenza. Il politologo Claude Ake punta sulla “disarticolazione”(1981,43) nelle economie coloniali e postcoloniali, in cui le parti o gli elementi si relazionano tra loro in modo incoerente, in modo che un processo iniziato in un contesto non possa essere portato avanti e realizzato nell’altro. Bangura individua nell’incompatibilità tra l’attuale “frammentazione e l’informalità” (1994, 812) dell’economia e la prospettiva di speranza che genererebbe la comparsa di norme coerenti impersonale e valoriali da parte della classe dirigente del settore che ha il compito di gestire e dirigere il campo economico. Altri hanno espresso scetticismo a riguardo. Tutti individuano disgiunture metaforiche, temporali e geografiche che sono assolutamente in contrasto con la letteratura sulla libera circolazione e gli indicatori che si applicano all’analisi economica. E l’aria di drammaticità nei loro commenti è palpabile – preoccupazione sulla situazione e sulla nostra capacità di darle un senso compiuto. Ricordano le “ultime parole” in Ancient Society di Morgan quelle di Dotun Phillips, al punto numero 14 delle sue raccomandazioni urgenti per il Chartered Institute of Bankers della Nigeria: “Dio deve essere messo in questione!” [1] La morte analitica riflette la confusione sul terreno.

Eppure, le persone stesse impiegano concetti, pratiche ed aspettative che incontrovertibilmente “lavorano” in un certa direzione. Le persone sembrano essersi abituate a convivere alla turbolenza ed alla confusione politica. Livelli crescenti di ciò che uno studioso di sistemi vedrebbe come disturbo possono essere familiari, possono avere punti di riferimento e percorsi di navigazione, con quelli con una lunga familiarità con questo tipo di condizione. Sappiamo dalle vecchie etnografia che vi sono forti principi di “normalizzazione” rispetto al disordine del prodotto dal mercato: il ricorso alla divinazione per le decisioni importanti, rispetto ad un mercato vissuto come intrinsecamente instabile, la coesistenza di proverbi contraddittori circa la moralità del denaro (vedi, ad es., Adebayo 1999). L'”overflow” o il ” residuale “, dopo l’applicazione degli standard analitici, possono assumere una forma propria, non valutabile dagli strumenti di analisi attuali. Vale la pena a questo punto, a guardare più da vicino alcuni caratteristici limiti intellettuali del lavoro di ricerca svolto in passato, in primo luogo per comprendere i punti di forza e le debolezze dell’approccio classico, e per procedere ad introdurre la storia economica africana ai lettori al di fuori degli studi di ambito strettamente africanista. Anche se questa storia è unica nel suo genere, molte delle sue condizioni si possono riscontrare altrove, questo dovrebbe contribuire rendere la specificità delle vicende africane, libera da ogni essenzialismo, limitandosi a porre questioni generali d’ordine intellettuale accessibili ed utili al di là del continente o del territorio.

La principale di queste condizioni è che la chiave dei relazioni commerciali non è stata costituita in un quadro di riferimento caratterizzato da una influenza “capitalista”, questo fa sì che i rapporti non possono essere adeguatamente definiti e compresi dalla corrente teoria economica. Anche al centro, si è discusso sul fatto che il mercantilismo, o il capitalismo mercantile, possa essere considerato come sistema di proposizioni e di pratiche con sue logiche proprie (Minchinton 1969) in quanto contraddistinto da una concatenazione di tutte le politiche orientate verso le convenienze del nazionalismo economico. La teoria del Sistema-Mondo è ancora convincente (ad esempio, Arrighi, 2002). Ma opera ad un livello molto elevato di astrazione dall’esperienza della turbolenza intermittente e dall’incoerenza che le sue stesse teorie prevedono. Qualcosa è stato creato da quella esperienza, ma che cosa? Ad alcuni degli attuali “smarrimenti” cerco di dare risposta nella seguente sezione. Mi riferisco alla difficoltà di interiorizzazione della contraddizione concettuale di applicare i sistemi esplicativi esistenti, teorie dal appartengono al “centro”, a luoghi che dal “centro” sono sempre stati ha sempre trattati come esterni a sé e dove l’Occidente è stato spesso fonte di disordine. Molte delle seguenti incoerenti conclusioni derivano dall’applicazione teorica, piuttosto che l’innovazione teorica, nell’analisi del capitalismo e delle società africane.

DIVERSITY, BEWILDERMENT, AND THE MULTIPLICITY OF AFRICAN MONEY

Since the advent of civilization, the outgrowth of property has been so immense, its forms so diversified, its uses so expanding and its management so intelligent in the interests of its owners, that it has become, on the part of the people, an unmanageable power. The human mind stands bewildered in the presence of its own creation. Lewis Henry Morgan, Ancient Society, 1877

DIVERSITY

Our current world is as confusing, over 120 years later, as it was to L. H. Morgan. The two ends of the spectrum of the current world “market economy”—the “center” of the financial world and its “margins”— could seem to the historian almost as different from each other today as they were in Morgan’s day,’ albeit with different critical features. Western currency is now “hard currency”.and “fast money”; it is infinitely convertible, and it circulates at a rate whereby the equivalent of the entire U.S. money issue passes through financial monitoring and transaction every day (Passell 1992). Consider the following, by comparison. The Nigerian naira is a “soft currency” usable to purchase hard currencies only on a limited auction basis. And within.the country, in January 1997, Newswatch of Nigeria announced the almost complete monetization of Nigerian business transactions: no checks, no credit cards, no automated accounts, just what they termed a “cash and carry” culture (Achema 1997) in which— to give their lead example — a bank transfer of two million naira ($25,000) was mediated in cash, involving the parties carrying it in person and the tellers spending two days counting the bills, because the highest currency denomination of NSO was then worth about sixty cents. In Nigeria there are thousands of such transactions, all the time. And, this in a commercial economy: one for which projections suggest that 95 percent of the population will earn their money incomes in the informal sector by the year 2020 (Bangura 1994) and that at least 60 percent of the currency, once issued, never goes back through the banking system again. These two economies — that in which the formal financial institutions monitor the entire money issue every day, and that in which 60 percent of it is never monitored again in its entire life in circulation —coexist, interrelate, and reconstitute one another. These are two extremes, but other places fall on a continuum between them.

Such variations within the world monetary economy have existed from the beginning of European economic expansion, guided under the same rubrics as simultaneously built national economies and which we now refer to as mercantilism. The coexistence of different institutions of money management and the selective linking and de-linking of currencies from full convertibility are as old as world trade, and were cultivated in specific ways under the mercantilist framework. Indeed, the very idea of compara-tive advantage rests on the assumption of difference among trading part-ners: different goods, different values placed on them, and different medi-ating/means’of exchange, particularly when Europe was conserving its own currencies within national circuits. What this means for an anthropology of transactions is that there is no essential or archetypical commodity transaction, even though it is useful to construct a fictional ideal type for certain analytical purposes and then debate its characteristics (see Gregory 1982; Gell 1992). Commodity exchange, by sale and purchase, takes on historically and geographically specific characteristics in accordance with experience. Within the West, the rapid circulation of money through the state and banking systems, and the omnipresence of orthodox economic persuasion, means that people’s repeated market experience is closely and constantly disciplined. We are brought into line with the institutional structures literally all the time. Elsewhere, as in the Nigerian situation in 1997, the formal disciplines of banking and the state are more intermittent, more patchy, and altogether less ideologically coherent. People’s exchanges are no less market oriented or money mediated, because commerce is ubiquitous, They are simply disciplined through popular conventions rather than for-mal regulation, constructed through market experience rather than articulated models.

It is to the monetary disciplines of Atlantic Africa — between the Muslim monetary regimes and bazaar/trading economy of the Sahel and North Africa and the merchant capitalism of the coast—that I turn in these chapters. Atlantic Africa has been within the West’s money economy for at least five centuries, deeply shaped by its demands and its indifferences, by force and neglect, by domination in some domains and refusal to engage in others, by open flows of currency and closed doors to convertibility. Neither autonomous nor subjugated, African economies have been “extroverted” or “open economies” (Cooper 2001; Bayart 1999; Seers 1963; Hopkins 1973), subject to extraction of primary resources, “unequal exchange” (Amin 1976), and rapid changes in conditions over which their populations have had very little control. Yet at the same time, commerce grew and

Figure 1.1. Map of Atlantic Africa, showing groups mentioned in the text.

extended its geographical range, on the basis of indigenous transactional… conventions, from the beginning of the Atlantic trade onward. New foreign crops were integrated into cultivation cycles and divisions of labor (Guyer 1988; Vansina 1990); metallurgy was refined and expanded (Kriger 1999); marketed products became more diversified (Zeleza 1996); trade diasporas developed, such as that of the Arochukwu in Eastern Nigeria for the slave trade (Dike and Ekejiuba 1990) and that of the Senegalese all along the coast for fishing; and forms of credit developed (Austin 1993). Wider and wider regions were drawn into trade networks, such as the complex interchanges along the Ubangi-Giri-Congo River confluence that I describe in chapter 2. Hogendorn and Johnson suggest that demand for currency goods on a “market for cowries [that] was about as close to world wide as for any other commodity of the sixteenth to eighteenth century and was still extensive in the nineteenth” (1986, 143) was a crucial driver of the steady expansion of the slave trade within Africa (111).

With respect to its money economy, Atlantic Africa has been, in Piot’s phrase, “remotely global” (1999) for a very long time. At the same time, internal change has been persistently distinct. It cannot be understood as directly derivative of the interface with Europe, but neither is it understandable in abstraction from the experiences that interface generated. Several recent ethnographers of particular peoples have been making major headway in representing this process, for which Marx’s claim remains the most succinct: that people make their own history, albeit not under conditions of their own choosing (Shaw 2002; Ferine 2001; Piot 1999; Geschiere 1997; Barber 2000; Ekeh 1990; Berry 2001). By historicization, these scholars have made real gains in understanding what were once thought to be somehow sui generis components of West African culture: secrecy, witchcraft, kinship, chieftaincy. Some of the most rhetorically powerful recent works have shown how production of items once thought to be iconic of quintessential Africa expanded and changed, perhaps even being invented, in the context of trade. These include fetishes, as a means of securing trust (Pietz 1985,1987,1988), religions of “affliction” (Janzen 1982), and art works as commodities for sale (Schildkrout and Keim 1990).

Paradoxically, however, even though the most obvious motive for European presence was economic, less theoretical attention has been devoted by anthropologists to conceptualizing the specifically economic dynamics of this interface. There is an enormous economic history literature, many local studies, and theorization of particular sociopolitical dynamics of resource control, but much less theorization of the growth of economic culture and practice among the population. And yet economic practice was clearly not an ad hoc response to circumstance, nor a direct reflection of the interests of elites, nor a simple extrapolation from existing cultural principles. In some domains of life, the conventions and institutions that were developed in a remotely global context are still deeply plausible enough to have “worked” to organize market economies up until the present, even under conditions of confusion such as the Abacha years in Nigeria. Rapidly expanding urban populations have been fed; consumer imports expanded; apprentices trained; new forms of foreign currency exchange and international contract developed (see Guyer, Denzer, and Agbaje 2002). And all this has been achieved despite enormous obstacles. The form of the money has changed several times (Ekejiuba 1995), European wars and depressions have eliminated markets and reduced the amount of currency in circulation, and, most recently, government and international policies have produced petrol shortages, electricity blackouts, infrastructural degradation, and currency devaluation. In these improbable achievements, generations off scholars-have seen flexibility, negotiability,/resilience] innovation, and entrepreneurship (Hill 1970; Berry 1989) alongside the dangers of extraction and marginality in the global economy (Castells 1996; Arrighi 2002). The analytical problem for the study of transactions within Africa is profound because key dynamics originate at the interface. Local constructs emanate from experience and not from modular principles, either as these might be conceptualized in the Western model of a formal sector or as they might derive directly from local cultural principles. If the persistent historical conjuncture must take a key role in explanation, then social theory based on systems—”the market” or the autonomous local society—becomes only of partial use in establishing the persistent elements and relationships by which people individually and collectively create economies. The terms of analysis both for commodities under present-day capitalism, thought of as a system, and for transaction types (modalities) in noncapitalist systems, will be inadequate. How inadequate? This is a practical intellectual question, because the conceptual tools and the accumulated knowledge based on systemic assumptions are so important a resource. A great deal of progress has been made by applying neoclassical economic history, neo-Marxist political economy, and anthropological relativism to the West African experience. The sense remains, however, that only a certain modicum of the reality has been satisfactorily explored with conventional systemic approaches. Contradictions and indeterminacies in the literature abound (for which I give examples later). In the social sciences, some residual noncomprehension is to be expected, debated, and usually tolerated. Tolerance of noncomprehension works on a threshold principle: so far, but no farther. By the 1990s, the state of scholarship and the state of the world showed that the popular economies of West Africa had passed that threshold. General and specialist media alike started using apocalyptic terms: “the hopeless continent” (cover of The Economist, Dec.9-16,2000); “the systematic logic of the new global economy does not have much of a role for the majority of the African population” (Castells 1996,135). Analytical assumptions based on foundational invariance, and proceeding by holding variables constant (ceteris paribus), became increasingly implau- sible. Policy documents came across as casuistry, where only the information that seemed useful for the purposes at hand was, in fact, used (see Castells 1996,148-50; Hibou 2000). Worse, the methods began to get in the way of understanding. The area of obscurity shadowed the areas apparently illuminated by standard approaches. Let me quote some African scholars on the question.

Economist ‘Dotun Phillips (1992) writes of the “nominalization” of the Nigerian economy tinder pervasive monetization and contradictory official regulation, that is, its retreat from the measurable, the real, and the long term into the named, the performative, and a “tips of the noses” calculative rubric (1992,4). Historian Achille Mbembe writes of the long lag-time between the instant technologies of global finance and the “structural inertia of African economies” (1996, 2) that encourages speculative advantage, predation, distrust, and ultimately violence. Political scientist Claude Ake points to the “disarticulation” (1981,43) within colonial and postcolonial economies, where the parts or elements relate to one another incoherently, so that a process begun in one context cannot be picked up in another. Ban-gura points out the incompatibility between the actual “fragmentation and informality” (1994, 812) of the economy and the hopeful expectation of the emergence of coherent impersonal norms and values on the part of the formal-sector experts charged with managing and directing it. There are other skeptics. They all point out metaphorical, temporal, and geographical disjunctures that are quite at odds with the literature on the free flow and continuous scales of measurement that apply in economic analysis. And the air of gravitas in their commentaries is palpable — gravitas about the situation and about our capacity to make sense of it. Reminiscent of Morgan’s “last words” in Ancient Society are those of ‘Dotun Phillips, making point number 14 of his urgent recommendations to the Chartered Institute of Bankers of Nigeria, “God should be brought into the matter!”[1] Analytical dead ends recapitulate confusions on the ground.

Yet people themselves are employing concepts, practices, and expectations that incontrovertibly “work” in some sense. People appear to be somewhat accustomed to turbulence and policy confusion. Rising levels of what a systems scholar would see as disorder may be familiar, may have landmarks and navigational pathways, to those with long familiarity with this kind of condition. We know from the older ethnography that there are powerful principles of “normalization” to market disorder: in recourse to divination for important decisions, in the view of the market as intrinsically unstable, in the coexistence of contradictory proverbs about money morality (see, e.g., Adebayo 1999). The “overflow” or “residuals,” after standard analytical frameworks have been applied, may have a shape of their own, not captured by those frameworks. It is worthwhile at this point to look more closely at some characteristic intellectual limits we have run up against in the past: to illustrate both the strengths and the weaknesses of classic approaches, and in the process to introduce African economic history to readers outside of African studies. Although this history is unique as a whole, many of its conditions have counterparts elsewhere, which should make both the specificity of Africa and the broad intellectual issues accessible and relevant beyond the region.

Chief among these conditions is that key commercial relationships were not, in fact, forged under a generalized “capitalist” influence that can be adequately captured by current general theory. Even at the center, there has been debate about whether mercantilism, or merchant capitalism, can be considered a system of propositions and practices with its own logics (Minchinton 1969) as distinct from a concatenation of policies all geared toward the expediencies of economic nationalism. World systems theory is still persuasive (e.g., Arrighi 2002). But it operates at a very high level of abstraction from the experience of the intermittent turbulence and incoherence its theories predict. Something is created out of that experience, but what? Some of the current “bewilderments” I indicate in the following section stem from the difficulty of grappling with the conceptual contradiction of applying existing systems theories from the center in places that the center has always treated as external to itself and where it has often been the source of disorder.2 Many of the following incoherent conclusions derive from theoretical application, rather than theoretical innovation, in the analysis of capitalism and indigenous Africa.

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