Dedicato a tutti i detrattori del nostro Paese.


Un pensiero di Solov’ev sull’Italia (G. Biffi, L’Unità d’Italia. Centocinquant ‘anni 1861-2011, Cantagalli. Siena 2011, pp. 53-55)
«Fra tutti i popoli europei, il primo che raggiunse l’autocoscienza nazionale fu l’Italia. La Lega lombarda, a metà del XII secolo, indica un evidente risveglio nazionale. Ma questa lotta estrema fu soltanto l’impulso che destò alla vita le vere forze del genio italiano. All’inizio del secolo successivo, sulle labbra di san Francesco, la neonata lingua italiana esprime già sentimenti e idee di portata universale, che sono ugualmente chiare per un buddhista e per un cristiano. Nello stesso momento sorge la pittura italiana (Cimabue), e subito dopo (all’inizio del XIV secolo) appare l’opera universale di Dante che basterebbe da sola per fare la grandezza d’Italia. In questo secolo e in quelli immediatamente successivi (fino al XVII secolo), l’Italia, proprio mentre era lacerata dalle lotte tra comuni e podestà, papa e imperatore, francesi e spagnoli, produsse tutto ciò per cui è preziosa e cara all’umanità, tutto ciò di cui possono giustamente inorgoglirsi gli italiani.
Tutte queste creazioni immortali del genere filosofico e scientifico, poetico ed artistico avevano per gli altri popoli e per il mondo intero lo stesso valore che avevano per gli italiani.
I creatori dell’autentica grandezza dell’Italia erano senza dubbio alcuni dei veri patrioti e conferivano un valore grandissimo alla propria patria, ma questa non era da parte loro una vuota pretesa, tale da portare ad esigenze false ed immorali: essi realizzavano effettivamente il significato supremo dell’Italia in opere di valore assoluto. Essi non ritenevano conforme a verità e bellezza affermare sé stessi e la propria nazionalità, ma si affermavano direttamente nel vero e nel bello; queste opere non erano pregevoli perché glorificavano l’Italia, ma, al contrario, glorificavano l’Italia perché erano pregevoli in se stesse, pregevoli per tutti. A simili condizioni, il patriottismo non ha bisogno di essere difeso e giustificato: si giustifica da sé nei fatti, manifestandosi come forza creatrice e non come una riflessione infeconda o come il “trasalimento di un pensiero ozioso”.
In quest’epoca rigogliosa, all’interiore intensità dell’attività creativa corrispondeva l’ampia diffusione dell’elemento italico: in Europa i confini della sua influenza culturale erano, ad est, la Crimea e. ad nord-ovest, la Scozia. Il primo europeo a penetrare in Mongolia e in Cina è I’ italiano Marco Polo. Un altro italiano scopre il Nuovo Mondo e un terzo, estendendo questa scoperta, gli lascia il proprio nome.
L’influenza della letteratura italiana resta predominante per diversi secoli; gli italiani vengono imitati nell’epica, nella lirica, nei romanzi; Shakespeare prende da loro i soggetti e la foema dei propri drammi e delle proprie commedie, le idee di Giordano Bruno risvegliarono il pensiero filosofico in Inghilterra e in Germania; la lingua e i costumi italiani dominano dappertutto nelle sfere superiori della società.
È ovvio che, in presenza di una così rigogliosa fioritura della creatività e dell’influenza nazionale, gli italiani non si preoccupavano minimamente di tenere l’Italia solo per sé (allora, del resto, era accessibile a chiunque la volesse). L’unica cosa che li interessava era quello che avrebbe potuto dar loro un certo valore agli occhi degli altri, quello che avrebbe conferito a loro un significato universale: si preoccupavano cioè di quelle idee oggettive di bellezza e di verità che, attraverso il loro spirito nazionale, ricevevano nuove e più degne espressioni».
Vladimir Solov’ev

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