IL CAVALIERE CON LA PELLE DI PANTERA – Shota Rustaveli « Lasha Kurashvili


IL CAVALIERE CON LA PELLE DI PANTERA – Shota Rustaveli « Lasha Kurashvili.

In pieno centro a Tbilisi, capitale della Georgia, all’inizio del viale che porta il nome del grande scrittore (Rustaveli Avenue) c’è la statua di un cavaliere in armatura, quasi abbracciato ad una fiera, che sembra essere una tigre o un leopardo, e che suscitò la mia curiosità, tanto da chiedere spiegazioni a Lasha, amico georgiano, guida preziosa e interprete indispensabile nel Paese caucasico.

La risposta che ne seguì conteneva un amichevole rimprovero, visto che anche in Italia si erano ricordati di celebrare Sciota (o Shota, se preferite la grafia anglofona) Rustaveli, tanto da dedicargli, nel 2009, un busto a Villa Borghese a Roma, collocandolo ad imperitura memoria tra i più grandi poeti e scrittori dell’umanità.

Precursore di circa un secolo a Dante Alighieri, Rustaveli è tuttora amatissimo nella sua patria, non c’è città georgiana che non gli abbia dedicato una strada o una piazza, non c’è giovane che non sia capace di citare qualche quartina a memoria e mi dicono che, fino a qualche tempo fa, il libro rappresentava un elemento aggiuntivo indispensabile nella dote di ogni fanciulla dabbene.

Destino ben diverso dal nostro Dante che, se si esclude la riproposta televisiva e itinerante davvero geniale compiuta qualche tempo fa dal grande Roberto Benigni, finisce per essere quasi sempre relegato tra i ricordi (ma più spesso tra gli incubi) che ogni ex liceale custodisce dei propri anni giovanili.

Il testo del poema epico, composto da ben 1671 quartine, racconta le gesta, le donne, i cavalier, l’arme e gli amori,  di Tariel, cavaliere impavido, dei suoi amici Avtandil e Pridon, della principessa Nestan che, come si conviene, oltre ad essere di una bellezza sfolgorante, ha pensato bene di cadere prigioniera di spiriti malvagi, i malefici Kaji, contro i quali i nostri eroi partono, ovviamente senza indugio, per trarla a salvamento.

L’inizio della storia vede appunto Avtandil e il suo Re Rostevan, imbattersi, durante una battuta di caccia, in un misterioso cavaliere che indossa una lunga veste fatta con pelli di pantera, che sembra affranto da un inconsolabile dolore e che, alla loro vista, fugge via a cavallo.

Il Re, e la sua bella figlia Tinatin, chiedono dunque ad Avtandil di ritrovare il cavaliere misterioso, dandogli tre anni di tempo per portare a termine la missione.

La storia si sviluppa in tutto quello che all’epoca rappresentava simbolicamente il mondo più esotico, dall’India alla Cina, dalla Persia all’Arabia, anche se pare certo che gli ambienti descritti, fossero tutti compresi entro i confini della Georgia da cui Rustaveli non si sarebbe in realtà mai allontanato.

Alla fine di mirabolanti avventure, Tariel e Avtandil, divenuti fraterni amici, otterranno rispettivamente, il primo di sposare la bella Nestan, liberata nel frattempo dai malvagi, e il secondo, di convolare a nozze con la non meno avvenente principessa Tinatin.

Amori palpitanti e appassionati, fieri combattimenti, amicizie virili salde come la roccia: questa la storia in sintesi, ma il vero valore di quest’opera, a detta di chi ha avuto l’opportunità di poterla leggere e comprendere nella difficilissima lingua originale, consiste non tanto nella trama, quanto nell’eleganza formale della scrittura e nell’armoniosità quasi musicale della composizione poetica.

Chi scrive non gode purtroppo del raro privilegio di comprendere il georgiano, e si è dovuto “accontentare”,  per così dire, di leggerla nella bella e fresca traduzione italiana di Mario Picchi e Paola Angioletti.

Tuttavia, ha sentito la necessità di leggere questo scritto al rientro da un meraviglioso viaggio in Georgia, avendo dunque ancora negli occhi le verdi pianure, i fiumi scintillanti, le aspre montagne di questa affascinante regione caucasica, ma avendo ancora di più nel cuore il genuino sentimento di accoglienza, l’offerta incondizionata di amicizia, la lealtà e la fierezza dei georgiani.

Con questa premessa dunque, il testo di Rustaveli, a quasi nove secoli dalla nascita del suo autore, brilla ancora di una luce splendente.

Credo però che, anche per chi non abbia avuto la fortuna di attraversare la terra di Tariel e dei suoi amici, riesca comunque a risultare piacevole ed interessante, offrendo sentimenti puri e limpidi come il cuore dei suoi avventurosi protagonisti.

Alessandro Pannacci

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