“I piccoli del leone sono uguali”, Kelebek a cura di Miguel Martinez


Kelebek a cura di Miguel Martinez.

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იყო არაბეთს როსტევან, მეფე ღმრთისაგან სვიანი,
მაღალი, უხვი, მდაბალი, ლაშქარ-მრავალი, ყმიანი,
მოსამართლე და მოწყალე, მორჭმული, განგებიანი,
და თვით მეომარი უებრო, კვლა მოუბარი წყლიანი.

iq’o arabets rost’evan, mepe ghmrtisagan sviani,
maghali, uxvi, mdabali, lashkar-mravali, q’miani,
mosamartle da moc’q’ale, morčmuli, gangebiani,
da tvit meomari uebro,  qvla moubari c’q’liani.Viveva in Arabia un re di nome Rostevan,
Superbo e grande, generoso e retto, signore di eserciti e cavalieri,
Giusto e clemente, benedetto da Dio e benevolo nel suo splendore,
Anch’egli guerriero senza eguali, brillante e soave nella parola

Dopo alcuni versi di premessa, inizia così il poema nazionale georgiano Il cavaliere con la pelle di pantera, di Šota Rustaveli, scritto un secolo prima di Dante.

Ho riportato quindi l’apertura in tre forme.

Innanzitutto, nell’alfabeto georgiano (sempre che riusciate a visualizzarlo nel vostro browser).

Questo sistema di scrittura non è solo – a mio soggettivo avviso – la più bella scrittura esistente; è anche una straordinaria opera di genio, l’adattamento, sembra, di un corsivo greco e di alcune lettere usate per scrivere l’aramaico (lingua quindi semitica) a uno dei sistemi fonetici più ostici del mondo.

Si rimane davvero sorpresi a pensare all’anonimo creatore – immagino un monaco georgiano – in grado di decifrare tutto il sistema fonematico della propria lingua in modo da produrre uno dei pochi sistemi di scrittura al mondo che siano perfettamente aderenti alla realtà della lingua (per capirci, non ci sono stranezze come in italiano, dove la “c” di cielo è diversa dalla “c” di casa).

Poi presento l’apertura nella trascrizione fonetica, che permette anche a chi non si occupa di linguistica, di cogliere qualcosa di una lingua che è radicalmente diversa da tutte le altre note.

Terzo, nella fedele traduzione di Mario Picchi.

Ma perché mai il poema nazionale della Georgia cristiana deve celebrare un eroe che viveva nella “Arabia” musulmana?

La Georgia era diventata cristiana grazie alla predicazione di una misteriosa donna, Santa Nino, che nelle fonti più antiche compare come una schiava. La conversione ufficiale della Georgia è precedente a quella dell’impero romano, e questo ci ricorda – alla faccia di Marcello Pera – quella che dovrebbe essere una banalità: il cristianesimo è una religione orientale, che nasce nel grande crogiolo del mondo ellenistico.

Per diciassette secoli, la Georgia è rimasta cristiana. Ed è l’unico paese cristiano ad aver avuto sempre i musulmani ai confini, almeno dall’inizio dell’Islam. E la storia della Georgia, come quella di ogni paese, è segnata dai conflitti con i propri vicini.

Però questi conflitti, in cui principi e sultani mandavano al macello i propri contadini, avvenivano in un mondo che dava per scontate due cose che sono andate perse oggi: la normalità della differenza, e l’idea che tale differenza non implicava una particolare superiorità o inferiorità.

Da allora il mondo è stato radicalmente uniformato dalla creazione di stati nazionali, dalla leva e dalla scuola di massa, dalla burocrazia e dai vantaggi della produzione standardizzata. Per la prima volta nella storia, abbiamo quindi un unico sistema – quello che Marino Badiale e Massimo Bontempelli definiscono il totalitarismo capitalista – che domina l’intero pianeta e che non ammette accanto a sé alcun altro sistema.

Mentre però tutto viene uniformato in termini di qualità, le differenze in termini di quantità si accentuano; proprio perché abbiamo un metro con cui misurare gli altri – il reddito e la capacità di uccidere – proviamo profondo disprezzo per chi pesa di meno, e profonda invidia per chi pesa di più.

Ai tempi di Rustaveli erano sicuramente possibili soprusi inimmaginabili, a partire dalla stessa schiavitù, e sullo sfondo di un’umanità che – per riassumere tutto – il mal di denti, se lo aveva se lo teneva.

Però non era immaginabile il genocidio.

Se in un villaggio bosniaco, nel 1992, ragazzi cresciuti nelle stesse scuole, frequentatori degli stessi bar e ascoltatori della stessa musica rock, hanno potuto sterminarsi a vicenda tra musulmani, cattolici e ortodossi, era perché c’erano musulmani, cattolici e ortodossi nello stesso villaggio.

E c’erano perché la norma del mondo che possiamo chiamare – invento un termine – ellenistico-ottomano, da Venezia a Baghdad e alla Georgia, era l’esistenza simultanea di comunità umane, anche nello stesso villaggio, dai costumi diversissimi.

Quando c’è conflitto e reale diversità, ma non disprezzo, ci può essere curiosità. Quando le lingue non definiscono le identità, se ne possono imparare molte e passare dall’una all’altra; e ne nasce una ricchezza sconvolgente.

Ecco che il monaco cristiano Rustaveli va a studiare sul monte Athos e poi a Gerusalemme, dove apprende il neoplatonismo dello pseudo-Dionigi l’aeropagita; e sotto la regina Tamara, Rustaveli scrive un lungo poema, da cantare al suono dell’arpa davidica, una “storia persiana, narrata in lingua georgiana“,  dove narra di Rostevan Re d’Arabia, di sua figlia Tinatin (“I piccoli del leone sono uguali, maschi o femmine che siano“), del bell’Avtandil, di un vizir di nome Socrate – la sapienza greca e pagana compare sotto le forme più inattese – e molti altri personaggi.

E’ con lo sguardo da lontano, che capiamo davvero le cose. Anche quelle nostre.

Nota:

La traduzione consultata qui è quella di Mario Picchi, Sciota Rustaveli, Il cavaliere con la pelle di pantera, Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta, 1981.

Per gli amanti della varietà linguistica del mondo, segnalo una traduzione del poema

di Rustaveli dal georgiano in basco.

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