Anna Maria Adorni, l’angelo degli ultimi


Corrispondenza Jamin/Leiris, Haiti, 1949. Immagine senza relazione con l'articolo

Quel versetto del Vangelo di Matteo, «ero in carcere e siete venuti a trovarmi», lo ha preso alla lettera. E lo ha posto come sigillo della sua «Pia unione delle dame visitatrici delle carceri» che sarebbe stata una sorta di preludio della famiglia religiosa che dopo qualche anno avrebbe fondato, le Ancelle dell’Immacolata. Anna Maria Adorni ha abbracciato con tutta se stessa il monito di Cristo ai (presunti) giusti che ignoravano il servizio ai «fratelli più piccoli». O, secondo l’interpretazione che ne aveva dato la Adorni nella Parma dell’Ottocento, alle «sorelle intoccabili»: dalle detenute senza nome alle bambine che si vendevano «per pochi baiocchi». Donne ai margini che sono state il riferimento di una madre di famiglia che ha dato vita a un’opera di assistenza e apostolato dalla forza profetica e che ancora oggi è chiamata «l’angelo della carità». Una via porta già il suo nome; e presto anche il nuovo centro socio-sanitario sarà intitolato a lei.

È l’omaggio di Parma alla «dama» degli ultimi che domani verrà proclamata beata proprio nella città emiliana. Il rito sarà presieduto dal prefetto della Congregazione delle cause dei santi, l’arcivescovo Angelo Amato, e si svolgerà alle 15.30 nella Cattedrale. «La vita di Anna Maria Adorni è la testimonianza di come il messaggio cristiano sia integralmente unito alla crescita della persona», spiega il vescovo di Parma, Enrico Solmi, che concelebrerà la Messa solenne.

La sua è stata una vita segnata dal dolore che, però, la donna ha riscattato, come del resto avrebbe aiutato a riscattare con il suo carisma le ragazze dietro le sbarre o quelle di strada. Toscana d’origine, nasce a Fivizzano in provincia di Massa Carrara il 19 giugno 1805. Accanto ai nomi di Anna e Maria, c’è anche quello di Carolina che l’accompagnerà a Parma dove arriva con la madre dopo il primo lutto che la colpisce ad appena quindici anni: quello per la morte del padre. Nel cuore dell’adolescenza avverte la chiamata alla vita consacrata. Ma il confessore le indica di restare in famiglia. Accetta il consiglio anche perché una voce le svela quello che sarebbe stato il suo futuro: «Ti sposerai, avrai molti figli; poi ti morrà il marito, ti morranno i figli e tu diverrai monaca». E così avviene.

Nel 1826 si unisce in matrimonio con Antonio Domenico Botti, addetto alla casa ducale di Parma. I figli saranno sei che, però, perderà da piccoli ad eccezione di Leopoldo che diventa monaco benedettino. Quando il marito muore nel 1844, la sofferenza le risveglia la vocazione percepita da giovane. Non entra in nessun istituto religioso. Ma sceglie comunque di allargare la sua maternità: oltre a dedicarsi ai figli che le restano, la vedova Carolina Botti (come viene chiamata a Parma) comincia un cammino di accompagnamento delle detenute. È il suggerimento che le giunge dal suo direttore spirituale, l’abate benedettino Attilano Oliveros, che ha presente l’impegno di un gruppo di sacerdoti per i detenuti del penitenziario maschile mentre sa altrettanto bene che per le carcerate della casa circondariale femminile non esiste niente.

Il primo impatto con le donne in cella è traumatizzante. Però in quei volti Anna Maria Adorni vede «belle creature, fatte a immagine del Creatore», spiega. E da qui comincia la sua sfida. Prima da sola. Poi assieme alle donne della Parma “bene” con cui fa nascere la «Pia unione». Le visite si estendono presto anche alle pazienti in ospedale e nel sifilocomio. Sono le donne di una «classe infelice», si legge in una nota della Prefettura di Parma del 1868. Per accogliere le ragazze appena uscite dal carcere e le bambine abbandonate, affitta un appartamento. L’opera prende il nome di «Buon Pastore», appellativo che le resterà anche dopo aver trovato sede in un ex convento delle agostiniane intitolato a san Cristoforo.

La sua «parabola di amore e di misericordia» (così viene definita dal postulatore, il saveriano Guglielmo Camera) trova il suo compimento il 1° maggio 1857 quando la Adorni fonda con otto compagne la sua famiglia religiosa. Un istituto che sarà approvato definitivamente nel 1893, anno in cui la donna muore.

La spiritualità della «madre delle carcerate» è oggi il fulcro di una Congregazione che conta poco meno di cento religiose e che ha cinque case in Italia e tre in Romania. Un’eredità che Solmi considera di una «lungimirante attualità». Perché, spiega il presule, «ancora oggi i carcerati vivono in situazioni disumane». E perché «fra i vincoli che nel nostro tempo imprigionano l’uomo ci sono l’individualismo e l’egoismo, freni di una società che non si interessa dei più deboli e che bada al proprio tornaconto». Così, avverte Solmi, «in questo scorcio di inizio millennio lo spirito della madre Adorni ci chiede di liberarci da queste nuove catene».

Giacomo Gambassi

Anna Maria Adorni l’angelo degli ultimi | Chiesa | www.avvenire.it.

Annunci