YouTube – Simone Weil a Joë Bousquet


YouTube – Simone Weil a Joë Bousquet.

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Omaggio a Joe Bousquet, il mistico della ferita

Joe Bousquet, il mistico della ferita
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Per comprendere l’intensa radicalità dell’opera di Bousquet occorre riferirsi a un avvenimento che segnò indelebilmente la sua esistenza e il suo pensiero: il 27 maggio del 1918, all’età di vent’anni, in una delle molte missioni a cui partecipò durante ….la Prima.. Guerra.. Mondiale, venne colpito da un proiettile che, pur non uccidendolo, gli spezzò la colonna vertebrale, condannandolo alla paralisi fino alla sua morte, avvenuta nel settembre del 1950.

Ed è propria all’incidente che Bousquet si riferisce come data della sua seconda nascita: l’immobilità, il disintegrarsi della sua fisicità, la negazione dell’azione e della virilità, lo condurranno all’assunzione di una posizione rinnovata e rigenerata data dalla penetrazione e della discesa in una dimensione altra, estranea alla logica separatrice, razionale e diurna.

La sua costante prossimità al baratro e il suo sostare presso la ferita portano il poeta e filosofo alla creazione di un corpo letterario ampio e frammentato, alla stesura di narrazioni, meditazioni, poesie, diari intimi, memorie, frutto di una gestazione durata anni ed esito di una particolare ricettività derivante proprio dalla perdita dell’integrità fisica che lo aveva costretto all’immobilità.

La frammentarietà linguistica che segna la sua opera diviene così da una parte trasposizione della ferita e dello smembramento, attraverso la rivisitazione  letteraria del corpo frazionato e scomposto, dall’altra tale scrittura a schegge, visionaria e priva di un orientamento spazio-temporale determinato, può essere letta come una forma di ricomposizione delle spaccature da lui vissute tra movimento e passività, presenza e assenza, tra lo scorrere del tempo e il suo arrestarsi.

Infine la negazione della sua opera come discorso di senso compiuto, dotato di un inizio, di uno svolgimento e di una fine logicamente coerenti, sembrano tornare a incarnare la necessità non tanto di un discorso definitivo e razionalmente corretto, quanto di una predisposizione a sondare ermeticamente le profondità notturne del pensiero, che alla luce del sole si trasformano in spettri inconsistenti e opachi.

La mutilazione subita diviene per Bousquet una via d’accesso per la distillazione di un pensiero singolare e di uno sguardo alchemico, nel senso di una visione che necessita di rimettersi in con-tatto con la notte, l’ombra, l’invisibile, ritirandosi da quell’eccesso di sole che ha reso l’uomo folle di luce:

“(…) il ritrarsi di Bousquet dal peso della luce lo condurrà all’esplorazione acuta e infaticabile di una conoscenza della sera, o meglio ancora di una inconoscenza radicata nell’esperienza del nero, addirittura di un Oltrenero, nell’immersione nel fulgore dell’ombra”.

Egli riconosce dunque in se stesso un essere sotterraneo, un abitatore del sottosuolo.

La ferita corporea di Bousquet diviene nei suoi scritti l’emblema di una lacerazione ben più profonda e devastante vissuta dall’uomo contemporaneo: la perdita dell’originaria unità e corrispondenza tra individuo e mondo, spirito e materia, visibile e invisibile, maschile e femminile.

Lo smarrimento del senso dell’Anima Mundi, secondo cui tutto ciò che esiste è vivente ed è intimamente connesso attraverso relazioni amorose date dall’appartenenza ad un medesimo scenario, rappresenta la causa primaria del decadimento dell’umanità, dell’aridità del suo immaginario che non è più in grado di attingere alle energie ri-generative della notte.

Nella sua condizione di viaggiatore immobile nel suo letto-vascello Bousquet intraprende un percorso di discesa nella notte intesa come luogo che contiene per eccellenza la materia allo stato primario, la materia creatrice di tutte le cose, femminile, carnale, segreta.

L’esplorazione crepuscolare dell’Oltre-nero costituisce la possibilità di una re-visione e trasformazione dello sguardo in senso alchemico, nella prospettiva di un ricongiungimento con le viscere del mondo; il corpo di Bousquet si fa emblema della riconnessione tra il femminile e il maschile, il materico e il celeste, il superiore e l’inferiore, la vita e la morte.

È proprio in virtù di questa sua posizione, apparentemente passiva, che il poeta riesce a porsi come mediatore tra istanze ritenute sostanzialmente incompatibili: il suo corpo penetra il corpo femminile del mondo, ne sonda la carne, ne tocca le viscere, attraverso il sogno e la meditazione.

Scrive Bousquet:

Mio amore, lasciami analizzare con te questo fenomeno così misterioso: lascia che io ti spieghi che ognuno di noi possiede nel suo sesso tracce dell’altro sesso che sono gli elementi dell’amore, ed è in virtù di una sfumatura subito dissipata d’omosessualità che tu hai in te il mezzo di percepire il colore esatto della vertigine che io ho immediatamente provato nell’incontrarti. Occorre che tu senta fino alla pulsazione del cuore quanto sei bella nel mio sguardo, come se esso, conoscendoti, abbandonasse l’ombra delle sue foreste e risalisse il corso del sole. (…) Ah, se tu sapessi quanto la mia carne si è assolata della tua immagine, quanto essa si sia ripromessa di avvicinarsi alla fonte del tuo corpo, da che essa è così lontana e così vicina; io ho conosciuto allora in tutta la loro ampiezza questi segreti unici intravisti nella tua attesa. Ho capito tutto l’esoterismo dell’amore. Tutta la mia carne, attraversandosi della tua immagine di una chiarezza spirituale, tutta la mia carne, nella tua luce silenziosa fino alle sue profondità originarie, non sai forse che essa ha fatto il sogno di esplorare senza abbandonarti tutto l’abisso dischiuso negli anni?”.

E ancora:

(…) Il suo sorriso ha cercato nei miei occhi la sua vertigine. Ella è là. Il suo sguardo cattura i miei segreti nel mistero delle stelle…..

Laggiù, ella portava un nome, Anne o Manou, non lo ricordo più bene. Era….

bella? I suoi sguardi si rammentavano della mia infanzia, e rendevano la mia….

vita trasparente. Il viso in cui sono stato chiamato, mi confesso pianissimo che aveva fatto il giro della mia vita…..

Ah! Io pensavo con la sua vita. Sempre sognante, ricordo che il suo minimo….

sorriso asciugava il suo sguardo. Un sogno triste era racchiuso nella sua….

bellezza. Da un sorriso, ella portava i miei sguardi d’amore nel segreto delle sue lacrime. L’intero miracolo della sua vita s’appoggiava sulla mia. La vedevo attraverso un’aurora: è la purezza della mia vita che ricevevo nei suoi….

occhi. Ma una porta misteriosa rimaneva aperta nella sua ombra; e tutta la mia carne conosceva i sentieri scuri, i tuguri e il silenzio (…)…..

Lo sguardo ermetico del poeta stabilisce una relazione erotica con la sostanza delle cose, con il mondo, che egli guarda e da cui a sua volta e ri-guardato.

La tematica dello sguardo e della visione appare dunque centrale nella poetica di Bousquet; la curvatura vespertina del suo sguardo, allontanando le pretese analitiche e funzionali, riesce a penetrare l’essenza di un amore che lui stesso definisce esoterico, sia nel suo senso etimologico di interno, sia nel senso di un avvenimento per definizione intriso di mistero, orfico, occulto.

Se pensiamo alla definizione che Antoine Faivre, titolare della cattedra di “Storia delle correnti esoteriche nell’Europa moderna e contemporanea” all’EPHE di Parigi, diede della nozione di esoterismo, ci si rende conto quanto Bousquet, nella sua opera, avesse sintetizzato i principi di tale nozione. Faivre infatti ritiene esoterica ogni dottrina e forma di pensiero che si basi sulla coesistenza di quattro elementi principali: la presenza di un’intrinseca corrispondenza tra microcosmo e macrocosmo, l’idea di una natura animata e viva, l’esistenza di esseri angelici ovvero di mediatori tra l’uomo e Dio (o più in generale di intermediari tra istanze considerate generalmente opposte) e infine il principio di una trasformazione interiore.

La relazione esoterica d’amore in Bousquet sembra distillarsi primariamente a partire dall’assunzione di una prospettiva di conversione e di devozione verso le capacità rigenerative e trasformative dello sguardo, della vertigine generata dalla prossimità al corpo altrui.

È paradossalmente proprio nella sua impossibilità di congiunzione reale con il corpo fisico, nello spossessamento dato dalla negazione di una concretizzazione del desiderio che egli intuisce la necessità di un legame viscerale e intimo con la corporeità femminile, attraverso il quale uscire per sempre mutati.

Nel Quaderno nero Bousquet, attraverso variazioni dei temi del rapporto amoroso, rievoca l’immersione nella carnalità femminile, che si concretizza radicalmente attraverso l’atto della sodomia, come manifestazione della penetrazione nelle viscere del corpo femminile: assistiamo  infatti allo sprofondamento nella materia, al contatto con la sostanza fisica, sotterranea e nera, al passaggio attraverso il baratro della perversione e del godimento. Ma l’erotica mistica di Bousquet si compone alchemicamente di una fase di albedo che:

“(…) non gli consente di arrestarsi alla fase del godimento: l’oscenità deve convertirsi in illuminazione mistica”.

Attraverso una continua dialettica tra luce e tenebre, l’oscurità si compenetra con la luce derivante dalla fusione immaginata con il corpo femminile. Le distinzioni biologiche, la separazione tra oggettivo e soggettivo, tra maschile e femminile cedono il passo a una salvifica ri-composizione dell’androgino, in una prospettiva di unità tra uomo e mondo, materia e pensiero.

È infatti proprio tale ricongiungimento ad operare una radicale sovversione dello sguardo separatore che lungamente, attraverso la storia del pensiero occidentale, ha provveduto a distinguere e disgiungere ciò considerava opposto, primariamente il corpo e lo spirito.

Bousquet, intrecciando erotica e visione, dischiude la possibilità di recuperare una sensibilità ulteriore, uno sguardo propriamente ermetico, lo sguardo degli amanti, che è in grado di ricomporre le lacerazioni del cosmo, di partecipare alle cose del mondo con cui è in costante correlazione.

Nella penombra della sua stanza il ferito, l’immobile, l’invalido Bousquet, attraverso la memoria e lo sguardo, da vita ad un immaginario erotico in cui l’immersione nella carne contiene il senso di un processo di nigredo e di albedo di alchemica memoria.

Si potrebbe pensare che il suo doloroso sostare nella ferita, la sua prossimità alla notte, gli abbiano offerto la possibilità di rinnovare la propria postura esistenziale, di intraprendere un processo di revisione dello sguardo attraverso la conoscenza della carne, dell’humus, dell’ombra, il cui risultato è rappresentato dalla reintegrazione al mondo, non astratto ma piuttosto amorevolmente ricomposto, riconnesso.

Finalmente guarito.

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