L’oceano delle scommesse contro il debito italiano.


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Finanza creativa. L’Italia al primo posto della classifica globale dei Cds, i derivati opachi che immunizzano dalla bancarotta. Con 240 miliardi di dollari, la protezione richiesta dagli investitori supera di gran lunga la Grecia, ferma a 78 miliardi

Nell’articolo: Il 39 per cento dei Cds circolanti sull’Italia sono detenuti da cinque soggetti: Paulson, Soros, Moore, Citadel e il fondo sovrano China investment corporation. Quattro hedge fund statunitensi e il principale veicolo d’investimento di Pechino sono attualmente su posizioni ribassiste nei confronti del nostro Paese.

Fabrizio Goria per “Il Riformista

Un oceano di strumenti finanziari derivati è pronto a scatenare uno tsunami in caso di un sussulto, politico o economico. Questa è la situazione italiana dei Credit default swap, i prodotti che immunizzano gli investitori contro il fallimento. Un oceano che per l’Italia vale quasi 240 miliardi di dollari, il 10 per cento dell’intero universo dei Cds. Più che sulla Grecia, sull’Irlanda o sulla Spagna, i mercati stanno puntando contro l’Italia.I dati della Depository trust & clearing corporation (Dtcc) lasciano poco spazio al buonumore. La Dtcc è la principale centrale di compensazione e garanzia dei derivati mondiali, in sostanza il depositario di quanto accade ogni giorni su mercati non regolamentati (Over-the-counter). Dai suoi report giornalieri emerge quanto poco i mercati credano nell’Italia. Non c’è nessuno peggio di noi. Al secondo posto c’è il Brasile, con circa 153 miliardi di dollari, mentre al terzo troviamo la Turchia, 132 miliardi. Il successivo Paese europeo in lista è la Spagna, quinta, con 110 miliardi di dollari sul groppone. La squinternata Grecia, impegnata nella difficile opera di riportare il suo deficit entro livelli di sostenibilità, è ferma a poco meno di 78 miliardi, che vale il decimo posto in classifica. Molto più staccate troviamo l’Irlanda, il Portogallo, il Regno Unito. Ogni giorno sui mercati non regolamentati si scambiano circa 575 milioni di dollari in protezione sul debito italiano. E sono, sempre secondo la Dtcc, solo 17 i soggetti che vendono questa immunizzazione: Bank of America Merrill Lynch, Barclays, BNP Paribas, Calyon, Citibank, Credit Suisse, Deutsche Bank, Goldman Sachs, HSBC, JPMorgan, Morgan Stanley, Natixis, Nomura, Royal Bank of Scotland, Société Générale, UBS e UniCredit.Nel caso dell’Italia tutti concorrono alla vendita dei Cds, UniCredit compresa. Con una media di 21 operazioni di copertura sul debito italiano, per le 17 regine dei derivati si aprono le porte delle commissioni. Infatti per ogni singola transazione le banche guadagnano cifre variabili rispetto all’entità. E non è nemmeno difficile capire chi siano gli scacchieri dietro a questa girandola di scommesse. Il Riformista ha potuto visionare alcuni documenti della International swaps and derivatives association (Isda), che riunisce i maggiori operatori di questo settore. Il 39 per cento dei Cds circolanti sull’Italia sono detenuti da cinque soggetti: Paulson, Soros, Moore, Citadel e il fondo sovrano China investment corporation. Quattro hedge fund statunitensi e il principale veicolo d’investimento di Pechino sono attualmente su posizioni ribassiste nei confronti del nostro Paese. E non sono i soli.

Il peso degli investitori si fa sentire sempre di più sul debito italiano. Gli oltre 1.800 miliardi di euro convincono poco i mercati, che hanno deciso di proteggersi dalle brutte sorprese. Dallo scorso marzo, quando erano stati accesi circa 5.600 contratti di protezione sui rischi italiani, si è passati a oltre 6.600 nelle ultime settimane. La scadenza media è di un anno, sintomo della percezione negativa che gli investitori hanno del nostro Paese. Colpa dei dissapori politici fra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini? Probabilmente una correlazione c’è.

Da inizio agosto a oggi il valore dei Cds sul debito italiano scambiati nei mercati Otc è aumentato con una dinamica senza precedenti. Dai 127 punti base registrati lo scorso 3 agosto si è passati ai 236 punti toccati tre giorni fa. Cifre che significano che per un Cds quinquennale del valore di 10 milioni di dollari occorre spendere circa 236mila dollari per garantirsi la protezione in caso di bancarotta italiana. Solo nel caso dei giorni neri di Atene, ai primi di maggio, si era verificata una simile escalation. E lo stesso discorso si può applicare all’ampiezza del differenziale di rendimento fra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi, storico benchmark di solidità.

Il quadro delineato dalla Dtcc non deve stupire. Due giorni fa la Banca dei regolamenti internazionali ha presentato la sua ricerca triennale sui derivati mondiali, a cui hanno partecipato 53 banche centrali nazionali. Nonostante il terremoto dei subprime, il collasso di Lehman Brothers e il lento andamento da zombie degli istituti di credito statunitensi, i volumi dei derivati scambiati sono aumentati. Solo nel mercato valutario c’erano transazioni quotidiane per 3.300 miliardi di dollari nel 2007. Nel 2010 sono stati superati i 4.000 miliardi. Le cose non vanno meglio per il segmento dei derivati sui tassi d’interesse, cresciuti nell’arco del 24 per cento nell’arco di un triennio, toccando i 2.100 miliardi di dollari scambiati ogni giorno.

Il G20 si è posto l’obiettivo di raggiungere a Seoul un accordo definitivo sulla regolamentazione della finanza creativa, ma la strada sembra ancora lunga. Demonizzati dai regolatori nonostante la loro utilità nel fornire liquidità ai mercati, i derivati non hanno ancora trovato un modo di coesistere coi governanti nel mondo dopo il collasso dei subprime. Forse perché è più facile criticarli che comprenderli.

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