Civiltà rurale romagnola: La sfujarêja


Omaggio a Emilio Gondoni

Correva l’anno 1989 (questa volta ricordo bene) e in Settembre mi punse va­ghezza di rivivere, scrivendo, (ma come parlo fine!) la «sfujarêja».

Era un avvenimento che, quand’ero ragazzo, avevo vissuto con intensità e par­tecipazione particolari: quello stare con altri ragazzi in mezzo ai cartocci a ruzzare, quella polvere fastidiosa e a un tempo desiderata che ti si posava sulla pelle, che pene­trava sotto gli abiti, quell’allegria contenuta e in certi momenti scolacciata, quelle cante romagnole eseguite a piena voce sotto un cielo stellato, mi erano e mi sono rima­ste dentro come qualcosa che fa parte di me. Mi divertii e mentalmente ripercorsi un anno della mia vita di campagnolo proprio «a caval de 1934»: io, sotto le unghie, ho ancora la terra raccolta durante i lavori dei campi e non la rinnego, anzi, ne vado fiero.

E così è nato questo lavoro che non ha la pretesa di dire cose eccezionali o asso­lutamente nuove, ma di testimoniare un amore grande verso la terra che «lo raccolse infante», che lo ha visto crescere, diventare uomo e imbiancare; la terra che raccoglie le ossa dei suoi genitori, dei suoi avi, che nel duro lavoro dei campi consumarono la vita; la terra che gli ha dato una compagna fedele e laboriosa; la terra che, se non vuole tradire i suoi figli, non può, non deve dimenticare la sua cultura, il suo folclore, che è eminentemente campagnolo, nutrito di biade e di grano, di grappoli d’oro e di canti d’amore.

Qualcuno vi leggerà anche una struggente nostalgia per tempi che non tornano più, per cose dal sapore aspro ma genuino, per gesti che il passare dei secoli aveva fissato in riti quasi immutabili, per modi di pensare forse rozzi, ma autentici. So bene che non si può tornare indietro, ma non illudiamoci che tutto il nuovo sia veramente progresso, sia veramente indice di una maggiore e migliore civiltà.

Nessuno nega che l’introduzione nel lavoro dei campi di macchine sempre più perfezionate e complesse abbia alleviato la fatica e favorito raccolti più abbondanti e diversificati, consentendo quindi, in genere, introiti più appaganti; che nuove culture abbiano aperto più ampi orizzonti al commercio e alle esportazioni, però quanto si è perduto in quel che rendeva il lavoro dei campi quasi una partecipazione attiva al grande travaglio attraverso il quale la natura, eseguendo le leggi dell’Eterno, dà al­l’uomo, ai suoi animali il sostentamento; come si è spezzato quel legame che ti faceva sentire partecipe di un miracolo che ad ogni stagione si rinnovava, rimanendo sempre uguale; come si è spenta quella voce che faceva di ogni lavoratore dei campi un poeta, un pittore che disegnava arabeschi con le sue colture, sogni fantastici di azzurri limpi­di nei suoi campi di lino.

E si sono spezzati anche quei vincoli che legavano gli uomini fra di loro, facen­doli partecipi delle vicende liete e soprattutto tristi degli altri uomini. Lo so che qual­cuno sorriderà a queste che possono essere considerate sdolcinate romanticherie; ma una cosa vorrei dire, soprattutto ai giovani, ma anche ai non più giovani: il pane è assolutamente necessario, indispensabile, ma se non è condito di affetti, se non sa di sacrificio e di fatica, se non è condiviso con chi ha fame, è un pane che non sazia, che non sa di umano.

E l’ho voluto fare dall’interno di questo mondo contadino che non ritroviamo più, che molti quasi vorrebbero dimenticare, come se un ‘economia pressoché esclusiva­mente agricola fosse meno nobile, meno appagante di un’economia industriale che spesso ti ruba l’aria che respiri: perché le cose che narro, i fatti, le vicende di cui parlo le ho vissute in gran parte in prima persona, anche se qui sono rivisitate per interposto protagonista.

E perché no? Un grazie di cuore a quanti vorranno leggermi con l’augurio che, se non più giovani, vi ritrovino brandelli della loro vita; se giovani, vi sentano il profu­mo e l’amore per una vita semplice, laboriosa, a contatto stretto e in perfetta sintonia con la natura e con gli uomini.

Emilio Gondoni, “La mia Romagna“, Castelbolognese, 1990

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