I monasteri del terzo millennio di Maurizio Pallante


Monastero Roussanou, Grecia

I monasteri del terzo millennio di Maurizio Pallante

Nel corso del XX secolo la vita monastica in occidente ha subìto un declino inarrestabile. La maggior parte dei monasteri non ospitano più tra le loro mura comunità religiose e l’afflusso dei pellegrini è stato sostituito da comitive di turisti che si limitano a visitarne chiese e chiostri, ascoltando più o meno attentamente qualche riassunto storico delle vicende che hanno attraversato, osservando più o meno distrattamente le loro strutture architettoniche e le opere d’arte che contengono. Le uniche funzioni religiose che ancora si celebrano al loro interno sono, di tanto in tanto, matrimoni di coppie attratte più dalla bellezza e dalla suggestione dei luoghi che da una sintonia spirituale con chi vi si rinchiudeva per scelta di vita. Lo stesso impegno delle Amministrazioni pubbliche e delle Sovrintendenze ai beni artistici e culturali a preservarne l’integrità, o a recuperarla nei limiti del possibile quando sia stata intaccata dall’incuria e dalla trascuratezza derivanti dall’abbandono, è motivato nei casi più nobili da ragioni di carattere storico-culturale, più spesso dalla speranza di trasformarli in attrattori di turismo che facciano confluire sulle economie locali flussi di denaro aggiuntivi rispetto a quelli attivati autonomamente. A chi li visiti cercando di ritrovare lo spirito che li animava per ricavarne elementi di riflessione e di meditazione, appaiono come conchiglie fossili, di cui sono sopravvissute le strutture ma non la vita che ospitavano.

Le cause di questo inarrestabile declino sono state ampiamente analizzate, a partire dalle riflessioni svolte da Max Weber sul disincanto del mondo operato dal razionalismo. Dalla seconda metà del Novecento lo sviluppo industriale, la diffusione del benessere e i successi della scienza hanno progressivamente cancellato dalla cultura individuale e collettiva il senso del sacro. La religiosità ha ceduto il posto a un atteggiamento materialistico, i valori della sobrietà e della temperanza sono stati sostituiti dal desiderio di avere sempre di più e sempre più in fretta. E non si è trattato semplicemente di un fenomeno culturale indotto, ma di una necessità intrinseca del modo di produzione industriale. La crescita della produttività e della produzione conseguenti allo sviluppo scientifico e tecnologico richiedevano infatti necessariamente una crescita della domanda di beni di consumo. L’identificazione del benessere sociale con la crescita del prodotto interno lordo non poteva non comportare la diffusione di una cultura edonistica. I fasci di luce gettati dal razionalismo non potevano che ridurre gli ambiti del mistero. Sotto la spinta esercitata da questi fenomeni l’influenza delle religioni si è progressivamente ridotta e, insieme al declino della fede, ha comportato anche un declino dei valori e dei modelli di comportamento che ad esse si ispiravano.

Ma davvero i monasteri del secondo millennio non hanno più nulla da insegnare agli uomini del terzo? Davvero possono essere tutt’al più recuperati in un’ottica museale semplicemente come testimonianza di un’epoca passata e ormai conclusa, di un modo di vivere superato dai progressi scientifici e tecnologici avvenuti negli ultimi tre secoli? Una visione della realtà improntata ai principi del realismo imporrebbe di crederlo. Tuttavia, prima di cedere a questa interpretazione che in base ai dati di fatto sembrerebbe ovvia, può essere utile analizzare i principi di fondo della vita monastica, per vedere se davvero non offrano nessuna indicazione alle generazioni presenti che, sotto la guida dell’occidente industrializzato e della sua irresistibile forza di attrazione nei confronti del resto del mondo, hanno appena varcato la soglia del terzo millennio con un fardello di problemi sempre più gravi a cui la cultura dominante non sa dare risposta. Tre sono i punti su cui sarebbe utile riflettere e da cui si potrebbero trarre utili indicazioni: il rapporto dei monaci con il territorio (il lavoro), con gli altri (l’economia e la socialità) e con se stessi (il senso della vita).

Dal punto di vista economico e produttivo i monasteri erano strutture tendenzialmente autosufficienti. Le competenze professionali dei frati e dei loro coadiutori laici erano variegate e in grado non solo di assicurare la soddisfazione dei bisogni interni, ma anche di offrire beni e servizi a una popolazione esterna limitrofa, di soddisfare le necessità contingenti di alimentazione e ricovero di viandanti e pellegrini, di provvedere all’ospitalità e alla cura di alcuni tipi di malati che vi si recavano appositamente (ad esempio gli afflitti dal fuoco di sant’Antonio nell’Abbazia di Sant’Antonio di Ranverso, in Valsusa, lungo la via francigena). La base della loro autosufficienza economica e produttiva era costituita dall’agricoltura praticata nei terreni circostanti di loro proprietà, dalla trasformazione dei prodotti agricoli sia per uso alimentare sia per uso terapeutico (erboristeria), dalle attività artigianali connesse. Si trattava in sostanza di strutture economiche finalizzate fondamentalmente alla produzione di valori d’uso per i propri aderenti, ma non chiuse nei confronti dell’esterno: accanto alla centralità della produzione dei valori d’uso vi era anche una produzione di valori di scambio che fornivano alle Abbazie e ai Monasteri il reddito monetario con cui potevano acquistare beni e servizi non altrimenti ottenibili (particolarmente rilevanti, da questo punto di vista, sono stati gli investimenti in edifici di particolare pregio architettonico e nelle opere d’arte che ancor oggi si possono ammirare).

Il modo di produzione industriale e l’economia mercantile hanno rovesciato questo rapporto tra produzione di valori d’uso e valori di scambio, ponendo la centralità sulla produzione dei valori di scambio e marginalizzando progressivamente la produzione di valori d’uso, fino a farla sparire quasi del tutto. L’unico residuo significativo che oggi permane è il lavoro femminile all’interno delle famiglie nucleari. Questo capovolgimento ha favorito lo sviluppo delle specializzazioni professionali e delle tecnologie determinando forti accrescimenti di produttività e produzione, ma in cambio ha ridotto l’autonomia delle persone nella soddisfazione dei loro bisogni vitali. Oggi, nelle società industriali, in particolar modo nelle città che ne sono il cuore, nessuno produce nulla di ciò che gli serve per vivere e tutti dipendono da altri per tutto. Il corrispettivo a livello culturale di questa situazione di assoluta interdipendenza reciproca è l’esasperazione crescente delle specializzazioni, che riduce sempre di più l’area di conoscenza di ogni individuo creando barriere insormontabili a ricostruire una visione d’insieme anche all’interno di ogni singola branca del sapere.

La centralità della produzione di valori d’uso in una struttura economica limitata territorialmente e finalizzata all’autosufficienza, richiede agli individui la capacità di svolgere, accanto al proprio lavoro principale, differenti mansioni, a volte in forma di collaborazione subordinata, e di costruire una rete di scambi fondati sul dono e sulla reciprocità. Ognuno mette a disposizione degli altri la propria competenza specifica e riceve in cambio le competenze specifiche altrui. In questo tipo di struttura economico-produttiva il dono non è il regalo rituale della società consumistica, né l’atto caritatevole che le religioni raccomandano ai fedeli per alleviare le condizioni di miseria in cui vivono i poveri: è uno scambio reciproco con alcune caratteristiche non scritte, ma ben definite: l’obbligo di dare, l’obbligo di ricevere, l’obbligo di restituire più di quanto si è ricevuto. Con queste caratteristiche il dono è una forma di scambio che crea legame sociale tra le persone coinvolte: io ho ricevuto da te e ti restituisco più di quanto mi hai dato; quando tu mi restituirai quanto ti ho dato in più, mi darai più di quanto hai ricevuto da me in modo che io sia nuovamente obbligato nei tuoi confronti e così via.

Senza andare tanto lontano nel tempo né presupporre la necessità di strutture comunitarie, in Italia questo tipo di scambi ha sostanziato la vita delle campagne fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, quando l’agricoltura è stata investita e trasformata dalla logica industriale e mercantile. Prima di allora le attività svolte dalle famiglie contadine non erano finalizzate principalmente a vendere ma a consumare quanto veniva prodotto, l’agricoltura non era separata dall’allevamento e in ogni podere familiare si coltivava un po’ di tutto, non solo in forme intensive il prodotto più facilmente commerciabile e redditizio. Nelle borgate e nelle frazioni rurali tutti gli uomini adulti attivi collaboravano nei lavori più impegnativi e faticosi che scandivano nel corso dell’anno l’attività agricola: mietitura e trebbiatura del grano, vendemmia, raccolta e scartocciatura del mais, preparazione della legna per l’inverno ecc.. Le prestazioni che gli artigiani locali — fabbro, falegname, cestaio, bottaio, impagliatore di sedie — svolgevano per i contadini venivano spesso scambiate con i prodotti agricoli. Tutti i capifamiglia destinavano una quota di tempo concordata per eseguire lavori di utilità pubblica: manutenzione delle strade e dei fossi, realizzazione di canali di deflusso dell’acqua piovana, sgombero e apertura di sentieri, gestione e uso comune degli stagni e degli acquitrini in cui veniva messa a macerare la canapa ecc.. Accanto a queste forme regolari di scambio non mercantile, particolarmente importante per i legami sociali della comunità contadina tradizionale era la norma non scritta, ma rigorosamente rispettata, che obbligava tutti i membri a prestare ogni forma di aiuto e assistenza alle famiglie che per svariate ragioni — morte o malattia di un componente, gravi danneggiamenti alla cascina, perdita del raccolto ecc.- non riuscivano temporaneamente sostenere la mole di lavoro richiesta dall’ordinaria conduzione del podere.

Nella società industriale e mercantile, in cui la centralità è stata assunta dalla produzione di valori di scambio, i rapporti di scambio tra le persone sono mediati dal mercato e, pertanto, diventano impersonali. Chiunque può comprare da chiunque e vendere a chiunque beni e servizi analoghi offerti da più produttori. La scelta avviene in base alla disponibilità economica degli acquirenti e alla convenienza dell’offerta (il rapporto prezzo-qualità). Mentre lo scambio fondato sul dono e sulla reciprocità crea legami sociali, lo scambio mercantile li distrugge. Toglie la rete di protezione della solidarietà mentre accresce la dipendenza di ogni individuo da altri per la soddisfazione dei propri bisogni vitali. Riduce l’autonomia degli individui inserendoli in un meccanismo di cui costituiscono semplici ingranaggi intercambiabili. Alla collaborazione sostituisce la concorrenza e la rivalità tra produttori, alla reciprocità l’indifferenza, alla centralità del rapporto interpersonale la centralità della merce.

La prevalenza della produzione di valori di scambio oltre a distruggere i legami sociali, modifica anche radicalmente il rapporto degli uomini con il mondo perché scioglie i legami col territorio. Se il fine dei produttori non è la soddisfazione dei propri bisogni vitali, ma vendere ciò che producono, il loro obiettivo di fondo è estendere il cerchio della propria potenziale clientela, da una parte riducendo i costi di produzione per battere i concorrenti, dall’altra allargando l’area territoriale in cui vendono ciò che producono. Pertanto il legame con il territorio in cui si svolgono l’attività produttiva diventa un limite. Devono andare oltre, sia per acquistare i fattori della produzione dove sono più convenienti economicamente, sia per trovare altri mercati. Gli aspetti positivi di questa evoluzione non si possono sottovalutare. L’allargamento della sfera mercantile ha consentito in primo luogo di accrescere la disponibilità di beni e servizi per quantità crescenti di popolazioni. Inoltre ha comportato una estensione degli orizzonti culturali di comunità e gruppi sociali precedentemente chiusi in una rete immutabile di relazioni soffocanti e nella rigida conservazione delle proprie tradizioni. Non bisogna però sottovalutare neanche l’altro lato della medaglia. Lo scioglimento dei legami delle attività produttive col territorio ha deresponsabilizzato gli uomini nei confronti degli ambienti. Se la maggior parte dei mezzi di sussistenza si ricavano dal territorio in cui si vive, non ci si può non sentire responsabili nei suoi confronti perché se ne dipende. Non si sfrutta intensivamente perché produrre più di quanto si consuma non ha senso. Non si pensa solo al presente e per non avere carenze in futuro si evita di danneggiarlo. Per accrescere la produttività e diminuire la fatica del lavoro non si usano sostanze nocive perché ciò che si produce si consuma. Non si deturpa il paesaggio perché costituisce la propria nicchia esistenziale. Il suo rispetto e la sua protezione non sono affidati all’etica o ai buoni sentimenti, che sono una merce rara, ma all’interesse.

Se invece i produttori non hanno un legame diretto con il territorio in cui svolgono la loro attività produttiva e questa attività non è finalizzata principalmente a produrre valori d’uso per soddisfare i loro bisogni; se, in una logica economica mercantile, il loro fine è produrre valori di scambio e sono sottoposti alle leggi della concorrenza, per loro il territorio diventa una risorsa da sfruttare in modi intensivi per ricavarne il più possibile e gli unici limiti che si pongono sono motivati dall’esigenza di non esaurire la fonte della loro ricchezza fino al momento in cui non ne abbiano trovata una nuova. In un sistema economico finalizzato alla produzione di valori di scambio l’indice del benessere non può che essere la crescita del prodotto interno lordo (il valore monetario dei beni e dei servizi venduti, ovvero la somma dei valori di scambio) e la crescita del prodotto interno lordo non può che avere effetti distruttivi nei confronti degli ambienti, perché da una parte richiede quantità crescenti di risorse naturali da trasformare in merci, dall’altra l’adozione di tecnologie finalizzate alla crescita della produttività anche se, come è successo negli ultimi tre secoli, generano forme di inquinamento sempre più devastanti.

Una delle conseguenze più macroscopiche dell’estensione dell’economia di mercato fondata sulla produzione di valori di scambio è la crescita tumorale delle aree urbane. Le città sono luoghi in cui la produzione di valori di scambio non ha alternative perché non può averne. Nessuno nelle città produce valori d’uso perché non è possibile farlo (anche se c’è chi cerca una parziale compensazione a questa carenza facendo del bricolage o coltivando orticelli in alcune aree provvisoriamente non edificate delle periferie). Nel corso del Novecento lo sviluppo dell’economia mercantile ha fatto crescere la percentuale della popolazione mondiale urbanizzata dal 3 al 30 per cento. Negli ultimi decenni questa tendenza ha avuto una forte accelerazione e nei prossimi si prevede che farà registrare ulteriori incrementi. Nel 1976 le città con più di un milione di abitanti erano 190, oggi sono molte di più e una ventina di megalopoli hanno raggiunto una popolazione tra i 10 e i 25 milioni. Alcune di esse nel giro di pochi decenni supereranno i 30.

Il corrispettivo della crescente concentrazione nelle aree urbane è l’abbandono di territori sempre più vasti precedentemente abitati per secoli. Pieni di strutture e di storia. In Italia un esempio emblematico di questa evoluzione è rappresentato dallo spostamento della popolazione dai paesi interni degli Appennini alle fasce costiere. Nelle Marche la costruzione dell’autostrada adriatica lungo la costa ha svuotato i paesi dell’interno e trasformato la stretta fascia pianeggiante tra le pendici delle ultime colline e il mare in un’unica area urbana senza soluzioni di continuità. Tutte le attività economiche e produttive si sono insediate lungo l’asse di sviluppo delineato dalla direttrice autostradale trascinando con sé le sovrastrutture culturali, sociali e religiose. L’antica diocesi di Ripatransone, un paese del vicino entroterra ricco di storia e di monumenti architettonici, è stata trasferita nella cittadina portuale di San Benedetto del Tronto, che in pochissimi anni ha allungato tentacoli di palazzine in tutte le aree disponibili a nord e sud del suo nucleo originario. Nella stretta fascia costiera la densità della popolazione è diventata altissima, i prezzi di terreni e case sono lievitati rapidamente, il traffico caotico e gli imbottigliamenti allungano sempre di più i tempi di spostamento, il rumore non conosce soste nemmeno di notte. Nell’interno, a pochi chilometri di distanza, paesini bellissimi, silenziosi e semivuoti, traffico inesistente, grandi spazi visivi, prezzi di case e terreni molto più bassi. Altrettanto è avvenuto in una regione caratterizzata da un’analoga struttura morfologica, come la Liguria, e in tutte le aree montuose e collinari che non abbiano avuto uno sviluppo turistico. (È ancora il sonno della ragione, o la sua veglia febbrile, oggi, a generare mostri?).

Tutto lascia supporre che al meccanismo dell’economia mercantile e alla sua implacabile estensione tra l’umanità (la globalizzazione e l’occidentalizzazione del mondo) non sia possibile contrapporsi. La forza del Leviatano è completamente sfuggita al controllo degli uomini e continua a crescere per spinta endogena. Si possono però ricavare nicchie di autonomia in cui sottrarsi alla sua accettazione passiva o rassegnata. A chi si proponga di fare questa scelta, i monasteri del secondo millennio offrono indicazioni indispensabili, da reinterpretare e adeguare ai tempi attuali, per costruire nel terzo millennio monasteri in cui, poiché una salvezza collettiva appare impossibile, tentare almeno una salvezza individuale (che non è un’operazione egoistica come la crudezza dell’affermazione potrebbe indurre a credere, ma culturale e, quindi, profondamente sociale).

A differenza dei monasteri del secondo millennio, che venivano costruiti lungo le strade di transito percorse da pellegrini e mercanti, i monasteri del terzo millennio sorgeranno nelle aree marginalizzate dalle direttrici di sviluppo dell’economia mercantile. I loro luoghi di elezione saranno i paesi e le frazioni abbandonate, dove le strade di scorrimento veloce non hanno rettificato e allargato le antiche vie di comunicazione, le reti commerciali non hanno esteso le loro maglie per mancanza di una domanda adeguata, l’industria non ha creato le infrastrutture che le necessitano, la speculazione edilizia non ha allungato i suoi tentacoli. In molti di essi ancora si legge l’antica trama intessuta dal lavoro degli uomini nel corso dei secoli e dei millenni adeguando alla morfologia del suolo l’edificazione delle case, la distribuzione degli appezzamenti agricoli, i tracciati della viabilità. Spopolati da un ininterrotto processo migratorio verso le aree urbane, non ritenuti interessanti come luoghi di villeggiatura in cui ristrutturare le case esistenti e insediare strutture d’intrattenimento e divertimento di massa, li avvolge una sorta di sospensione del tempo in cui a poco a poco i boschi riprendono il sopravvento sui terreni dissodati e gli edifici vanno lentamente in rovina. Anche quando la loro bellezza paesaggistica non sia eccezionale, nessun quartiere cittadino di pregio può reggere al loro confronto e l’emarginazione stessa dallo sviluppo conferisce ad essi una qualità ambientale e una vivibilità superiori. L’aria non è attossicata da gas di scarico, non ci sono rumori né intasamenti, di notte vi persiste il buio, le connotazioni delle stagioni sono più nette. Segni di arretratezza che il progresso si premurato di eliminare dovunque è arrivato. Persistenze del passato a cui non viene conferito alcun valore e, quindi, non incidono sui prezzi di vendita.

L’antica sapienza di cui sono intessute queste realtà privilegiate non è stata cancellata, ma è rimasta custodita proprio dall’abbandono e persiste come una potenzialità inespressa. Non appena se ne vadano a cercare gli indizi riaffiora ed è in grado di offrire forme interessanti di “collaborazione” con il sapere e il saper fare elaborati successivamente per risolvere gli stessi problemi. Il recupero di questi luoghi sarà dunque anche un recupero della sapienza che li ha modellati. La ristrutturazione delle case per farne celle dei monasteri del terzo millennio non ne rispetterà soltanto forme, misure e tipologie costruttive, ma ne valorizzerà, potenziandola al massimo, la capacità intrinseca di costituire un riparo dagli effetti indesiderati del clima col minimo apporto energetico. Le conoscenze antiche, che le collocavano in luoghi riparati morfologicamente dagli agenti atmosferici indesiderati e le orientavano in modo di poter beneficiare appieno degli apporti climatici favorevoli, che usavano lo spessore dei muri perimetrali per coibentarle e avevano elaborato una serie di metodologie per conservare il caldo e il freddo nei periodi in cui non erano forniti direttamente dai fattori climatici, saranno integrate dalle più avanzate tecnologie elaborate per ricavare dal clima più di quanto possa offrire di per sé e annullare del tutto in modi passivi i suoi effetti indesiderati (dai collettori solari termici ai pannelli fotovoltaici, dagli impianti eolici agli standard di coibentazione che rendono superflui gli impianti di riscaldamento e di raffrescamento). Il recupero delle tecniche agricole tradizionali sarà integrato con le più avanzate conoscenze biochimiche per potenziare i meccanismi di difesa naturali delle piante coltivate e accrescere i loro rendimenti senza stravolgerne la fisiologia. La più approfondita conoscenza del ciclo dell’acqua sarà utilizzata per effettuarne prelievi senza sprechi, gestioni consapevoli e restituzioni pulite con processi di depurazione biologica. Il recupero degli insediamenti umani emarginati dallo sviluppo si prefiggerà una conservazione intelligente del passato arricchita da innovazioni qualitative, invertendo il degrado causato dall’abbandono dell’ultimo cinquantennio senza introdurre i nuovi elementi di degrado apportati dalla estensione della logica mercantile a tutte le attività umane.

I monasteri del terzo millennio non richiederanno necessariamente voti di obbedienza a regole, né comunioni di beni mobili e immobili. Saranno strutture leggere, o meglio ancora non strutture, semplici luoghi d’incontro in cui si ritroveranno per elezione e affinità, persone e famiglie che avvertono in modo particolarmente acuto il disagio, la sofferenza e i limiti di una vita fondata sulla produzione di valori di scambio e vogliono riscoprire la dimensione di una vita fondata principalmente, ma non esclusivamente, sulla produzione di valori d’uso, sul dono e la reciprocità, sul legame con il territorio da cui ricavano i propri valori d’uso. In alcuni di questi luoghi stanno già confluendo e confluiranno in misura sempre maggiore, ma in ogni caso statisticamente irrilevante, gruppi di persone che vi abiteranno per scelta, o confermando con un atto di volontà una collocazione avuta per caso (e, quindi, non vivendo come emarginazione la marginalità), o arrivandoci dopo aver abbandonato le aree urbane in cui vivevano, precedenti ruoli di produttori di valori di scambio e l’economia mercantile.

Le celle di questi monasteri saranno case autonome e indipendenti (ciò non esclude che alcune di esse possano essere strutture comunitarie) i cui abitanti valorizzeranno al massimo la produzione di valori d’uso, l’agricoltura e il lavoro manuale. Naturalmente nessuno sarà in grado di produrre da sé tutto ciò che gli serve per vivere, né del resto sarebbe auspicabile che la maggior parte del tempo della vita venisse speso in attività finalizzate alla semplice sopravvivenza fisica. La produzione di valori d’uso dovrà dunque essere integrata in parte da scambi non mercantili di beni e servizi ottenibili sulla base del dono e della reciprocità, in parte da scambi mercantili. Gli scambi basati sul dono e sulla reciprocità avverranno tra coloro che avranno fatto la stessa scelta esistenziale e, anche quando non siano legati da nessun vincolo formalizzato, sentiranno un forte senso di appartenenza a una cerchia di affini. I beni e i servizi che non potranno essere né autoprodotti, né scambiati in forma non mercantile (beni non producibili con tecnologie artigianali e servizi ad alta specializzazione), verranno acquistati sul mercato. Ciò implica che ogni individuo o nucleo familiare abbia la possibilità di accedervi, possa cioè disporre di redditi monetari derivanti dallo svolgimento di attività artigianali o professionali complementari alla produzione di valori d’uso, e/o dalla vendita di eccedenze della propria produzione di valori d’uso. Per evitare i disagi individuali e l’impatto ambientale del pendolarismo, le attività professionali verranno svolte utilizzando al massimo le opportunità offerte dal telelavoro. I monasteri del terzo millennio non saranno quindi luoghi in cui ritirarsi in isolamento dal mondo tagliando ogni rapporto con l’economia industriale e mercantile, ma in cui la vita verrà impostata sulla base di una diversa gerarchia di priorità.

La rivalutazione del lavoro manuale nei monasteri del terzo millennio non sarà motivata da spirito di automortificazione o desiderio di un romantico regresso nei bei tempi andati, ma sarà una conseguenza della centralità assegnata alla produzione di valori d’uso e una scelta finalizzata a ridurre al minimo l’impronta ecologica individuale. Si tratterà di un lavoro manuale colto, di un saper fare nutrito di un sapere più vasto, che non si limita alla conoscenza dei materiali utilizzati, delle loro potenzialità e dei loro limiti. A questi elementi tipici della cultura specifica di ogni bravo artigiano, si aggiungerà la conoscenza del ciclo completo della loro vita, dall’estrazione alle possibilità di riuso e riciclaggio, al fine di eliminare il concetto stesso di rifiuto, che non ha nessun fondamento logico e genera soltanto problemi di carattere operativo. Analogamente la conoscenza delle tecniche sarà sostanziata dalla consapevolezza del loro impatto ambientale. La finalità ultima di questo saper fare colto sarà la produzione di beni per destinatari noti (fatti cioè per rispondere a un’esigenza e non per essere venduti), concepiti per durare il più a lungo possibile nel tempo e poter essere completamente riciclati al termine della loro vita. Questi parametri di riferimento consentiranno di definire il fare in termini qualitativi e non quantitativi, come un fare bene e non un fare fine a se stesso. Ne risulterà rivalutato il valore della lentezza come presupposto del fare bene e il lavoro sarà guidato dal motto: se hai fretta rallenta.

In relazione alla produzione di valori di scambio la riduzione dell’impatto ambientale passa attraverso l’acquisto di merci prodotte con le tecnologie meno inquinanti e meno energivore che, a parità di servizi, siano le meno inquinanti e le meno energivore nel corso della loro vita e quando vengono dismesse. Le certificazioni ambientali delle industrie (ecoaudit) e dei prodotti industriali (ecolabel) sono strumenti decisivi non solo per consentire ai consumatori di scegliere le merci più ecocompatibili offerte dal mercato, ma per indurre i produttori a farsi concorrenza sul miglioramento della qualità ambientale dei loro cicli produttivi e dei loro prodotti. In questo modo, in un sistema economico fondato sulla produzione di valori di scambio si possono ottenere risultati molto importanti ma non risolutivi, perché la riduzione dell’impatto ambientale delle merci viene continuamente vanificata, come in una gigantesca fatica di Sisifo, dalla crescita quantitativa delle merci prodotte. La riduzione dei consumi di benzina delle automobili non ha comportato una riduzione dei consumi globali di benzina, che anzi sono cresciuti perché nel contempo sono cresciuti il numero e la cilindrata media delle automobili circolanti. Poiché il meccanismo della crescita economica e produttiva è consustanziale a questo sistema, se si vuole che la riduzione dell’impatto ambientale individuale diventi fattore di una riduzione dell’impatto ambientale globale, occorre anche ridurre l’incidenza dei valori di scambio nella propria vita, valorizzando al massimo la produzione di valori d’uso. In termini quantitativi il contributo al miglioramento della qualità ambientale che oggi può derivarne è modesto, ma culturalmente significativo. Comunque, in termini etici non se ne può prescindere se si vuole assumere un atteggiamento di responsabilità e cura nei confronti della terra.

Prendersi cura della terra attraverso il lavoro è, secondo la tradizione biblica, il ruolo assegnato da Dio agli uomini. Finalmente Dio disse: «Facciamo l’uomo a norma della nostra immagine, come nostra somiglianza, affinché possa dominare sui pesci del mare e sui volatili del cielo, sul bestiame e sulle fiere della terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Genesi, 1, 26. Poi il Signore Dio rapì l’uomo e lo depose nel giardino dell’Eden perché lo lavorasse e lo custodisse. Genesi, 2, 15.

Il potere che Dio dà all’uomo o, in termini laici, il potere che la scienza e la tecnologia danno all’uomo, di dominare «sui pesci del mare e sui volatili del cielo, sul bestiame e sulle fiere della terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra», non è fine a se stesso e al suo accrescimento. Il fine del fare non è fare sempre di più, né tanto meno produrre quantità sempre maggiori di valori di scambio. La crescita del prodotto interno lordo non è il fine del lavoro umano come il modo di produzione industriale e l’economia mercantile hanno indotto a credere. Il potere definito nel primo dei due passi biblici citati si esercita nei modi e ai fini indicati nel secondo: è finalizzato a custodire e migliorare, mediante il lavoro, il giardino dell’Eden. Solo migliorando il mondo col lavoro gli uomini possono realmente migliorare le condizioni di vita della propria specie.

Il potere di dominare su tutti gli altri viventi Dio lo assegna a un essere che modella a sua immagine e somiglianza. In genere questi due concetti vengono identificati e il loro abbinamento viene considerato una sorta di ridondanza verbale. Una ripetizione utilizzata per sottolineare le responsabilità assegnate all’uomo da questa scelta così decisiva di Dio. In realtà le due parole hanno significati diversi. La somiglianza indica un livello di identificazione molto inferiore a quello definito dall’immagine. Il concetto di somiglianza si utilizza per indicare la compresenza di elementi di identità e di differenza tra due o più soggetti. Due o più soggetti si somigliano quando gli aspetti che li accomunano sono evidenti, ma non annullano le loro diversità. Il concetto di immagine si utilizza invece quando l’identità tra due o più soggetti è totale. Un soggetto è a immagine di un altro quando diventa difficile distinguerli. L’immagine è il riflesso di sé che vede chi si guarda allo specchio. In cosa dunque l’uomo sarebbe stato fatto a somiglianza e in cosa a immagine di Dio? Secondo la suggestiva interpretazione di Claudio Napoleoni, gli uomini somigliano a Dio nella dimensione del lavoro, perché lavorando creano cose che non esistevano, come Dio ha creato il mondo, ma a differenza di Dio, che ha creato dal nulla, essi per creare utilizzano e trasformano materie già esistenti. Il lavoro dunque in parte li identifica con il Creatore e in parte li differenzia da Lui. Ma Dio non si limita a fare. Ogni giorno, al termine del suo lavoro, si sofferma a valutare ciò che ha fatto e ogni volta constata che è buono. Alla fine del sesto giorno facendo un bilancio complessivo del suo lavoro, «vide tutto ciò che aveva fatto, ed ecco, era molto buono», per cui «nel settimo volle concluso il lavoro che aveva fatto e cessò da ogni lavoro». (Genesi, 1, 31 e 2,2) Il fare di Dio è dunque connotato qualitativamente, è un fare bene, e il fine del suo fare bene è il non fare: la contemplazione di ciò che ha fatto. L’uomo si realizza a immagine di Dio, secondo Claudio Napoleoni, se finalizza il suo fare al non fare e se, quando smette di fare, ciò che ha fatto gli consente di contemplare.

Ma quando l’uomo può contemplare? Quando ciò che ha fatto è fatto bene. Quando il suo lavoro ha migliorato e completato l’opera della creazione divina. Quando modificando col suo lavoro un luogo del mondo lo ha reso più bello di prima. Per quanto potesse essere bello il paesaggio delle crete senesi prima che Enea Silvio Piccolomini vi facesse costruire Pienza, la costruzione di Pienza lo ha reso più ospitale per gli uomini e più bello. Ha migliorato la qualità della vita degli uomini in quel luogo migliorando il luogo. Ma se col lavoro l’uomo peggiora il mondo, lo rovina paesaggisticamente, lo inquina, come può contemplare dopo aver fatto? Un sistema economico e produttivo che misura la sua efficacia con la crescita dei valori di scambio prodotti (il prodotto interno lordo, ovverosia la somma dei valori monetari dei beni e dei servizi commercializzati), non pone a fine del fare la contemplazione, ma il fare di più. Allontana gli uomini dall’immagine di sé che Dio ha voluto imprimere in loro e peggiora il mondo modificandolo in modi disastrosi, perché il fare finalizzato a fare di più richiede quantità crescenti di risorse, costi quel che costi in termini di impatto ambientale, e genera quantità di rifiuti crescenti in misura proporzionale alla crescita dei valori di scambio prodotti. Per quanto possano essere inospitali o paesaggisticamente insignificanti i luoghi da cui gli uomini estraggono le risorse necessarie ad alimentare un fare finalizzato a fare di più, i luoghi in cui le trasformano in merci e i luoghi in cui scaricano alla fine della loro vita le merci trasformate in rifiuti, il loro lavoro li rende ancora più brutti e assolutamente non ospitali.

Nei monasteri del secondo millennio i concetti di immagine e somiglianza degli uomini con Dio sono stati tradotti nella formula benedettina dell’ora et labora, che dovrà essere ripresa, nella pienezza del suo significato, anche nei monasteri del terzo millennio. Non solo ora e non solo labora perché la contemplazione senza l’azione è un lusso che si può mantenere soltanto a spese del lavoro altrui e l’azione senza la contemplazione è un fare cieco. Non solo lo spirito e non solo il corpo perché la completezza umana è data da entrambi gli aspetti.

Ora et labora non sono due attività distinte che si alternano nel corso della giornata. Sono due aspetti complementari e interdipendenti di un atteggiamento culturale che riunifica la conoscenza di come si fanno le cose (il sapere scientifico) con l’indagine sul perché si fanno (il sapere umanistico). Ora et labora è il superamento della prima divisione del sapere da cui derivano tutte le altre che riducono gli uomini a semplici ingranaggi nel meccanismo del sistema economico e produttivo fondato sulla centralità dei valori di scambio. Quando il fare è finalizzato a fare di più, chi fa viene addestrato a sapere come si fa quello che fa, ma non a domandarsi perché lo fa, che senso abbia, come si colleghi a quello che fanno altri. Chi invece indaga sui perché viene e si sente dispensato dal sapere come si fanno le cose. Ora et labora nei monasteri del terzo millennio sarà la riunificazione dell’indagine sul perché con la conoscenza del come.

L’ordine in cui sono posti l’ora e il labora non è casuale né intercambiabile. Non può essere sostituito da labora et ora. L’ora è un prius. La contemplazione è il fine, l’azione il mezzo che consente di raggiungerlo purché sia finalizzata a raggiungerlo. Occorre fare in modo che quanto si fa consenta di contemplare.

L’ora può anche essere ciò che in senso religioso si indica con la parola preghiera, ma i monasteri del terzo millennio non richiederanno professioni di fede e assunzioni di voti. In senso più ampio è la contemplazione. Del resto la preghiera correttamente intesa non è la richiesta petulante di favori o privilegi al proprio Dio, ma una forma della contemplazione di chi ha fede. Cos’è dunque, in termini generali, la contemplazione? Cosa significa contemplare? Nell’etimologia di questo verbo è contenuta la parola templum. Il tempio era lo spazio sacro che, impugnando una verga ricurva chiamata lituo, gli àuguri etruschi scontornavano nel cielo per osservare il volo degli uccelli e trarne auspici per il futuro. Contemplare significa osservare con rispetto sacrale, mettere in un tempio ciò che si osserva. Se il fare è finalizzato a fare sempre di più, l’osservazione è finalizzata a capire in che modo ciò che si osserva può essere trasformato in valore di scambio, può essere utilizzato, valorizzato, sfruttato. Se il fare è finalizzato a fare di più l’osservazione è interessata. Se invece il fare è un fare bene finalizzato a custodire e migliorare il mondo, la contemplazione è un modo di osservare disinteressato, finalizzato a percepire la perfezione intrinseca di ciò che si osserva, a conoscere i meravigliosi equilibri che regolano i rapporti tra i fattori ambientali e le specie viventi, a capire che ogni vivente è l’esito, nella forma irripetibile di un corpo in uno spazio e in un periodo di tempo, delle stesse sintesi degli stessi elementi nelle stesse molecole che vanno a comporre le stesse macromolecole dell’acido desossiribonucleico, seppure a diversi livelli di complessità, e che ognuno di essi compie, seppure in modi diversi, le stesse funzioni vitali. Chi contempla percepisce che uno stesso principio vitale unifica, oltre le diversità in cui si manifesta, tutte le forme di vita e si sente parte di questa unità, ma con il ruolo specifico che gli deriva dall’appartenere all’unica specie in grado di raggiungere questa consapevolezza, di conoscere e di intervenire sui cicli, i passaggi e gli eterni ritorni che la vita compie trasmettendosi tra gli individui e le specie. La contemplazione è l’osservazione del mondo con gli occhi di chi è stato abilitato a conoscerlo e incaricato di custodirlo col proprio lavoro per conto del Dio che lo ha fatto.

La contemplazione può assumere forme e aspetti diversi: lo studio disinteressato, la ricerca artistica, la poesia, la musica, la meditazione, la preghiera, la filosofia, la conservazione della memoria storica, la ricerca scientifica, l’osservazione naturalistica. Ognuna di queste forme può essere vissuta a diversi livelli di intensità in relazione alla sensibilità e alle caratteristiche individuali: con un ruolo creativo, o come interprete, divulgatore, fruitore; in una dimensione pubblica e in una dimensione privata; individualmente o in gruppi; in modi differenti nelle varie fasi della vita. L’elemento di fondo che le unifica oltre le diversità con cui si manifestano è la gratuità. In un sistema economico fondato sulla produzione di valori di scambio, la cartina di tornasole che le fa riconoscere è la mancanza di utilità pratica, per cui sono considerate stravaganze o modi originali di utilizzare il tempo libero. Tuttavia, nei casi in cui vengono praticate creativamente, possono dare esiti che travalicano la dimensione individuale di chi le pratica, trovando un riscontro più o meno ampio a livello sociale. In questi casi, pur continuando a essere motivate da esigenze individuali e senza perdere la caratteristica del disinteresse, le forme creative in cui si manifesta la contemplazione (opere d’arte, libri, musica, scoperte scientifiche) diventano oggetto di una domanda di conoscenza da parte di chi desidera accedervi come fruitore. Per chi la svolga a questi livelli, l’attività contemplativa assume caratteristiche totalizzanti e professionali, caricandosi di una valenza esistenziale, ma anche di un’ambiguità di fondo perché si sovrappone alla produzione di valori di scambio. Ed è inevitabile che in una società mercantile questa ambiguità venga strumentalizzata.

Quando la vita è dedicata al fare per fare sempre di più («ha dedicato interamente la vita al lavoro» si scrive nei necrologi dei giusti), nei periodi di tempo in cui non si fa (i giorni di festa), viene meno il suo senso e si apre un vuoto. Non si sa come far passare le ore. Ci si annoia. Si cercano passatempi, modi di «ammazzare il tempo» (così dopo aver sprecato il meglio della vita nel fare fine a se stesso, si spreca anche il resto). L’alternativa alla noia è il divertimento. Etimologicamente il verbo divertire significa deviare, allontanare, distogliere l’attenzione da qualcosa concentrandola su qualcos’altro. Il divertimento distoglie dal senso di vuoto e di inutilità che prova, quando non fa, chi cancella dalla propria vita la dimensione della contemplazione e non finalizza ad essa il suo fare. In una società fondata sul fare per fare di più il divertimento ha quindi una funzione essenziale. È l’altra faccia del fare fine a se stesso. Per soddisfare l’esigenza di divertimento si è sviluppato un apposito settore industriale che vede crescere di giorno in giorno la sua importanza e le sue dimensioni. Le offerte dell’industria del divertimento sono molteplici e coprono ormai tutte le ore di tutti i giorni, con punte di massima intensità nei fine settimana. La gamma dei prodotti va dalle attività sportive (in poco tempo le discipline olimpiche si sono moltiplicate e il calcio è passato da una scadenza settimanale a un giorno settimanale di riposo), al ballo e allo sballo (la crescita del consumo di droghe è stata accompagnata da una crescita parallela dei tipi di droghe in commercio), al cinema e alla televisione (con un’offerta plurima d’intrattenimenti di vario genere che copre tutte le ore del giorno e della notte). Poiché in un’economia mercantile l’offerta corrisponde alle esigenze della domanda e la qualità delle offerte di divertimento il più delle volte è penosa e ripetitiva in modo ossessionante, se ne deduce che il bisogno di distogliersi è così forte da far accettare come una liberazione qualsiasi proposta che in qualche modo consenta di far trascorrere, senza pensare, gli inevitabili periodi di riposo dal fare fine a se stesso.

Per intercettare tutti i tipi di domanda è necessario diversificare l’offerta (come succede negli autogrill, dove in relazione alle proprie disponibilità economiche e di tempo i consumatori possono scegliere tra tre tipi di ristorazione: panini, self service e ristorante). Nella programmazione della propria attività, l’industria del divertimento non poteva non tener conto di questa elementare legge economica e per rispondere alla domanda della fascia di consumatori che manifestano qualche pretesa intellettuale e non si accontentano della paccottiglia a buon mercato offerta dalla televisione, ha annesso al suo dominio l’editoria spostandola progressivamente dal versante della cultura a quello del tempo libero. Per la già citata legge economica della corrispondenza tra domanda e offerta, alla crescente produzione di libri per il tempo libero ha fatto riscontro una sempre più diffusa concezione della lettura come passatempo. Del resto, l’abitudine, ormai invalsa da decenni, di compilare settimanalmente le classifiche dei libri più venduti non sta forse a indicare la loro equiparazione con tutti gli altri beni di consumo di massa? E la recente innovazione di affiancarle ad analoghe classifiche di videogiochi, dischi e films non specifica ulteriormente, se ce ne fosse ancora bisogno, la loro omogeneità merceologica e intercambiabilità d’uso con gli altri beni di consumo per il tempo libero?

Chi, nonostante tutto, continuerà a considerare i libri la forma di comunicazione che consente agli uomini di superare i limiti dello spazio e del tempo (una delle funzioni dei monasteri del terzo millennio, come quelli del secondo, sarà proprio di conservare questa concezione alta dei libri) sentirà una totale sintonia con le parole scritte da Giacomo Leopardi nel suo Zibaldone il 6 aprile 1827: «Io stesso, che pure non ho maggior piacere che il leggere, anzi non ne ho altri, […] quando talvolta per ozio, mi son posto a leggere qualche libro per semplice passatempo, ed a fine solo ed espresso di trovar piacere e dilettarmi; non senza maraviglia e rammarico ho trovato sempre che non solo io non provava diletto alcuno, ma sentiva noia e disgusto fin dalle prime pagine. […] Onde i libri che mi hanno dilettato meno, e che perciò da qualche tempo io non soglio più leggere, sono stati sempre quelli che si chiamano come per proprio nome, dilettevoli e di passatempo».

I monasteri del terzo millennio non saranno l’alternativa alla società industriale e mercantile che, anzi, continuerà a estendere il suo dominio inglobando quantità crescenti della popolazione mondiale. Saranno nicchie ricavate nei luoghi che il fare fine a se stesso avrà ritenuto diseconomico uniformare alla sua logica. A chi sarà attratto dal fascino di questi luoghi, la loro emarginazione dalle direttrici dello sviluppo consentirà di riscoprire l’importanza della produzione di valori d’uso, dello scambio fondato sul dono e sulla reciprocità, di un fare connotato qualitativamente e finalizzato alla contemplazione. I pochi che sceglieranno di viverci useranno il sapere per ridurre al minimo il peso della loro presenza nel mondo. La loro impronta ecologica sarà quella di chi cammina in punta di piedi, utilizzando con la massima efficienza il minimo delle risorse possibili per ricavare i suoi mezzi di sussistenza senza limitazioni e senza sprechi, senza rinunce e senza inutili orpelli, migliorando le proprie condizioni di vita senza danneggiare quelle di altri viventi. Un sano egoismo li indurrà a preferire la collaborazione alla rivalità e alla concorrenza, gli affetti alle cose, il silenzio alle parole vane e al rumore, la solitudine all’affollamento, la lettura di un libro a uno spettacolo televisivo, le differenze all’omologazione, l’organico all’inorganico, la contemplazione al divertimento. La loro ambizione non sarà cambiare il mondo, ma poter ripetere le parole di Baudelaire: «Ho più ricordi che se avessi mille anni».

Maurizio Pallante: i libri e le idee.

http://www.paea.it/

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