Intervista a Suzanne Dracius. Mangialibri


Redazione

Poetessa, drammaturga e narratrice, Suzanne Dracius, nata a Fort-de-France nel 1951, ha diviso la sua vita fra la Martinica e Parigi. Laureata in Lettere Classiche alla Sorbona, ha insegnato a Parigi, all’Université des AntillesGuyane in Martinica fino al 1996 e negli Stati Uniti come “visiting professor”. Nei suoi libri racconta storie di intolleranza razziale al contrario: etica ed estetica di una cultura non possono essere modellate nei salotti e nelle accademie in cui si finge di non vedere il nero della pelle e la memoria primitiva che esso occulta e protegge.

Con il termine metissage, che potremmo tradurre in italiano con “meticciamento”, si intende quel processo di mescolanza o avvicinamento tra culture diverse a cui oggi, grazie alla globalizzazione che stiamo vivendo, assistiamo sempre più frequentemente. Con L’altra che danza affronti questo difficile tema attraverso le parole di un romanzo. È una sfida letteraria, o forse un intento pedagogico, un modo per avvicinare le masse a una tematica tanto attuale o per lottare contro la discriminazione?


Forse è una sfida di per sé, già alla base, osare scrivere in quanto meticcia martinicana, cioè in quanto persona nata da una società post-coloniale in cui coloro tra i miei avi che erano schiavi non avevano il diritto di imparare a leggere e scrivere: erano puniti anche se si azzardavano a farlo di nascosto! C’è quindi una doppia sfida: la prima, in quanto essere umano che discende da un popolo a cui le leggi della schiavitù impedivano la scrittura, la seconda, in quanto sottomessa alla condizione femminile. Le “persone di colore” non sono state incoraggiate ad accedere all’istruzione. Vade retro! È solo dopo aspre lotte che abbiamo assistito all’emergere dei meticci (mulatti), poi dei neri, ben molto tempo dopo l’abolizione della schiavitù (1848). Ora, la sfida è doppia, perché l’emancipazione di persone divenute libere non è stata accompagnata a un progresso nella condizione femminile. Anzi, al contrario: c’è stata regressione. Da qui la necessità di trasgredire. Uguali agli uomini nella fatica del lavoro e nella condizione servile, le donne martinicane non lo sono state nello statuto di affrancate, dove si sono trovate alle prese con le stesse discriminazioni sessiste delle donne francesi, con il fardello del post-colonialismo per di più, ben peggiore della più arretrata delle province francesi. Non ci si aspettava che un martinicano scrivesse, e meno ancora che lo facesse una martinicana. E ancor meno che una martinicana osasse abbordare il tema del meticciato e la delicata questione dell’identità! Sì, c’è una sfida in questo progetto di scrittura che tende a rendere sotto forma romanzesca le sottigliezze del meticciato visto dall’interno di una pelle meticcia.
Nel romanzo la danza è un mezzo, uno strumento per celebrare, ma anche preservare, una cultura molto antica. Matildana danza con una sensualità e una forza quasi atavica: in una società, quella francese, dove ormai l’assimilazione è messa in atto da generazioni, c’è ancora bisogno di un riscatto, seppur “pacifico”?


La danza è effettivamente più di un piacere sensuale o un semplice divertimento; è un simbolo di libertà: alcune danze di schiavi, come la calenda, erano interdette dai padroni, col pretesto che erano indecenti, ma soprattutto perché erano occasione di riunioni notturne dove potevano fomentarsi delle rivolte. La riunione favorisce l’unione, e l’unione fa la forza. Sempre il buon vecchio principio “dividere per regnare”, applicato dai coloni bianchi. Di origine africana, le danze tradizionali furono per molto tempo disprezzate in quanto pratiche da “vecchi negri”. Anche oggi, alcuni antillani le denigrano – è il colmo! Ai nostri giorni, in Francia, nulla è interamente bianco o interamente nero. La situazione del meticcio è essa stessa meticciata. Tutto è sfumato. Il meticcio ora subisce delle discriminazioni (per esempio a lavoro, per un affitto, a causa del suo colore), ora è incensato – spesso con paternalismo. Soltanto quando ha successo piace. Sì, c’è bisogno di “riscattarsi”! Si ammirano i francesi “di innesto” solo se non fanno concorrenza ai francesi d’origine. La danza, la musica, lo sport, sono ambiti in cui il meticcio può brillare. Ma se si avventura in cose “serie”, in politica o in letteratura, se pretende d’essere attore o presentatore in televisione, tutto è più difficile per lui. Non se l’aspettano lì. È terreno di caccia per i bianchi. Sì, ha bisogno di riscattarsi. Emanciparsi, per davvero. In concomitanza con l’insediamento di Obama alla presidenza degli Stati Uniti – afro-americano in senso stretto, meticcio agli occhi dei francesi, mentre per gli anglosassoni una sola goccia di sangue nero fa di voi un negro, la causa meticcia è di nuovo ascesa, ma l’infatuazione è stata passeggera. Bisogna rimanere vigili. Quel che è successo negli Usa è impensabile in Francia. Quanto alla memoria della schiavitù, se attualmente è molto presente alle nuove generazioni e agli intellettuali al fine di ricostruirsi – poiché questa volontà anamnesica permette una forma di resilienza per guarire dai traumi della servitù disobbedendo all’ingiunzione di dimenticare – essa è occultata nei più vecchi, che non vogliono sentirne parlare. Era così fino a pochissimo tempo fa, fino all’inizio del XX secolo, e anche fino agli anni ’70: nelle famiglie martinicane si aveva vergogna, paura e orrore di evocare la schiavitù. Si demonizzava il negro marrone – lo schiavo che era sfuggito alla piantagione – mentre oggi lo si onora come simbolo di libertà e di dignità. Ma quando ero piccola, quando ti dicevano “Hai l’aria di un negro marrone”, significava: “hai l’aria di un bandito”, riproducendo lo schema imposto dal padrone, perché il marrone faceva razzie nelle abitazioni, terrorizzava anche gli altri schiavi – terrore sfruttato dai padroni per screditare l’immagine del marrone.
In qualche modo, L’altra che danza può essere considerato anche un romanzo “di viaggio”. Viaggio in paesi e culture diverse, quella parigina e quella martinicana, ma anche viaggio di crescita e ricerca della propria identità, umana e culturale?


L’intero romanzo è un viaggio, viaggio reale e interno, com’è attestato anche nei titoli stessi dei capitoli. Le principali protagoniste fanno avanti e indietro tra la loro Martinica natale e Parigi, poi il ritorno in una Martinica sconosciuta, da riscoprire dopo anni passati nell’Esagono, con tutto ciò che implica quanto a spaesamento, a sradicamento, e da qui una necessità d’adattamento, adeguazione, ogni volta. Le sorelle vivono il viaggio ognuna a suo modo. Una, Rehvana, non si sente mai totalmente bene da nessuna parte. Insieme al suo uomo meticcio, non è mai in un paese dove tutti gli somiglino. Si precipita alla ricerca delle sue radici e vi si immerge tutta, mentre l’altra, Matildana, danza in armonia con tutte le sue componenti culturali, comprese quelle che le provengono dalla buona vecchia Europa, compreso il patrimonio culturale dell’alta antichità greco-romana, al quale non si sente meno estranea che alle eredità africane. Matildana non vuole essere spossessata di niente, non vuole essere esclusa da nessuna parte. Essere antillana è essere il prodotto di viaggi di meraviglie e violenze, dal primo viaggio di Cristoforo Colombo fino agli attuali incessanti arrivi e partenze della Diaspora nera tra i due mondi, il Vecchio e il Nuovo Mondo; significa discendere da multiple schiatte di viaggi volontari o forzati, conquistadores o africani deportati, e poi da altri viaggi ancora, dall’India vera o dalla Cina… Da qui un’identità-viaggio. Da qui una cultura multiforme in perpetua mutazione, che corrisponde perfettamente alla stessa nozione di cultura: la parola cultura non è, in latino, un aggettivo verbale di futuro, che implica incessanti metamorfosi, evoluzioni e proiezioni nell’avvenire? Per sentirsi a proprio agio, per potervi danzare, è importante saper padroneggiare il proprio passato come adattamento al presente. Una è in difficoltà, l’altra no. Ce n’è una che perde terreno, l’altra che danza.
Ci sono molte commistioni in L’altra che danza, prima su tutte l’uso alterno di linguaggi molto diversi tra loro dai raffinati grecismi, al francese colto e non; soprattutto l’uso del creolo, che anche nella traduzione italiana mantiene una musicalità e un lirismo incredibile. Una scelta solo teorico-letteraria o anche un modo per dare “nuova voce” a una lingua che, purtroppo continua a essere parlata e studiata solo nei paesi antillani, nonostante molti siano i migranti di quelle terre sparsi per il mondo?


In Martinica si pratica una diglossia francese/creolo, un perpetuo slittamento, come nel parlare di man Cidalise. Meticcia di corpo e di spirito, mi capita, nei miei scritti, di usare parole e costrutti tipicamente creoli. Spesso mi viene chiesto se penso che il meticciato linguistico che mescola creolo al francese possa essere considerato come una vena d’arricchimento per la lingua francese. Non c’è antinomia, se non antagonismo, tra l’intelligenza lucida, fredda, cartesiana, così frigida da essere artificiale, e l’entusiasmo nervoso di una energia creatrice ossessionata dai quimbois e dai vudù delle credenze creole? Fino a che punto l’esaltazione creatrice può pretendere d’aver coscienza dei suoi limiti e dei suoi poteri? A conti fatti, una tale coscienza non è distruttrice in sé? 100% meticcia (ancora un maledetto paradosso!), votata all’ossimoro – e al marrone – attraverso la mia persona e nella mia scrittura, assumo l’interezza della mia eredità culturale multiforme. Creola, perché nata e cresciuta in Martinica, trovo normale esprimere con espressioni creole i “realia” del mio ambiente e del mio immaginario creoli. Ma prestissimo i ricordi d’infanzia si sono meticciati ai ricordi d’In Francia, mescolati alle reminiscenze del mio paese natale. Se il francese è la mia lingua materna, il creolo è la mia lingua paterna! Penetro nella lingua francese come in un’abitazione offertami, in cui, della mia isola vulcanica e della mia formazione classica, fanno irruzione la lingua creola, la cultura creola, ma anche le emozioni vive per quelle lingue cosiddette morte come il latino e il greco. Non è uno sfoggio, ma una condivisione. Le offro ai miei lettori perché, anch’esse, hanno nutrito la mia cultura e le mie mitologie personali: da kalazaza latino-creolo (“kalazaza” designa un tale guazzabuglio di persona che non si sa a cosa assomigli), io meticcia, tesso tutto ciò in una lingua che sicuramente appartiene solo a me, ma in cui ogni lettore si ritrova, perché tutto ciò che ho scritto gli è reso accessibile, comprensibile grazie al contesto. Tutta questa cultura in meticciato gli è regalata – con diversi giri stilistici di cui mi permetterete di mantenere segrete le ricette. Il francese, che rispetto, specie nella sua sintassi, si trova solo estetizzato ed esaltato. Nulla di blasfemo! Che non si abbia la memoria corta, e ci si sbarazzi di ogni complesso: il francese, come noi lo concepiamo oggi, è risultato dalla congiuntura storico-politica, dal trionfo della langue d’oïl sulla langue d’oc. È solo nel 843 che apparve il primo testo in lingua francese (detta allora “françoise”), vicinissima al latino, con residui di declinazioni latine, come attestano le prime parole del Serment de Strasbourg: «Pro deo amor»… Ed è solo nel 1539 che l’editto di Villers-Cotterets, ordinanza di Francesco I – ben nominato! – prescrisse l’impiego del “françois”, il francese, per i testi ufficiali, fin lì redatti in latino. Quanto ai coloni francesi che si istallarono alle Antille a partire dal 1635, non parlavano il francese di corte, ma diversi dialetti e patois delle differenti province di Francia da cui provenivano; allo stesso modo, gli schiavi deportati della Tratta parlavano diverse lingue africane, perché erano originari di diverse regioni d’Africa – spesso i padroni avevano cura di mescolare le diverse etnie, per impedire che si unissero e, partendo, di ribellarsi. (Tutti sanno che l’unione fa la forza.) Gli uni e gli altri non si capivano tra di loro, se non, poco a poco, per il tramite di questa lingua meticcia che è il creolo, nata nelle abitazioni, sulle piantagioni, nelle “case”, nei “giardini”, come venivano chiamati all’epoca i lavori forzati nelle piantagioni di canna da zucchero – bell’eufemismo! Quei giardini non erano paradisi, bisogna dire, se ricordiamo che “paradisos”, in greco, vuol dire giustamente “giardino”. Una lingua è qualcosa di vivente, che si creolizza nel tempo. La lingua creola come le altre! Questo non vuol dire scomparire. Il francese non è esso stesso un creolo del latino, del latino delle legioni romane parlato da galli sgolati, arricchito poco a poco da un vocabolario di stampo letterario dai sapienti gallo-romani, una lingua dalla grammatica fluttuante, tardivamente codificata da Vaugelas, non così tanto tempo fa, nel XVII secolo – non per fissare, ma per regolare la lingua, spronando il ricorso all’uso, fondato sul “buon gusto” della corte e della città? Nella mia scrittura, il creolo si fonde al francese. Cavalco allegramente francese e creolo, a mio piacimento. Per esempio, quando scrivo: «Ha riposato il suo corpo» o «Ha disteso il suo corpo», è una costruzione creola, da nulla, una struttura del creolo, in cui si usa, al posto del pronome riflessivo, “il mio corpo”, “il tuo corpo”. Non si dice, in creolo, “io mi lavo”, ma “lavo il mio corpo” (forse perché la sola cosa che apparteneva allo schiavo, almeno nella sua mente, era il suo corpo). L’effetto stilistico produce in francese più sensualità, se non erotismo, che permette di proiettare lo sguardo del lettore a un’immagine più forte, più visiva, quasi cinematografica, di scrivere in cinemascope, scrivere a colori. Nondimeno, per certe poesie, l’ispirazione mi viene unicamente in creolo. Non vorrei essere una Cassandra, né predire la sua diluizione progressiva. Osservo soltanto una evoluzione, una fusione con altri elementi (l’inglese, l’argot, il verlan, ecc.), specie nei giovani della Diaspora nera, per i quali il creolo, I creoli, costituiscono comunque una passerella fatta di un cimento identitario importante per costruirsi e ricostruirsi, saldarsi aprendosi al mondo. Almeno spero. È una delle più belle vocazioni attuali quella di “parlare kréyol”. Le Antille sono state un crogiolo nel quale numerosi popoli sono venuti ad apportare il loro rispettivo patrimonio storico, linguistico, culturale e genetico per dare vita ai popoli antillani. Nell’epoca della globalizzazione e dei raggruppamenti geografici, ogni componente della popolazione antillana può sperare di mantenere la propria identità o dovrà fondersi in una comunità pan-caraibica che avrebbe in condivisione il creolo? Ricordiamoci che la parola “creolo” – la cui etimologia si riferisce al verbo spagnolo criar che significa crescere – designa ogni persona, cosa, pianta, casa, ecc. nata e cresciuta nelle “Americhe”, nelle “colonie”. All’origine creolo si applica a ogni essere – animale, vegetale o oggetto – creato alle Antille, adatto alle case creole come agli schiavi creoli, come venivano chiamati, nel XVII-XVIII secolo, per opposizione agli africani appena sbarcati. Fenomeno curioso alle Antille, i Neri ne sono stati spossessati nel XIX secolo, con un gioco di prestigio iniquo, perché questo termine fu riservato allora ai soli coloni bianchi – quelli che noi chiamiamo in Martinica i “békés”. Quella del secolo seguente è stata una vera e propria riappropriazione, che non fa riferimento a una razza piuttosto che a un’altra, né a una nazionalità, ma a una cultura comune, un immaginario condiviso, quasi un codice linguistico che crea una complicità, una passerella tra le isole. Gli abitanti di Saint-Lucie, per esempio – benché anglofoni –, comunicano con i martinicani come con gli haitiani, anche se ci sono varianti nei nostri rispettivi creoli: hanno conservato infatti un creolo a base lessicale francese, a causa del fatto che Saint-Lucie e l’ex Santo Domingo sono state colonie francesi. Manteniamo, comunque, nostre proprie identità, cosa che mi sembra eccellente, feconda e ricca di apporti multipli, sempre che sia nel rispetto dell’Altro. (E non è sempre così, ahimè! Perché l’immigrazione clandestina, in provenienza da Haiti principalmente, è furiosamente combattuta dalle autorità e violentemente rigettata dalla popolazione locale, specie in Guadalupa, dove ci sono stati dei veri e propri “pogrom”.)
Ne L’altra che danza racconti molte usanze dei paesi delle Antille, non solo, ma anche credenze, superstizioni, aneddoti orali che riporta per voce di man Cidalise. Che importanza ha questo bagaglio di “tradizione magica” per chi è originario di quei luoghi? E soprattutto per le nuove generazioni che convivono con essa?


Ascolto molto. Osservo, accumulo e prendo note, quasi da niente, quando le persone parlano. Vi è qui un perfetto sincretismo religioso che mescola cristianesimo fervente e superstizioni pagane di origine africana, il quimbois, magia antillana che essa stessa è la mescolanza tra vari riferimenti alla religione cattolica (la Madonna, ma nera, le candele, ma non bianche, nere; l’incenso, ecc.). Benché tutto questo sia sorpassato, non appena incombe la sfortuna, le persone, anche tra i giovani, non trovano più tutto ciò obsoleto. Per esempio, un ragazzo è capace di comprare una superba grossa macchina di lusso all’ultimo grido; per poco che essa sia stata incidentata, anche per una semplice graffiatura, decreta che deve proteggerla, la fa benedire da un prete e ci mette dentro una medaglia di san Cristoforo, il santo patrono dei viaggiatori. In una conversazione, lo stesso uomo iper-moderno può dirti di non essere superstizioso, ma impiega gli stessi rimedi ancestrali per sfuggire alle maledizioni. Ufficialmente, la Martinica è molto cattolica, alcuni, adesso, sono atei, forse agnostici, ma malgrado il trascorrere del tempo e la modernità, le persone sono comunque legate a queste credenze, che sopravvivono inconfutabilmente. E tutti ci marciano, compreso il prete che, pur sapendo che non si tratta a ragione di un essere umano ma di un semplice oggetto, accetta di benedire la bella macchina di lusso e la medaglia di san Cristoforo. Il mito, quasi una variante creola del mito di Faust, del fare un patto con le Tenebre resta sempre presente nell’immaginario collettivo, è un fantasma al quale si aggrappano gli spiriti deboli: essere “in pegno”, cioè impegnato col diavolo. Ancora oggi, quando qualcuno non ha successo e la sua vita è piena d’ostacoli, dichiara: «Yo fè mwen mal» (mi hanno fatto del male). Ma tale attitudine irrazionale non impedisce allo stesso individuo di mostrare un comportamento perfettamente razionale, logico, ragionevole e coerente nella condotta dei propri affari. Ciò che caratterizza la società caraibica, dalla Giamaica alla Martinica passando per Cuba, Haiti e Porto Rico, è la paura del che-cosa-diranno-gli-altri, dello smacco visibile, è il peso e l’importanza dell’occhio del mondo. Un mulatto importante un po’ squattrinato dichiarava: «L’importante non è avere i soldi, è lasciar credere alle persone che ho i soldi e tutte le porte si aprono come per incanto».

Mangialibri.

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