OLTRE MAGAZINE: UNO SGUARDO FEMMINILE, NEL TEMPO E NELLO SPAZIO


Con un occhio anche alla religione islamica e al ruolo delle donne, un libro raccoglie alcune recenti ricerche antropologiche di diversi studiosi che ripercorrono abitudini e riti collegati alla sepoltura, al cordoglio e alla elaborazione del lutto, nelle varie religioni e in diverse zone geografiche. In questo senso due lavori interessanti analizzano il senso della morte nelle comunità marocchine immigrate in Italia e il rapporto tra la vita e la tomba nella comunità mussulmana di Hebron, in Palestina. Il tutto in Antropologia dello spazio. Luoghi e riti dei vivi e dei morti, a cura di Adriana Destro, Pàtron Editore, Bologna, dicembre 2002.

VISTI DALLE DONNE. GLI IMMIGRATI MAROCCHINI E LA MORTE.

Parlare della morte ha un valore catartico. Attraverso la narrazione degli immigrati marocchini, concentrandosi sul punto di vista delle donne, Zelda Alice Franceschi, della Università di Bologna, ha tracciato lo spaccato di una popolazione che, lontana dalla propria terra, si è trovata a fare i conti con un nuovo scenario della morte (nel saggio Gli immigrati marocchini e la morte. Pratiche rituali e tensioni utopiche). La morte in Italia e il seppellimento in Marocco hanno rappresentato per la popolazione uno stravolgimento del rito funebre e la dilatazione dei tempi della “sepoltura definitiva”. Gli immigrati vedono nel momento della morte la possibilità ultima di radicarsi: per questo resta il desiderio di mantenere la “fissità” e la “vistosità” del rito che, invece, si scontra con una realtà che lo vede spesso svuotato della “territorialità” dei suoi luoghi di appartenenza. Come a Casablanca (da cui provengono la maggior parte delle donne intervistate dalla studiosa), a Bologna o in altre città si nasce e si muore in ospedale. Il Marocco diventa allora il luogo dove sono “deposte le memorie” degli antenati: gli immigrati hanno un rapporto profondo con il cimitero in cui sono seppelliti i propri cari. Ma anche i sentimenti che scaturiscono nel narrare la morte sono indicativi: tra le donne intervistate c’è chi prega, prima di coricarsi, per una fine serena e chi pensa quotidianamente alla morte. Poi le donne con livello di istruzione maggiore hanno parlato in maniera specifica degli angeli (quello della morte, Asrail che strappa l’anima dal corpo e Munkar e Nakir, gli angeli giudici che interrogano il defunto nel periodo intermedio che trascorre nella tomba.

IL VIAGGIO: DALL’USO DELLA BARA AL TRASPORTO IN MAROCCO.

Chi è immigrato non arriva impreparato alla morte: controlla ogni particolare quando decide quale sarà il luogo della sepoltura e come investire eventuale denaro per il ritorno del corpo nella propria terra d’origine. Infatti in Italia non ci sono molti cimiteri islamici: in Emilia Romagna c’è quello di Reggio Emilia, costituito in un’area recintata all’interno del cimitero suburbano di Coviolo. Molti dei mussulmani stranieri preferiscono portare la salma al proprio Paese: si può essere così seppelliti vicino ai familiari. Senza contare che in Italia dopo 20 anni i resti vanno riesumati, secondo la legge. E la preoccupazione maggiore del credente è pure quella di “riposare in terra d’Islam”. Molto ruota quindi attorno al corpo degli immigrati, alla sua destinazione provvisoria o definitiva. Dalle testimonianze sono emersi tre elementi fondamentali: il viaggio, la comunità e le pratiche rituali, con gli “attori” che vi partecipano.

Se gli immigrati della prima generazione considerano la vecchiaia come tempo di ritorno a Dio e alla religione, i loro figli vivono il periodo della immigrazione per realizzare i propri sogni, guadagnare e investire nella famiglia, associando la morte all’ultimo viaggio in Marocco. Pensando alla morte si crea un collegamento diretto con la propria “terra” e con la propria “comunità”. Il rimpatrio del corpo ha conseguenze sull’intero apparato che ruota intorno alla morte, coinvolgendo questioni materiali e simboliche. Il tema del viaggio è molto sentito nell’Islam: dal viaggio delle anime verso Dio a quello dall’impuro verso la purezza, fino a questo ultimo viaggio dall’Italia alla propria patria. E a livello pratico tutta la comunità si fa carico del grande dispendio di denaro che comporta far tornare un corpo in Marocco. Esiste una legislazione precisa sul rimpatrio dei corpi: l’accordo di Berlino del 10 febbraio 1937 e la Dichiarazione della XVII Conferenza dell’Organizzazione Panamericana della Sanità, 5-13 dicembre 1965. Queste due normative concentrano la loro attenzione sul mezzo di trasporto del cadavere, sulla bara e sulla conservazione della spoglia, elementi che rappresentano, per la cultura islamico-magrebina, “una rimodellizzazione di specifiche pratiche”. In Italia sono in vigore leggi sul trasporto e sulla regolamentazione della igiene e della sepoltura. La bara non esiste nella tradizione islamica, religione che, come dicono le intervistate, ama la modestia e la semplicità. Ma pur rimanendo un elemento estraneo alla tradizione è entrato nell’utilizzo comune, a dimostrazione di una elasticità di fronte alle innovazioni apportate dalle immigrazioni: il Marocco si può quindi considerare una terra in cui bene coesistono tradizione e modernità.

PRONTI PER LA PARTENZA.

Dopo aver raccolto i soldi occorre preparare i documenti per la partenza della salma. E con il viaggio i tempi, dal lavaggio alla sepoltura, si dilatano notevolmente. Prima della partenza si lava subito ed integralmente il cadavere secondo il rito dell’Islam e lo si avvolge in un lenzuolo: nel corso di questa operazione si dicono già in Italia le preghiere per salutare il defunto e vengono compiuti i rituali di accompagnamento del morto. Il rito si svolge in due momenti e in due luoghi: infatti viene ripetuto in fase di sepoltura quando il morto arriva nel paese d’origine, nonostante la bara non venga riaperta in Marocco. Generalmente vengono usate bare interamente chiuse che non permettono ai familiari di vedere la faccia del congiunto. Quella di poter vedere il volto scoperto è una usanza presente in alcune zone geografiche o per particolari motivi specifici. Mentre la regola più pura prescrive che il lenzuolo avvolga tutto il cadavere. Il corpo per i mussulmani è qualcosa di sacro: il defunto viene considerato cadavere solo nel momento in cui, con la sepoltura, l’anima viene in quel momento separata dai resti mortali. Il Marocco segue l’esempio di tutti i mussulmani in fatto di sepoltura, essendo un paese osservante. Viene data la possibilità di lavare il congiunto morto in ospedale, come attesta una delle donne intervistate da Franceschi a Bologna, oppure le famiglie marocchine eseguono questa operazione in casa. Ed è stato osservato in Francia, luogo di rilevante immigrazione nordafricana, come molte salme di immigrati siano state “abbellite” o “abbigliate” prima del rimpatrio, secondo una estetica sconosciuta e proibita dalla tradizione. Di pratiche anomale in Italia non vi è traccia e i mussulmani marocchini vanno fieri per l’integrità che mantengono nei procedimenti di lavaggio rituale. È stato rilevato come, attraverso il controllo della morte, vi sia anche un tentativo di placare l’ossessione di sentirsi stranieri. Con le loro testimonianze le donne hanno messo in luce come, accanto alla corretta applicazione della prassi rituale collegata alla morte, ci siano delle ibridazioni.

NADIA GRILLO. PERCORSI VICINO GERUSALEMME: I CIMITERI DI HEBRON E IL TRATTAMENTO DEL CORPO FEMMINILE

Pare che “frammenti di vita si recuperino nei momenti e negli spazi dei morti”. In una indagine condotta dal settembre 2000 al maggio 2001, Chiara Galli, dell’Università di Bologna (nel saggio La presenza dei vivi e l’assenza dei morti nella città di Hebron), ha realizzato una serie di interviste che le hanno permesso di analizzare come la morte viene vissuta nella comunità mussulmana di Hebron, una cittadina a 42 chilometri da Gerusalemme al centro dei territori contesi dal 1967.

Uno sguardo alla storia. Nel corso di questo ampio studio è stato rilevato anche come Hebron possieda quattro cimiteri cittadini. I loro nomi antichi sono la court of Al Shage (Al Sahla), la court of Al Rase (Al Rass), la court of Sheikh Raslid e la montagna di Jabari. Questi corrispondono a parti delle più visibili Harat Al Sheikh e Patriarch Hills: sono antichi e piccoli cimiteri, inglobati oramai nella città vecchia, che continuano ad essere usati. E il Cimitero Mussulmano, così chiamato dagli intervistati, è il più grande e si trova su di una collina.

I sepolcri e le donne. Di norma le donne sono sepolte nella tomba della famiglia del marito. Ad esempio M., una donna del posto, spiega che pur essendo di Ramallah verrà seppellita nella tomba del marito: precisa anche che il coniuge ha comprato un nuovo appezzamento di terreno per costruirvi una tomba di famiglia insieme al fratello. Il marito esprime il desiderio di poter stare in futuro “tutti insieme”, anche con la sorella che dovrebbe invece essere tumulata nella tomba della famiglia del proprio coniuge. Anche se pensare al destino della sorella e delle figlie nubili è un po’ prematuro, J. sogna di poter mantenere nell’aldilà l’unità della famiglia in vita al momento dell’intervista. Questo rispecchia anche il desiderio di conservare il prestigio del proprio nucleo familiare.

Le strategie per le sepolture nella tomba di una o dell’altra famiglia non seguono rigide regole: tutto dipende dalle politiche familiari, dai legami e dagli spazi disponibili. Il trattamento del corpo femminile è molto importante e ricco di significati. Pare che richiedere il corpo morto di una donna da parte della famiglia d’origine, sia un modo per protestare ufficialmente per il trattamento da lei ricevuto nella famiglia acquisita. In altre occasioni i figli che hanno altre tombe possono richiedere il corpo della madre. E salme di donne che sono state apprezzate in vita possono essere accolte nelle tombe dei fratelli. Sono soluzioni soggettive, che variano di volta in volta a seconda delle occasioni. La condizione assunta nella vita quotidiana si riflette poi nella tomba che le accoglie. Il mondo funerario è così collegato a quello dei vivi e delle loro azioni. N.G.

OLTRE MAGAZINE :: UNO SGUARDO FEMMINILE, NEL TEMPO E NELLO SPAZIO.

Annunci