5. Corruptio optimi pessima. L’uomo e la morte dal medioevo ad oggi, Philippe Ariès


Propongo un classico, ma assolutamente attuale, un brano tratto dal capitolo XII di “L’uomo e la morte dal medioevo ad oggi”, di Philippe Ariès, 1985.

Foto aerea Regione di Djougout, Casamance, Senegal

L’IMMAGINE DELLA MORTE SI CAPOVOLGE

Dove si nasconde la morte.

Ancora nel primo Novecento, poniamo fino alla guerra del 1914, in tutto l’Occidente di cultura latina, cattolica o protestante la morte di un uomo modificava solennemente lo spazio e il tempo di un gruppo sociale che poteva estendersi all’intera comunità per esempio, al villaggio. Si chiudevano le imposte della camera dell’agonizzante, si accendevano i ceri, si metteva in vista dell’acqua benedetta; la casa si riempiva di vicini, di parenti, di amici che sussurravano con gravità. I1 rintocco a morto suonava nella chiesa di dove usciva la piccola processione che portava il viatico.

Dopo la morte un avviso a lutto veniva affisso alla porta al posto della vecchia esposizione sulla porta del corpo o della bara, uso ormai abbandonato. Dall’uscio accostato, la sola apertura della casa che non fosse stata chiusa completamente, entra-. vano tutti coloro che l’amicizia o le convenienze obbligavano ad un’ultima visita. Il servizio in chiesa riuniva tutta la comunità, compresi i ritardatari che aspettavano la fine della funzione per presentarsi, e dopo la lunga sfilata delle condoglianze, un lento corteo salutato dai passanti accompagnava la bara al cimitero. E le cose non si fermavano qui. Il periodo di lutto era denso di visite: visite della famiglia al cimitero, visite dei parenti e amici alla famiglia… Poi, un po’ alla volta, la vita riprendeva il suo corso normale, e restavano solo le visite distanziate al cimitero. Il gruppo sociale era stato colpito dalla morte, e aveva reagito collettivamente cominciando dai famigliari più accosti e arrivando fino al più ampio cerchio delle relazioni e delle clientele.

La morte selvaggia

Non solo ognuno moriva in pubblico come Luigi XIV, ma la morte di ognuno era un avvenimento pubblico che commuoveva, nei due significati della parola, etimologico e derivato, la società tutta intera: non era solo un individuo che spariva, ma la società che era ferita e la ferita doveva cicatrizzarsi.

Tutti i mutamenti che nel corso di un millennio hanno modificato gli atteggiamenti davanti alla morte non hanno alterato quest’immagine fondamentale, nel rapporto permanente fra la morte e la società: la morte e sempre stata un fatto sociale e pubblico.

Tale resta ancora oggi in vaste aree dell’Occidente latino e non e sicuro che questo modello tradizionale sia condannato a scomparire. Ma non ha più il carattere di assoluta generalità che gli era stato proprio, indipendentemente dalla religione e dalla cultura.

Una maniera del tutto nuova di morire e comparsa nel corso del XX secolo in alcune delle aree più industrializzate, più urbanizzate, più tecnicamente avanzate del mondo occidentale e senza dubbio siamo ancora agli inizi.

Due tratti saltano agli occhi del meno attento degli osservatori: la sua novità, certo, il suo contrasto con tutto ciò che era prima, di cui costituisce l’immagine rovesciata, il negativo: la società ha espulso la morte, eccetto quella degli uomini di Stato. Niente più nella città avverte che qualcosa e accaduto: il vecchio carro funebre nero e argento e diventato una banale automobile grigia che si perde nel flusso della circolazione.

La società non segna nessuna pausa: la scomparsa di un individuo non intacca più la sua continuità. In città tutto si svolge come se nessuno più morisse.

Il secondo carattere non e meno sorprendente. Certo, la morte in un millennio è cambiata, ma con che lentezza! I piccoli mutamenti, distribuiti in parecchie generazioni,

erano cosi lenti che i contemporanei non li percepivano. Oggi si e verificato, o sembra essersi verificato, in una generazione, un completo rovesciamento dei costumi. Quando ero giovane le donne in lutto sparivano sotto il crespo di grandi veli neri. Nella borghesia i bambini piccini che avevano perduto la nonna vestivano di viola. Mia madre, dal 1945 in poi, durante i vent’anni di vita che le restavano, ha portato.i1 lutto di un figlio morto in guerra. E oggi…

La rapidità e la brutalità del mutamento lo hanno reso cosciente. I fenomeni che le memorie del passato non coglievano sono divenuti a un tratto noti e discussi, oggetto d’inchiesta sociologica, di trasmissioni televisive, di discussioni mediche e giudiziarie. Cacciata dalla società, la morte rientra per la finestra e torna con la stessa rapidità con cui e scomparsa. Mutamento rapido e brutale, questo e certo; ma e poi così recente come pare al giornalista, al sociologo, a noi stessi, abbagliati dall’accelerazione del tempo?

L’inizio della menzogna.

Dalla seconda meta dell’Ottocento qualcosa di essenziale è cambiato nel rapporto fra il moribondo e quelli che gli stanno attorno.

Evidentemente la scoperta, per parte dell’uomo, della sua prossima fine ha sempre costituito un momento sgradevole! Ma s’imparava a superarlo. Vegliava a questo la Chiesa che faceva un obbligo al medico di rappresentare la parte del nuncius mortis: la missione non era desiderata e occorreva lo zelo dell’”amico spirituale” per riuscire la dove l’”amico carnale” esitava. L’avvertimento, quando non era spontaneo, rientrava nelle procedure di costume.

Ora, nella seconda meta dell’Ottocento, costerà sempre di più e un caso narrato da Tolstoj nei Tre morti pubblicati nel 1859 ci mostra come. La moglie di un ricco uomo d’affari è colpita dalla tubercolosi come richiede il copione dell’epoca. I medici l’hanno condannata, è dunque venuto il momento di avvertirla. Impossibile sottrarsi al compito, non foss’altro per consentirle di dare “le sue ultime disposizioni”. Ma ecco il fatto nuovo: la ripugnanza di chi le sta d’intorno a questo dovere è aumentata. Il marito non vuole: nessun costo, ” parlarle del suo stato” ed espone le sue ragioni “Sarebbe ucciderla”. “Qualunque cosa accada non sarò io a parlargliene”. Anche la madre della moribonda si fa indietro. La moribonda, in effetti, non parla che di nuove cure, sembra tenere alla vita e si temono le sue reazioni. Ma bisogna pur decidersi. Allora si mobilita una vecchia cugina, parente povera mercenaria, che si sacrifica. “Seduta accanto alla malata, si sforzava, con una conversazione abilmente condotta, di prepararla all’idea della morte”. Ma ecco la malata interromperla all’improvviso dicendo: “Oh, mia cara!… non tentate di prepararmi, non prendetemi per una bambina. So tutto. So di non averne più per molto”. Allora può cominciare a svolgersi la classica rappresentazione della buona morte in pubblico, messa in pericolo per un momento dalle nuove difficoltà dell’avvertimento.

All’origine di questo sentimento, anche quando stride sotto l’amaro stile di Tolstoj, c’è l’amore dell’altro, il timore di fargli del male e di togliergli la speranza, la tentazione di proteggerlo lasciandolo nell’ignoranza della sua prossima fine. Se ancora non si discute l’esigenza d’informarlo, ci si rifiuta di addossarsi l’ingrato compito: se ne incarichi un altro. I1 prete in Francia era sempre pronto, perché l’avvertimento si confondeva con la preparazione spirituale all’ora estrema. Del resto il suo arrivo nella camera sarà il segno stesso della fine, senza che occorra aggiunger parola.

D’altro lato, e Tolstoj rende bene la cosa, il malato non ha veramente bisogno di essere avvertito. Sa già. Ma, se lo confessasse pubblicamente, distruggerebbe l’illusione che desidera prolungare ancora un po’, altrimenti sarebbe trattato da moribondo e obbligato a comportarsi come tale. Perciò tace.

Ciascuno e dunque complice di una menzogna che comincia allora e che, estendendosi in seguito, finirà con lo spingere la morte nella clandestinità. I1 moribondo e quelli che lo circondano recitano fra loro la commedia del “nulla e cambiato”, “la vita continua come prima”, “tutto e ancora possibile”. La seconda tappa di un processo per cui la famiglia si assume la responsabilità del moribondo; il processo nelle classi superiori e cominciato molto prima, alla fine del Settecento, quando il moribondo ha rinunciato ad imporre con un atto legale le sue ultime volontà affidandole direttamente agli eredi, cioè fidandosi di loro.

Si era stabilita una relazione nuova, che avvicinava sentimentalmente il moribondo a quelli che lo circondavano, ma l’iniziativa, se non il potere, restava ancora al moribondo. Qui la relazione sussiste ma si e rovesciata, e il moribondo si e messo sotto la tutela di quelli che lo circondano. L’eroina di Tolstoj ha un bel protestare contro il modo con cui la trattano da bambina, è stata lei a mettersi da sè nella posizione di una bambina. Verrà un giorno, più tardi, in cui il moribondo accetterà questo fatto di essere messo sotto tutela, sia che lo solleciti, sia che lo subisca. Allora, ed è ciò che accade oggi, sarà ammesso che il dovere di chi sta attorno e di mantenere il moribondo nell’ignoranza del proprio stato. Quante volte non abbiamo sentito dire di un coniuge, di un figlio, di un genitore: “Ho per lo meno la soddisfazione che lui (o lei) non ha mai avuto il senso di morire”: l’espressione “non avere il senso di morire” ha sostituito il “sentire vicina la propria morte”.

Ci si e dunque abbandonati alla dissimulazione. Queste prodezze dell’immaginazione hanno ispirato a Mark Twain il racconto in cui descrive la rete di bugie tenuta su da due vecchie zitelle generose per nascondere a ciascuno dei due malati gravi che curano, una madre e un figlio di sedici anni, che l’altro sta morendo.

Questa dissimulazione ha come conseguenza pratica di sopprimere o di ritardare tutti i segni che mettevano il malato in allarme, in particolare la messa in scena della manifestazione pubblica che era la morte di una volta, cominciando con la presenza del prete. Anche nelle famiglie più religiose e praticanti al principio del Novecento si e presa l’abitudine di chiamare il prete al capezzale del malato solo quando la sua comparsa non poteva impressionarlo: o quando il malato aveva perduto coscienza, o quand’era decisamente morto. Anche l’estrema unzione non era più il sacramento dei moribondi, ma quello dei morti! Questa situazione, che in Francia sussisteva già negli anni 1920-30, si è ancora generalizzata negli anni ’50.

Finito il tempo della processione solenne del viatico preceduto dal chierichetto che faceva suonare il campanello! Finito, da un pezzo, il tempo dell’accoglienza patetica da parte del moribondo e di quelli che lo circondavano. Si capisce che il clero, a lungo andare, ne abbia avuto abbastanza di amministrare cadaveri, e che alla fine abbia rifiutato di prestarsi a questa commedia anche se ad ispirarla era l’amore. La sua rivolta spiega in parte perché la Chiesa, dopo il Vaticano II, ha sostituito il termine tradizionale “estrema unzione” con quello di “sacramento dei malati”, e non sempre dei malati all’ultimo stadio: accade ora che lo si distribuisca in chiesa in serie, a vecchi perfettamente validi. Così la Chiesa va al di la del richiamo all’obbligo di essere in piena coscienza quando si riceve l’olio santo; il sacramento staccato dalla morte di cui non rappresenta più la diretta preparazione. La Chiesa ammette così, implicitamente, la propria assenza al momento della morte, l’inutilità “di chiamare il prete” in quel punto, ma, come vedremo, la morte non è più un momento.

Nell’Ottocento la scomparsa dal testamento delle clausole pie aveva accresciuto l’importanza del dialogo ultimo: l’ora degli ultimi addii, delle ultime raccomandazioni, in forma di confidenza o in pubblico. Questo scambio intimo e solenne e stato soppresso .attraverso l’obbligo di mantenere all’oscuro della prossima fine il moribondo. Questi finiva col partire senza aver detto nulla.

Quasi sempre i vecchissimi, anche lucidi e pii, sono morti così, in Francia, negli anni ’50-60, prima dell’arrivo dell’ondata massiccia di modelli dell’America e dell’Europa nord-occidentale. “Non ci ha nemmeno detto addio”, mormorava al capezzale della madre un figlio non ancora abituato a questo silenzio ostinato e forse, neanche, a questo nuovo pudore.

La medicina comincia a imporsi.

Ma continuiamo la lettura di Tolstoj e passiamo a La Morte di Ivan Il’ic che e posteriore di venticinque anni al racconto precedente. Entriamo in un mondo nuovo, dove comincia a imporsi la medicina. Ivan Il’ic e un uomo di quarantacinque anni sposato da diciassette con una donna mediocre. Ha avuto cinque figli, gliene restano due; gli altri tre sono morti in tenera età, senza d’altra parte, destare in lui eccessivi rimpianti. Ha condotto la vita banale e grigia di un funzionario capace cd ambizioso, assillato dalla carriera, preoccupato di mostrarsi comme il faut (in francese nel testo). Porta una medaglietta con la scritta, non comune in Russia: respice finem, un piccolo memento mori alla maniera dell’Occidente tra la fine del Quattro ed il Seicento. Ma la sua religione pare superficiale e non incide sul suo egoismo. “Esistenza facile, gradevole, allegra, sempre corretta, approvata dalla società”, ma guastata dalle preoccupazioni finanziarie e dalle scene familiari che ne nascono. Tuttavia il successo arriva con una promozione e con la consecutiva scelta di una casa nuova dove potrà ricevere “il fior fiore della società”, “persone importanti”.

La malattia comincia a questo punto: alito cattivo, dolore al fianco, nervosismo. Bisogna consultare un medico; negli anni ’80 il ricorso al medico e diventato un passo necessario e importante, il che non era cinquant’anni prima, al tempo dei La Ferronnays. Solo in extremis la moglie di Albert de La Ferronnays si è preoccupata di sapere il nome della malattia di suo marito. Pur essendo oggetto d’attenzione la malattia e la salute non erano ancora necessariamente legate all’intervento e alla capacita del medico. il Journal d’un bourgeois de Paris, durante la Rivoluzione francese, mostra fino a che punto ci si poteva allora preoccupare del proprio corpo: ogni giorno il redattore annotava insieme il tempo che faceva e il suo stato fisico, se si soffiava il naso, o espettorava, se aveva la febbre, la natura esterna e quella interna. Ma non gli vien mai l’idea di consultare, o di annotare che ha consultato un medico o un chirurgo, anche se fra i suoi amici fidati ne conta parecchi. Si cura da se, ossia si rimette alla natura.

Nei romanzi di Balzac il medico rappresenta una parte sociale e morale considerevole, e, col parroco, il tutore degli umili ed il consigliere dei ricchi e dei poveri. Un po’ cura, ma non guarisce, aiuta a morire. Oppure prevede un corso naturale che non spetta a lui modificare: si crede che quando Albert de La Ferronnays avrà superato la trentina guarirà naturalmente. Sara malato fino ad allora… e forse il medico, dentro di se, aggiunge: se sopravvive! Tuttavia, quando la malattia si aggrava e ci si sente impotenti, si ricorre a una personalità che non si limita più a prestar delle cure e dir buone parole; si tratta di un uomo di scienza, che viene da Parigi in una vettura tirata da cavalli veloci, come un deus ex machina. Forse la scienza potrà tentare l’impossibile? Il medico sembra allora il rimedio estremo, riservato al ricchi. Solo molto di rado e molto tardi e lui che svela la natura e il nome della malattia. Ci si interessa al sintomi (febbre, espettorazioni), si cura (salassi, enteroclismi), ma non si cerca di inserire il caso in una classificazione. D’altra parte non ci sono ancora casi; solo una serie di fenomeni.

Per Ivan Il’ic la sua malattia e subito un caso, che presenta una fisionomia e deve avere un nome. Quale? Dirlo spetta al medico, e allora si saprà se il caso e grave o no. Perché ci sono categorie pericolose ed altre benigne. Bisogna stare alla diagnosi. Dopo questo primo consulto Ivan Il’ic si abbarbica al medico come un parassita. Il suo pensiero divide le esitazioni del medico. “La vita di Ivan Il’ic era fuori questione, ma si trattava di decidere se si trattava del rene mobile o dell’intestino cieco.”

Cerca di interpretare il discorso del medico, di indovinare ciò che nasconde. “Dalla sintesi del medico concluse che le cose andavano male; per il dottore, per tutti, forse, questo non aveva importanza, per lui personalmente le cose andavano molto male”. Il suo destino dipende ormai dalla diagnosi, una diagnosi difficile che ancora non è fatta.

Tornato a casa fa il resoconto della visita alla moglie che finge indifferenza ed ottimismo. E’ sciocca ed egoista, ma un’altra, più affettuosa, in superficie si sarebbe comportata allo stesso modo: l’essenziale e rassicurare. “Quando la moglie uscì, trasse un profondo sospiro, ebbene, disse, dopo tutto può darsi che effettivamente non sia nulla”.

Ormai Ivan Il’ic è entrato nel ciclo medico. “Dopo la sua visita al medico… [la sua] principale preoccupazione era di seguire scrupolosamente le sue prescrizioni circa l’igiene ed i medicinali e di osservare attentamente il suo dolore [i sintomi necessari alla diagnosi]. Gli interessi di Ivan Il’ic si concentrano sui malati e sulla salute”. S’interessa al malati il cui caso somiglia al suo. Legge i trattati di medicina, moltiplica le consultazioni. Strada facendo s’insinua in lui l’inquietudine con la consapevolezza o con l’incertezza. “Si sforzava di persuadersi che stava meglio e arrivava a mentire a se stesso [il corsivo e’ mio] finché nulla veniva a turbarlo”. Ma basta una contrarietà in casa o in ufficio e la vaga inquietudine ricompare.

La sua inquietudine o la sua soddisfazione dipendono allora da due variabili: la conoscenza del male e l’efficacia delle cure. Sorveglia gli effetti della terapia e ne segue gli alti e bassi. Una conoscenza sicura da tranquillità. il medico arriva a restare in dubbio: si tratta del rene o dell’intestino cieco? Ed ecco che Ivan Il’ic dispera e si affida, lui l’alto funzionario istruito e pieno di senno, a un ciarlatano che guarisce valendosi di icone. La malattia imprigiona Ivan Ii’ic come uno scoiattolo nella sua gabbia.

I progressi della menzogna.

Nel frattempo il dolore cresce. “Impossibile ingannarsi, qualcosa di terribile accadeva in lui, qualcosa di nuovo e di più importante di tutto ciò che prima d’allora era accaduto ad Ivan Il’ic. Ed era “il solo a saperlo” (il corsivo e mio). Non si lascia andare e tiene segreta la sua sofferenza, timoroso, a un tempo, di allarmare i suoi e di rendere più consistente col parlarne la cosa che sente gonfiare dentro di se. Come la diagnosi diminuisce l’inquietudine, la confidenza rischia di aggravarla. Potenza delle parole nella solitudine morale in cui il malato si chiude! “Quelli che lo circondavano non lo capivano o non volevano capirlo e immaginavano che tutto andasse come prima”. In effetti e importante scartare le occasioni di manifestare la propria commozione, gli scambi patetici, bisogna mantenere un clima di banalità quotidiana: a questa condizione il malato potrà mantenere alto il proprio morale. Per riuscirci ha bisogno di tutte le sue forze. Cerchiamo di non indebolirlo.

Ci si tuffa dunque nella commedia: “I suoi amici si mettono a ridere dei suoi timori come se la cosa atroce e spaventosa, la cosa inaudita che si era installata in lui, che lo rodeva senza posa e lo trascinava irresistibilmente non si sa dove, non fosse che un divertente oggetto di scherzo”. La moglie finge di credere che sia malato perché non prende regolarmente le sue medicine, perché non segue il suo regime. Lo tratta come un bambino.

Le cose avrebbero potuto andare avanti così per un pezzo se un giorno, per caso, Ivan Il’ic non avesse sorpreso una discussione tra sua moglie e suo cognato a proposito del suo stato: “Ma non vedi che e già morto”, esclama brutalmente il cognato. Una novità. Il’ic non sapeva, e nemmeno, senza dubbio, la moglie, che lo vedevano come tale. Crollerà ? No, reagisce dapprima come se non avesse capito il vero senso dell’avvertimento. Si ritira senza dar segno della sua presenza: “se ne torno nella sua stanza, si distese e si mise a riflettere”. Riflettere a che ? Alla morte che porta scritta in volto e che tutti possono scorgere ? Affatto: al rene mobile, “il rene, il rene mobile”, ripete a se stesso, quasi per coprire il suono della piccola frase velenosa che si e infiltrata in lui. “Ricordo tutto ciò che gli avevano spiegato i medici, come [il rene] si era staccato e come si muoveva. E con uno sforzo d’immaginazione cercava di afferrarlo, di tenerlo a posto, di fermarlo”.

Si alza e va senz’altro a consultare un altro medico. Ecco la sua reazione: rifiuta la morte mascherandola con la malattia.

“Nella sua immaginazione si operava la guarigione tanto desiderata del suo intestino, il funzionamento dei suoi organi riprendeva”. Sentiva di star meglio. Così l’avvertimento, questa volta, è stato dato per caso, ma qualcosa di simile accadrà sempre, l’isolamento del malato non è mai tanto ermetico che egli non possa intercettare qualche indizio. I medici d’oggi lo sanno e contano sul caso per evitare l’intervento diretto. L’avvertimento è stato respinto, ma fa la sua strada nella coscienza che ha investito e basta che torni il dolore perché l’illusione svanisca e la verità salti agli occhi. Ivan Il’ic capisce a un tratto che è la morte: “il rene, l’intestino, pensò. No, non si tratta di questo, ma della vita… e della morte”. “Sto per morire e penso all’intestino! […] Sì, vivevo, e la mia vita se ne va, se ne va e non posso trattenerla. Sì, perché mentire a me stesso? Non e evidente per tutti, e per me, che muoio e che ormai è solo questione di settimane, di giorni, forse addirittura del presente ?”. Era a questo punto delle sue riflessioni quando entra la moglie… Sa, ma non sa che lui sa. Da quando suo fratello le ha aperto gli occhi, mostra a Ivan Il’ic “un’espressione singolarmente triste e dolce che non le era abituale”. I due esseri potrebbero ora incontrarsi nella comune conoscenza della verità. Ma Ivan Il’ic non ha più la forza di superare la barriera che ha innalzato da se con la complicità della famiglia e dei medici. “Disperato, affannato, si lasciò ricadere supino, in attesa della morte”, e si contenta di dire alla moglie per spiegare la sua aria smarrita: “Non è … nulla … ho rovesciato…”. “Perché parlare? Non capirebbe nulla”. La menzogna si è posta definitivamente tra di loro.

Il medico si presta alla commedia. “Sembra dire [anche lui] vi preoccupate senza motivo. Troveremo un rimedio”. Anche dopo un ultimo consulto di specialisti illustri, e nonostante l’aggravarsi dello stato, “tutti avevano paura di dissipare all’improvviso la menzogna dignitosa e di far così apparire chiaramente la realtà”.

Comincia allora una lunga notte in cui Ivan Il’ic deve sopportare in silenzio le sofferenze e le brutture del male fisico e l’angoscia metafisica. Nessuno lo aiuta nella traversata del tunnel, eccetto il giovane mugik che lo cura. “Il principale tormento d’Ivan Il’ic era la menzogna, quella menzogna accettata non si sa perché da tutti ? Che era solo malato, non moribondo, e che aveva solo da starsene tranquillo e da curarsi perché tutto andasse per il meglio [persistenza della convenzione che tratta il malato come un bambino, corollario del rifiuto di ammettere la gravità del suo stato]. Mentre egli sapeva bene che, qualunque cosa facessero, non si metterebbe capo che a sofferenze anche più terribili e alla morte. E questa menzogna lo tormentava; soffriva perché non si voleva ammettere ciò che tutti, come lui, vedevano benissimo, perché si mentiva obbligandolo a prender parte a quest’inganno. Questa menzogna di cui ci si macchiava nei suoi riguardi, alla vigilia della sua morte, questa menzogna che sminuiva l’atto formidabile e solenne della sua morte […] era diventata per Ivan Il’ic atrocemente penosa”. Strana cosa! mentre spiegano intorno a lui i loro mezzucci, tante volte e sul punto di gridar loro: “‘ Basta con le menzogne, lo muoio: lo sapete e lo so anch’io! Smettete dunque almeno di mentire!. Ma non ebbe mai il coraggio di agire così”. Egli stesso e prigioniero del personaggio che si è lasciato imporre e che si e imposto da sé. L’uso ha fatto aderire la maschera; non può più strapparla. Così è condannato alla menzogna. Paragoniamo questa frase scritta negli anni 1880: ‘”questa menzogna che sminuiva l’atto formidabile e solenne della sua morte“, alle ultime parole dette dal padre F. de Dainville al suo confratello padre Ribes, nel 1973, mentre giaceva irto di tubi in una sala di rianimazione intensiva: “Mi privano della mia morte!”. Quanto sembrano vicine a quasi un secolo di distanza!

La morte sudicia.

L’altro fenomeno nuovo che compare nelle descrizioni di Tolstoj, dopo il recupero della morte da parte della malattia e l’istituzione della menzogna intorno al moribondo, è la morte sudicia e sconveniente.

Nei lunghi racconti di morte della Ferronnays o della Bronte, la sporcizia delle malattie gravi all’ultimo stadio non compare mai. Pudore vittoriano che rifuggiva dal ricordare le escrezioni del corpo, ma anche adattamento ai cattivi odori e all’imbruttimento che il dolore comporta. In Tolstoj la morte è sporca. Lo e già, e questo e piuttosto notevole in Flaubert, che non ci risparmia alcuna nausea, alcuna manifestazione ripugnante di Mme Bovary sfigurata in punto di morte. Le nausee furono così improvvise “che ella ebbe appena il tempo di afferrare il fazzoletto sotto il cuscino […]. Charles osservo che in fondo alla catinella [dove aveva vomitato] c era una specie di rena bianca attaccata alle pareti di porcellana. […] Le poso una mano sullo stomaco ed ella getto un grido acuto. […] Diventava più pallida del lenzuolo dove affondava le dita contratte. […] Sul suo viso bluastro colavano gocce di sudore […], batteva i denti, gli occhi fatti più grandi vagavano incerti all’intorno […]. Un po’ alla volta i suoi gemiti diventarono più forti. Un grido sordo le sfuggì. […] Le labbra si chiusero con più forza. Aveva le membra contratte, il corpo coperto di macchie scure e il polso scivolava sotto le sue dita. Poi si mise a gettare orribili grida. [E l’agonia è descritta senza nessuna reticenza]. Emma, col mento appoggiato sul petto, apriva a dismisura le palpebre, e le sue povere mani strisciavano sulle lenzuola col gesto orrido e dolce degli agonizzanti che sembrano già volersi coprire col sudario […]. Subito si mise ad ansare rapidamente. La lingua le uscì tutta dalla bocca; gli occhi roteando si offuscavano come due lampade che si spengono […]”.

L’agonia di Emma Bovary è breve. La malattia di Ivan Il’ic, al contrario, è lunga, e gli odori, la natura delle cure la rendono disgustosa e, cosa che non accade mai nelle La Ferronnays, nelle Bronte, in Balzac, disdicevole, priva di dignità. “L’atto atroce della sua agonia, lo vedeva bene, era ridotto da quelli che lo circondavano al livello di un semplice incomodo, quasi di una sconvenienza (si comportavano press’a poco come con uno che entrando in un salotto manda cattivo odore, e questo in nome della ‘correttezza’ a cui si|era assoggettato nel corso di tutta la sua vita”.

E’ un fatto che la pulizia è divenuta un valore borghese. La battaglia contro la polvere e il primo dovere di una padrona di casa vittoriana. I missionari cristiani impongono ai loro catecumeni la pulizia del corpo non meno di quella dell’anima di cui è i1 segno esteriore. Ancora oggi la battaglia contro i capelli lunghi dei giovani fa appello contemporaneamente all’igiene e all’ordine morale. Un ragazzo pulito ha probabilmente delle idee accettabili: è sano.

Nella seconda meta dell’Ottocento, in maniera abbastanza generalizzata, la morte smette di essere vista sempre come bella, se ne sottolineano anche gli aspetti disgustosi. Certo, i poeti macabri del Quattro e Cinquecento, Ronsard e altri, avevano provato un senso di repulsione davanti alla decrepitezza della vecchiaia, ai guasti della malattia, dell’insonnia che scava i lineamenti, dei denti che cadono, dell’alito cattivo, ma si limitano ad amplificare il tema del declino in un tempo in cui un’immaginazione più brutale e realistica scopriva il cadavere decomposto e l’ignobile interno dell’uomo. Quest’interno sembrava più ripugnante dell’aspetto esteriore del vecchio e del malato.

Tuttavia, nel Settecento e all’inizio dell’Otto, il bel patriarca di Greuze ha sostituito il vegliardo decrepito della fine del Medioevo: è più conforme al tema romantico della bella morte. Ma all’inizio dell’Ottocento si vedono rifluire le orride immagini dell’era macabra che dal Seicento in poi erano state respinte, con questa differenza che tutto ciò che nel Medioevo era stato detto della decomposizione dopo la morte ormai si riporta ai momenti che precedono la morte, all’agonia.

La morte non fa più paura solo per via della sua assoluta negatività, rivolta lo stomaco come qualunque spettacolo nauseabondo. Diventa sconveniente come gli atti biologici dell’uomo, come le secrezioni del suo corpo. Morire in pubblico e indecente. Non si tollera più che chiunque sia lasciato entrare in una camera dove ce puzzo di orina, di sudore, di cancrena, dove le lenzuola sono macchiate. Bisogna vietarne l’accesso, fatta eccezione per pochi intimi, capaci di dominare il loro disgusto, e per le persone indispensabili sul piano dell’assistenza. Si va formando una nuova immagine della morte: la morte brutta e nascosta, e nascosta perché brutta e sudicia.

Partendo dagli abbozzi già consistenti di Flaubert e di Tolstoj, il tema si svilupperà in tre direzioni, tanto diverse da consentirci a malapena di ammettere la loro origine comune. La prima direzione mette capo a un modello eccezionale e scandaloso che sarebbe stato contenuto entro i limiti di una letteratura di contestazione se le guerre e le rivoluzioni dal 1914 ai nostri giorni non lo avessero proposto con qualche verosimiglianza ai combattenti. E’ un modello di uomini di lettere e di soldati.

In Flaubert e Tolstoj la malattia era sporca in una morte dovuta alla malattia. Nel modello degli scrittori di guerra come Remarque, Barbusse, Sartre o Genet, l’idea della morte, la paura che essa ispira, aprono lo sfintere ricreando così, in piena salute fisica, le sordide realtà della malattia. La cella del condannato a morte o del torturato diventa nauseabonda quanto la camera del malato grave. Il modello è dovuto alla impossibilita di applicare le convenzioni della bella morte patriottica, quella del tamburino del ponte di Arcole, alle stragi del secolo XX, ai massacri delle grandi guerre, alla caccia all’uomo, alle lente torture fatali. I presunti eroi “se la fanno addosso” ed i veri eroi hanno come prima preoccupazione di non fare altrettanto (Le Mur di Sartre).

Nella letteratura drammatica degli anni ’60 l’ufficiale dei Paravents di Jean Genet muore sotto le flatulenze dei suoi soldati e l’eremita dell’inglese Saunders nell’atto di fare aria lui stesso. In Letteratura il modello sfocia nello scandalo e nella sfida. Ma appartene anche a un folclore di vecchi combattenti a cui gli scrittori, forse, si sono ispirati.

Il trasferimento all’ospedale.

La seconda direzione indicata da Tolstoj mette capo alla morte nascosta, in ospedale, che fa una molto timida comparsa negli anni 1930-1940 per generalizzarsi dopo il 1950.

All’inizio del Novecento non sempre era facile difendere la camera del moribondo dalle simpatie inopportune, dalle curiosità indiscrete, da tutte le tracce ancora notevoli che la partecipazione pubblica alla morte aveva lasciato nella mentalità corrente. Era difficile finché la camera restava nella casa, piccolo mondo privato non soggetto alla disciplina burocratica, la sola veramente efficace. Tuttavia le stesse persone di casa, famiglia e servitori, tolleravano meno agevolmente la promiscuità della malattia. Più ci si inoltra nel Novecento, più questa promiscuità si fa pesante. I rapidi progressi del comfort, dell’intimità, dell’igiene personale, dei principi asettici, hanno reso tutti più delicati; senza che ci si possa far nulla, i sensi non sopportano più gli odori e gli spettacoli che ancora nel primo Ottocento, con la sofferenza e la malattia, facevano parte della vita di tutti i giorni. La sequela dei fenomeni fisiologici è uscita dalla routine per passare nel mondo disinfettato dell’igene, della medicina e della moralità, che in origine si confondevano. Questo mondo ha un modello esemplare, l’ospedale e la sua ferrea disciplina.

Inoltre, in altri tempi, il peso delle cure e delle cose ripugnanti era stato sopportato e diviso da tutta una piccola società vicini, di amici, più estesa nelle classi popolari e nelle campagne, ma presente anche nella borghesia cittadina. Ora, questa piccola società partecipe non ha smesso di contrarsi per restringersi alla fine ai parenti più prossimi e addirittura alla sola coppia, esclusi gli stessi figli. Infine nelle città del Novecento la presenza di un malato grave in un piccolo appartamento richiedeva dell’eroismo per continuare a un tempo a prodigare le cure necessarie a svolgere un’attivita.

D’altro lato i tardi progressi della chirurgia, dei trattamenti medici lunghi e impegnativi, l’uso di apparecchi pesanti hanno portato più spesso al ricovero ospedaliero del malato grave. Da allora, anche se non sempre lo si confessa, l’ospedale ha offerto alle famiglie l’asilo dove hanno potuto nascondere il malato scomodo, che ne la gente ne loro potevano più sopportare, scaricando su altri, con la coscienza perfettamente a posto, un’assistenza d’altra parte maldestra, per continuare una vita normale.

La camera del moribondo si è trasferita dalla casa all’ospedale. Dovuto a cause mediche d’ordine tecnico, questo trasferimento è stato accettato dalle famiglie, esteso e facilitato dalla loro complicità. L’ospedale è ormai il solo luogo in cui la morte può sicuramente sfuggire alla pubblicità, o a quanto ne sopravvive, considerata del resto come una sconvenienza morbosa. Perciò diventa il luogo della morte solitaria: in un’inchiesta del 1963 sugli atteggiamenti inglesi, G. Gorer ha dimostrato che solo un quarto dei bereaved del suo campione aveva assistito alla morte del parente prossimo.

La morte di Melisenda.

Dopo la morte sporca e la morte all’ospedale, una terza direzione ci porta da Tolstoj a Maetetlinck, a Debussy e al loro commentatore attuale, V. Jankelevitch. Una morte pudica e discreta, ma non vergognosa, tanto lontana dalla morte di Socrate e di Elvira quanto quella dell’eroe del Mur: la morte di Melisenda. Jankelevitch non ama la bella morte dei romantici. “Nei musicisti romantici [la musica è uno dei suoi mezzi preferiti per giungere al fondo delle cose] che fanno onore soprattutto alla maestà della morte, l’inflazione e l’enfasi (il corsivo e mio) gonfiano l’istante fino a farne un’eternità. […] La grande festa funebre coi suoi solenni cortei e la sua pompa consente all’istante di traboccare dalla sua istantaneità, di irraggiarsi come un sole attorno alla sua punta aguzza. Al posto di un istante impercettibile c’è un istante glorioso”. Sì, e proprio così, e V. Jankelentch ha colto anche il rapporto storico fra questa glorificazione della morte e un’escatologia antropomorfica che “popola il niente d’ombre, rende la finestra mortale trasparente come una limpida notte, fa dell’aldilà un pallido duplicatum dell’al di qua, immagina non so quali assurdi scambi tra vivi e fantasmi”.

Troviamo anche, in Jankelevitch, il senso ormai comune della sconvenienza della morte che abbiamo scoperto in Tolstoj. Ma è una sconvenienza che ha mutato carattere: non è nausea davanti ai sintomi della morte che egli non ignora; non è qualcosa che non si fa, che offende la buona creanza e che va nascosta: si è trasformata in pudore. “Quella sorta di pudore che la morte ispira dipende in gran parte dal carattere impensabile ed inesprimibile dello stato letale. Infatti c’è un pudore della cessazione metempirica, come c’è un pudore della continuazione biologica. Se il ripetersi dei bisogni periodici ha qualcosa d’indecente, il fatto che un grumo di sangue interrompa d’un tratto la vita e a sua volta sconveniente (il corsivo e mio)”. Questa sconvenienza, ingentilita in pudore, gli sembra all’origine dell’interdetto che oggi colpisce la morte. La relazione è molto interessante per lo storico. “La parola tabù ‘morte’ non è forse fra tutti il termine impronunciabile, innominabile, inconfessabile, quello che l’uomo medio, abituato a tener la via di mezzo, ha il dovere di celare pudicamente sotto circonlocuzioni proprie della buona creanza e dei benpensanti?”. Non occorre forzare molto il senso per supporre una relazione tra l’interdetto contemporaneo e l’enfasi romantica (“le circonlocuzioni”), primo tentativo di mascherare la realtà innominabile. Il primo tentativo ha utilizzato la retorica, il secondo, nel secolo XX, il silenzio.

La sconvenienza d’Ivan Il’ic, pertanto, è diventata pudore, è il modello della morte pudica è la morte di Melisenda. Non è, questa, una morte solitaria. C’è gente nella camera che da sul mare, i1 vecchio re pieno di saggezza e di eloquenza; parla molto; è inesauribile, come chi vive davvero. E durante il suo discorso Melisenda muore senza che egli se ne accorga: “Non ho visto nulla… non ho sentito nulla . Così presto, così presto… tutto a un tratto… Se ne va senza dir nulla”.

Melisenda, come dice Jankelevitch, fu senza dubbio una delle prime a partire “pianissimo”, e per così dire in punta di piedi. Morire non fa rumore. Un cuore che si ferma non fa rumore. Per Debussy, poeta del ‘pianissimo’ e dell’estrema concisione, l’istante fu davvero l’attimo fuggente”. Per Debussy ieri, per Jankelevitch e per gli intellettuali agnostici di oggi, ma anche per certi nostri contemporanei, uomini di media levatura, credenti e non credenti, che ripongono nel silenzio il loro coraggio.

Era l’inizio degli anni 1960. Un figlio confidava le sue preoccupazioni al prete che assisteva la madre settuagenaria, colpita da una forma avanzata di cancro. Il figlio non era consapevole dell’evoluzione dei sentimenti davanti alla morte, del dilagare dell’interdetto; serbava il ricordo della morte manifesta ed ancora pubblica dei nonni a cui aveva assistito negli anni 1930-1940. Si preoccupava del silenzio in cui la madre sembrava cercar rifugio. Niente lasciava supporre che si rendesse conto del proprio stato. E lui non capiva un tale silenzio; non lo capì mai del tutto. Ricordava al confessore la missione tradizionale del nuncis mortis. Ma il prete, un vecchio medico, gli replico: “Si vede che non siete esperto di donne anziane, come ne ho conosciute a ricovero, che passano il loro tempo a gemere e a piangere perché presto moriranno”. Pensava che si doveva rispettare questa decisione di tacere, che era coraggiosa, e che c’era modo di dialogare per coperte parole senza rompere la complicità del segreto, più tardi, dopo la sua morte, si trovarono in effetti delle carte che comprovavano come la vecchia signora non si facesse nessuna illusione. Al suo capezzale, il figlio si lamentò: “Non ci ha detto addio”, come sospirava il vecchio re dopo l’ultimo respiro di Melisenda: “Se ne va senza dir parola”.

Gli ultimi momenti si mantenevano fedeli alla tradizione.

Quando Tolstoj scriveva la borghesia cominciava pertanto a scoprire la sconvenienza della morte sotto 13enfasi romantica. Era ancora troppo presto perché la ripugnanza avesse il sopravvento sugli usi di pubblicità e riuscisse a isolare il moribondo fino al

suo ultimo respiro, come è accaduto poi, specialmente all’ospedale. Così, alla fine dell’Ottocento, si e stabilito un compromesso tra la morte pubblica del passato, e quella che sarebbe diventata la morte nascosta, compromesso che doveva durare per tutto il primo terzo del secolo XX e che si esprime con sufficiente esattezza nella morte d’Ivan Il’ic.

Nella solitudine dove la menzogna lo chiudeva come in un appartato luogo di studio, Ivan Il’ic rifletteva. Riproiettava il film della sua vita, pensava alla sua morte che non giungeva ad ammettere e che un po’ alla volta s’imponeva come una certezza.

Senza dubbio anche oggi che il silenzio si estende fino alla fine i moribondi seguono la stessa strada di Ivan Il’ic

Inchieste sociologiche recenti dimostrano che la credenza nella sopravvivenza, nelle popolazioni di cultura cristiana e soprattutto tra i giovani, diminuisce molto più rapidamente della fede in Dio. Tuttavia le osservazioni fatte tra il 1965 e il 1972 su 360 moribondi hanno stabilito che. 1’84% di loro ammetteva una possibilità di sopravvivenza contro il 33% appena che era la percentuale stabilita dal campione tipo. Senza dubbio la speranza nell’aldilà ricompare durante questo periodo silenzioso di ricapitolazione.

Questo periodo in Ivan Il’ic è lungo. Soffre, ma non lo da a vedere. S’immerge nella sua solitudine e nel suo sogno e non comunica più con quelli che lo circondano. Si volta contro il muro, coricato sul fianco, una mano sotto la guancia, riproducendo per istinto la posizione degli antichi moribondi quando si erano staccati dagli uomini. Così giacevano gli ebrei del Vecchio Testamento; Così, nella Spagna del Cinquecento, si rendevano riconoscibili i marrani convertiti senza convinzione; Così morì Tristano: “Si volto verso il muro”. Oggi le infermiere degli ospedali di California studiate da B. G. Glaser e A.L. Strauss non vedono più in questo gesto ancestrale se non un rifiuto ostile di comunicare con loro.

Ed è vero che l’atteggiamento d’Ivan Il’ic diventa aggressivo. I1 suo stato peggiora, la sua sofferenza aumenta. Una mattina sua moglie arriva, parla di medicine, egli si volta e le risponde con uno sguardo d’odio: “In nome di Cristo, lasciatemi morire in pace”. Gli studiosi di psicologia medica che, come E. KublerRoss, esaminano il comportamento dei moribondi hanno riconosciuto l’esistenza di questa fase di aggressività che desiderano incanalare e utilizzare. Ivan Il’ic manda via allora moglie, figlio, medico e si abbandona al dolore che prima cercava di nascondere. “Per tre giorni di seguito ha gridato senza sosta; non ci si poteva più reggere”, confessa la moglie a un amico. E poi sopraggiunge la stasi, anch’essa riconosciuta dai medici come un fenomeno generale. “Immediatamente prima della morte il bisogno di analgesici [diminuisce]”, osservano oggi i medici nei moribondi. Molti malati mostrano allora un breve miglioramento, una vitalità accresciuta, tornano a chiedere volentieri il cibo, e lo stato generale sembra in ripresa” (G. Witzel). Ivan Il’ic, durante il suo solitario cammino, realizza, come il moribondo dell’ars moriendi del Quattrocento, che “la sua vita non era stata ciò che avrebbe dovuto essere”, ma si persuade “che a questo poteva esserci ancora rimedio”.

Anche Emma Bovary ha conosciuto una simile tregua. Quando vide il prete “sembro colta da un moto di gioia”. “Senza dubbio ritrovava, in mezzo a uno straordinario conforto, la voluttà perduta dei suoi primi slanci mistici, con visioni di beatitudine eterna”. Il prete le somministrò l’estrema unzione. “Il suo viso aveva un’espressione di serenità, come se il sacramento l’avesse guarita”.

Del pari, quando Ivan Il’ic esce dal suo silenzio aggressivo durato più giorni o più settimane, si volta verso quelli che lo circondano, vede il figlio che gli bacia la mano, la moglie “con la bocca aperta, con le guance ed il naso bagnati di lacrime”. La situazione allora è rovesciata rispetto a ciò che accadeva nel primo Ottocento. i~ lui che ha pietà di loro. Capisce che sta per andarsene. Chiede che. facciano uscire il figlio, perché la vista della sofferenza e della morte può impressionare i bambini e 1a loro presenza a questo spettacolo orrido e quasi osceno non è più consentita. (Quando Emma Bovary aveva reclamato la figlioletta: “Io paura, disse la piccina indietreggiando [quando la madre volle baciare la sua mano]. […] Basta! Portatela via esclamo Charles…”.)

Ivan Il’ic, inoltre, dice alla moglie: “Ho pietà anche di te”, vuole aggiungere “perdonami”, ma non può più parlare. La sua agonia dura due ore. Tolstoj ci assicura che era in uno stato di gioia. Tutta quest’ultima fase della morte, salvo qualche dettaglio come quello di portar via i bambini, è conforme al modello romantico.

La contraddizione psicologica dei due modelli della morte nascosta e della morte pubblica, giustapposti qui prima e durante l’agonia, si manifesta chiaramente nell’atteggiamento di quelli che restano. Durante la prima fase hanno recitato la commedia e nascosto la verità a Ivan Il’ic. Avrebbero dovuto perseverare e rimpiangere che il moribondo fosse stato in seguito abbastanza lucido da rendersi conto della propria morte e da seguirne l’ultima tappa. Come d’altra parte si desidererà alla meta del Novecento: “Abbiamo almeno la soddisfazione che non si è accorto di morire ?” Si sottintende: l’angoscia mortale gli è stata così risparmiata.

A1 contrario, la moglie di Ivan Il’ic, il giorno delle visite di condoglianza, si affretta a rispondere a un visitatore che chiede se Ivan Il’ic si è mantenuto cosciente: “Si, fino all’ultimo momento.. Ci ha fatto i suoi addii [il corsivo e mio. Non siamo ancora arrivati a Melisenda] un quarto d’ora prima della fine, e a chiesto anche di far uscire Valadi ?”

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