Bioeconomia. Verso un’altra economia ecologicamente e socialmente sostenibile. Nicholas Georgescu-Roegen


Per la serie dedicata ai classici dell’antiutilitarismo e del pensiero economico della decrescita, propongo oggi un testo fondamentale (indispensabile per tutti coloro che sono chiamati ad occuparsi delle risorse del territorio che hanno il compito di governare ed amministrare) di Nicholas Georgescu-Roegen, curato da Mauro Bonaiuti il suo massimo studioso mondiale.

La teoria bioeconomica di Georgescu-Roegen rappresenta il primo e più rigoroso tentativo di articolare l’economia alle scienze della vita e, indirettamente, alle scienze sociali. Il presente contributo costituisce anzitutto un tentativo di dare alla teoria bioeconomica un carattere di maggior sistematicità, integrandola con gli sviluppi più significativi che si sono avuti in particolare nella biologia e nella teoria dei sistemi complessi. Di seguito una sintesi a cura di TecaLibri.

Otto tesi sui sistemi biologici

La teoria bioeconomica di Georgescu-Roegen ha rappresentato innanzitutto una critica radicale alla teoria neoclassica. Essa ha mostrato i limiti, essenzialmente di natura entropica, a cui è soggetto il processo di crescita/sviluppo economico. Se ogni attività economica comporta l’irreversibile degradazione di quantità crescenti di materia ed energia, ne discendono per l’economia due importanti conclusioni. La prima è di ordine pratico: l’obiettivo fondamentale dell’economia moderna, la crescita economica illimitata, risultando in contraddizione con le leggi fondamentali della natura, va abbandonato o, comunque, radicalmente rivisto. La seconda è di natura metodologica: la rappresentazione pendolare del processo economico, presentata in apertura di ogni manuale di economia, secondo la quale la domanda stimola la produzione, e quest’ultima fornisce il reddito necessario ad alimentare nuova domanda, in un processo reversibile e apparentemente in grado di riprodursi all’infinito, andrà sostituito da una rappresentazione circolare ed evolutiva, in cui il processo economico risulti radicato nell’ambiente biofisico che lo sostiene. In generale questa visione bioeconomica ci ricorda l’inevitabile carattere fisico, materiale di ogni processo economico, riportando la scienza economica delle rarefatte atmosfere della matematica, all’universo concreto del vivere quotidiano. In conclusione, se vogliamo distillare una filosofia dalla teoria bioeconomica, questa ci insegna che, in definitiva, la produzione di qualsiasi bene o servizio comporta un’opportunità in meno per gli esseri viventi che verranno dopo di noi. In altre parole il processo economico di produzione comporta inevitabilmente un «costo» (in termini di materia / energia degradata) e tale costo sarà sempre maggiore di zero. La natura, contrariamente a quanto ritenevano gli economisti classici, Marx compreso, non offre nulla gratis.

Nonostante questo contributo fondamentale per la creazione di una nuova economia, fondata su premesse epistemologiche profondamente diverse da quelle che caratterizzano la teoria standard, e nonostante il nome che Georgescu-Roegen stesso decise di attribuire a questa teoria, bioeconomia appunto, è evidente che queste conclusioni trovano il proprio fondamento epistemologico essenziale, più che nella biologia, nella termodinamica. Credo che, se vogliamo fare della bioeconomia un approccio ancora fecondo, in grado di porre in relazione scienze biologiche, economiche e sociali, occorra ripartire da qui.

Gregory Bateson ha affermato che la teoria dei sistemi rappresenta il frutto più grosso che l’uomo abbia staccato dall’albero della conoscenza negli ultimi duemila anni. Questa espressione può apparire enfatica, tuttavia essa esprime la convinzione che ci troviamo di fronte a un salto epistemologico, a un modo nuovo di interpretare i fenomeni biologici, economici e sociali e le loro relazioni. Quanto segue costituisce il tentativo di rivedere criticamente l’economia standard alla luce di alcuni princìpi fondamentali che, senza contraddire le leggi della termodinamica, caratterizzano i sistemi complessi. Questi sistemi, e in particolare quelli biologici ed ecologici, presentano alcune caratteristiche formali sulle quali vale la pena di soffermarsi. Le presenterò sotto forma di otto tesi, argomentandole brevemente.

L’economia politica come estensione della biologia

“L’azione della natura è complessa, e nulla si guadagna a lungo andare pretendendo che sia semplice e cercando di descriverla in una serie di proposizioni elementari”. A. Marshall, Principles of Economics, 1890

L’uomo, nella sua continua lotta per comprendere che cosa è e come funziona la natura, ha sempre cercato sostegno in qualche particolare fede epistemologica, qualche particolare dogma scientifico. Una successione di dogmi scientifici ha contrassegnato l’evoluzione del pensiero umano con periodi di mode epistemologiche e continuerà così anche in futuro. In ciascuno di questi periodi, gli scienziati non solo si sono sforzati di accumulare prove a favore del dogma dominante, ma lo hanno anche considerato servilmente come l’unica fonte di fertile ispirazione. Un esempio illuminante di questo culto per i dogmi (e in particolare delle sue possibili conseguenze) è dato dalla scienza economica, che è giunta a maturazione proprio nel momento in cui il dogma meccanicistico si trovava al suo apogeo. Quel dogma aveva già esercitato un dominio eccezionalmente forte sul pensiero scientifico per più di trecento anni. Ma, subito dopo, circa cento anni fa, esso fu respinto dalla fisica stessa per motivi propri di quella particolare scienza. Noi invece vi siamo ancora attaccati, anche se in modo surrettizio. Ci sono validi motivi per questo ostinato attaccamento della mente umana alla meccanica, o, più precisamente, alla locomozione.

L’idea che la meccanica faciliti la via alle tecniche umane ha radici molto antiche. Gli stupendi orologi che adornavano cattedrali e palazzi lo annunciavano quotidianamente, molto prima ancora che Leonardo da Vinci con le sue «macchine per volare» sostenesse che l’uomo deve riuscire a riprodurre il meccanismo rappresentato da un uccello in volo. Descartes, che nel secolo successivo nel suo De l’homme sostenne che «il corpo vivente è una macchina […] né più né meno che il movimento di un orologio o di qualsiasi altro automatismo», non fece che mettere in forma esplicita un pensiero che già da lungo tempo era diventato per molti un elementare articolo di fede. Ma senza Copernico, Keplero, Galileo e Newton – per ricordare soltanto i primi architetti della meccanica classica – il dogma meccanicistico non avrebbe conquistato quella supremazia scientifica e filosofica che Laplace espresse in modo così deciso nella sua famosa apoteosi della meccanica. Ogni cosa nel mondo, sia nel passato che nel presente o nel futuro – egli affermava con un orgoglio che rifletteva il clima di tutti i circoli scientifici di quel tempo – è completamente determinata dalle leggi fondamentali della meccanica. Laplace riconosceva che soltanto una mente demiurgica potrebbe effettivamente determinare le condizioni iniziali di ogni particella dell’universo, e inoltre risolvere il colossale sistema di equazioni che governa i movimenti di queste particelle. Tuttavia, le situazioni ripetitive in cui la previsione di un evento particolare dipende soltanto dalla soluzione di poche equazioni dimostravano in modo spettacolare la validità del dogma meccanicistico. La più spettacolare di queste testimonianze favorevoli si verificò nel 1846 quando meno di un mese dopo che Urbain Leverrier aveva annunciato all’Academie Française l’esistenza e la probabile posizione di un nuovo pianeta, le osservazioni di Johann Galle dell’osservatorio astronomico di Berlino confermarono in toto i risultati raggiunti da Leverrier con carta e matita.

Fu un bel sogno quello che la scoperta di Nettuno in questo modo ispirò a tutti gli scienziati sociali, e particolarmente agli economisti! Semplicemente sedersi a un tavolino con carta e matita e prevedere che cosa farà la borsa domani, o meglio ancora, che cosa farà di qui a un anno. Non c’è da stupirsi allora che, vivendo in quel periodo del XIX secolo, i pionieri della scienza economica fossero portati – ciascuno a suo modo e con vari gradi di consapevolezza – a considerare la meccanica come il modello di qualsiasi disciplina che meritasse il nome di scienza. Molti ammisero apertamente che l’economia non può essere concepita altrimenti che come «la meccanica dell’utilità e dell’interesse egoistico» – come W. Stanley Jevons definì in modo particolarmente netto questa posizione. Persino il grande Vilfredo Pareto, per quanto grande fosse anche come sociologo, fu mosso, in quanto economista, dalla stessa fede meccanicistica. Ma il fatto che il corpo principale dell’economia sia rimasto completamente fedele alla vecchia posizione meccanicistica anche al giorno d’oggi non ha una giustificazione altrettanto semplice. Certamente c’è il fatto, su cui insisteva Lord Kelvin, che la mente umana capisce meglio un fenomeno se esso è descritto per mezzo di un modello meccanico. Dopotutto, la natura umana è tale che noi possiamo agire soltanto spingendo o tirando sul mondo materiale esterno. Ma questa nostra manchevolezza non è un buon motivo perché la scienza ne resti sempre vincolata.

Una causa più plausibile dell’inerzia epistemologica che caratterizza l’economia moderna sembra essere una malintesa economia di sforzo intellettuale. Qualsiasi modello che (come tutti i modelli economici) implichi un principio di conservazione del tipo «niente si crea, niente si distrugge, tutto si trasforma», insieme con una regola di massimizzazione, costituisce un analogo meccanicistico della struttura più semplice possibile, un sistema ridotto ai suoi aspetti cinematici. In realtà, la maggior parte dei modelli economici non sono nemmeno cinematici, perché non sono correlati al tempo in alcun modo preciso. Con questi modelli veniva data via libera a un abuso dell’astrazione che trasformò gradualmente la teoria economica in un ricco terreno di caccia per gli amanti degli esercizi di matematica pura. Questo è un pessimo risultato, perché, come disse esplicitamente proprio un famoso ingegnere, la matematica può essere un sostituto troppo facile per il compito solitamente arduo di affrontare i fenomeni reali.

[…]

È tuttavia il lavoro di Schumpeter che mostra l’analogia fra lo sviluppo economico e l’evoluzione biologica nel modo più chiaro e stringente. Schumpeter vede l’origine dello sviluppo economico nel flusso perenne ma discontinuo delle innovazioni tecniche spontanee […]. Le innovazioni sono per il processo economico ciò che le mutazioni sono per l’evoluzione biologica. Come ogni mutazione favorevole, un’innovazione che ha successo è portatrice, all’origine, di un vantaggio economico, ma proprio come quello della mutazione, esso non dura a lungo. Come la mutazione favorevole, l’innovazione che ha successo finisce col diffondersi all’intero processo, cessando allora di rappresentare un vantaggio darwiniano. La concezione schumpeteriana è biologica in misura veramente sorprendente. Egli riconosceva espressamente che il processo economico subisce cambiamenti piccoli e reversibili – quali si scorgono chiaramente nella realtà. Ma insisteva che solo le innovazioni discontinue, che non possono essere ridotte a una successione di cambiamenti piccoli e reversibili, sono responsabili dell’evoluzione unidirezionale del processo economico. Il punto che desidero sottoporre alla vostra attenzione è che anche un acuto biologo, Richard Goldschmidt, insisteva sul fatto che l’evoluzione biologica non può essere spiegata solo da piccole mutazioni (che per loro natura sono reversibili) ma che essa richiede l’emergere accidentale di un «mostro ben riuscito» (a successful monster), come fu il primo uccello apparso fra i pesci primitivi, per esempio.

Malgrado la sua brevità, questo excursus mostra non solo che esiste un forte isomorfismo fra il mondo biologico e quello economico, ma che attraverso questo isomorfismo possiamo arrivare a una comprensione del processo economico migliore di quella che ci offre la concezione meccanicistica.

[…]

Il problema dell’ambiente è in gran parte biologico, perché nella nostra corsa per le risorse minerarie, non cambiamo soltanto la struttura geologica della terra, ma anche la biosfera. Inoltre, nella nostra lotta per la vita, diamo battaglia alle altre specie, sia perché ci forniscono cibo sia perché vivono delle nostre stesse risorse alimentari. Un esempio che mostra quanto sia intricato questo problema è la sostituzione quasi completa degli animali da tiro (un motore biologico) con il trattore (uno strumento esosomatico). È importante capire che la causa di questa sostituzione non è tecnologica, ma biologica – la concorrenza fra gli animali da tiro e l’uomo, che devono essere alimentati entrambi dallo stesso pezzo di terra.

Un ramo della fisica, la termodinamica, ci dice con una delle sue leggi – la legge di entropia – che non esiste una via di uscita al problema esosomatico. A parte l’energia solare, tutta l’energia e tutti i materiali consumati da una generazione per produrre armamenti, automobili stravaganti, motocarrozzette per i giocatori di golf e altre assurdità esosomatiche di questo tipo, significano meno aratri per le generazioni future. L’entusiasmo con cui abbiamo salutato la scoperta della produzione di proteine alimentari dall’olio grezzo è completamente fuori luogo. Dovremmo invece cercare di produrre benzina da fonti vegetali. È difficile immaginare che cosa farebbe il genere umano se diventasse consapevole di questo irrevocabile esaurimento delle risorse minerali e della loro crescente trasformazione in materiale di scarto e inquinante. Forse, il genere umano preferirà avere una vita breve ma eccitante e stravagante, piuttosto che una vita lunga ma monotona, come quella dell’ameba.

Spero di aver provato in questa conferenza che la vita esosomatica dell’uomo è un’estensione della sua precedente esistenza puramente biologica e quindi che, anche se i problemi connessi con l’attività esosomatica non sono tutti di natura puramente biologica, i più profondi lo sono. Aveva quindi ragione Marshall quando affermava che «la Mecca dell’economista è la biologia economica, piuttosto che la dinamica economica». La difficoltà di questa raccomandazione è che richiede studi sul carattere evolutivo del processo economico. Ma portare a compimento uno studio sull’evoluzione non è così facile come baloccarsi con un semplice modello dinamico lineare. Questo è forse il motivo per cui fra gli economisti esiste ancor oggi la tendenza, della quale si lamentava Schumpeter, a screditare e rinnegare studi evoluzionistici.

Il programma bioeconomico minimale

Primo, la produzione di tutti i mezzi bellici, non solo la guerra, dovrebbe essere completamente proibita. È assolutamente assurdo (e ipocrita) continuare a coltivare tabacco se per ammissione generale nessuno intende fumare. Le nazioni così sviluppate da essere le maggiori produttrici di armamenti dovrebbero riuscire senza difficoltà a raggiungere un accordo su questa proibizione se, come sostengono, hanno abbastanza saggezza da guidare il genere umano. L’arresto della produzione di tutti i mezzi bellici non solo eliminerebbe almeno le uccisioni di massa con armi sofisticate, ma renderebbe anche disponibili forze immensamente produttive senza far abbassare il tenore di vita nei paesi corrispondenti.

Secondo, utilizzando queste forze produttive e con ulteriori misure ben pianificate e franche, bisogna aiutare le nazioni in via di sviluppo ad arrivare il più velocemente possibile a un tenore di vita buono (non lussuoso). Tanto i paesi ricchi quanto quelli poveri devono effettivamente partecipare agli sforzi richiesti da questa trasformazione e accettare la necessità di un cambiamento radicale nelle loro visioni polarizzate della vita.

Terzo, il genere umano dovrebbe gradualmente ridurre la propria popolazione portandola a un livello in cui l’alimentazione possa essere adeguatamente fornita dalla sola agricoltura organica. Naturalmente le nazioni che adesso hanno un notevole tasso di sviluppo demografico dovranno impegnarsi duramente per raggiungere risultati in tal senso il più rapidamente possibile.

Quarto, finché l’uso diretto dell’energia solare non diventa un bene generale o non si ottiene la fusione controllata, ogni spreco di energia per surriscaldamento, superraffreddamento, superaccelerazione, superilluminazione ecc. dovrebbe essere attentamente evitato e, se necessario, rigidamente regolamentato.

Quinto, dobbiamo curarci dalla passione morbosa per i congegni stravaganti, splendidamente illustrata da un oggetto contraddittorio come l’automobilina per il golf, e per splendori pachidermici come le automobili che non entrano nel garage. Se ci riusciremo, i costruttori smetteranno di produrre simili «beni».

Sesto, dobbiamo liberarci anche della moda, quella «malattia della mente umana», come la chiamò l’abate Fernando Galiani nel suo famoso Della moneta (1750). È veramente una malattia della mente gettar via una giacca o un mobile quando possono ancora servire al loro scopo specifico. Acquistare una macchina «nuova» ogni anno e arredare la casa ogni due è un crimine bioeconomico. Altri autori hanno già proposto di fabbricare gli oggetti in modo che durino più a lungo (per esempio, Hibbard 1968, p. 146). Ma è ancor più importante che i consumatori si rieduchino da sé così da disprezzare la moda. I produttori dovrebbero allora concentrarsi sulla durabilità.

Settimo (strettamente collegato al punto precedente), i beni devono essere resi più durevoli tramite una progettazione che consenta poi di ripararli. (Per fare un esempio pratico, al giorno d’oggi molte volte dobbiamo buttar via un paio di scarpe solo perché si è rotto un laccio).

Ottavo (in assoluta armonia con tutte le considerazioni precedenti), dovremmo curarci per liberarci di quella che chiamo «la circumdrome del rasoio», che consiste nel radersi più in fretta per aver più tempo per lavorare a una macchina che rada più in fretta per poi aver più tempo per lavorare a una macchina che rada ancora più in fretta, e cosi via, ad infinitum. Questo cambiamento richiederà un gran numero di ripudi da parte di tutti quegli ambienti professionali che hanno attirato l’uomo in questa vuota regressione senza limiti. Dobbiamo renderci conto che un prerequisito importante per una buona vita è una quantità considerevole di tempo libero trascorso in modo intelligente.

Studiate su carta, in astratto, queste esortazioni sembrerebbero, nel loro insieme, ragionevoli a chiunque fosse disposto a esaminare la logica su cui poggiano. Ma da quando ho cominciato a interessarmi della natura entropica del processo economico, non riesco a liberarmi di un’idea: è disposto il genere umano a prendere in considerazione un programma che implichi una limitazione della sua assuefazione alle comodità esosomatiche? Forse il destino dell’uomo è quello di avere una vita breve, ma ardente, eccitante e stravagante piuttosto che un’esistenza lunga, monotona e vegetativa. Siano le altre specie – le amebe, per esempio – che non hanno ambizioni spirituali, a ereditare una terra ancora immersa in un oceano di luce solare.

Quo vadis homo sapiens-sapiens?

I fatti dei mesi scorsi [1991, N.d.R.] nel Golfo Persico mi hanno riportato con la mente a undici anni fa quando, durante un’intervista insieme ad altri venti economisti per il «New York Times», feci una dichiarazione singolare. Dissi che la questione più allarmante per la nostra economia – anzi, per la nostra specie – non riguardava tanto le preoccupazioni relative all’inflazione o alla disoccupazione, le quali allora come oggi monopolizzavano l’attenzione degli economisti, quanto il rapido esaurimento dei carburanti fossili, specialmente del petrolio, la più importante fonte di energia dei tempi moderni. Conclusi dicendo: «Se non verrà presto realizzata un’azione seriamente concertata [per razionalizzare la produzione e la distribuzione dei carburanti fossili], i missili probabilmente voleranno per assicurarsi il possesso dell’ultima goccia di petrolio.»

Era la conclusione di una riflessione più ampia, secondo cui la sostanza del processo economico è essenzialmente biologica: conclusione che sarebbe diventata il credo della mia vita. Jiri Zeman, dell’Accademia cecoslovacca, affascinato da questa impostazione, pensò giustamente di denominarla bioeconomia, e io ne fui d’accordo. Negli ultimi venti anni ho dedicato tutti i miei sforzi di ricerca a questo tema e alle sue conseguenze ecologiche, per mettere a punto un programma bioeconomico che attenuasse gli effetti delle inevitabili calamità ecologiche, le quali altrimenti renderebbero la sopravvivenza della specie umana su questa terra la più breve tra tutte. Tristemente, la mia lotta non ha avuto alcuna influenza sostanziale sul chiassoso dibattito attorno al problema delle risorse naturali, sin da quando presagii l’embargo petrolifero del 1973-74. Molti sono stati i fattori responsabili della mancanza di riscontro nei confronti del mio modo di affrontare il problema dell’insufficienza delle risorse naturali, e verranno alla luce nel corso di questo scritto.

[…]

La prima volta che presentai un quadro completo della mia teoria bioeconomica fu nella Distinguished Lecture n. 1, all’Università dell’Alabama, il 3 dicembre 1970, dove enunciai i seguenti punti: 1) esiste una forte parentela fenomenologica tra il processo economico e il dominio biologico; 2) il processo economico costituisce un superamento evolutivo della biologia che caratterizza la specie umana; 3) occorre riconoscere che la biologia e l’economia si distinguono dagli altri domini della natura in quanto entrambe sono governate specificamente dalla legge di entropia, senza la quale esse non potrebbero essere compiutamente spiegate […].

Seguendo questa linea di ragionamento, un punto in particolare merita di essere enfatizzato: né la fisica, né la chimica, possono spiegare la scarsità economica. È la legge di entropia che costituisce la radice della scarsità, ma in un senso diverso rispetto alla scarsità che caratterizza la terra ricardiana (in quanto puro spazio territoriale). La scarsità entropica nasce dal «significato» che il flusso di materia ed energia disponibile acquisisce per la struttura vivente stessa. Ed è certo che tutte le strutture viventi «anelino» a questo flusso, perché altrimenti non potrebbero sopravvivere. Onestamente sospetto che anche le cellule viventi più elementari, mentre trasformano energia e materia disponibile in energia e materia non-disponibile – il processo sine qua non della vita – debbano «sentire» quel flusso entropico che noi uomini chiamiamo «godimento della vita».

Il mio punto di partenza includeva alcune idee che, oggi, solo alcuni studiosi di una certa età sarebbero in grado di riconoscere. A dire il vero, penso ancora al famoso, sorprendente, principio di Alfred Marshall secondo cui l’economia «è un ramo della biologia inteso in senso ampio», che poi sviluppai nella mia teoria secondo la quale il processo economico è parte integrante della biologia umana. Fui anche profondamente influenzato dall’osservazione seminale di Alfred Lotka secondo la quale gli esseri umani sono sostenuti da due tipi di organi: gli organi endosomatici, di cui essi sono dotati sin dalla nascita, e gli organi esosomatici, cioè quelli da loro prodotti e utilizzati. Se ci pensiamo, un essere proveniente da un altro mondo potrebbe non riconoscere la differenza tra la mano che spezza il pane e il coltello che lo taglia. I paleontologi hanno ampiamente descritto come gli esseri umani superarono l’evoluzione endosomatica nel momento in cui alcuni esemplari di homo sapiens cominciarono a costruire organi esosomatici con materiali quali la pietra, il legno e le ossa. In effetti il nostro istinto esosomatico deve essere stato ereditato da alcuni primati che, raccogliendo per caso un bastone dai boschi, cominciarono da quel momento in poi a portarselo appresso perché, si può supporre, sentivano che grazie al bastone il loro braccio era divenuto più lungo e potente. Per quanto attiene l’evoluzione culturale, Lamarck potrebbe essere ancor più esauriente.

La scintilla che mi permise di comprendere la stretta connessione tra l’economico e il biologico venne dal mio illustre maestro, Joseph A. Schumpeter, il quale, nel suo The Theory of the Economic Development, mi insegnò che l’evoluzione economica si basa sull’insorgenza di innovazioni discontinue. Come spiegò in una delle sue memorabili metafore, «aggiungete uno dopo l’altro tutti i vagoni postali che volete, non otterrete mai in questo modo una motrice». In altre parole, le innovazioni effettive sono mutazioni economiche non-darwiniane.

[…]

Nella mia lotta per la comprensione del significato di «entropia», ho capito che, per avere una comprensione limpida di questa legge, bisognava fare una distinzione ab initio tra due tipi di energia, i quali, seguendo la terminologia di Lord Kelvin, possono essere denominati energia disponibile ed energia non disponibile. La radice di questi concetti non è fisica ma fortemente antropomorfica, un caso curiosamente unico negli annali delle scienze naturali. L’energia disponibile è l’energia in uno stato tale che noi, esseri umani, potremmo – in questo caso sarebbe errato dire «possiamo» – utilizzare per le nostre specifiche esigenze, quali per esempio riscaldare, cucinare il cibo, cuocere i mattoni, oppure volare sulla luna. Viceversa l’energia non disponibile è un tipo di energia che non si può utilizzare. L’immagine classica usata da Lord Kelvin è quella dell’immensa energia contenuta nelle acque dell’oceano la quale, a dispetto della sua immensità, non può essere utilizzata né, diciamo, per muoversi su una barca, né tantomeno per altri fini.

Qui è però necessario fare una precisazione per non creare fraintendimenti. La terra è immersa in un mare cosmico di energia disponibile (il flusso dell’energia prodotta dal sole, per esempio) che non può essere utilizzata perché non è accessibile. Ecco dunque che l’energia che noi possiamo effettivamente utilizzare dovrà essere sia disponibile sia accessibile, una condizione fondamentale di cui nessun esperto di analisi energetica è veramente consapevole.

In base alle precedenti osservazioni si può quindi riassumere la legge di entropia in questo modo: l’energia disponibile degrada in modo costante e irrevocabile verso uno stato non disponibile, indipendentemente dal suo uso, più o meno consapevole. Essendo l’entropia un indice (in relazione con la temperatura) dell’energia non disponibile in un sistema isolato, un’espressione equivalente della legge di entropia si traduce in questa popolare formulazione: «Qualsiasi cosa si faccia, l’entropia in un dato sistema non può diminuire». Naturalmente è come dire che, da un punto di vista logico, l’entropia può rimanere costante, come accade in un sistema in equilibrio termodinamico, in cui nulla può accadere, oppure può aumentare, come succede di norma.

Vale la pena ribadire un aspetto spesso ignorato della legge di entropia. Se l’entropia di un sistema aumenta, è necessario rendersi conto che il confronto – che implica un «prima» e un «poi» – può essere stabilito solo dalla coscienza umana, prova questa dell’essenza antropomorfica della legge. Se non si comprende questo parallelismo unico – come invece accade spesso oggi – non si coglie la straordinaria idea di Arthur S. Eddington secondo cui la legge di entropia mostra «la freccia del tempo».

Che la legge di entropia sarà un giorno confutata, come è successo per molte leggi nella storia, è il ritornello preferito di molti ecologisti impegnati nel sostenere l’ottimismo di coloro che non riescono ad accettare la realtà per quello che è. Tuttavia la storia sta dalla parte della permanenza della validità della legge. Non a caso tutte le volte che una mano tocca una pentola bollente, è la mano a scottarsi e non la pentola, confermando così la legge di entropia. Come l’ha felicemente formulata Rudolf Clausius: «Il calore non può passare mai spontaneamente da un corpo più freddo a uno più caldo».

Approfondimenti:

Associazione Georgescu Roegen

Nicholas Georgescu-Roegen a cura di Giorgio NebbiaDecrescita_roegen_energia_e_miti_economici

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