Il degrado SONO IO


APERTURA   |   di Luca Rastello
DERIVE ITALIANE
Il degrado SONO IO
Il padrone di casa mi saluta con uno dei suoi sorrisi asciutti e parte al galoppo leggero. Va a prendermi la cena. Altri due cavalieri si incrociano sul tornante e si fermano a conversare, dai tetti delle case esce il primo fumo e le ombre delle montagne si fanno più lunghe.
Sono in un villaggio del Caucaso annidato su valli abissali e foreste, rifugio in pietra nera di nomadi pastori. Unico al mondo per mille ragioni, prima di tutto la memoria viva di un matriarcato non così lontano nel tempo da non lasciare tracce tangibili, come il linguaggio che usa vocabolari diversi a seconda del genere: uno banale e abbreviato se ci si rivolge a un uomo, uno aggraziato e cortese se l’interlocutore è donna. Visi antichi, osterie selvatiche di strada dove il fuoco per l’ospite è attizzato con il fön, cumuli di mattonelle di sterco che saranno isolante per i muri e combustibile d’inverno. Villaggio seminale, a fine strada di ogni strada, appeso a cime così alte da non riuscire a immaginarle, dominato soltanto dalle praterie del cielo e da una piccola base militare che sorveglia la via del Daghestan, fatta inquietante non dalle dimensioni né dalla presenza discreta dei soldati in assetto di guerriglia, ma dalla posizione annidata in cima ai tornanti percorsi da lenti, misteriosi cavalieri. Terra del silenzio e della differenza, un’aquila si alza tranquilla dalla strada, indifferente agli umani, una casetta austera per la notte, coperta di fango e paglia, con la veranda di legno puntata alle cime e agli accampamenti dei pastori.
Vorresti tacere ma non lo fai.
Solo ornamento, una greca di legno che corre lungo le pareti a un metro di altezza, solo arredo i letti e i tappeti a terra e alle pareti. Ma nella sala dabbasso, dove si mangia, c’è una copia di un settimanale patinato italiano noto per l’inchiesta e il reportage. Un bell’articolo, firmato da uno degli inviati più prestigiosi del nostro giornalismo, descrive il villaggio e la sua eccezione (l’autore la chiama «meravigliosa biodiversità»). A seguire, il giornale propone: «Sesso. Che vite complicate nelle hotline»; «Personaggi. Reverendo stile punk»; «Design. Dillo con un fiore: cedri appesi all’interno di teche con le radici al vento. Il flower artist Makoto Azuma riscrive la tradizione mostrando quello che un’orchidea può raccontare di noi»; «Relazioni. Perché è così difficile incontrarsi e trovare un partner da grandi? Forse dipende dal fatto che non sappiamo più riconoscere il nostro status erotico e culturale»; «Solidarietà. Piacciono perché straniere. Poi rimangono incinte e gli uomini italiani scappano. Ma oggi un’associazione a Roma offre cibo, aiuti e futuro»; «Full Geisha. Miglior casa di massaggi a Torino, centro Es, chiedete il trattamento Full Geisha, un’ora e mezzo per tornare bambini». (Bene, così sappiamo anche che idea si ha dalle mie parti dei bambini). «Fenomeni. Sentirsi come lei. Mamma e figlia sempre più vicine, si fanno confidenze, vestono gli stessi abiti, partono insieme per le vacanze. Così le over-fifty si muovono come teenager»; «Ipnotica-Neossenze. Le ultime creazioni invitano all’abbandono dei sensi»; «Pionieri. Tutti come Chatwin: i profumi maschili esplorano nuovi territori extrasensoriali. Per uomini più audaci e leali». (Foto dello scrittore pensoso). Quindi: Neoalchimie. Potere dell’attimo, Beauty Cronache, Ho l’intimo in testa! La vacanza dove tutto fa tendenza!! Senza dimenticare che «L’età cerebrale di Nicole Kidman è migliorata».
Chiudo il giornale – è un settimanale di opposizione – e mi rifugio con la mente nella tv italiana, quella buona, che resta. Non la vedo, la immagino: c’è una manifestazione contro la legge-bavaglio, un giornalista in camicia dichiara che lui è la nuova resistenza. Lui e i colleghi. Segue trasmissione-dibattito del martedì (o era del giovedì? o l’hanno chiusa? o era satira?). Un amico mi diceva: «Siamo stupidi e non possiamo non esserlo, se aprissimo gli occhi vedremmo la morte al galoppo». Una fitta alla pancia, nere le feci: lui pensava ostinatamente agli spaghetti al nero di seppia mangiati qualche sera prima, e intanto lo divorava un carcinoma allo stomaco. Che si può cercare nelle vertigini del Caucaso se non una via di fuga? È un’ingenuità, d’accordo, l’ingenuità dell’animale braccato. E se io stessi fuggendo, da che cosa? Per esempio dall’ipertrofia della comunicazione, dal mio lavoro che vive di sola rappresentazione e, peggio, di autorappresentazione virtuosa: quel lavoro occulto che impegna la mente a rendere tollerabile la connivenza, la resa, la vita da curvi intorno al potere, all’ombra del potere. E quel lavoro che ha bisogno di bambini morti per titolare, di angeli e rabbia e funerali. Dal potere. Dalla retorica della memoria che dovrebbe essere nemica dell’oblio e invece lo è della precisione. Dalla velocità e dalla lentezza, dal cellulare, dal cemento e dalla finanza. Dai ragazzi ancora acerbi e già costretti a deformarsi nei corridoi degli assessorati alle politiche giovanili. Dal consenso. Dall’happy our. Dalla coda scorrevole in tangenziale. Dal premio Pulitzer che ritira l’Oscar in compagnia di due Nobel e dichiara che si sente solo e abbandonato. Dagli indignati professionali e dagli eroi civili che cantano – in voce di contrappunto – nello stesso coro che condannano, e sì, dai loro lacché e dai gruppi dei loro fan su Facebook. E dagli umoristi ingordi. E dai giornalisti d’inchiesta. Da tutti quelli che hanno parte giusta nella commedia del mondo com’è, anche se è la parte di chi sta contro. Dalle maggioranze, anche quando si proclamano minoranze. Dall’evento e dai festival degli eventi. Dalla forfora e dalla cellulite e dal fitness e dalla voce suadente che mi ricorda insistente: «prenditi cura di te» o mi ripete che valgo. Dal cioccolato. Dallo stile. Dall’ironia, il modo postmoderno dell’adesione.
Non ho scampo, neanche quassù: ormai si è accesa la mia tv mentale. Faccio un po’ di zapping, per carità solo canali indipendenti, informazione critica. Anche sui miei canali mentali, però, è spettacolo che non celebra altro che se stesso. Sono canali che pullulano di icone indiscutibili, figure di un bene assoluto contrapposto a mali che nessun individuo sano di mente potrebbe qualificare altrimenti. Santa Legalità, Santa Memoria, Santa Cultura e i loro eroi-sacerdoti, per esempio. Li trovo ovunque, fra una neossenza e una beauty-cronaca. Nomi nobili, santi sociali, profeti civili. E attrezzi per operazioni di marketing di cui il target sono io, insieme a tutti i presunti spiriti liberi che mi circondano. Leggo, sui giornali della mia personale Wishful Left, titoli come «Napoli: la città si libera dalla mafie» (Terra del maggio 2009), è una sorpresa piacevole: io da solo non me ne ero accorto. Annuisco composto e conforme in presenza di santa Legalità, feticcio supremo. Come si fa a non concordare su un valore che schiera per natura e, di passaggio, schiera a priori dalla parte dell’ordine? Identifica nemici perfetti (quasi sempre pluralia tantum: «le mafie», «le droghe», «i terroristi»), quelli che qualificano come sospetto chiunque esiti nell’esecrare. Applaudo ogni epifania di santa Memoria: come potrei non mettere legna sotto il sacro calderone della memoria? Come negare un incremento di memoria, un omaggio alla memoria, una giornata della memoria, un’aiuola della memoria, uno spartitraffico partecipato?
A Tuzla una commissione classifica le ossa tolte dalle fosse comuni per dare un nome e un indirizzo ai vecchi abitanti di una terra sterminata e sequestrata. Sergio Gonzalez Rodriguez, perseguitato senza scorta (per aver indagato sugli eccidi a Ciudad Juarez), sognava un’anagrafe delle donne scomparse sul confine fra Messico e Usa: per questa gente il contrario di oblio non è memoria, cioè una narrazione d’autore selettiva e arbitraria, ma precisione.
Precisione è una parente imbarazzante al mercato delle emozioni: quel che mi serve qui è approssimare e desiderare, immaginare e rappresentare. Serve a schierarmi, a poter guardare il mondo accigliato, rassicurato dalla mia indignazione; di passaggio posso anche dare un’occhiata ai nuovi profumi maschili. Serve a trasferire il conflitto nell’orizzonte del simbolico, orizzonte moralista prima che morale. Robert Hughes, critico d’arte di Time, sosteneva che la politica in era postmoderna «è predica ai convertiti: consiste essenzialmente nel prendere un’idea ineccepibile nella sua ovvietà (“il razzismo è male”) e poi darle una cifra emotivamente coinvolgente». Se non aderisco non entro nel circolo dei virtuosi, disturbo il bisogno di conciliazione e appagamento che è invece pienamente soddisfatto da un atteggiamento critico inscritto a dovere entro i meccanismi dello spettacolo. Non è necessario scavare, c’è chi lo fa per me. L’eroe civile, il magistrato coraggioso, il prete impegnato, il volontario, lo scrittore perseguitato, il chirurgo di guerra, il giornalista del giovedì. Mi basta cliccare sul club dei fan di qualcuno di questi eroi. Sostituisco la democrazia con Facebook, in cambio mi sarà concesso di consumare ogni bene disponibile sul mercato senza macchia o sospetto di macchia sulla coscienza critica: di sinistra anche le mie Prada, niente a che vedere con la volgarità del potere. O le mie Birkenstock, se decido che la mia tribù di consumo è un’altra.
Con l’avvento della produzione industriale dell’informazione, individui e società sono indotti a una forma di lavoro mentale forzato – quello che Ivan Illich chiamò il lavoro-ombra – che consuma parte essenziale del tempo e delle energie a produrre il desiderio di vivere entro il meccanismo dominante, che stritola e divora gli stessi desideranti, invischiati in un sogno di benessere la cui contropartita è niente meno che l’annientamento della specie e del suo ambiente. Il buon senso critico, l’indignazione spettacolarizzata, l’ipertrofia comunicativa che caratterizzano chi si pensa opposizione in Italia sono forme targettizzate di lavoro-ombra. Non importa se in tv ci sono nani e ballerine oppure vignettisti e principesse di sinistra: «Si provi – diceva Illich – a calcolare il tempo e l’energia spese da una famiglia a vedere la tv e poi, dopo averla spenta, a fare commenti e sogni su quanto la tv ha passato, e si avrà la misura del lavoro ombra che invidui, famiglie, società intere sviluppano per tenere in piedi il sistema industriale: molto più tempo di quello che viene dedicato a lavoro remunerato e vita biologica». Ogni gruppo, famiglia, individuo, diventa una fabbrica di immaginazioni, illusioni, speranze, e in ultima analisi di identificazione con le classi sociali (o i ceti culturali) dominanti, quelli che davvero – loro sì – godono i benefici del sistema industriale. Lavorano a domicilio per chi li divora, e non è solo solo la tv a produrre lavoro-ombra: ci sono le retoriche politiche, le feticizzazioni benintenzionate, il giornalismo a effetto (pro o contro), e c’è Santa Cultura, con la rete degli eventi e dei festival che la nutre, facendone un bene da desiderare in sé, una merce da rendere accessibile al consumo. Il più puro e benintenzionato degli eroi, scrittore, chirurgo, prete, giornalista o magistrato, consegnato alla rete spettacolare, alla retorica sia pure indignata, non solo lavoratore-ombra: è caporale del bracciantato-ombra. Il nome dei valori civili che enuncia è un brand come un altro, destinato a una branca dell’industria del desiderio, identificata attraverso strategie di marketing, per un prodotto confezionato a misura di un cliente-target di cui si è tracciato il profilo. A valle rimane un campionario di oggetti privati di valore d’uso: «democrazia» anziché democrazia, «partecipazione» anziché partecipazione. Roba che vale quanto «Eventi», «Neoalchimie», «Full Geisha», «Tendenze»…
Ci sarà un girone infernale per quelli che pettinano il mondo e rendono tollerabile l’intollerabile? Ci sarà mai fiato, in una terra capace di inventare la categoria del «giornalismo d’inchiesta» (altrove sarebbe soltanto una tautologia), con relativo festival, tanto per dar vita a un altro club? Ci sarà un modo per non mettere Berlusconi al centro dei miei pensieri, delle mie percezioni, dei miei desideri?
Servirebbe un movimento di liberazione, ma non è più tempo di decolonizzazioni. Mi nutro del degrado cantandolo, sia pure in voce di contrappunto, mi accontento dell’iscrizione al circolo dei virtuosi, opero pieno di buona volontà nelle maquiladoras del lavoro-ombra: semplicemente e senza mediazioni, il degrado sono io. Esco all’aria, quella frizzante di montagne alte cinquemila metri. Fa freddo, il vento colpisce di taglio, ho mal di testa. Ma non è niente: ho solo mangiato spaghetti al nero di seppia.

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