Non sempre l’homo è solo oeconomicus – Il Sole 24 ORE


Tarari

L’esperimento è stato tentato diverse volte nei “laboratori” di economia sperimentale organizzati da Luigi Mittone, economista a Trento. E il risultato è piuttosto consolidato. Un gruppo di persone cerca di risolvere nel minor tempo possibile un puzzle, con una regola: se un giocatore è in difficoltà, un altro può aiutarlo, ma per farlo deve pagare qualcosa. Ebbene, si scopre che il comportamento altruistico è maggioritario. Perché un obiettivo comune riesce a imporsi sull’egoismo. La critica sperimentale dell’ipotesi tradizionale dell’homo oeconomicus è del resto rafforzata da decine di prove.

Forse, un periodo di crisi dell’economia favorisce l’emergere di questo genere di osservazioni. Non per nulla, nelle sale è appena uscito Niente paura, il film incoraggiante di Ligabue, mentre in libreria arriva la traduzione dell’ultimo libro di Muhammad Yunus, Si può fare, e a Riva del Garda si è appena conclusa una due giorni dedicata all’impresa sociale: «La crisi è un’opportunità per l’innovazione nella collaborazione», dice l’organizzatore Carlo Borzaga, presidente di Iris Network. Non sono slogan a base di ottimismo forzato: chi li propone appare dotato di un fortissimo pragmatismo. Si parte, in tutt’e tre i casi, dall’empatia per la sofferenza e si arriva alla conclusione che, invece di aspettarsi troppo dall’alto, le società possono organizzarsi per affrontare i loro problemi e magari risolverne un po’.

«La povertà non è colpa dei poveri», scrive ad esempio Yunus, premio Nobel per la Pace, fondatore della Grameen Bank e pioniere del microcredito. La sua idea è che, osservando come le persone siano insieme egoiste e altruiste, «ci rendiamo immediatamente conto di come ci sia bisogno di due tipi d’impresa, uno mirato all’arricchimento personale e uno dedicato all’aiuto degli altri». Il business sociale, quello portato avanti dal secondo tipo d’impresa, è altrettanto fondamentale del primo, può essere generatore d’innovazione ed efficienza quanto il primo e può rispondere a bisogni dei quali il primo non si può curare.

«Si danno molti modelli d’impresa sociale, come molti sono i contesti e i problemi economici da affrontare», spiega Borzaga. Ma anche le motivazioni di chi partecipa sono diverse. Lo dimostrano i diversi modelli di successo della collaborazione nei network sociali online. In qualche caso, esemplificato da Wikipedia, il grande progetto comune di arricchire la disponibilità di conoscenze per tutta la società motiva le persone a contribuire senza mettersi in mostra. E in altri casi, valgono molti progetti – personali e di piccoli gruppi – che si portano avanti donando tempo e attenzione in cambio di una soddisfazione immateriale come una forma di prestigio, di amicizia, di riconoscimento personale. È il modello di Facebook, piattaforma nella quale il concetto di dono è simile a quello teorizzato da Marcel Mauss e fondamentalmente situato non nel dominio della generosità ma dello scambio di favori.

Non sempre l’homo è solo oeconomicus – Il Sole 24 ORE.

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