Inverno di Emilio Gondoni. (prima parte)


Sul far del giorno l’aria era ancora acerba, ma con il passare delle ore si scrudiva sempre più: quando dal campanile giungeva il suono del mezzodì si può dire che era quasi tiepido, anche se fra i cespugli lungo i pendii delle forre rimanevano chiazze di neve che ogni giorno si restringevano. Le primule occhieggiavano a ciuffi giallognoli tra le foghe secche e qualche viola, quasi timida, faceva capolino ai bordi di polle d’acqua limpida e fresca e le gemme sui rami dei salici e dei pioppi che popolavano i fondovalle inturgidivano d’incanto. La terra nei campi sonnecchianti sembrava percorsa da brividi strani che si trasmettevano ai piedi di chi, buttati gli zoccoli in un canto, osava avventurarsi lungo le cavedagne a piedi scalzi. E Tugnèt de Pilàster, dopo aver fatto un giro di ricognizione, un fuscello in bocca, il solito cappellaccio unto e sformato calcato fino alle orecchie e passandosi di tanto in tanto una mano sulle guance barbute di quattro giorni, dopo essersi soffermato più volte a considerare e a riguardare indietro, stabilì che era venuto il tempo di riprendere i lavori.

Non che fino a quel momento si fosse vissuto nell’ozio più assoluto, chiusi in casa e tappati come marmotte in letargo nelle loro tane, però ci si era riposati o, per lo meno, ci si era dedicati a lavori leggeri, meno impegnativi: c’era stato il tempo per lunghi conversari, soprattutto durante le serate nelle stalle calde e umide, dove le donne avevano atteso a filare la stoppa e il garzuolo per i grossi torselli di tela casalinga e la lana per i grossi calzini e le maghe ben calde da portare diretta­mente sulla pelle. Lo so che pizzicavano, che provocavano un fastidioso prurito come se un esercito di pulci si stesse esercitando, avendo scambiato il dorso e il petto per una piazza d’armi, però raccoglievano il sudore e una brusca ventata gelida, non improbabile anche in agosto dopo un temporale, non ti coglieva di sorpresa con il pericolo di una polmonite o di un grosso raffreddore.

Nell’ombra appena rischiarata da un lume a petrolio appeso a una trave o a un chiodo infisso nel muro l’azdôr rabberciava o costruiva nuove crinelle o intesse­va cesti e in un angolo qualche giovanotto sospingeva sempre più appresso la sedia scricchiolante (quante maledizioni a quegli scricchiolii!) verso le ragazze che ram­mendavano i panni usati e frusti, o pazientemente ricamavano il corredo che le avrebbe accompagnate spose. Proprio sotto il lume a petrolio, intorno a una specie di deschetto, gli uomini venuti a veglia giocavano una interminabile partita a briscola e tressette (nelle sere canoniche si giocava a quintiglio con gara) e lentamente rumina­vano, quasi ritmando sul ruminar delle bestie, le bruciate. Di tanto in tanto scoppia­vano litigi, anche aspri a volte, che però non lasciavano strascichi.

«Pezzo d’asino! t’ho fatto segno che non avevo briscola e tu a buttar carichi, come se fossi d’accordo con gli altri! Ma a che cosa guardi, per la madonna?!».

«Asino poi sarai tu e anche bello grasso se non capisci che non potevo fare altro, dal momento che avevo tutti carichi in mano! Piuttosto, un’altra volta non spre­care la briscola: guardami in faccia e ti farò capire se ho dei carichi o no!».

«Oh, ma guardali lì, che non solo si dicono le briscole, e questo è più che legit­timo, ma addirittura si vogliono dire anche le altre carte! Ma non è meglio giocare a briscola scoperta: è più onesto e leale, più pulito, perché così le carte le vediamo tutti!».

«Beh, se noi sappiamo parlare anche con gli occhi, che ci dobbiamo fare?! rinunciare per far piacere a voi che avete più culo della «Puzòna»?! Piuttosto stasera ho a che fare con uno che tiene la testa sulle spalle solo perché lo fanno tutti e se ne serve per appoggiarvi il cappello; per il resto, zero via zero uguale a zero e voi vincete senza che neppure conosciate le carte, se non le segnate…!»

Era il momento in cui l’azdôra, accortasi che i giovanotti erano più interessati alle vicende del gioco e alla discussione che a raccontar fatterelli e a lanciar ammic­camenti e sospiri alle ragazze, rapida come un fulmine, nonostante l’età, afferrava il fiasco di vino preparato in precedenza – a volte, in occasioni particolari, si trattava di vin brulé con la cannella, il chiodo di garofano, una fetta di mela ranetta e mezza arancia e zuccherato, ma non tanto, perché lo zucchero era roba da signori o amma­lati – e riempiva i bicchieri, sicché la discussione pian piano moriva fra un elogio al vino e un complimento alla generosità dell’azdôra: «conviene litigare spesso, se per riappacificarci ci danno ‘sta buona roba! se ne può avere ancora un po’?»; poi la partita riprendeva tranquilla, come se nulla fosse accaduto, per protrarsi fino dopo mezzanotte, alle ore piccole «tanto domani mica c’è da fare il barco!».

Le ragazze avevano già lasciato la compagnia dopo un perentorio «è ora d’an­dare a letto» detto a voce alta dall’azdôr e i giovanotti, dopo aver parlottato un po’ tra di loro e i vecchi e aver sgranocchiato un’ultima bruciata, se ne andavano con passo strascicato, dopo aver borbottato un «…’Na notte».

A dir la verità non è che durante il tressette tutto fosse filato Uscio, perché qualche contrasto era sorto fra compagni di coppia sulla opportunità di certi scarti, però nulla di più di qualche leggera scaramuccia, subito rientrata con una raccoman­dazione a stare più attento a tener sveglia la memoria.

Ai primi di Dicembre erano arrivati i seggiolai (i scaranir).

Venivano da una vallata del bellunese, forse dalla Vallata del Cordevole che in Agordo ha il centro più importante; parlavano uno strano dialetto, ma si esprimevano bene anche in italiano, sia pure con un accento particolare; data la loro abituale presenza, nei mesi invernali e primaverili, nelle nostre campagne, capivano bene an­che il romagnolo dei nostri paraggi.

Portavano sul dorso, e ciò h faceva riconoscere subito, una specie di panchet­ta che serviva da banco di lavoro, con fori, tacche e delle specie di leve, pigiando sulle quali si serravano, come in una morsa, «al zânc e i galón» non che «i pirul e al spranghet». Per dar loro la giusta curvatura e la necessaria forma, il seggio­laio lavorava sugli staggi, sui pioh e sulle traversine dello schienale appena sbozzati con una lama leggermente ricurva, manovrandola sapientemente e tirandola a sè af­ferrata saldamente per i manici impomellati posti lateralmente. I fori servivano per dare l’esatta posizione e direzione ai pioh e ai traversini. Completavano l’armamen­tario una sega a telaio, un’ascia affilatissima con cui si spaccavano i tronchi e si sboz­zavano gli staggi, un paio di succhielli e di scalpelli e un grande fascio di «pavirôn».

Erano due: padre e figlio. Il figlio, un giovinotto alto, ben piantato, biondic­cio, si sobbarcava i lavori più pesanti: segare i tronchi di gattice, che Tugnèt con i figli aveva preparato già dalla passata primavera, abbattendo, a luna buona perchè non tarlasse, in fondo al campo, un grosso e alto albero, dal tronco piuttosto dritto e rami ben cresciuti e lignificati. Il fusto e i rami principali erano stati tagliati secon­do le misure che lo scaranaio aveva date a Tugnèt al mercato, quando si erano in­contrati sul finire dell’inverno e si erano accordati per quel lavoro; i tronchi erano stati accatastati in un luogo ombreggiato a stagionare lentamente. Il padre, più esper­to, rifiniva allisciando e sagomando gli staggi, i pioh, i traversini dello schienale; fo­rava gli staggi ed era lavoro di alta precisione per dare alle scranne stabilità, solidità, senza forzature. Insieme avrebbero poi provveduto ad impagliare le sedie nuove ed anche quelle vecchie spagliate, dopo averle rabberciate con qualche piolo e traversi­no nuovo, attorcigliando e intrecciando sapientemente la sala. Più difficile sostituire uno staggio rotto o tarlato, perchè ogni seggiolaio aveva la sua curvatura e chissà chi aveva costruito quelle vecchie.

Per dormire c’era la stalla calda e un bel letto di pagha fresca in una posta vuota e non chiedevano di meglio; per lavorare si sarebbero adattati al capannone degli attrezzi: bastava spostare un aratro; accostare di più al muro il biroccio e acca­tastarvi sopra un po’ di fascine e lo spazio sarebbe stato più che sufficiente. Occorre­va lasciare il portone aperto non essendovi finestre per prendere luce e certamente il freddo si sarebbe fatto sentire. Pazienza! Non si poteva avere tutto; ma lavorando di buona lena il freddo non si sarebbe avvertito e si sarebbe terminato il lavoro in minor tempo.

Per il mangiare si erano accordati con Tugnèt quando erano stati ingaggiati: al mattino una tazza di latte e un po’ di pane o polenta; a pranzo e a cena polenta che avrebbero provveduto loro stessi a preparare. Tugnèt avrebbe data la farina di granturco, il sale, naturalmente l’acqua e il paiolo dove cuocerla, un po’ di formag­gio per insaporirla.

Ma Tugnèt non poteva sopportare l’idea che quei due uomini che sfaccendavano con perizia e costanza da mane a sera mangiassero sempre e solo polenta e quindi li invitò con la famiglia, quando a pranzo, quando a cena. In quelle occasioni i seggiolai che in genere non parlavano, tutt’al più grugnivano qualche ru­more o si intendevano a cenni, si scioglievano e raccontavano delle loro valli, della vita che vi si conduceva, una vita dura, senza grandi prospettive, senza mutamenti: dalla tarda primavera all’autunno, lavoro nei campi per un raccolto piuttosto stento, a raccogliere fieno, a portarlo nei ripostigli per l’inverno con le grandi gerle sulle spalle, a pascolare le mandrie e le greggi all’alpeggio; dall’autunno alla primavera inoltrata gli uomini in giro a costruire sedie o rintanati a fabbricare robe in legno per cucina o varcavan la frontiera con la Svizzera in cerca di occupazioni stagionali. Più che la fatica pesava la lontananza da casa: un salto a casa per Natale e si appro­fittava per cambiar panni, rattoppare quelli rotti, prendere qualche provvista e poi via ancora; a Pasqua, se cadeva entro Marzo, in genere si tornava a casa per un paio di giorni, se invece cadeva in Aprile, si rimandava tutto al termine degli impegni pre­si, non oltre il 15 Maggio. E parlavano dei pascoli di alta montagna, delle immense abetaie in cui il vento frusciava come a cercare la via per districarsi fra i rami e i mille aghi delle foghe; dei frutti di bosco, lamponi e mirtilli, di funghi, tanti funghi, che a Tugnèt facevano venire l’acquolina in bocca, che venivano seccati per condire la polenta durante l’inverno. Parlavano del rombo delle valanghe che scendevano a valle, lasciando dietro di sè tanta desolazione e bene andava quando non spazzava­no via un rifugio, una capanna, un bosco intero o non sorprendevano qualcuno che si arrampicava sulle pareti scoscese di una montagna. «La montagna è bella, ma tra­ditrice. Non si può scherzare con la montagna!» E il vecchio si passava una mano sugli occhi quasi a scacciare ricordi penosi e a cancellare immagini di desolazione. Ma parlava anche con accenti pieni di nostalgia del chiacchierar dei ruscelli che scen­devano a fondo valle, dello scroscio di qualche cascatella che sollevava spruzzi di freschezza e allevava passeggeri arcobaleni e la mano scarna e callosa disegnava ara­beschi impossibili, figure di pura fantasia.

Tugnèt socchiudeva gli occhi e cercava di immaginare i paesaggi che il seg­giolaio evocava: «Ma allora è bella la vostra terra!».

«Bella sì, ma la vita è dura».

Dopo tre giorni di lavoro, dieci nuove sedie e quattro riparate erano allineate nel camerone degli attrezzi. “Quest’altra volta mi farete un bel seggiolone, ampio, comodo, con braccioli imbottiti, che vi si possa schiacciare un pisolino» disse Tugnèt mentre pagava quanto pattuito.” «Certo che ve lo faremo, magari a dondolo». «A dondolo? Può essere un’idea! E adesso dove andrete?». «Ci fermeremo ancora presso una famiglia per fare una ventina di sedie, im­pagliate con la corda di cartoccio, poi facciamo un salto a casa, chè arriva Natale e anche noi sentiamo il bisogno di stare con i nostri». «Allora auguri e alla prossima!»

Ma ci sarebbe stata «una prossima» per Tugnèt? Se lo augurava, perchè al mondo, nonostante tutto, lui ci stava bene; ma gli anni passavano e anche veloce­mente e certi traguardi purtroppo si avvicinavano sempre più e anche per Tugnèt sarebbe giunto il giorno della partenza e non ci sarebbero stati ritardi o rinvii, per­chè quel viaggio, quando staccano il biglietto, non lo puoi rimandare.

Per Natale era venuta una nevicata che non ti dico, accompagnata da un forte vento che aveva accavallato la neve nelle posizioni riparate e incassate tanto che sem­brava un’immensa distesa senza dislivelli e anche se poi la stagione si fosse messa a ragione, in aprile a baghio ne sarebbe rimasta ancora. Alla vigilia era stato neces­sario dar di mano a pale e badili per aprire un sentiero in quella sterminata distesa di bianco, perché si potesse andare a messa e per non rimanere completamente iso­lati e anche le donne e i ragazzini non incontrassero eccessive difficoltà. Inutile pen­sare di ricorrere a «e’ pujân» (spazzaneve fatto con assi robuste), ché le bestie non sarebbero riuscite a «rompere» la neve.

Tugnèt de Pilàster, pur non essendo un bac­chettone, un baciapile — quando gli prendeva la rabbia, sacramentava come… un romagnolo e anche senza rabbia, durante una normale conversazione, soprattutto al mercato o alla fiera, condiva le sue parole con qualche bestemmia secca, senza fan­tasia (come sono le bestemmie dei romagnoli; quelle dei toscani, a volte sono dei capolavori di invenzione), ma non per cattiveria. Non ce l’aveva con il buon Dio, ma così: aveva incominciato da ragazzo, perché aveva sentito i «grandi» e adesso con­tinuava senza rimorsi. Anche quando parlava con il parroco, non riusciva a ripulirsi la bocca; anzi una volta, ma da allora stava sempre più attento, don Antonio gli dis­se: «Almeno quando parli con me, stai attento a non bestemmiare!». «Lo so, signor parroco — e giù una bestemmia — che sono una bestia — e ancora una bestemmia per dar maggior forza alle sue parole — me lo sono detto tante volte che sta male e vorrei smettere, ma non ci riesco, mi creda» e Tugnèt aggiunse, senza accorgerse­ne, ancora una bestemmia a sottolineare il suo disappunto e la sua buona intenzione. E il buon parroco, che conosceva Tugnèt de Pilàster come il fondo delle sue tasche, aveva lasciato perdere, tanto sapeva che quelle non erano bestemmie e che Dio non le avrebbe scritte nel suo grande libro nero alla pagina intestata a Tugnèt de Pilàster; pure non ammetteva che non si andasse alla messa in certe occasioni — ed erano poche quelle su cui si sorvolava, tanto che, anche nella stagione dei lavori pesanti, alla domenica, prima s’andava a messa, magari col buio, poi nei campi a lavorare. «Se noi ci dimentichiamo di Dio, come possiamo pretendere che Dio si ricordi di noi?» era questa la semplice filosofia di Tugnèt.

Così pure, durante il mese di No­vembre, dopo la cena, mentre le donne sparecchiavano e riassestavano la vasta cuci­na e il lume a petrolio, tremolante, suscitava fantasmi che ballavano sulle pareti e la fiamma sul focolare ardeva piuttosto stenta, perché «l’inverno doveva ancora veni­re e non si poteva sprecare la legna», staccata dalla cappa del camino la corona con i grani delle avemarie grossi come avellane e i pater noster come noci, sbiascicava il rosario, a cui, dette le litanie — ma com’erano torturate quelle formule latine, che sembravano quasi più bestemmie o turpiloquio che preghiere! — aggiungeva una sfilza di «rechiàm» per tanti morti di cui ogni sera ripeteva il nome, per finire con tre «re- chiàm» per «tott’ agl’anmi dé Purgatori». Se qualcuno tentava di sottrarsi a quel ri­to, lo fulminava con un’occhiata che non ammetteva appello; e quando un ragazzino — ce n’erano due e una bimba in casa di Tugnèt de Pilàster, figli del suo primogeni­to Giovanni e della Teresa, un pezzo di donna che sembrava fatta apposta per affron­tare il lavoro dei campi; c’erano anche un altro maschio e due ragazze, sempre suoi figli, che smaniavano un po’ e si affrettavano a rispondere alle ave marie, perché queste aspettavano la visita, nei giorni canonici, di qualche giovanotto e quello era impaziente di raggiungere gli amici o la morosa — si scomponeva o tentava di allun­gare un pizzicotto al fratello, gli arrivava una manata fra capo e collo che lo riportava all’ordine, mentre sulla bocca di Tugnèt fioriva un mezzo moccolo, storpiato e intor­cigliato all’ultimo momento, quando la ragione dominava l’impulso.

Emilio Gondoni

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