La terza via


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Elinor Ostrom

LA TERZA VIA!

La scorsa settimana un lettore ha scritto giustamente che questo blog tende ad essere ripetitivo. In fondo gli argomenti sono sempre quelli, gira e rigira si arriva sempre nello stesso posto, alle stesse conclusioni. L’autore di questo blog non parla solo di etica ma ha anche una responsabilità etica nei confronti di chi legge, una responsabilità che va oltre il pesciolino fritto su una padella d’oro!

Responsabilità verso chi legge significa anche l’immensa fatica di straripetere concetti che se il lettore che segue Icebergfinanza dal lontano 2007 forse conosce sino alla nausea, chi si affaccia per la prima volta sul nostro veliero non conosce affatto. Per il sottoscritto sarebbe infinitamente più facile scrivere due righe e lasciare un link senza spiegare nulla! Il libro aiuterà a comprendere il mio pensiero ben oltre tre anni di blog!

Qualcuno suggerisce che dovrei occuparmi di più dell’Italia, della politica, di attualità, ma Icebergfinanza non ha alcuna motivazione politica, ideologica o di business per andare alla ricerca di una visibilità esponenziale, raccontando inutili telenovelas politiche, difendendo indifendibili teorie economiche  o chissà quale misterioso complotto,  come sembra di moda oggi. Quindi nessun pesce fritto servito su una padella d’oro, ma la consapevolezza che senza una lenza, un’esca, senza cultura, senza conoscenza, capacità di analisi il pesce non abboccherà mai. Inoltre Icebergfinanza ha probabilmente la presunzione di far conoscere alcune rive del fiume alternative dove poter sperare di pescare un futuro migliore.

Come scrive Andrea Di Stefano sul  mensile VALORI

…un nuovo fantasma si aggira per l’Europa. Non ha il volto barbuto di Karl Marx e neppure quello del Kapitalist raffigurato da George Grosz nel 1932. Si tratta dei “beni collettivi”. Gestiti secondo principi di democrazia partecipativa, possono scardinare alle radici il Fondamentalismo del Mercato, che, con la complicità dei decisori pubblici, si è imposto dalle fine degli anni Ottanta a livello globale. Le implicazioni di una nuova teoria economica dei beni comuni sono ancora tutte da definire e richiedono un notevole sforzo di analisi e l’adozione di nuovi strumenti di regolazione che possano portare all’affermazione di uno Stato moderno ed efficiente.

Parlare di beni comuni, secondo l’accezione anglosassone dei commons, significa affrontare un duplice problema – la proprietà e l’utilizzo – secondo paradigmi da quelli che attribuiscono al mercato la migliore governance nella gestione di tali beni. Mentre l’ideologia ultraliberista dispiegava i suoi effetti con la maggiore forza, la dicotomia Stato-mercato è stata messa in discussione, almeno dalla metà degli anni ’90, anche all’interno dei santuari del Washington Consensus. Sotto la pressione delle proteste delle comunità locali nei confronti dei grandi progetti di sfruttamento dei beni comuni, la stessa Banca Mondiale ha raccolto una larga parte delle riflessioni accademiche, dando vita a una vera e propria strategia denominata CCD (Community driver development, lo sviluppo guidato dalla comunità). È stata elaborata intorno al 2005 e declinata in azioni tematiche che sembrano uscire dal contributo di un no global: microfinanza, inclusione dei giovani, gestione delle risorse naturali, lotta alle malattie, sviluppo urbano sostenibile. Indubbiamente nello sviluppo di questa strategia ha avuto un ruolo rilevante il contributo critico di Joseph Stiglitz, ma le incognite sulla strada della così detta “terza via” tra Stato e mercato sono numerose e ben si intravedono leggendo con attenzione il contributo del neo Premio Nobel per l’economia, Elinor Ostrom.Esplorare tutto ciò che mette l’uomo al centro dell’universo e non il capitale è fondamentale!

La terza via

Il lavoro della politologa statunitense muove dall’idea che si debba puntare sulle soluzioni empiriche elaborate dalle istituzioni collettive, né pubbliche né private, grazie ad una serie di tentativi ed errori che possano permettere di regolare, non un unico diritto proprietario proprietario,ma cinque categorie di property rights, cioè di diverse forme di proprietà: accesso, utilizzo, gestione, esclusione e alienazione. È necessario un approccio globale, per esempio mediante l’introduzione di una carbon tax, tassando cioè i consumi che producono anidride carbonica. Ben oltre parametri, graditi soprattutto al mercato, come il carbon footprint, l’impronta ecologica, che si muove dall’analisi di ogni singolo prodotto senza affrontare il ridisegno di sistemi economici e di consumo.

Un approccio interessante che dovrebbe permettere di stabilire nuove regole ed evitare la “tragedia dei beni comuni”, come venne definita per la prima volta nel 1968 in un articolo di Garrett Hardin, “The Tragedy of the Commons”. Il modello illustrato da Hardin si basa su un pascolo a ingresso libero, utilizzato contemporaneamente da più soggetti. Ciascuno di essi aumenterà il numero dei propri animali fino a quando il guadagno che ricaverà da ogni pecora inserita (prodotto marginale) sarà superiore al costo da sostenere per mantenerla all’interno (costo marginale).

Il cuore del problema identificato da Hardin consiste nel fatto che i benefici prodotti dall’aggiunta di un nuovo capo nel gregge saranno goduti esclusivamente dal singolo proprietario (individuali), mentre i costi – rappresentati dal consumo della risorsa – saranno ripartiti tra tutti gli attori che condividono il pascolo comune (collettivi).

Un meccanismo inefficiente perché ciascuno avrà l’interesse (egoistico) ad accrescere il proprio gregge, al di sopra di un livello collettivamente efficiente, con conseguenze, anche gravi, in termini di danneggiamento (al limite di distruzione) del bene comune.  Per fare un altro esempio, lo stesso ragionamento può valere per la pesca: più pesci prendo e più ho da cucinare per cena, ma meno ne restano per gli altri (in un luogo preciso e in un certo lasso di tempo, almeno finchè non si ricostituisce il banco di pesci). Cioè i benefici sono individuali, ma i costi collettivi.

In “Governing the Commons” la Ostrom, partendo dallo studio di casi empirici, riesce a venire a capo del problema, ma, soprattutto, pone in discussione l’idea che esistano dei modelli applicabili universalmente. In molti casi le singole comunità appaiono essere riuscite a evitare i conflitti improduttivi e a raggiungere accordi su una utilizzazione sostenibile nel tempo delle risorse comuni, creando al loro interno istituzioni deputate alla gestione di tali risorse. Ma le soluzioni empiriche elaborate dalle comunità locali devono fare i conti con il “capitale naturale”, come lo ha teorizzato Robert Costanza, cioè quel capitale universale che deve essere considerato nel suo complesso.  Non basta, cioè, come sostiene la Ostrom, affrontare il problema del consumo delle risorse in un luogo, perché gli effe tti negativi potrebbero farsi sentire altrove.

La fortuna di Icebergfinanza, la fortuna del suo Autore è stata quella di non lasciarsi mai influenzare dalle ideologie, dalle scuole di pensiero economico, dalla politica in maniera di provare ad accogliere piccoli sistemi economici alternativi che da sempre attenuano le follie del comunismo e del capitalismo di massa! Sia ben chiaro, anche nell’alternativa esistono fragilità e punti deboli, ma non per questo è un valido motivo per non esplorarla. Non esiste nulla di assolutamente perfetto, se le ideologie avessero l’umiltà del confronto e del dialogo, il risultati sarebbero sorprendenti.

ELINOR OSTROM E LA RIVINCITA DELLE PROPRIETA’ COMUNI

di Antonio Massarutto 13.10.2009

Il premio Nobel a Elinor Ostrom riconosce l’importanza di aver ipotizzato l’esistenza di una terza via tra Stato e mercato. Quella di Ostrom è una teoria complessiva che identifica le condizioni che devono valere affinché una gestione “comunitaria” possa rimanere sostenibile nel lungo termine. Una lezione di particolare importanza oggi a proposito dei beni collettivi globali, come l’atmosfera, il clima o gli oceani. Ma molto significativa anche per l’attuale crisi finanziaria, che si può leggere come il saccheggio di una proprietà comune: la fiducia degli investitori.

Uno dei dogmi fondativi della moderna economia dell’ambiente è la cosiddetta “tragedy of the commons”, risalente a Garrett Hardin. Secondo questa impostazione, se un bene non appartiene a nessuno ma è liberamente accessibile, vi è una tendenza a sovrasfruttarlo. L’individuo che si appropria del bene comune, deteriorandolo, infatti, gode per intero del beneficio, mentre sostiene solo una piccola parte del costo (in quanto questo costo verrà socializzato). Poiché tutti ragionano nello stesso modo, il risultato è il saccheggio del bene. Analogamente, nessuno è incentivato a darsi da fare per migliorare il bene, poiché sosterrebbe un costo a fronte di un beneficio di cui non potrebbe appropriarsi che in parte.

UNA TERZA VIA TRA STATO E MERCATO

Il ragionamento di Hardin partiva dall’esempio delle enclosures inglesi, precondizione della Rivoluzione industriale. La recinzione delle terre comuni, in questa visione, costituiva il necessario presupposto di una gestione razionale ed efficiente: mentre in regime di libero accesso il pascolo indiscriminato stava portando alla rovina del territorio, il proprietario privato, in quanto detentore del surplus, aveva l’interesse a sfruttare il bene in modo ottimale e a investire per il suo miglioramento. Quando non vi sono le condizioni per un’appropriazione privata, deve essere semmai lo Stato ad assumere la proprietà pubblica. Solo i beni così abbondanti da non avere valore economico possono essere lasciati al libero accesso; per tutti gli altri occorre definire un regime di diritto di proprietà privato o pubblico.

Il merito di Elinor Ostrom è stato quello di ipotizzare l’esistenza di una “terza via” tra Stato e mercato, analizzando le condizioni che devono verificarsi affinché le common properties non degenerino. Ostrom prende le mosse dal lavoro di uno di quei precursori-anticipatori, troppo eterodossi per essere apprezzati nell’epoca in cui scrivevano: lo svizzero tedesco, naturalizzato americano, Ciriacy-Wantrup, che ancora negli anni Cinquanta osservava che vi sono nel mondo molti esempi di proprietà comuni che sfuggono al destino preconizzato da Hardin, come ad esempio le foreste e i pascoli alpini. Distingueva appunto le “common pool resources” (res communis omnium) dai “free goods” (res nullius): nel primo caso, pur in assenza di un’entità che possa vantare diritti di proprietà esclusivi, a fare la differenza è l’esistenza di una comunità, l’appartenenza alla quale impone agli individui certi diritti di sfruttamento del bene comune, ma anche determinati doveri di provvedere alla sua gestione, manutenzione e riproduzione, sanzionati dalla comunità stessa attraverso l’inclusione di chi ne rispetta le regole e l’esclusione di chi non le rispetta.

Su queste fondamenta poggia l’edificio concettuale della Ostrom, la cui opera più importante, Governing the Commons, sviluppa una teoria complessiva che identifica le condizioni che devono valere affinché una gestione “comunitaria” possa rimanere sostenibile nel lungo termine. Analisi che intreccia con grande profondità e intelligenza la teoria delle istituzioni, il diritto, la teoria dei giochi, per lambire quasi le scienze sociali e l’antropologia.

Il campo di applicazione delle ricerche sviluppate in questo filone può far storcere il naso: dalle risorse di caccia degli Indiani d’America alle comunità di pescatori africani, o alla condivisione delle acque sotterranee in qualche remoto sistema agro-silvo-pastorale nepalese. Ma come spesso succede, applicare il concetto di base a un oggetto semplice consente di mettere a fuoco concetti e teorie di portata molto più generale.

Non a caso, la lezione della Ostrom è di particolare importanza oggi, a proposito dei global commons, come l’atmosfera, il clima o gli oceani. Per applicare la ricetta di Hardin a questi beni, infatti, ci mancano sia un possibile proprietario privato, sia un soggetto statale in grado di affermare e difendere la proprietà pubblica. Il diritto internazionale, in questa prospettiva, altro non è che un sistema di governance applicato a un bene comune, e non vi è soluzione alternativa alla cooperazione tra i popoli della Terra per raggiungere un qualsiasi risultato in termini di lotta ai cambiamenti climatici.

Ma è importantissima anche in quei casi – si pensi alla falda acquifera sotterranea e più in generale alla regolamentazione delle fonti di impatto ambientale diffuse – in cui un principio di proprietà pubblica è in astratto possibile e nei fatti esistente, almeno sulla carta; ma la sua attuazione effettiva si scontra, da un lato, con l’enormità dei costi amministrativi (in Italia ci sono centinaia di migliaia di pozzi privati che bisognerebbe monitorare per applicare la norma), dall’altro con la difficoltà politica di vietare comportamenti che sono prassi consolidate percepite come diritti.

UNA DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA

Il lavoro di Ostrom trova punti di contatto con la teoria dei giochi, in particolare con quei filoni di ricerca che attraverso il concetto di gioco ripetuto mostrano come gli esiti distruttivi e socialmente non ottimali (equilibri di Nash, di cui la stessa “tragedy of the commons” è in fondo un esempio) possano essere evitati se nella ripetizione del gioco gli attori “scoprono” il vantaggio di comportamenti cooperativi, che a quel punto possono essere codificati in vere e proprie istituzioni. È interessante anche notare come il “comunitarismo” della Ostrom trovi qui un punto di contatto con “l’anarchismo” antistatale; ma Ostrom enfatizza piuttosto l’importanza della comunità, della democrazia partecipativa, della società civile organizzata, delle regole condivise e rispettate in quanto percepite come giuste e non per un calcolo di convenienza.

Non mi risulta che Ostrom si sia mai occupata di finanza, ma è quanto meno singolare la coincidenza del premio con la ri-scoperta dell’importanza del capitale sociale e delle regole condivise per il buon funzionamento dei mercati. Forse anche la crisi finanziaria che stiamo vivendo altro non è che un esempio di “saccheggio” di una “proprietà comune”, la fiducia degli investitori, per ricostruire la quale servirà qualcosa di più di una temporanea iniezione di capitale nel sistema bancario.

Un premio Nobel fuori dal comune! di Paola Baiocchi. Governare i beni collettivi.

Si è voluto, insomma, dare un segno nel momento in cui, sotto la spinta della crisi economica più grave mai generata dal capitalismo dopo quella del ’29, le istituzioni e la società sono oggetto di grandi cambiamenti.La motivazione con la quale il premio è stato assegnato è stringata: “For her analysis of economic governance, especially the commons”, per le sue analisi nel campo della gestione economica e in particolare sui beni collettivi. Il termine “commons” definisce, dall’epoca feudale, la proprietà collettiva di porzioni di terreno lasciate alla popolazione residente in un dato territorio per il proprio sostentamento.

Il libro in cui la Ostrom tira le fila di un lungo percorso di ricerca è “Governing the Commons”, pubblicato nel 1990 e tradotto in Italia nel 2006 con il titolo “Governare i beni collettivi”. Nell’opera, a partire da studi empirici condotti su gestioni auto-organizzate di risorse collettive che coinvolgono le popolazioni locali – alcune zone di pesca della Turchia, le istituzioni di irrigazione della  Spagna centrale (huerta), le regole sullo sfruttamento di pascoli e boschi in Svizzera, le risorse di caccia degli Indiani d’America, la condivisione delle acque sotterranee in Nepal – la Ostrom analizza come possa esistere una terza via tra la gestione pubblica e la privatizzazione del mercato.

Emerge che l’auto-organizzazione nella gestione delle risorse collettive, naturali oppure no, può portare benefici maggiori in termini di risparmio, rispetto alle organizzazioni centralizzate, che, per raggiungere lo stesso livello di conoscenza, dovrebbero attuare programmi di studio molto dispendiosi. Ad esempio solo i pescatori conoscono gli spostamenti dei banchi di pesce tale da permetterne uno sfruttamento che dia le stesse opportunità di pesca a tutti senza depauperare la risorsa.

Metodo interdisciplinare

«È un Nobel molto interessante, assegnato al metodo interdisciplinare nelle scienze sociali» spiega Sergio Ristuccia presidente del Consiglio italiano delle Scienze sociali, che segue la ricerca della Ostrom dagli anni ’80 quando era alla direzione della Fondazione Olivetti e le commissionò uno studio su “Il governo locale negli  Stati Uniti”. «Oggi certi discorsi della Ostrom – continua Ristuccia – potrebbero essere definiti di “sinistra”, ma le sue origini sono diverse, vengono da un filone di tradizione repubblicana della storia politica degli Usa, si potrebbe dire dei “padri fondatori” più legati al territorio, in opposizione ai democratici che volevano un governo federale centrale più forte».

Effettivamente nelle pagine che chiudono il libro la Ostrom richiama la necessità di riproporre il metodo di Hobbes, Montesquieu, Hume, Smith, Madison, Hamilton e Tocqueville, il meglio del filone liberale empirico e individualista.

Pubblico è sociale

«È un Nobel importante per la riscoperta della collaborazione, soprattutto in tempo di crisi – riprende Ristuccia – ma questi studi non vanno trasformati in ideologia». Applicare acriticamente queste teorie, soprattutto per noi europei, vuol dire dimenticare l’enorme percorso fatto nella gestione dei beni collettivi, sostanziato nel nostro sistema di welfare, e le recenti analisi sul mantenimento della proprietà pubblica di reti e infrastrutture complesse (tlc, trasporti, energia, acqua) che richiedono ingenti risorse non guidate da istanze del mercato, ma con l’auto-organizzazione. Un risparmio maggiore, ma si rischia l’individualismo. Per la prima volta di “beni comuni” ho avuto un soprassalto dalla sorpresa per la novità del termine. Ero a un incontro sull’economia solidale e il bene comune era l’acqua. Molti anni dopo, incontrando le tesi del Nobel 2009 per l’economia, Elinor Ostrom, ho capito di aver trovato una delle “radici” del termine. Per diverse ragioni il premio alla Ostrom è straordinario: perchè è la prima volta che viene assegnato a una donna. Ma anche perchè la Ostrom è una politologa e riceve un riconoscimento riservato di solito a economisti di formazione matematica.

Bisogna quindi evitare l’avversione, culturalmente molto statunitense, per ogni forma di gestione pubblica-statalistica. Come ricorda il costituzionalista Salvatore D’Albergo: «Si vuole far pensare al pubblico solo come burocratizzazione. Invece il pubblico è sociale e i beni collettivi rappresentano la sintesi della proprietà pubblica e della gestione sociale».

Una cosa è chiara, il fallimento del neoliberismo, del turbocapitalismo ha bisogno di nuove soluzioni, di esplorare alternative. Lo stesso capitalismo ha bisogno di ammortizzatori nuovi, non quelli che continuano a riproporci uomini e donne che in questi anni hanno frequentato solo scuole di pensiero e ideologie che esaltano il bene assoluto e che da sempre difendono i loro interessi e non quelli della collettività.

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