E’ possibile che esista una prosperità senza crescita? Il dubbio è legittimo


Gianfranco Bologna

ROMA. Mentre si sta chiudendo la 16° Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici (vedasi http://www.unfccc.org) non possiamo non sottolineare che ancora, a fronte di urgenze sempre più impellenti, le soluzioni offerte dalla politica sono modeste, timide, e sembrano veramente incapaci di innovazione e di visione. Eppure chi riesce a leggere più a fondo la situazione economica e finanziaria mondiale attuale facendo le dovute connessioni, è sempre più convinto che per reagire efficacemente agli evidenti danni prodotti da una visione economica imperniata sull’obiettivo di una crescita continua, bisogna coraggiosamente e urgentemente, voltare pagina. E’ necessario “costruire un altro edificio”, non possiamo pensare che sia bastevole mettere continuamente dei giusti “puntelli” per evitare che l’edificio che abbiamo oggi non crolli. Credo sia sempre più chiaro a tutti, anche a fronte della drammatica crisi economica e finanziaria che ci stiamo trascinando dal 2008, che è impossibile immaginare un mondo in cui le cose andranno semplicemente avanti come prima.

Ma, come si interroga il noto studioso Tim Jackson, professore di sviluppo sostenibile al Center for Environmental Strategies dell’Università del Surrey, in Gran Bretagna, autore dello splendido volume “Prosperity Without Growth . Economics for a Finite Planet” edito da Earthscan (che sarà stampato in italiano, a mia cura, agli inizi del 2011 dalla meritoria casa editrice Edizioni Ambiente) , cosa possiamo dire di un mondo in cui 9 miliardi di persone (quante ne avremo sul nostro pianeta nel 2050, secondo le statistiche delle Nazioni Unite) possano raggiungere tutte il livello di ricchezza e abbondanza atteso per le nazioni dell’area OCSE? Jackson ci ricorda, come hanno fatto tanti altri illustri studiosi prima di lui, che ci sarebbe bisogno di un’economia pari a 15 volte quella attuale (75 volte quella del 1950) entro il 2050, e pari a 40 volte quella attuale (200 volte quella del 1950) entro la fine del secolo. A cosa può mai avvicinarsi un’economia del genere? Come potrebbe andare avanti? Offre davvero una visione realistica di una prosperità condivisa e duratura?

Scrive Jackson: «Nella maggior parte dei casi evitiamo di guardare in faccia la dura realtà di questi dati. Assumiamo di default che – a parte la crisi finanziaria – la crescita continuerà all’infinito non solo per i paesi più poveri, dove è innegabile che ci sia bisogno di una qualità della vita migliore, ma anche nelle nazioni più ricche dove la grande abbondanza di ricchezza materiale ormai non ha che un impatto minimo sulla felicità e, anzi,inizia a minacciare le basi del nostro benessere.

È abbastanza facile capire il perché di questa cecità collettiva […] La stabilità dell’economia moderna dipende a livello strutturale dalla crescita economica. Quando la crescita mostra segni di incertezza – come è avvenuto in modo drastico nelle ultime fasi del 2008 – i politici si fanno prendere dal panico. Le imprese faticano a sopravvivere. La gente perde il lavoro e a volte la casa. La spirale della recessione incombe. Mettere in dubbio la crescita è considerata una cosa da pazzi, idealisti e rivoluzionari. Ma dobbiamo metterla in dubbio. L’idea di un’economia che non cresce potrà essere un anatema per gli economisti. Ma l’idea di un’economia in costante crescita è un anatema per gli ecologi. Nessun sottosistema di un sistema finito può crescere all’infinito: è una legge fisica. Gli economisti dovrebbero riuscire a spiegare come può un sistema economico in continua crescita inserirsi all’interno di un sistema ecologico finito».

Sappiamo che, molti economisti e non solo, hanno cercato di farci capire che l’unica soluzione possibile a questo problema è ipotizzare che la crescita in termini di denaro possa essere “sganciata” dalla crescita in termini di stock e flussi di risorse utilizzate, con i relativi impatti ambientali causati. Si tratta del ben noto processo del cosiddetto decoupling, disaccoppiare la crescita economica riducendo l’input di materie prime ed energia per produrre beni e servizi. Ma come ben sappiamo sino ad ora il decoupling non ha dato i risultati necessari. Non si prevede che ci riuscirà nell’immediato futuro e, per rispettare i limiti ecologici sempre più chiari e palesi, sarebbe necessario un decoupling su scala così vasta che è persino difficile da immaginare.

In poche parole, come ci ricorda Jackson, non possiamo che mettere in dubbio la crescita. Il mito della crescita ci ha delusi. Ha deluso il miliardo di persone che cercano ancora di vivere ogni giorno con metà del prezzo di un caffè. Ha tradito i fragili sistemi ecologici dai quali dipende la nostra sopravvivenza. Ha fallito in modo eclatante, contraddicendo se stesso, nel dare alla gente stabilità economica e certezza dei mezzi di sussistenza.

Ed è per questo che Tim Jackson dedica il suo ottimo volume alla comprensione del fatto che quando l’economia vacilla seriamente, come sta accadendo ora, la prosperità senza crescita risulta essere un asso nella manica molto utile.

La scomoda realtà attuale è che ci troviamo di fronte alla fine imminente dell’era del petrolio a buon prezzo, alla prospettiva di un costante aumento dei prezzi delle commodity, al continuo e progressivo deterioramento di aria, acqua e terra, ai conflitti per l’uso del suolo, delle risorse, dell’acqua, del patrimonio boschivo e forestale e dei diritti di pesca, e all’importante sfida di stabilizzare il clima globale e di frenare i cambiamenti globali che abbiamo innescato in tutti i sistemi naturali, ormai da decenni. E, ricorda Jackson, ci troviamo di fronte a tutto questo con un’economia fondamentalmente incrinata, che ha un disperato bisogno di rinnovamento.

Scrive Tim Jackson: «In tale contesto la possibilità di tornare a fare affari come al solito è preclusa. La prosperità dei pochi, basata sulla distruzione ecologica e sulla continua ingiustizia sociale, non può stare alla base di una società civilizzata. La ripresa economica è fondamentale. Proteggere l’occupazione e creare altri posti di lavoro è di assoluta importanza. Ma abbiamo anche urgente bisogno di un rinnovato senso di prosperità condivisa. Un impegno più serio per la giustizia in un mondo finito.

Raggiungere questi obiettivi potrà sembrare un compito strano o persino incongruo per le politiche dei giorni nostri. Il ruolo del governo è stato definito in termini troppo ristretti dagli obiettivi materiali e svuotato di significato da una visione fuorviante in cui la libertà dei consumatori non ha limiti. Lo stesso concetto di governance ha bisogno di essere rinnovato al più presto.

La crisi economica ci offre un’opportunità unica di investire nel cambiamento. Di spazzare via la logica di breve periodo che ha afflitto la società per decenni. Di sostituirla con una politica ponderata che sia in grado di affrontare l’enorme sfida di assicurare una prosperità duratura.

Perché, dopo tutto, la prosperità va oltre i piaceri materiali e trascende le questioni pratiche. Risiede nella qualità delle nostre vite, nella salute e nella felicità delle nostre famiglie. È presente nella forza delle nostre relazioni e nella fiducia che abbiamo nella comunità. È messa in luce dalla nostra soddisfazione sul lavoro e dal nostro sentire di avere un significato e uno scopo comune. Dipende da quanto possiamo partecipare a pieno alla vita della società.

La prosperità consiste nella nostra capacità di crescere bene come esseri umani, entro i limiti ecologici di un pianeta finito. La sfida che la nostra società si trova davanti è creare le condizioni perché questo sia possibile. È il compito più urgente dei nostri tempi».

Oggi è assolutamente necessario evitare la formula tradizionale che, per raggiungere la prosperità, dobbiamo continuare a basarci sul perseguimento della crescita economica, sul presupposto che redditi maggiori portano a un maggiore benessere e quindi alla prosperità di tutti.

Oggi è assolutamente legittimo mettere in dubbio questa formula. Dobbiamo mettere in dubbio che la crescita economica sia ancora un obiettivo legittimo per i paesi ricchi, viste le enormi disparità di reddito e benessere che continuano a esistere sul pianeta e visto che l’economia globale deve fare i conti con i limiti imposti da risorse naturali non infinite. E’ necessario valutare se i benefici della crescita perenne sono ancora superiori ai suoi costi, e analizzare nel dettaglio l’ipotesi che vede la crescita come presupposto essenziale per la prosperità. In poche parole, come fa Tim Jackson nel suo libro, dobbiamo chiederci: è possibile che esista una prosperità senza crescita?

E’ possibile che esista una prosperità senza crescita? Il dubbio è legittimo.

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