Diffondere delle idee antiutilitariste – Diffuser des idées anti-utilitaristes


Diffondere delle idee antiutilitariste

Sono rare le riviste di scienze sociali, nate dopo l’euforia degli anni ’70, che hanno rinnovato così radicalmente il paesaggio editoriale francese, così da diventare, in pochi anni, un punto di riferimento. Niente dunque predisponeva La Revue du Mauss (Movimento anti-utilitarista nelle scienze sociali) ad un tale avvenire. Nato nel 1982, senza alcun sostegno finnaziario né istituzionale, il Bulletin du Mauss, come si chiamava all’inizio, ha iniziato in maniera modesta. Concepiti in modo artigianale, i primi numeri non erano destinati ad essere venduti. Si trattava essenzialmente di diffonderli perché servissero da bollettini di collegamento tra i ricercatori, al di fuori dei circuiti accademici. Le decine di librerie parigine contattate all’epoca –tra cui quella delle PUF/Presses Universitaires de France)- sarebbero dunque state sufficienti a farlo conoscere, soprattutto presso gli intellettuali stranieri di passaggio nella capitale, e ad assicurare il grosso delle vendite.

In effetti, l’ex- Bulletin du Mauss, diventato, a partire dal 1986, La Revue du Mauss (edizioni La Découverte), è nato da un sentimento di rivolta e dalla fronda di due universitari: il sociologo francese Alain Caillé e l’antropologo svizzero Gérald Berthoud. Il motivo? L’egemonia del modello economico nelle scienze sociali. I due uomini si incontrano nel 1981, in occasione di un convegno sul dono, al Centro Thomas-More, all’Abresle, vicino Lione. Essi sono stupefatti dal riproporsi del discorso dominante. Per i relatori – economisti, sociologi e psicoanalisti- il dono non esiste. Esiste solo il calcolo dell’interesse – cosciente e razionale per gli uni, nascosto nei sotterranei dell’inconscio per gli altri. Una rivelazione. Essi decidono allora di creare una associazione del tipo legge 1901 e di disporre, su questa traccia, di un organo di diffusione delle idee anti-utilitariste. Alain Caillé ha in testa un modello. Come vecchio assistente di Claude Lefort, cioè il cofondatore, con Cornelius Castoriadis, della rivista Socialisme ou barbarie – “Ciò che di più intelligente è stato pubblicato in Francia insieme a Texture et Libre, fino agli anni 1980” – egli è sensibile a questa tradizione intellettuale che rifiuta le divisioni disciplinari e la separazione tra l’ambito del pensiero e l’azione militante.

Per queste ragioni, la storia della rivista è dunque inseparabile dalla storia del movimento. Come lo indica il suo nome, il movimento anti-utilitarista è, all’inizio, un movimento di opposizione. L’antiutilitarismo è in primo luogo un anti-economicismo. Esso rifiuta la generalizzazione dell’homo oeconomicus come modello esplicativo di ogni azione umana. Esso contesta l’idea che non ci siano né società né gruppi, ma solo degli individui animati dai loro interessi egoisti. All’inizio degli anni ’80, quando il Mauss si costituisce, le scienze sociali sono sotto il diktat di questo modello. Soprattutto la sociologia. Raumond Boudon (l’individualismo metodologico), Michel Crozier (la logica delle organizzazioni) o, ciò che è più sorprendente, Pierre Bourdieu non sfuggono a questo modello. Bourdieu, infatti, non sviluppa una economia generale – spesso inconscia- della pratica? Peraltro questa situazione non è peculiare solo della Francia. Essa corrisponde ad una evoluzione generale del pensiero.

Uscendo dal suo proprio ambito, la scienza economica sembra, in effetti, aver invaso l’insieme delle discipline. Invece di limitarsi all’analisi dei mercati, dello scambio di beni e di servizi, essa si estende ormai a tutte le sfere dell’azione sociale. L’uomo è diventato “una macchina calcolatrice”, ossessionato da un’unica domanda: a che cosa (mi) serve questo? E’ conveniente sposarsi? Cosa può fruttare un crimine? Quale interesse ho a credere in Dio? Quale beneficio posso trarre da un diploma? Di fronte al dilagare di questa logica, gli anti-utilitaristi cercano dei contro-modelli. E li trovano in Marcel Mauss (1872-1950), figura tutelare del movimento – autore del mitico Saggio sul dono (1925). Che cosa dice Mauss, in effetti? Les società arcaiche non si fondano sullo scambio mercantile – che esse peraltro non ignorano affatto – ma su qualcosa di molto più complesso, che egli chiama la triplice obbligazione: dare, ricevere, ricambiare. Poiché ogni dono obbliga, il dono è un potente operatore sociale. Il dono in questione –bisogna precisarlo- non è quello che dipende dalla carità. Esso non è l’effetto di un altruismo opposto all’egoismo economico. Come spiega Alain Caillé, si tratta di un dono “agonistico”, di “una forma di guerra”, ma di una guerra “di generosità”. L’aspetto più importante tuttavia, e che, per stessa ammissione degli animatori del movimento, riassume meglio il loro progetto, sta nella conclusione del padre dell’antropologia moderna: l’uomo non è sempre un animale economico.

L’homo oeconomicus sarebbe dunque un’invenzione moderna. Una tesi ugualmente condivisa dall’economista e antropologo di origine ungherese Karl Polanyi (1886-1964), altra figura di riferimento del movimento. Contrariamente a ciò che pensa la maggioranza degli storici, egli sottolinea- “il mercato è un’istituzione recente”. Nella maggior parte delle società, l’economico è “incastrato” nel sociale, ciò che impedisce ogni autonomizzazione dell’homo oeconomicus. Esso resta così sotto controllo. Oggi, grazie ai due voluminosi numeri annuali, La Revue du Mauss ha dato la parola a più di centinaia di autori, pubblicato una cinquantina di opere e rivisitato alcuni grandi temi: la scuola, la democrazia, la cura, il sacrificio o il marxismo. Prendendo come bersaglio l’imperialismo del modello economico in tutti i campi del pensiero, essa ha annunciato il maremoto della globalizzazione. Il solo torto del Mauss non sarà stato alla fin fine quello di aver avuto ragione troppo presto?

Diffuser des idées anti-utilitaristes

Rares sont les revues de sciences sociales, nées après l’euphorie des années 1970, à avoir renouvelé aussi radicalement le paysage éditorial français, pour devenir, en quelques années, une revue de référence. Rien ne prédisposait pourtant La Revue du Mauss (Mouvement anti-utilitariste dans les sciences sociales) à un tel avenir. Né en 1982, sans aucun soutien financier ni institutionnel, le Bulletin du Mauss, comme il s’est d’abord appelé, a commencé modeste.

Conçus de façon artisanale, les premiers numéros n’étaient pas destinés à être vendus. Il s’agissait d’abord de les diffuser pour qu’ils servent de bulletins de liaison entre les chercheurs, hors des circuits académiques. La dizaine de librairies parisiennes contactées à l’époque – dont celle des PUF – auront ainsi suffi à le faire connaître, notamment auprès des intellectuels étrangers de passage dans la capitale, et à assurer le gros de ses ventes. En fait, l’ex-Bulletin du Mauss, devenu, à partir de 1986, La Revue du Mauss (éditions La Découverte), est né du sentiment de révolte et de la fronde de deux universitaires : le sociologue français Alain Caillé et l’anthropologue suisse Gérald Berthoud. Motif ? L’hégémonie du modèle économique dans les sciences sociales.

Les deux hommes se rencontrent en 1981, lors d’un colloque sur le don, au Centre Thomas-More, à L’Arbresle, près de Lyon. Ils sont stupéfaits par la récurrence du discours dominant. Pour les intervenants – économistes, sociologues et psychanalystes -, le don n’existe pas. Seul existe le calcul d’intérêt – conscient et rationnel pour les uns, enfoui dans les tréfonds de l’inconscient pour les autres. Un révélateur. Ils décident alors de créer une association type loi 1901 et de disposer, dans la foulée, d’un organe de diffusion des idées anti-utilitaristes. Alain Caillé a un modèle en tête. Ancien assistant de Claude Lefort, le cofondateur, avec Cornelius Castoriadis, de la revue Socialisme ou barbarie – “Ce qui s’est publié de plus intelligent en France avec Textures et Libre, jusque dans les années 1980” -, il est sensible à cette tradition intellectuelle refusant les cloisonnements disciplinaires et la séparation entre le champ de la pensée et l’action militante. Pour ces raisons, l’histoire de la revue est donc inséparable de l’histoire du mouvement.

Comme son nom l’indique, le mouvement anti-utilitariste est, au départ, un mouvement d’opposition. L’antiutilitarisme est d’abord un anti-économisme. Il refuse la généralisation de l’Homo oeconomicus comme modèle explicatif de toute action humaine. Il conteste l’idée qu’il n’y aurait ni sociétés ni groupes, mais seulement des individus animés par leurs intérêts égoïstes. Au début des années 1980, lorsque le Mauss se met en place, les sciences sociales sont sous le diktat de ce modèle. Notamment la sociologie. Raymond Boudon (l’individualisme méthodologique), Michel Crozier (la logique des organisations) ou, plus étonnant, Pierre Bourdieu n’y échappent pas. Bourdieu ne développe-t-il pas, en effet, une économie générale – souvent inconsciente – de la pratique ? En fait, cette situation n’est pas propre à la France. Elle correspond à une évolution mondiale de la pensée.

Sortant de son lit, la science économique semble, en effet, avoir envahi l’ensemble des disciplines. Au lieu de se cantonner à l’analyse des marchés, de l’échange des biens et des services, elle s’étend désormais à toutes les sphères de l’action sociale. L’homme est devenu “une machine à calculer”, obsédé par une question et une seule : à quoi ça (me) sert ? Est-il rentable de se marier ? Que peut rapporter un crime ? Quel intérêt ai-je à croire en Dieu ? Quel bénéfice puis-je tirer d’un diplôme ? Face à cette déferlante, les anti-utilitaristes se cherchent des contre-modèles. Ils les trouvent chez Marcel Mauss (1872-1950), figure tutélaire du mouvement – auteur du mythique Essai sur le don (1925). Que dit Mauss, en effet ? Les sociétés archaïques ne reposent pas sur l’échange marchand – qu’elles n’ignorent nullement -, mais sur quelque chose de beaucoup plus complexe, qu’il appelle la triple obligation : donner, recevoir, rendre. Parce que tout don oblige, le don est un puissant opérateur social. Le don en question, faut-il le préciser, ne relève pas de la charité. Il n’est pas l’effet d’un altruisme opposé à l’égoïsme économique.

Comme l’explique Alain Caillé, il s’agit d’un don “agonistique”, “une forme de guerre”, mais de guerre “de générosité”. Le plus important toutefois, et qui, de l’aveu même des animateurs du mouvement, résume au mieux leur projet, est dans la conclusion du père de l’anthropologie moderne : l’homme n’a pas toujours été un animal économique. L’Homo oeconomicus serait donc une invention moderne. Une thèse également partagée par l’économiste et anthropologue d’origine hongroise Karl Polanyi (1886-1964), autre figure de référence du mouvement. Contrairement à ce que pense la majorité des historiens, souligne-t-il, “le marché est une institution récente”. Dans la plupart des sociétés, l’économique est “encastré” dans le social, empêchant toute autonomisation de l’Homo oeconomicus. Il reste ainsi sous contrôle.

Aujourd’hui, à raison de deux volumineux numéros par an, La Revue du Mauss aura donné la parole à plusieurs centaines d’auteurs, édité une cinquantaine d’ouvrages et revisité quelques grands thèmes : l’école, la démocratie, le care, le sacrifice ou le marxisme. En prenant pour cible l’impérialisme du modèle économique dans tous les champs de la pensée, elle aura annoncé le raz-de-marée de la mondialisation. Le seul tort du Mauss n’aura-t-il pas été finalement d’avoir eu raison trop tôt ?

La Revue du Mauss. Direttore : Alain Caillé. Semestrale.

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