Gilbert Rist, “Lo sviluppo. Storia di una credenza occidentale” di Paolo Scroccaro


Gilbert Rist, Lo sviluppo. Storia di una credenza occidentale

di Paolo Scroccaro

«La storia dimostra che lo sviluppo è un’invenzione recente. Se il mondo ha potuto vivere senza di esso per tanto tempo, è legittimo pensare che la vita continuerà quando esso sarà scomparso» (pag. 252).

L’autore è professore all’Istituto universitario di studi sullo sviluppo (IUED) di Ginevra, e in precedenza si era già occupato ampiamente di questa tematica, come evidenziano le numerose referenze bibliografiche citate nel testo che stiamo considerando. Il suo nome figura accanto ad altri critici delle idee “sviluppiste”: S. Latouche, G. Corm, Georgescu-Roegen, M. Rahnema, G. Esteva, W. Sachs, … (anche qui, gli intellettuali italiani brillano per la loro assenza).

Il sottotitolo già preannuncia la tesi di fondo: l’idea di “Sviluppo”, con le conseguenti promesse di maggior benessere per i popoli è solo una recente credenza occidentale, una fede (il termine è di Rist), una fede nel senso più deteriore, inventata nei paesi occidentali a capitalismo maturo ed esportata anche nei paesi terzomondisti e “sottosviluppati”.

Perché una mediocre e passeggera credenza? La risposta può essere sintetizzata in questo modo: perché lo sviluppo economico, dove si è imposto, lungi dal migliorare le sorti dell’umanità e del pianeta, le ha aggravate notevolmente, approfondendo le ingiustizie sociali preesistenti, generando nuovi meccanismi di esclusione a danno della stragrande maggioranza dell’umanità (ed a vantaggio di pochi), minacciando una volta di più gli equilibri ecologici (vedi deforestazione e desertificazione crescenti, effetto serra, allargamento del buco dell’ozono, estinzione di specie animali e vegetali, ecc.), trascinando verso un produttivismo insano e unilaterale, che ha comportato lo sradicamento alienante di popoli e culture.
La fine del sovietismo, salutata da molti come una liberazione, ha, di fatto, agevolato il trionfo definitivo del liberalismo e i programmi “sviluppisti”, apparsi più credibili nella formula neoliberistica rispetto alle versioni produttivistiche socialiste, accusate di inefficienza.

In realtà, “questa credenza, così comunemente condivisa perché ovunque imposta, non corrisponde ad alcuna realtà storica”, scrive Rist (pag. 216), ed i fedeli (gli sviluppisti) “non si preoccupano del fatto che le loro proprie pratiche contraddicono regolarmente i valori ai quali dichiarano di aderire” (pag. 218).
Occorre perciò condividere la conclusione dì A. Hirschman quando osserva che “il declino dell’economia dello sviluppo è in parte irreversibile”, poiché essa “lungi dall’apportare la buona vita sperata, non ha fatto che accrescere le ineguaglianze e la marginalizzazione” (pag. 221).

Come mai le bugie “sviluppiste” trovano ancora, nonostante i clamorosi insuccessi, molti sostenitori?
Questa la risposta di Rist: perché, attorno all’ipotesi sviluppista, si è creato, a livello internazionale, un apparato mastodontico, articolato anche a livello locale, che può sopravvivere solo grazie alte menzogne sviluppiste. Il mega-apparato è formato dai funzionari della Banca Mondiale, del Fondo Monetario, del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, delle varie agenzie con pretese più o meno umanitarie (UNICEF, FAO, OMS, UNESCO, O.I.LAVORO, …); a tutto ciò si aggiunga il codazzo dei vari ministeri nazionali per la Cooperazione e lo Sviluppo, i divulgatori agricoli, gli “esperti”, i ricercatori, gli agronomi, i periti forestali, gli operatori sanitari, i vari pianificatori, i volontari delle ONG, i missionari e chi più ne ha più ne metta …senza dimenticare poi le aziende multinazionali più che mai interessate a investire e smerciare nei vari “paesi in via di sviluppo”.

“E come cifrare tutti i posti di lavoro indotti dall’insieme di queste attività multiformi che non potrebbero esistere senza segretarie, senza mezzi di telecomunicazione e di trasporto, senza locali, senza fornitori di materie di ogni sorta e senza compagnie aeree” (pag. 224). Veri e propri eserciti con o senz’armi (trattasi di dettaglio secondario), di varia nazionalità, sono schierati per far funzionare i progetti sviluppisti, e nel loro insieme costituiscono un mega-apparato sovranazionale, con giri d’affari multimiliardari ogni anno; a questo punto, poco importa che tali progetti risultino costosissimi e fallimentari a ripetizione; ciò che veramente conta, per gli uomini dell’apparato sviluppista, è che esso non venga smantellato e si perpetui indefinitamente, attirando energie, miliardi e speranze… in vista di fini dichiarati che mai verranno realizzati (in realtà si potrebbe dire che, anche in questo caso, il mezzo, cioè l’Apparato, da mezzo si è trasformato in fine assoluto).

Vale per l’Apparato sviluppista ciò che molti hanno più volte ripetuto a proposito del Prodotto Nazionale Lordo (P.N.L.): se si dovesse calcolare tutto, cioè non solo quanto prodotto, ma anche le perdite, cioè quanto consumato e distrutto per ottenere un certo P.N.L. o un certo livello di funzionamento dell’Apparato, si capirebbe immediatamente il carattere mistificatorio e fallimentare del P.N.L. e dell’Apparato sviluppista ad un tempo! Si capirebbe che, in ogni caso, il gioco non vale la candela!
Gli economisti che continuano a blaterare di P.N.L. e Sviluppo, più che scienziati sono dei falsari che contano, in modo unilaterale, solo ciò che gli è conveniente per far sopravvivere il miraggio sviluppista, o dei fedeli esaltati, dei fanatici che non vogliono guardare in faccia la realtà (cioè il carattere fallimentare dei loro progetti). (La stessa tesi si potrebbe sostenere a proposito dell’apparato medico-scientifico). “La difficoltà principale è allora questa: come far saltare la struttura religiosa che protegge lo sviluppo?” (pag. 249).

La fede irrazionale nello sviluppo è ancora molto forte, in effetti, in vaste aree mondiali, è una specie di nuova religione totalitaria e dogmatica, cui non mancano i predicatori integralisti, vale a dire gli economisti asserviti, cioè quasi tutti.
Da qualche parte, però, ci si accorge che la prima mossa, quella decisiva, non può consistere nel voler cambiare immediatamente i fatti: più semplicemente, basterà cambiare per il momento l’interpretazione di essi. Un proverbio africano citato nel testo ci aiuta a capire che cosa significhi interpretare in modo diverso gli stessi fatti:

«Tu sei povero perché guardi quel che non hai. Vedi quel che possiedi, vedi quel che sei, e ti scoprirai straordinariamente ricco».

In altre parole, i miraggi degli sviluppisti hanno fatto breccia là dove la gente si è identificata nella loro interpretazione, nel loro paradigma consumistico-produttivistico, cercando conseguentemente di inseguire quei beni economici che venivano loro promessi, in sostituzione della nobiltà e semplicità del vivere tradizionale, visto dagli innovatori di turno come scarsità e insopportabile povertà, come arretratezza da rottamare in cambio di “incentivi allo sviluppo”.

Sarà necessario rigettare quest’ultima interpretazione, per rivalutare gli stili di vita che si sottraggono ai modelli sviluppisti transnazionali; ciò sarà sufficiente per una rottura col sistema culturale-economico dominante come già avviene in certe situazioni, dove esso “non è più considerato un modello da adottare ad ogni costo; di colpo finisce la frustrazione provocata dall’impossibile imitazione di uno pseudo-ideale alienante, e le energie che essa aveva finora mobilitato possono essere investite in un procedimento nuovo: la riscoperta da parte di ciascuno della sua propria legge” (pagg. 248-249).
Se questo compito, ovviamente, non può essere affidato agli economisti che hanno fede nello sviluppo e ne vivono (come dice giustamente Rist), è realistico puntare su quelle culture, d’Oriente e d’Occidente, che da sempre costituiscono delle alternative alla pseudo-religione mondialista dello Sviluppo?

Terminiamo con quest’interrogativo, certamente degno di una riflessione adeguata; nello stesso tempo, ci conforta constatare che anche in questo testo compaiono numerose convergenze con quanto da noi sostenuto nel corso degli incontri dedicati a Schumacher, a Naess, all’Ecologia Profonda, all’Antiutilitarismo, a Economia, Ecologia, stile di vita… quasi a voler confermare la qualità di molte iniziative dell’A.F.T., una delle poche voci non omologate nel panorama odierno della cultura asservita all’Apparato tecnico-scientifico-economico che oggi guida e domina il mondo.

Paolo Scroccaro

Recensione: Rist, Lo sviluppo.

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