ALTRI MONDI. Davanti all’azzardo siamo tutti uguali, Franco La Cecla


Franco La Cecla

FRANCO LA CECLA PER LA STAMPA –

L’azzardo è anzitutto una sfida, è un mettersi a repentaglio, un portarsi in una posizione dove il rovescio della fortuna, un rovescio di fortuna può travolgerci. Non è come camminare su un filo, ma è come camminare sul filo di un burrone, cioè ci si mette in una situazione che dalla normalità può trasformarsi nella assoluta rovina.
Rovinarsi è quello che accade nel gioco, intorno a un tavolo da roulette, in una bisca, di fronte al box delle scommesse sui cavalli da corsa. «Si rovinò al gioco!»: una frase che ha riempito i romanzi dell’Ottocento, dove il protagonista si «lascia» trascinare dalla passione del gioco fino a cadere nel più profondo abisso dei debiti e della prigione per debiti. In uno dei primi film muti indiani, Il lancio dei dadi, due ricchi maharaja sono immersi nel gioco dei dadi e uno dei due, ingenuo, più giovane, sarà rovinato dall’altro fino a perdere il regno, la moglie, e a cadere in schiavitù. Anche se il fido ciambellano lo salverà rivelando che i dadi sono truccati, all’eroina, la mite moglie, resterà il dubbio che il consorte possa sempre ricadere nella trappola dei numeri.

I dadi sono il modo con cui i numeri entrano nella vita del giocatore trasformandolo in qualcuno che si affida alle loro combinatorie, alla casualità solo apparentemente ordinata delle sorti. Il giocatore è colui che tratta i dadi come se da loro dipendesse il suo futuro, adempiendo il ritorno alla fonte: i dadi, i cauri africani, le carte sono strumenti di predizione. Essi fanno parlare la casualità facendola diventare destino. Chi gioca al casinò o alle scommesse cerca di utilizzare questa vocazione divinatoria, le carte saranno il mio futuro.

C’è in questo l’espletazione di una capacità umana di sfidare il destino proprio affidandosi a esso. Nell’azzardo c’è la dichiarazione priva di ipocrisie di non credere nel merito, nelle virtù e nemmeno nell’abilità, ma solo nelle beffe o nelle carezze del destino. Anzi, è il destino stesso che viene sfidato: esso è cieco, come un bambino che tira fuori i bussolotti dalla ruota della fortuna.

Derrida, leggendo il saggio sul dono di Marcel Mauss, avanza il sospetto che in ogni gioco d’azzardo ci sia in qualche modo il germe del «dono impossibile», il germe della dissipazione che è imparentata con il sacrificio e lo spreco, la dépense di Bataille. Il gioco è una forma di dono impersonale che affida le proprie fortune come offerta assoluta. Non a caso Derrida rilegge il potlach degli indiani Kwaiutl della British Columbia come una forma di devastazione volontaria che, pur passando attraverso gli obblighi economici della reciprocità, accenna però anche alla possibilità dello spreco come gesto puro. E dalla letteratura antropologica ci giungono casi, anche recenti, di gioco a dadi in Nuova Zelanda e in Nuova Guinea – gioco mutuato da contatti esterni alcuni decenni fa – dove il gioco funge da meccanismo riequilibratore. È un modo di livellare le fortune degli appartenenti alla comunità e di garantire una sostanziale eguaglianza.

Il gioco questa vocazione l’ha sempre avuta, anche in contesti «civilizzati», come nella Venezia del Seicento dove, nei casini e nei ridotti, era un modo di garantire una certa, apparente, uguaglianza tra i nobili, tra quelli arricchiti e quelli spiantati. Il partecipare al gioco di per sé dava uno statuto di appartenenza a una classe di privilegiati. Per questo nonostante i divieti, il giudizio moralmente negativo su di esso, il gioco divenne un momento propulsore della vita sociale, includendo anche le donne che vi svolsero un ruolo notevole. L’azzardo riveste una caratteristica di gratuità che dà ai suoi partecipanti una garanzia di livellamento. Non è dappertutto lo stesso.

Nella Russia degli espatriati ai tempi del Giocatore di Dostoevskij, ai nobili non era dato giocare e questa attività veniva mediata dai borghesi, dai meno nobili, disprezzati e invidiati allo stesso tempo per la loro vicinanza al denaro. Nella figura del «giocatore» si incarna quell’individualismo che alla Russia pre-rivoluzionaria sembrava un difetto imperdonabile. Il giocatore si trova a disporre di se stesso e a confondere i propri destini con quelli della pallina. C’è in questo un affronto a Dio, al dio che non sopporta nell’ortodossia tutto ciò che è legato alla meccanicità e al profitto del tempo, che detesta le banche, l’organo e l’orologio del campanile. Il giocatore si sostituisce alla teodicea, si appropria del destino nel male e nel bene e non crede più nella provvidenza misericordiosa.

Tra la roulette e le banche, tra le scommesse e quelle particolari scommesse della banca che sono i derivati il passo è brevissimo. Si può «giocare la natura» o la produzione prima ancora che essi si esprimano, come è avvenuto nel 1600 per la prima volta in Olanda con le scommesse derivate sulla raccolta dei tulipani. Ogni scommessa è una vendita del futuro e nello stesso tempo un suo comprometterlo, un negarne l’imprevedibilità. Il giocatore sfida con le sue proiezioni l’incertezza del futuro declinandola come una questione personale e non universale. Oggi si parla molto di randomness e dei disastri legati all’applicazione della teoria delle probabilità all’economia. Ma la stessa teoria non ha abolito l’azzardo, come un colpo di dadi non abolirà mai l’azzardo.

Sapendo che la parola azzardo viene dall’arabo e significa dadi allora ci si rende conto che l’azzardo è una tautologia, un circolo vizioso dentro il quale si nega al caso il suo potere affidandosi a esso. Per questo motivo i giocatori sono allo stesso tempo dei superstiziosi e dei dissacratori, e il loro peccato è di sostituirsi a Dio, come fanno gli indigeni che sanno che, non potendo avere a che fare direttamente con l’essere supremo, l’unica possibilità è mediare con un mondo in cui occorre trasformare ciò che accade in ciò che necessariamente è collegato a un sistema di coincidenze.

ALTRI MONDI.

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