9. Corruptio optimi pessima. L’ambivalenza della sostenibilità: 15 tesi sui vicoli ciechi dello pseudo-ecologismo, Marco Deriu


Per la serie “Corruptio optimi pessima”, propongo oggi un testo di  MarcoDeriu. Questa relazione fu presentata alla Scuola estiva dell’Associazione Antiutilitarista di critica sociale nel settembre 2004 a Gerace, “Oltre il pensiero unico” .

Il dibattito attorno al tema dello sviluppo e della globalizzazione si è in gran
parte arenato nella celebrazione di un concetto – quello dello sviluppo
sostenibile – che a livello ideale sembra mettere d’accordo tutti o quasi tutti.
Nel mio intervento vorrei portare alla luce e chiarire teoricamente
l’ambivalenza del paradigma della sostenibilità. Questo paradigma
contiene in sé due possibili interpretazioni e prospettive, fra loro non
solamente differenti ma addirittura fondamentalmente opposte: da una parte
una sostenibilità, quella implicita nell’idea di sviluppo sostenibile che spinge in
direzione di una tecnocrazia ecologica, dall’altra un’idea di ecologia
sociale, che spinge ad una ridiscussione radicale dei fondamenti del nostro
immaginario culturale. Nel primo caso il concetto di sostenibilità arriva a
rappresentare in una forma aggiornata e più sottile il vecchio approccio
scientifico e in seguito economico-produttivo di un possibile dominio e
controllo sulla natura da parte dell’uomo. Nel secondo caso, al contrario
l’idea di sostenibilità rappresenta una possibile porta per uscire dalla cornice
ideologica del paradigma tecno-economico in cui si è rinchiusa la sinistra
occidentale.

1. Riconoscere la necessità del limite non è sufficiente.
Il pensiero critico può portarci a riconoscere il problema del limite ma da solo non può
condurci all’interno di una mentalità diversa, non può realizzare la sostenibilità e tantomeno la decrescita.

2. Ogni provvedimento “ecologico” ad hoc è insufficiente quando non
immorale.
Il problema non è il controllo o la correzione delle singole
azioni, in ragione per esempio degli effetti inquinanti causati. Come ha
scritto Gregory Bateson «tutti i provvedimenti ad hoc non sono in
grado di correggere le più profonde cause delle difficoltà, e, peggio
ancora, permettono di solito a quelle cause di rafforzarsi e di allearsi. In
medicina alleviare i sintomi senza curare la malattia è ragionevole se e solo
se la malattia avrà sicuramente esito mortale oppure guarirà da sé»
(Bateson, 1972a, trad. it. p. 510). Il livello di autocorrezione deve
avvenire a un livello superiore rispetto a quello delle singole azioni e
deve riguardare quelle premesse cognitive ed epistemologiche su noi
stessi, sulla natura e sul mondo che hanno causato quel comportamento,
premesse che risalgono in gran parte alla rivoluzione industriale (per un
elenco di queste premesse vd. Bateson, 1972a, trad. it. p 514).

3. L’ecologia non può essere una dimensione della cultura, ma la
cultura una dimensione dell’ecologia.
Noi pensiamo all’ecologia come ad
una sensibilità verso l’ambiente o le risorse finite da aggiungere alla
nostra cultura, mentre per le società tradizionali era la cultura ad
essere un espressione delle relazioni con l’ambiente. In questo senso
la cultura delle società tradizionali è realmente ecologica, nella nostra
l’ecologia è solamente un’aspirazione che rimane in contrasto con
gran parte delle produzioni materiali e simboliche del nostro mondo.
In altre parole il problema non è aggiungere un’attenzione ambientale ma
comprendere come è possibile ricostruire un senso della misura e del
limite intrinseco, “incorporato” (embedded) nel nostro modo di
vivere, di relazionarci, di rappresentarci socialmente.

4. L’essere umano non esiste come essere isolato, al di fuori del suo
ambiente.
Il problema di fondo è il modo in cui secondo queste
premesse cognitive nella cultura moderna si ritaglia il rapporto tra un
sé e un ambiente esterno a questo sé. Nella cultura occidentale, si parte
dall’idea che esista un soggetto pensante autonomo e un ambiente
esterno su cui egli è libero di interagire. Gregory Bateson al contrario
compie una critica decisa del concetto di “sé” che egli ritiene arbitrario e
«mitologico» (Bateson, 1991a, trad. it. p. 319) e insiste sulla sacralità
dell’organizzazione del vivente, ed è molto netto sulla critica dell’atomismo
occidentale: «Io credo che l’idea fondamentale secondo cui nell’universo vi
sono “cose” separate sia una creazione e una proiezione della nostra
psicologia. Questa creazione ci porta ad ascrivere la stessa natura separata
alle idee, alle successioni di eventi, ai sistemi e perfino alle persone»
(Bateson, 1991a, trad. it. p. 148). In realtà non è possibile separare
l’essere umano dall’ambiente che abita. Non esiste un “la fuori”, un
ambiente dato e oggettivo e nemmeno un “io” separato dal suo
ambiente e dalle sue infinite interazioni. Ambienti ed esseri viventi
si costruiscono e si adattano l’un l’altro, mediante le loro attività.
Nell’evoluzione naturale, il processo di selezione nell’evoluzione è basato su
una relazione reciproca: l’ambiente seleziona gli organismi, e gli organismi
selezionano l’ambiente1. Si tratta dunque di comprendere che l’essere
umano non esiste come forma vivente isolata al di fuori del suo ambiente.,
per questo come dice Bateson “La creatura che la spunta conto il suo
ambiente distrugge se stessa (VEM, p. 514).

5. Non è possibile una vera coscienza ecologica dentro una cornice
antropocentrica.
Questo è in connessione con quanto abbiamo appena
detto nella tesi successiva. È evidente che il nostro modo di pensare
abituale ha alle spalle millenni di pensiero, e ha radici nella cultura
giudeo-cristiana. Anche la cultura illuminista e di sinistra, come
quella marxista, si inscrive, anche se non è consapevole, in questo grande
solco culturale. L’uomo è il centro del mondo e il centro della vita. Ma
oggi il problema è che a queste premesse epistemologiche tradizionali e
sbagliate, si aggiungono l’aumento della popolazione, e la
disponibilità di strumenti molto più potenti di intervento forniti dalla
scienza e dalla tecnica moderna. La presenza di questi tre elementi,
rappresentano, secondo Bateson, le radici della presente crisi ecologica. È
chiaro che, date le attuali condizioni, se le nostre scelte partono da un
radicato antropocentrismo non è possibile nessuna sostenibilità per (Su questo aspetto vedi il bel libro di Richard C. Lewontin (1991), in particolare il cap. 2.)
il pianeta e le altre specie viventi che non a caso sono continuamente cancellate senza particolari patemi degli esseri umani.
Questo si vede anche nell’idea di democrazia. Per noi è il migliore dei
regimi possibili. Ma è bene ricordare che si può democraticamente
inquinare e perfino provocare modificazioni climatiche, si può
compromettere l’ambiente e lasciare un deserto alle generazioni
future. Tutto questo non è solo una possibilità dei regimi democratici, ma è
esattamente quello che sta avvenendo.

6. Non si tratta di inseguire la chimera di una produzione sostenibile o
di uno sviluppo austostostenibile ma al contrario di riaffermare il
primato della riproduzione contro l’idea di crescita.
La sostenibilità
ha a che vedere con la spiritualità, con la percezione del sacro, con il
riconoscimento del principio di rigenerazione del vivente più che con
gli apparecchi di rilevazione dell’inquinamento. Come ha notato
Vandana Shiva “La rigenerazione è il cuore della vita, ed è sempre stato il
principio guida delle società sostenibili; senza rigenerazione, la
sostenibilità non esiste. La moderna società industriale, tuttavia, non ha
tempo di pensare alla rigenerazione e quindi non ha la possibilità di vivere
in modo rigenerativo. La sua svalutazione dei processi di
rigenerazione è la vera causa della crisi ecologica e di quella della
sostenibilità”.2 Finché concepiremo la terra e i frutti della terra come
proprietà, e anzi come merci da sfruttare, il rispetto verso le generazioni
future non si affermerà mai, e il nostro stile di vita non sarà mai sostenibile,
ma sempre piuttosto arrogante.

7. Lo sviluppo illimitato è un esorcismo della propria mortalità. L’idea
di accumulazione illimitata si basa sulla rimozione della propria
mortalità.
I miliardari non potranno mai godere di quello che hanno
accumulato con il loro lavoro, essi rimuovono la propria finitezza. Non solo
ma l’eccesso di consumismo che altro è se non un cercare di placare
l’angoscia del vuoto, l’angoscia della perdita, l’angoscia della propria
mortalità? Non c’è sostenibilità se non la finiamo con questa lotta
contro la mortalità e se non impariamo un senso dell’umano e del sociale
che veneri il rapporto stretto e necessario tra vita e morte. Hans Jonas parla
a questo proposito della benedizione della mortalità contro la prospettiva
di una società gerofila che non ha spazio per la memoria e per la natalità.

8. Nessun rispetto è possibile verso le generazioni future senza un
riconoscimento di quelle passate.
Questa condanna che pende sulle
generazioni future, questa forma di futuricidio che stiamo commettendo è
espressione di una rottura del senso di continuità storica tra
generazioni, tra stirpi. Il baratro sempre più grande che stiamo scavando
di fronte a noi è in gran parte il frutto della rottura delle relazioni con
le generazioni che ci hanno preceduto, a cui guardiamo con
presunzione e senza riconoscimento. La moderna civiltà occidentale (Vandana Shiva, Biopirateria. Il saccheggio della natura e dei saperi indigeni,
Cuen, Napoli, 1999, p. 61.
) infatti è in assoluto la prima che con la sua ideologia e la presunzione del
progresso e dello sviluppo universale si è affermata con un senso di
superiorità e di arroganza verso ciò che sta alle spalle e ha imposto
un giudizio sostanzialmente negativo sul passato creando una doppia
frattura nel legame verticale tra generazioni: avendo perduto il valore di
ciò che i morti hanno trasmesso ai vivi, abbiamo
contemporaneamente perso il valore di ciò che i vivi possono
trasmettere ai nascituri. In altre parole, avendo disconosciuto il senso
del debito che ci lega alle generazioni che ci hanno preceduto, non
possiamo che disconoscere il senso di responsabilità che ci lega alle
generazioni che ci seguiranno. Dobbiamo riconoscere senza mezzi termini
che per sentirsi responsabili di ciò che lasciamo alle generazioni
future, bisogna che queste generazioni siano già presenti almeno
nella nostra testa, insieme con le generazioni che ci hanno
preceduto e ci hanno affidato questo mondo. È difficile uscire dalla
condizione in cui ci troviamo. Ma non è impossibile. In fondo si tratta di un
mutamento dello sguardo. Non è certo un caso che in Occidente ci
raffiguriamo l’immagine del progresso pensandoci su un cammino in cui il
passato è qualcosa verso cui diamo le spalle e il futuro è qualcosa che si
stende di fronte a noi. Tutto al contrario i Sara, una popolazione di
religione animista del Ciad, pensano che quel che si trova dietro i
loro occhi e che essi non possono vedere sia il futuro, mentre il
passato si trova davanti, poiché è noto. Farò sicuramente inalberare
qualche neoilluminista, incapace di distinguere tra senso del radicamento e
inclinazione al conservatorismo, ma sono convinto che per far spazio alle
generazioni future non c’è altra strada che riconoscere, con più umile e
sottile comprensione, il rapporto che ci lega alle generazioni passate, e con
esso il legame tra vivi e morti, tra vivi e nascituri.

9. Nemmeno la parte più cosciente e responsabile può controllare il
tutto.
Oggi si pensa di poter controllare l’ambiente come sistema ecologico
studiando i livelli di inquinamento tollerabile, le trasformazioni e le
manipolazioni accettabili, internalizzando i costi dell’inquinamento e
delle operazioni di disinquinamento. In questo campo, gli approcci
sistemici e cibernetici hanno finito per rafforzare l’illusione
dell’esperto “eco-sistemico” che può tenere sotto controllo,
amministrare o indirizzare un sistema complesso (ancora l’illusione della
“finalità cosciente”) anziché indebolirla. Come ha notato Wolfgang Sachs,
«dopo tutto la teoria dei sistemi aspira a un controllo di
second’ordine nel suo tentativo di controllare (l’auto)controllo»
(Sachs, W. 1998, p. 52). Insomma l’idea di una regolazione cosciente ci
riporta di nuovo a un’epistemologia basata ancora sul controllo sulla
manipolazione che non mette affatto in discussione i propri presupposti
quantitativi. D’altra parte quei discorsi “pseudo ecologici” che fanno
leva sui concetti di “responsabilità ambientale”, “gestione
ecologica”, “sviluppo sostenibile” non fanno che rafforzare la
premessa implicita di un dualismo organismo/ambiente riducendo tutto
alla questione di maggior buona volontà. Ora il fondamento della crisi
ecologica non è quantitativo e non può essere affrontato nei termini di
“buona volontà”.

10. Non è ecologico puntare sull’autocontrollo. Inoltre come ha messo
in luce l’antropologo Gregory Bateson nel suo celebre testo sull’esperienza
degli alcolisti anonimi,3 esiste un paradosso nelle forme di dipendenza
(di alcool, di droga, di cibo, o di qualsiasi altra cosa): più ci si illude di
poter controllare il consumo e la dipendenza da quella cosa è più si
ricade nella dipendenza. Nelle forme di dipendenza non c’è un legame
diretto tra il riconoscimento che un dato comportamento di
dipendenza sia negativo e la possibilità di farne a meno e di
sciogliere la dipendenza. Il drogato o il tossico, sanno bene, almeno con
una parte di sé che quel determinato comportamento è negativo o
autodistruttivo, e che è bene smetterla; ma con un’altra parte di sé
pensano, che “solo una volta”, “solo un goccino”, “che cosa vuoi che
faccia”, cioè pensano di poter benissimo controllarsi, di poter
decidere come, quando e quanto consumare. Pensano magari questa è
veramente l’ultima volta, che non lo si farà più. Ma non è così, non funziona
così. Questa presunzione di autocontrollo razionale è uno degli ostacoli
principali per uscire dalla dipendenza. Per questo ogni volta che mettiamo
avanti una mentalità o un modo di ragionare che insiste sulla nostra
capacità di porci razionalmente dei limiti e di autocontrollarci,
finiamo in realtà per riconfermare con questa presunzione
razionale, un dualismo tra una mente pensante buona, innocente ed
ecologica, ed un’abitudine del nostro corpo o della nostra società a
sfruttare, a produrre, a consumare qualcosa. Per cambiare ottica
dovremmo cominciare a pensare allora che le situazioni in cui si
manifestano patologie nella produzione, nel consumo e quindi un
inquinamento sociale e ambientale sono solo i momenti di emergenza di
problemi che riguardano il nostro modo di ragionare nella
“normalità” della nostra ragione quotidiana. Per uscire dalla coazione a
ripetere dello stesso gesto dobbiamo perciò riconoscerci malati in senso più
profondo e renderci così disponibili a cambiare mentalità e stile di vita.

11. Il moralismo ecologico non ci aiuterà, anzi rischia di peggiorare le
cose.
Esso infatti rafforza il senso di colpa e l’angoscia. Ma l’angoscia
non può essere la fonte di cambiamenti profondi. Assai più
probabilmente ci spingerà verso misure protettive, verso coazioni a ripetere.

12. Non esistono limiti esterni “oggettivi”. Non si deve puntare a
limiti esterni ma interni ed impliciti.
L’idea del limite può essere
illusoria se si crede di potersi affidare a dei limiti oggettivi fuori di
sé, definiti scientificamente. In alcune città della toscana come Firenze o
Prato, si trovano sulle strade a maggior traffico dei pannelli elettronici
collegati a degli impianti di rilevazioni di emissioni. Nelle giornate meno
inquinate compare la scritta “Qualità dell’aria entro i limiti di legge”.
(Cfr. Gregory Bateson, La cibernetica dell”io’: una teoria dell’alcolismo, in
Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano, pp. 339-373.
)
Probabilmente non c’è nulla di altrettanto distante da una genuina coscienza
ecologica di questo tipo di messaggio. Questo tipo di “ecologismo” nasce
unicamente dalla percezione di una eccessiva ritorsione negativa delle
nostre azioni su noi stessi, una ritorsione che si manifesterebbe nel
breve periodo piuttosto che su un lasso di più ampio come accade
stando nei limiti di legge. Una nozione di limite in questo senso è
mortifera, ovvero è dettata in fondo dalla paura, da un’ossessione
verso la morte che ci spinge a controllare di continuo i valori ambientali
per tranquillizzarci un poco e non dall’amore e dal gusto per un ambiente
pulito, salubre, piacevole, bello. Del resto questo tipo di problemi lo si può
osservare continuamente anche nella nostra quotidianità. Come sa bene chi
è abituato a viaggiare in macchina, ogni volta che si fissa un valore
limite di velocità, nella nostra mentalità, esso diventa immediatamente il
valore da raggiungere e dopo un po’ anche un valore che si può sorpassare
almeno di quel poco per cui di solito le autorità chiudono un occhio e ti
risparmiano la multa. Per non parlare di quelli che se ne fregano bellamente
perché tanto la probabilità di essere beccati è piuttosto bassa e comunque si
hanno i soldi necessari per pagare la multa senza scomporsi più di tanto. La
questione quindi non è quella di stabilire un limite esterno, ma chiedersi
perché la nostra civiltà ha bisogno di costruire macchine con motori
talmente potenti da raggiungere i 180/200 all’ora se si è capito che
oltre una certa velocità i rischi sociali e l’inquinamento crescono
eccessivamente rispetto ai benefici. Si tratta allora di comprendere i
limiti del nostro modo di pensare e di essere, prima che nelle nostre
azioni. Probabilmente per questo tipo di cambiamento sarà necessaria una
vera e propria conversione spirituale della nostra civiltà.

13. Siamo dipendenti da questo sistema e non abbiamo altre
alternative che disintossicarci.
L’avrete capito a questo punto, ritengo
che l’accesso all’epoca del doposviluppo dev’essere pensato come
qualcosa di simile al processo di disapprendimento e di
disintossicazione. Ci si deve disabituare a uno stile di vita e anche a una
forma mentale e psicologica. La cultura dello sviluppo si costituisce in
diverse dimensioni di dipendenza:
Una dimensione di dipendenza politica. Il consenso è legato alla
promessa di un miglioramento del proprio status socioeconomico. Il
benessere dello sviluppo è qualcosa di posizionale, ovvero si misura in
rapporto a quelli che stanno peggio (Hirsh). la decrescita non è un
obiettivo politico attraente. A meno che non si riesca a far emergere la
dimensione di liberazione implicita in questa proposta.
Una dimensione di dipendenza simbolico-antropologica: senza
l’idea di progresso, sviluppo e crescita si apre un angoscia del vuoto (VD
al di là dello sviluppo). Nella maggioranza delle persone in Occidente c’è
una forma di difesa rispetto all’idea di sviluppo nonostante le sue
contraddizioni e i suoi risultati, dovuta alla paura di abbandonare un
riferimento ideale per quale si è tanto impegnato, si è tanto lottato, si è
tanto sacrificato. Abbandonare il mito dello sviluppo significa confrontarsi
con il senso di vuoto, di spaesamento, di mancanza di prospettiva.
Una dimensione di dipendenza materiale: economia, organizzazione,
spostamenti, servizi. È evidente che l’intera organizzazione materiale
attorno a noi risponde alle logiche di una società di crescita. Il
cambiamento delle abitudini si deve confrontare con le resistende
dell’organizzazione materiale.
Una dimensione di dipendenza psicologica: il consumo come
bisogno emotivo, relazionale, identitario; gli oggetti come appendici
dell’io dell’uomo moderno.
Il quarto livello è il più difficile da affrontare. Nel complesso dunque per
quanto possiamo certamente cercare di autolimitarci, tuttavia rispetto a
questo genere di cose il semplice volontarismo può avere un impatto molto
limitato.

14. La razionalità finalizzata senza correttivi è patogena e
distruttrice.
Bateson considera che «la pura razionalità finalizzata,
senza l’aiuto di fenomeni come l’arte, la religione, il sogno, e simili,
è di necessità patogena e distruttrice di vita; e che la sua virulenza
scaturisce specificatamente dalla circostanza che la vita dipende da circuiti
di contingenze interconnessi, mentre la coscienza può vedere solo quei
brevi archi di tali circuiti sui quali il finalismo umano può intervenire»
(Bateson, 1972a, trad. it. p. 181). Secondo Bateson nella tradizione
occidentale c’è un’irriflessa presunzione per cui la parte conscia della
nostra vita psichica vanterebbe una specie di superiorità rispetto a
quella inconscia. La parte conscia sarebbe quella normale e superiore,
mentre quella inconscia sarebbe misteriosa e inferiore. Così per esempio nel
pensiero di Freud, c’è l’idea che la normalità sia nella ragione conscia
mentre l’inconscio è spiegato con l’immagine della rimozione. Bateson
invece è convinto esattamente del contrario, ovvero che nei sistemi viventi
e nei processi comunicativi, la parte non cosciente sia primaria e
fondamentale mentre quella conscia non sia che una riduzione limitata di
processi più generali: «La poesia non è un tipo distorto e ornato di
prosa; piuttosto la prosa è poesia spogliata e inchiodata al letto di
Procuste della logica» (Stile, grazia e informazione nell’arte primitiva, in
Bateson, 1972a, trad. it. p. 169
). E ancora se Freud e gran parte della
psicologia post-freudiana sembrano ritenere vantaggioso un accrescimento
della coscienza e del controllo razionale, Bateson ritiene che questa opinione
sia al contrario il prodotto di un’epistemologia totalmente distorta,
un’opinione distorta di cos’è l’essere umano o qualsiasi altro organismo. La
coscienza infatti deve essere limitata innanzitutto per ragioni meccaniche,
poi perché la non coscienza associata all’abitudine rappresenta un’economia
di pensiero, inoltre per garantire una migliore abilità tecnica in qualsivoglia
esecuzione. La coscienza ha intrinsecamente dei limiti quantitativi
ma anche qualitativi. Non è affatto vero da questo punto di vista che
una maggior consapevolezza determini una maggior armonia o
salute con se stessi e l’ambiente più ampio. Il contenuto della
coscienza infatti riguarda tutt’al più solamente un aspetto della verità più
ampia sull’io. Così il progetto di una maggiore consapevolezza, senza
un reale mutamento di paradigma, rischia di rinforzare certe
premesse piuttosto che superarle. Per Bateson, ciò che lo schermo della
coscienza, in quanto elemento parziale, non potrà mai apprezzare
completamente è la natura sistemica della mente: «la coscienza […] è
organizzata in termini di finalità. Essa ci fornisce una scorciatoia che
ci permette di giungere presto a ciò che vogliamo; non di agire con la
massima saggezza per vivere, ma di seguire il più breve cammino logico o
causale per ottenere ciò che si desidera appresso, e può essere il pranzo, o
una sonata di Beethoven, o un rapporto sessuale. Può soprattutto essere il
denaro o il potere» (Finalità cosciente e natura, in Bateson, 1972, trad. it.
p. 448
). Nella pianificazione si perde il presente e la sua libertà si impone
una corazza rigida alla realtà e alle persone. Il paradosso della
pianificazione – ha scritto il geografo Gunnar Olson (Olson, 1991) è che un
dirigismo intenzionale non porta a soluzioni definitive ma piuttosto a un
maggior dirigismo. Non è che la pianificazione non produca effettivamente
dei cambiamenti significativi, bensì che i cambiamenti che produce
assumono una certa forma rigida e violenta perché non nascono
dall’evolversi di determinati rapporti sotto lo stimolo di un certo impegno
ma dal tentativo di adattare la realtà e le persone a una mappa predefinita.
Come ha notato Margaret Mead: «Ogni immagine dettagliata del fine,
ogni programma stabilito del futuro, di un modo di vita
assolutamente desiderabile, è stato sempre accompagnato dalla
spietata manipolazione degli esseri umani per adattarli, se necessario
con l’uso di oltraggi, torture e campi di concentramento, al modello
stabilito» (Lo studio comparativo delle culture e la coltivazione intenzionale
dei valori democratici, in Mead, 1970, p. 96
). Insomma dal punto di vista
ecologico, qualsiasi azione scelta con il criterio dell’utilità o dell’efficenza
rispetto al raggiungimento di un fine, senza tenere contro delle relazioni e
degli equilibri per lo più invisibili, può rivelarsi dannosa e controproducente
una volta che la si esamini da un punto di vista ambientale, spaziale e
temporale più vasto. Dunque oggi «l’uomo cosciente, in quanto
modificatore del suo ambiente, è ora pienamente in grado di
devastare se stesso e quell’ambiente… con le migliori intenzioni
coscienti» (Bateson 1972a, trad. it. p. 462). Insomma Bateson propone una
maggior umiltà, non come un principio morale, ma come elemento di una
filosofia o di una epistemologia più ecologica ovvero più saggia. Dunque il
cambiamento più profondo dal punto di vista ecologico sarà
inconsapevole e non cosciente.

15. La sostenibilità più che nei processi energetico-materiali si
costituisce nell’universo simbolico e nell’immaginario.
Non ha senso
pensare di contrastare il materialismo o l’utilitarismo proponendo
una riduzione pianificata del consumo materiale per ragioni di
opportunità. Non ha senso e non funzionerà perché rimane presa nella
stessa concezione riduzionista dell’umano e del sociale. Al contrario,
come sostiene lucidamente Wolfgang Sachs «Una “rivoluzione della
sufficienza” non può essere programmata né pianificata; per
realizzarla abbiamo bisogno di cambiamenti rapidi e sottili nel
pensiero culturale e nell’organizzazione istituzionale della società.
Perciò questo discorso sulla sostenibilità tende a concentrarsi più sui valori e
sugli schermi istituzionali, e quindi sull’universo simbolico della società,
mentre entrambe le prospettive, di astronauta e di contesto,
evidenziano i processi energetico-materiali e quindi il mondo delle
quantità materiali» (Wolfgang Sachs, “Ambiente e giustizia sociale. I
limiti della globalizzazione”, Editori Riuniti, 2002, p. 115
).

USCITE DI SICUREZZA
– pensiero laterale: (illuminazioni, shock, conversioni) occuparsi d’altro…
– trascurare lo scopo per poterlo raggiungere
– mettere al centro i legami sociali
– i legami con altri animali
– i legami con la natura
– pratiche cerimoniali (e rituali, ndr) : non ci si libera da soli ma insieme
Gregory Bateson sottolinea la presenza di diversi gradi di astrazione nei
processi di apprendimento coniando a questo proposito i neologismi “protoapprendimento”
o apprendimento primario e “deutero-apprendimento” o
apprendimento secondario. Nel saggio Le categorie logiche dell’apprendimento
e della comunicazione (Bateson, 1972a, trad. it. pp. 302-338), Bateson
svilupperà una classificazione completa che prevede:

  • Apprendimento 0, la semplice risposta a una differenza. Questo livello si caratterizza per la specificità della risposta, che non è suscettibile di correzione;
  • Apprendimento 1 o proto-apprendimento, il cambiamento nella specificità della risposta mediante correzione degli errori di scelta in un insieme di alternative (per esempio, il condizionamento pavloviano classico); Apprendimento 2 o deuteroapprendimento, il cambiamento nel processo dell’apprendimento primario attraverso una modificazione correttiva dell’insieme di alternative entro il quale si effettua la scelta: o un cambiamento nella segmentazione dell’esperienza o una suddivisione in contesti (o cornici), con cambiamenti nell’uso dei segnacontesto;
  • Apprendimento 3, il cambiamento dell’apprendimento secondario attraverso la modificazione correttiva nel sistema degli insiemi di alternative (insiemi di contesti) tra i quali si effettua la scelta (per esempio una profonda riorganizzazione del carattere in psicoterapia o nei fenomeni di conversione religiosa);
  • Apprendimento 4, sarebbe un cambiamento nell’Apprendimento 3, ma questo stadio, secondo Bateson, non è stato ancora raggiunto da nessun organismo adulto vivente sulla Terra.

Va notato che per Bateson il concetto di “io” si forma al livello di deuteroapprendimento
(apprendimento 2); mentre il passaggio tra l’apprendimento 2
e l’apprendimento 3 in cui una persona impara a percepire e a muoversi in
termini di insiemi di contesti, segna anche la perdita di rilevanza dell’”io”
personale che non fungerà più da “argomento cruciale”, nella segmentazione
dell’esperienza.
Il cambiamento psichico e antropologico legato al passaggio del doposviluppo
va collocato in relazione a quello che Bateson chiama Apprendimento terziario.
L’apprendimento terzario equivale ad una relativizzazione degli insiemi di
alternative, e alla connessione di elementi ritenuti divergenti e riguarda una
«competenza per modificare l’insieme di alternative che ha appreso ad
attendersi e a padroneggiare».
Dunque l’apprendimento terziario equivale a liberarsi da certe abitudini e a
ricostruire radicalmente l’esperienza. È un apprendere a disintossicarsi
Come è possibile? In che condizioni si verifica?
Per Bateson accade in psicoterapia o in esperienze di conversioni religiose in
forti shock cognitivi e morali (es. Germania post-nazista?)
È qualcosa di difficile da padroneggiare e da provocare. Inoltre è anche
rischioso e pericoloso.
Certamente è una forma di ristrutturazione profonda che si attua per shock,
per contatto con qualcosa di più grande di sé per forte stimolo sociale e
ambientale.
L’esperienza per esempio della percezione dell’unità del vivente.
In tutti i modi l’apprendimento 3 non è individuale, o quantomeno non avviene
semplicemente nella mente del singolo individuo. È piuttosto qualcosa che
avviene nelle relazioni e nelle interazioni tra più persone o soggetti
(cambiamento sociale o religioso).
Se si pone la questione del limite fuori di se, un limite esterno, una misura,
una regola eteronoma allora è una questione tecnica e politica. Ma se la
questione del limite è una questione di limite interno, ovvero di armonia di
riconoscimento di un equilibrio in sé allora il cambiamento non è solamente o
principalmente a livello politico. Anzi c’è una questione legata
all’inconsapevolezza. È un cambiamento che non può essere programmato.
Il cambiamento riguarda un passaggio dalla hybris ad un pensiero dell’umiltà.
La finalità cosciente può creare problemi molto più grossi, sconvolgendo gli
equilibri del corpo, della società e del mondo biologico attorno a noi. In effetti il
rapporto di forza tra la finalità cosciente dell’essere umano e l’ambiente è
enormemente cambiato, e secondo Bateson le idee che dominano oggi la nostra civiltà risalgono nella loro forma più
virulenta alla rivoluzione industriale. Esse si possono così riassumere:

  • a) Noi contro l’ambiente.
  • b) Noi contro altri uomini.
  • c) È il singolo (o la singola compagnia, o la singola nazione) che conta.
  • d) Possiamo avere un controllo unilaterale sull’ambiente e dobbiamo sforzarci di raggiungerlo.
  • e) Viviamo all’interno di una “frontiera” che si espande all’infinito.
  • f) Il determinismo economico è cosa ovvia e sensata.
  • g) La tecnica ci permetterà di attuarlo.

Noi sosteniamo che queste idee si sono semplicemente dimostrate false alla
luce delle grandi, ma in definitiva distruttive, conquiste della nostra tecnica
negli ultimi centocinquant’anni. Allo stesso modo esse si rivelano false alla
luce della moderna storia ecologica (Bateson, 1972a, trad. it. p. 514).

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