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Ryszard Kapuściński (1932-2007), Polish writer...

Ryszard Kapuściński (1932-2007), Polish writer. Image via Wikipedia

 

Ma allora si può. Anzi si deve. E non con rassegnazione e noia, ma con passione. L’ha detto ieri il Papa al Congresso della stampa cattolica e lo riportiamo con emozione: «La ricerca della verità dev’essere perseguita dai giornalisti cattolici con mente e cuore appassionati». La ricerca della verità… la verità dei fatti, la verità del pensiero. Non è facile, soprattutto per chi scrive sui giornali: «Pretendere di dire la verità e tutta la verità con un giornale – ammoniva Norman Mailer – è come pretendere di suonare la Nona di Beethoven con un’ocarina: lo strumento non è molto adatto». Mailer non negava l’esistenza della verità, denunciava la limitatezza dello strumento-giornale. Ma l’importante è cercarla con passione, la verità; perseguirla senza sosta. 

Se oggi una linea di confine può essere tracciata, è tra i media che amano la verità e quelli che se ne infischiano. L’ha spiegato bene Ryszard Kapuscinski: «Nella seconda metà del secolo improvvisamente il grande mondo degli affari scopre che la verità non è importante, ciò che conta è l’attrazione. Una volta creata l’informazione-attrazione, possiamo vendere questa informazione ovunque, Più l’informazione è attraente, più denaro possiamo guadagnare». Concludeva il grande cronista polacco: «Dalle mani di persone che lottavano per la verità, l’informazione è passata in quelle di uomini d’affari preoccupati non che l’informazione sia vera, importante o di valore, ma che sia attraente».
O di qua o di là. Giornalisti, lettori, conduttori, autori, ascoltatori. La scelta è netta: o con la verità che può non essere attraente, ma scomoda e perfino faticosa, o con l’attrazione che allieta gli animi e li anestetizza. È quel «mondo dell’immagine» di cui parla il Papa, mondo «che può anche diventare indipendente dal reale, può dare vita a un mondo virtuale con varie conseguenze, la prima delle quali è il rischio dell’indifferenza nei confronti del vero». I reality, i talk-show. E il magma ribollente di internet. «Vero e falso» diventano «interscambiabili». Fino al peggio; e qui Benedetto XVI sembra commentare la rappresentazione televisiva della tragedia della giovane Sara: «La ripresa di un evento, lieto e triste, può essere consumata come spettacolo e non come occasione di riflessione». Non la passione per il vero, ma l’attrazione da vendere e comprare.

Di qua o di là, dunque. Con la consolazione che cattolici e laici appassionati si trovano naturalmente alleati. Tornano alla mente le parole cantate 13 anni fa da Giorgio Gaber: «E l’uomo che non ha più il gusto del mistero, che non ha passione / per il vero, che non ha coscienza del suo stato / un mare di parole / un mare di parole / è come un animale ben pasciuto». La passione per il vero sostituita dalle ben più vendibili, sul mercato, attrazione ed emozione. Ciò accade quando le copie di giornale e i telespettatori venduti diventano l’unico obiettivo, l’idolo sanguinario che divora la verità. Quando si ignora l’invito del Papa a porre «sempre Dio al vertice della scala dei valori». E anche quando si affossano le piccole testate infliggendo un colpo mortale al pluralismo. Noi preferiamo pensarla come Franklin D. Roosevelt: «La verità si scopre quando gli uomini sono liberi di cercarla». Liberi… se mi vengono negati gli strumenti, non sono più libero. E non dimentichiamo la lezione di George Orwell: «Libertà vuol dire poter dire alla gente anche quello che la gente non vuole sentirsi dire». Il Papa di ieri e le menti più lucide dell’ultimo secolo sono in perfetta sintonia. E chiedono a noi passione e competenza.

 

Umberto Folena

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