Illich, “Tutte le cose sono pregnanti”


Questa inversione vettoriale dello Schriftstück (documento) come simbolo ci richiama a una lunga tradizione metaforica, complessa e multiforme. Sin dall’antichità il libro fu utilizzato come un ideogramma, un attributo o una cifra. Già in Mesopotamia il rotolo era metafora del destino, immagine che migrò a occidente fino in Grecia. Nell’antologia palatina La vita è paragonata a un rotolo che si svolge sino al lambiccato ghirigoro dello scriba alla fine dell’ultima riga. Nell’Italia centrale etrusca, il destino umano era nelle mani delle Parche, tre streghe che stavano sotto terra: Cloto che reggeva la rocca filando, Lachesi che traeva il filato del destino e Antropo che misurava il filo e lo tagliava quando la vita arrivava il termine assegnatole.

Nel antichità tarda questo laboratorio sotterraneo era presentato come una segreteria dove una bella donna detta l’oroscopo, una seconda prende nota e la terza legge la sorte di ogni mortale. Le Parche non sono più le signore del destino, ma le sue burocratiche amministratrici.

Questo “il libro del destino” o rappresentazione della “vita come un libro” non confuso col ” libro della vita”, di origine babilonese. Questo in è una sorta di censimento divino, che elenca gli eletti a sopravvivere. La lista riporta talvolta annotazioni dello scriba e diventa un registro dei debiti che accompagna ciascuno all’altro mondo. In alcuni bassorilievi il rotolo e attributo del giudice dell’aldilà.

Il rotolo nel antichità è dunque non soltanto una metafora, ma un attributo. Contrassegna il sovrano. Come la legge che gli detta, il rotolo sta in mano al re. Qui il libro è il segno del potere terreno, non di vino. L’antico testamento usa il libro come metafora del destino, dell’appello o del registro dei debiti, ma non come un attributo. Nessun Dio precristiano dell’antichità mediterranea ha nelle mani il libro o un rotolo. In questo, Cristo è unico. Egli solo ha attributi divini e tiene in mano un rotolo. Egli è la parola e rivela il libro. La parola si fa carne nel libro. Scrivere diventa un’allegoria dell’incarnazione nel grembo della vergine. Di qui la reverenza liturgica per il libro come oggetto.

Agostino arricchisce ulteriormente la metafora. Egli va al di là dei tre significati di destino, appello e registro dei debiti e fa una distinzione inedita. Per e il libro simboleggia la duplice rivelazione di Dio: “Dio ha scritto due libri, il libro del creato e il libro della redenzione”.

Ai suoi tempi il libro aveva già cambiato aspetto fisico col passaggio dal rotolo al codex, il fascio di pagine tagliate e legate che ci è ancora familiare. Fu in questa forma che esso divenne per il medioevo il segno convenzionale del duplice dono di Dio, le due distinte fonti di ogni sapere. In tutti i suoi scritti Ugo ritorna continuamente su questa frase di Agostino.

Partendo dal passo di Agostino, Ugo formula una delle sue più belle espressioni: Omnis natura rationem parit, et nihil in universitate infecundum est, “tutta la natura è pregna di senso e in tutto l’universo non c’è nulla di sterile”. In questa frase, Ugo porta a piena maturità secoli di metafora cristiana. Nelle righe della pagina, il lettore illuminato da Dio incontra creature che attendono li di generare significato. Questo status ontologico del libro fornisce la chiave per comprendere il monachesimo cristiano in quanto vita di lettura. La ragione per la quale lo studium legendi è una efficace e infallibile ricerca della sapienza si fonda sul fatto che tre cose sono pregne di senso, e questo senso aspetta solo di essere portato alla luce del lettore. La natura non è semplicemente simile a un libro: è essa stessa un libro, e il libro prodotto dall’uomo è il suo analogo.

Leggere il libro fatto dall’uomo è un’operazione ostetrica. Lungi dall’essere un atto di astrazione, la lettura è un atto di incarnazione.

Leggere è un atto somatico, corporeo di assistenza al parto, che attesta il senso generato da tutte le cose incontrate dal pellegrino nel suo viaggio attraverso le pagine.

All’inizio del dodicesimo secolo, il librum manu factum non è che il terzo genere di libro, che viene dopo il libro della nostra salvezza, il Redentore, e dopo il libro del creato, tracciati del dito di Dio.

Omnis mundi creatura
Quasi liber, et pictura
Nobis est, et spectaculum.

Tutti il creato ci è dato come un libro, un’immagine e uno specchio.

Al tempo di Ugo il libro in quanto simbolo, analogia e metafora è, soprattutto, simbolo della lettura, concettualizzata e vissuta come decifrazione meiotica della realtà con cui il lettore, al pari di una levatrice, fa venire fuori -nella luce invisibile di Dio- il senso di cui ogni cosa è impregnata, la parola di Dio.

Ci sono tre libri. Il primo è il libro che l’uomo fa partendo da qualcosa, il secondo è quello che Dio ha creato dal nulla, il terzo quello che Dio ha generato da se stesso, Dio da Dio. Il primo e opera incorruttibile dell’uomo, il secondo opera di Dio, che mai cessa di esistere, opera visibile in cui è scritta visibilmente la sapienza invisibile del creatore. Il terzo non opera di Dio ma è la Sapienza con la quale Dio ha fatto tutte le sue opere. (Ugo di San Vittore, De arca Noe morali)

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