L’opacità etica del capitalismo finanziario di Pierluigi Mele. su “Confini”


Mai come in questi tempi di crisi si è fatto i conti con l’opacità etica del capitalismo contemporaneo.
Per questo sembra davvero azzeccata la scelta della casa editrice il Mulino di affidare il commento al settimo comandamento, Non rubare, ad uno storico dell’età moderna (Paolo Prodi) ed a un giurista d’impresa (Guido Rossi), che è stato anche presidente della Consob.   Azzeccata perché gli autori ci offrono una visione diacronica e sincronica del furto nella società umana.
Il libro, Paolo Prodi – Guido Rossi, Non rubare, Ed. Il Mulino. Bologna 2010, pagg.169. € 12,00. Collana i Comandamenti, vuole essere anche un esperimento.
E l’esperimento, quello cioè di parlare in maniera aggiornata del settimo comandamento sembra ben riuscito.
A Paolo Prodi tocca l’intero arco dell’elaborazione cristiana sul furto. Centrali, al riguardo, le pagine sul Medioevo.
Ora il punto di sintesi della riflessione cristiana sull’argomento è rappresentato dal Nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica. Qui quando si espone, nel Decalogo, il settimo comandamento si ripropone l’insegnamento tradizionale ma in un quadro di una nuova sensibilità che tiene conto della società globale e dell’attenzione all’ambiente (si veda i numeri 2042 – 2417 del Catechismo).
A Guido Rossi, invece, tocca l’analisi della contemporaneità.
A questo proposito le parole di Guido Rossi sono emblematiche: “Il settimo comandamento, Non rubare, è quello destinato a superare per importanza tutti gli altri non solo nel mondo contemporaneo, ma forse anche nel futuro più o meno immediato (…) è diventato quasi connaturato e intrinseco – nelle sue palesi od occulte attuazioni – alle principali attività e comportamenti delle società moderne. Da qui la sua attuale centralità”.
Proprio con la dirompente “quarta rivoluzione”, quella finanziaria (che è avvenuta in questi ultimi vent’anni)si è così infiltrato in attività e istituzioni insospettate, tanto da snaturarne la natura. “Infatti si era comunemente ritenuto che lo si potesse far coincidere con la tendenza ad impadronirsi dei beni altrui per mezzo del mercato ‘infrangendo e deformando’ le sue regole, mentre ora sono le stesse regole che tendono a legittimarlo”. Così si amplia la definizione di furto che non tocca più che non tocca più la dimensione individuale dell’appropriazione bene altrui, bensì “quella relativa alla violazione e sottrazione di beni, interessi o diritti collettivi e delle comunità anche nazionali e persino internazionali”.
Nella quarta rivoluzione tutto viene mutato dalla sua particolarità finanziaria: così oggi il “maggiore strumento di creazione di ricchezza è diventato il debito”. Così le ricchezze si sono si autoalimentate in un vortice impressionante, da apparire dettato, scrive l’ autore, da una pulsione di morte. Questo ha fatto si, come afferma l’autore, che si sia sviluppata “l’illusione che i debiti si possano non pagare e (questo) ha cambiato il concetto e le dimensioni del furto e il senso profondo del settimo comandamento”.
La stessa volatilità tocca le società per azioni. Altri furti del moderno capitalismo finanziario si compiono attraverso la speculazione finanziaria e il denaro illecito (corruzione, furto, crimine organizzato, manipolazione finanziarie). In questa opacità si compie il furto. “Nel capitalismo finanziario il ricco sottrae ricchezze comuni al povero”.
Non esiste nemmeno più nemmeno più la “Lex Mercatoria” per cui si può affermare che “il capitalismo ha distrutto il mercato seppellendolo nell’opacità di un ‘contromercato’”.
Così “l’aver posto il denaro a sostituire ogni altro valore, persino quello estetico nel giudizio sull’arte contemporanea, ha fatto sparire ogni criterio e, per il crimine economico, anche la sanzione reputazionale. Il denaro, comunque acquisito, è così il nuovo generale criterio di valutazione della civiltà finanziaria”.
La conclusione che il giurista trae è molto amara: quello che “oggi possiamo trarre è che con l’abbondare dei ‘codici etici’ a giustificare denaro e mercati, con le loro molteplici degenerazioni, eccessive anche rispetto all’oggetto ormai espanso e globalizzato del settimo comandamento, ha nell’insostenibile pluralismo della morale toccato l’ultima deriva in un inquietante ossimoro: l’etica del furto”.

L’opacità etica del capitalismo finanziario : Confini.

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