Serge Latouche, Mondializzazione e decrescita – L’alternativa africana


 

Tiebele Gurunsi, Ghana.

 

Nel 1943, con sguardo lucido e profetico, Simone Weil metteva in guardia l’Europa dai pericoli e da tutte le perdite che avrebbe comportato l’americanizzazione, per cui i tragici eventi in corso stavano contribuendo a gettare fondamenta a dir poco durature, e proponeva, come antidoto per rimanere “spiritualmente vivi”, “un contatto nuovo, vero, profondo con l’Oriente”.  Oggi, scrivono Mirella Giannini e Massimo D’Amico nell’interessante prefazione a questo libro di Latouche, l’Oriente non rappresenta più una vera alternativa al mondo occidentale, le cui logiche auto-annientanti potrebbero invece essere decostruite a partire dal continente più periferico nel sistema globale dei poteri: l’Africa. Non la “derelitta Africa ufficiale”, quella della decolonizzazione abortita, ma l’Africa informale, una società che Latouche chiama “vernacolare”, dove “si è ingegnosi senza essere ingegneri, intraprendenti senza essere imprenditori, industriosi senza essere industriali”. Un laboratorio che ricicla creativamente “gli scarti della modernità” e che trova la sua espressione più eloquente nei mercati-incontro, dove ci si scambiano prodotti e parole, dove economia e tecnica confluiscono, comunque e sempre, in un tessuto sociale estremamente ricco, la vera risorsa che permette di sopravvivere nel sottosviluppo. La proposta dello studioso non è basata su ipotesi puramente teoriche, ma parte da indagini sul campo – in Senegal – e analisi accurate degli equilibri economici mondiali (Latouche è antropologo ed economista), nonché corredata da suggerimenti sulle strategie praticabili perché l’esclusione dal progresso diventi un’occasione di cui approfittare per sottrarsi alle tentazioni del mimetismo culturale e industriale. Mentre prospetta questa società alternativa al capitalismo sviluppista, Latouche spiega come l’Africa possa contribuire a disintossicare l’Occidente, spingendolo pian piano ad adottare un’ottica “pluriversalista”, tesa a una crescita collettiva che privilegi finalmente l’attenzione per l’ambiente e per i legami sociali. Secondo Latouche, infatti, il grande insegnamento che l’Africa ci può dare, se solo ci decidiamo ad ascoltarla, riguarda proprio l’ambito in cui la civiltà occidentale è più carente: quello delle relazioni, grazie alle quali questo continente conserva una sua, altrimenti inspiegabile, vitalità. Profonda e indelebile. Vista così, l’Africa può diventare il paradigma di quel progetto di “decrescita serena” che Latouche va delineando e diffondendo ormai da parecchi anni, teso a “reintrodurre una forte dose di saper vivere, in un mondo che soffre per un eccesso di saper fare”. A tal fine una convergenza tra la saggezza africana e l’esperienza storica europea potrebbe essere estremamente propizia, a patto però che essa avvenga all’insegna di una consapevolezza profonda, di un desiderio di conoscenza reale, che non si esaurisca nel solito ritornello delle “ibridazioni” e dei “meticciati”, originariamente intuizioni brillanti ma che ormai appartengono a un’ortodossia multiculturalista spesso superficiale e modaiola. Perché la vera sfida, come sostiene il teologo indo-catalano Panikkar, è intraculturale ancor più che interculturale. La convivialità è, infatti, qualcosa di molto più forte della tolleranza reciproca, perché parte dalla presa d’atto che l’alterità è intrinseca al soggetto: se io non trovo in me lo spazio in cui ospitare l’indù, il musulmano, l’ebreo, l’ateo, l’altro – nel mio cuore, nella mia intelligenza, nella mia vita – non potrò mai entrare veramente in dialogo con lui.
Questa Africa con la sua economia informale, la persistenza della solidarietà quotidiana, la sua logica del dono e una paradossale saggezza democratica basata sulla parola dà vita a un pensiero in grado di agire nel sociale, a una forma di giustizia basata sulla vicinanza e sul contatto diretto, a una precisa formulazione di un senso profondo, in cui le relazioni e il calore umano hanno un ruolo di primo piano. L’ottica di Latouche è problematizzante, a tratti le sue analisi lasciano il lettore confuso e titubante, mettono in crisi i suoi parametri. Il tratto meno convincente è forse la contrapposizione un po’ manicheistica tra un’Africa ambigua e corrotta e un’Africa, invece, che pare completamente virtuosa (per compensare la quale propongo la lettura del bellissimo saggio di Achille Mbembe, Postcolonialismo), eppure il suo discorso è avvincente. Per i ribaltamenti di prospettiva che implica, le potenzialità che schiude, il ritratto complesso del continente africano come prezioso intreccio di voci e di storie finalmente da ascoltare. Per (de)crescere.

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