Inverno di Emilio Gondoni. (seconda parte)


Fra Natale e Ca­podanno fu fatta la festa al maiale, anzi ai maiali, ma ufficialmente era uno solo dal momento che Tugnèt ne denunciava in Comune uno solo per risparmiare un po’ sul dazio che, se tutte le tasse gli sembravano ingiuste o per lo meno esose, quella era intollerabile, perché il Governo gli tassava anche il mangiare per far ingrassare quelli di Roma, sfaticati mangiapane a tradimento che non sapevano fare altro che mandarti a fare il militare e proibirti di fare questo e quello, pena la galera. Ma in nome di chi o che cosa usavano del potere? Gli avevano mai chiesto che ne pensasse Tugnèt de Pilàster? Quando si era permesso, al mercato, di esprimere ad alta voce le sue critiche a Mussolini che aveva tradito il socialismo, per poco non l’avevano cacciato in galera: era stato chiamato dal capo del partito che gli aveva impartito una severa reprimenda con oscure minacce e dovette presentarsi anche in caserma dai carabinieri. Il maresciallo si limitò a dirgli «Non farlo più», ma da quel giorno si era sempre sentito sorvegliato.

Tutti gli anni, quando giungeva quell’occasione, sperava in un’abbondante ne­vicata, con cavalle alte magari tre metri o in una bufera di vento e neve che avrebbe tolto a quella pastafrolla, ma incarognita come se avesse un interesse personale, del funzionario del dazio la voglia di andare a controllare, accontentandosi degli sper­giuri e delle sacramentazioni fatte nel suo ufficio e il veterinario avrebbe eseguita la visita sanitaria su una fettina piccola di fegato e di polmone. Se nel ’29, l’anno in cui era rimasto sperduto nella tormenta, dopo aver fatto un sopralluogo in una casa su, in collina dove aveva elevato una forte multa, l’avessero lasciato un po’ più a lungo a brancicare quasi accecato e intirizzito, ridotto quasi a una maschera di fan­go e ghiaccio, forse gli sarebbe passata la voglia d’entrare a ficcare il naso nelle case degli altri. Con il veterinario era più facile intendersi: era uno del paese e non poteva inimicarsi tutta la popolazione. Un anno infatti che non c’era la neve e non poteva accampare scuse, quando nessuno se l’aspettava il veterinario arrivò. Sul grande ta­volo di quercia nel magazzino, alle cui travi erano appesi i fasci di corde per i covoni, stavano i pezzi dei maiali che il norcino aveva già preparati per essere messi alla salatura e, mentre Tugnèt invocava tutti i santi del paradiso e malediceva satanasso e i suoi compari e cercava di rivolgere al dottore un mezzo sorriso di connivenza, con tono fra l’ironico e d’intesa, questi aveva esclamato: «Non sapevo che i maiali avessero tre prosciutti! All’Università non ce h hanno mai fatti vedere! Questo era proprio un po’ particolare! Per fortuna che non c’è il funzionario del dazio, che a quello non gliel’avreste data a bere tanto facilmente e non si sarebbe commosso ai vostri lamenti… Lo so che avete una famiglia numerosa da sfamare … e a me, alla fine dei conti, non importa niente: io, il mio dovere di veterinario l’ho fatto; la carne è sana e … mangiatela in santa pace». E poi se n’era andato trascurando il grosso cartoccio di lonza preparato in fretta e furia da Lucia: che non si dicesse mai che si era fatto comprare! Ed era scoppiata una lite fra Tugnèt e il norcino.

«Te lo dico sempre di non tenere i pezzi non battezzati sulla tavola e tu, testar­do come un mulo e anche peggio, vuoi sempre fare a modo tuo!». «E chi se l’aspetta­va? E poi, io lavoro bene se vedo tutti i pezzi; se vi va bene, è così, altrimenti vi trovate un altro!». «Trovare un altro?! Non è mica come cambiare il manico del ra­strello! Tu sai come voglio le cose: non guardo a mezzo franco in più o in meno e lo sai, ma io voglio le cose salate a dovere, il grasso cotto come si deve, se no poi diventa rancido, la coppa di testa condita con certi odori e non con altri e … per questo non posso lamentarmi; anzi, però … ». «Però che cosa?». «Che se mi facevi fare la multa, ti garantisco che l’avresti pagata tu! Intanto mi bevo un bicchiere di vino per vedere se mi passa la paura: ho le budella che mi tremano ancora; però fai sparire tutto, perché non vorrei che arrivasse quello del dazio … quello mo’ non perdona! E anche tu, Lucia, un’altra volta, ma speriamo che non ci sia, non ti affan­nare a preparare niente, che se si dà l’impressione di voler corrompere, è peggio». E in quell’occasione Tugnèt aveva apostrofato il norcino con il «tu», mentre, in gene­re, gli si rivolgeva con maggiore rispetto e considerazione e gli dava del «voi». In un battibaleno i pezzi fuori legge sparirono, nascosti in un posto dove sarebbe stato difficile vederli anche per chi lo sapeva e nella fretta poco mancò che venissero na­scoste anche parti perfettamente a posto con la legge.

I maiali — due per la verità — erano all’ingrasso da circa due mesi: uno bene in mostra in un porcile il cui trogolo dava sulla corte, l’altro in un porcile ricavato in un angolo della stalla, nascosto dal fieno che veniva approntato per governare le bestie. I sacchi di granturco erano stati macinati e anche fava e veccia entravano nella dieta dei due animali destinati a diventare salsicce e salami. Ogni giorno veniva aggiunto un secchiello di ghiande, raccolte sotto le grandi querce che ombreggiava­no la casa o che segnavano il confine a sud, perché il prosciutto diventasse più sapo­rito. Ce n’erano volute di pazienza e anche di arrabbiature per farle raccogliere dai ragazzi; quando il grande e il mezzano tornavano da scuola, trovavano mille scuse per non piegare la schiena per quella bisogna (Natalina, la bimbetta, era ancora troppo piccola): un giorno dovevano eseguire un sacco di compiti, il giorno dopo studiare a memoria la poesia, un altro studiare la storia o la geografia — a che cosa servisse poi sapere che Nerone aveva fatto ammazzare i cristiani, Tugnèt non lo capiva, tanto quei cristiani non sarebbero resuscitati e Nerone rimaneva sempre una brutta faccia; e ancora meno capiva che si dovessero insegnare delle autentiche fandonie, come quella che la terra girava intorno al sole: ma l’esperienza insegnava che il sole al mattino si alzava da una parte e alla sera tramontava dalla parte opposta, mentre le cose erano sempre girate verso la stessa direzione (se volevi andare in paese, forse che al mattino andavi da una parte e la sera andavi dalla parte opposta?); serviva invece raccogliere le ghiande per ingrassare bene i due maiali: alla fine con minacce e qualche promessa era riuscito ad ottenere quello che voleva.

Quasi tutti i giorni li controllava e, pur fidandosi della moglie che h accudiva, si accertava che il pastone avesse la consistenza voluta; che fossero spinti, uno alla volta, fuori a sgranchirsi le gambe e a svuotare l’intestino; h accarezzava con gli oc­chi, resi languidi dalla soddisfazione di vedere il petto che diventava sempre più am­pio e le culatte sempre più grosse; e quando le corte gambette ormai non H reggeva­no più, ci pensava lui a portare con un badile i grossi mucchi di merda nel letamaio. Li aveva soppesati con gli occhi che s’intendevano di certe cose e parlando con i figli a pranzo e a cena si lasciava scappare le sue stime: «Fra tutti e due, vedrete che non manca molto a cinque quintali di carne» e guai se qualcuno osava contrad­dirlo, soprattutto le donne «tanto quelle lì di certe cose non capiscono niente!».

Ne aveva parlato durante il pranzo di Natale, un pranzo non come tutti i gior­ni di festa, ma con i cappelletti nel brodo di cappone, il lesso, un po’ di arrosto e due fette di ciambella a testa: a tavola c’erano tutti ed era cosa che interessava a tutti: «Prima che cambi la luna e diventi cattiva, ammazziamo i maiali, se no si va troppo avanti. Non che la roba non venga buona anche verso la fine di gennaio, pe­rò… adesso c’è la neve e voi sapete che è meglio. L’ho già detto a quello che viene ad ammazzarli e lui è d’accordo». «Se l’avete già detto al norcino, allora …» aveva interloquito Giovanni. «Allora cosa?».

«Che se non l’avevate detto al norcino, si poteva andare per la festa di San­t’Antonio in parrocchia, che così avremmo avuto la braciola fresca per fare i cappel­letti. Mi pare che per Sant’Antonio in parrocchia la luna sia di nuovo buona, però…».

«Però niente: i cappelletti si possono preparare anche per Capodanno, tanto non stancano mica e per Sant’Antonio voglio cambiare un po’! Il proverbio dice ‘Lassa pu ch’a seja purèt, ma par Nadèl a voj fer i caplètt” e per il resto lascia piena li­bertà. Ho deciso così e va bene così. Li ammazziamo giovedì; venerdì lasciamo stare la carne perché è vigilia e sabato li mettiamo a posto. Giovedì ci facciamo una bella mangiata di fegato e cipolla che ne ho una voglia da non vederci (e intanto quasi un fegato intero se ne va). Giovedì mattina si incomincia presto a preparare. Mentre

Io vado in paese a far la denuncia e la bolletta del dazio (che ti prendesse un can­cro!), voi a casa ne fate fuori uno e vi sbrigate a farlo sparire, poi quando torno io, si fa fuori l’altro con tutta calma, tanto c’è quella maledetta bolletta — ti prendesse un accidenti —. Che se qualcuno, curiosaccio e ficcanaso degli affari altrui dovesse chiedere come mai il maiale ha strillato due volte, possiamo sempre dire che al mat­tino presto l’abbiamo pesato per non fare una denuncia imprecisa e che più tardi l’abbiamo ammazzato».

«Da soli non gliela facciamo mica» disse Alfredo «sono due bestioni e han­no ancora della forza!». «Lo puoi ben dire! Bisognerà che lo diciamo ai vicini, come negli anni passati, e di loro possiamo fidarci, perché anche loro fanno come noi». «Ci vado dopo pranzo a dirglielo». «Va bene, ma parlane solo con gli uomini; le donne meno sanno meglio è; e poi se lo immaginano, ma quando sanno una cosa per certo, fanno presto a parlare e a sparlare, soprattutto poi quella tua gallinel­la … ».

Alfredo era diventato rosso come un pomodoro maturo: non che gli importas­se che il babbo sapesse del suo debole per la Rinuccia dei vicini e poi, dopo circa due anni che amoreggiavano, poteva forse pensare che la cosa non fosse risaputa? e poi un giorno sarebbe stato necessario affrontare l’argomento, anche perché fra di loro i due pollastrelli parlavano già di matrimonio; però meno se ne parlava degli affari suoi e meglio era. Alfredo era un giovanotto piuttosto chiuso, riservato, che

Il più delle volte si limitava a fare quello che il babbo comandava senza interloquire, senza fare obiezioni. Era cresciuto così fin da bambino e il baccagliare gli dava fasti­dio e poi, in definitiva, un po’ di pazienza e sarebbe arrivato il tempo in cui avrebbe deciso lui quello da farsi. Non che tutto quello che gli veniva ordinato gli andasse sempre a genio: quand’era da solo, ruminava dentro di sè e sbottava qualche impre­cazione, magari contro se stesso, che non aveva saputo reagire, dire il suo parere, sostenere le sue ragioni; se c’era gente, si sforzava di non pensare, perché i suoi pensieri non gli si leggessero in faccia.

La mattina del giovedì faceva ancora buio quando venne accesa la fornacella per portare a bollore l’acqua del calderone, mentre in casa, nell’ampio focolare, pen­toloni e pentole fumavano e appeso alla catena del camino anche il paiolo della mi­nestra fumava pieno d’acqua. La legna era stata preparata nei giorni precedenti e anche la schiappetta per cuocere il grasso.

Appena incominciò a baluginare, al ramo grosso della quercia che cresceva di fianco alla casa e quasi la nascondeva a chi passava per la strada, furono appese robuste corde per issare, al momento opportuno, il maiale a cui, messi allo scoperto i tendini delle zampe posteriori, sarebbe stato infilato fra questi e l’osso un robusto bastone appuntito da tutti e due le parti e fatto girare a rao’ di argano (qualche norci­no usava invece carrucole doppie), sicché, a issatura completata, il maiale era pronto per l’ultimazione della spelatura, per essere squartato, privato dei visceri e delle frat­taglie, spaccato in due mezzene lavate con abbondante acqua appena tiepida buttata a secchiate.

Il norcino era arrivato per tempo e, mentre disponeva i coltelli in bell’ordine su un asciugamano bianco, dava una rifilatura con la cote, «perché l’acqua calda toghe presto il taglio». Anche Giovanni aveva provveduto ad arrotare i coltelli e Ma­ria ne aveva fatto le spese producendosi un piccolo taglio in un dito. I fratelli l’aveva­no canzonata ripetendole più volte «I curtel j’à semper campé d’cherna d’quajôn».

Lucia aveva intanto preparato una capace terrina per raccogliere il sangue, che poi avrebbe fatto la «barlênga» e anche una bella infornata di migliaccio, che piaceva tanto a Tugnèt e anche agli altri, nonostante h avesse abituati a mangiarlo come companatico dopo la minestra e non come dolce.

Quando l’acqua fu sul punto di bollire e Tugnèt era già partito per il paese a fare la denuncia e le bollette del dazio e del veterinario (come gli piangeva il cuore a posare le monete sul bancone dell’ufficio del dazio! dove, pur sapendo che era cosa impossibile, tentava di contrattare la tariffa) ed erano arrivati due dei vicini a dar manforte, il maiale di frodo venne fatto uscire dal porcile; gli fu legato un balzo alla gamba posteriore; un’altra corda gli venne fatta passare, infilata attraverso la bocca oltre le zanne, intorno al grugno e a spinte e trascinamenti condotto dov’erano state preparate le assi su cui sarebbe stato ucciso e spelato. Gli uomini gli si affanna­vano attorno: chi dava un suggerimento, chi un altro, chi sbottava in un moccolo, perché l’animale, quasi conscio di ciò che l’aspettava, recalcitrava, puntava le zam­pette e non aveva alcuna intenzione di avvicinarsi alle assi e tanto meno di sdraiarvisi sopra.

Gli strilli del maiale fendevano l’aria fredda come tante sciabolate e quanto più quello strillava, tanto più cresceva la voglia di quegli uomini di stenderlo sulle assi e di farla finita. A spinte, a strattoni, finalmente il maiale si allineò orizzontal­mente all’assito; quello che reggeva il balzo legato a una gamba diede un forte strap­po e il maiale, sospinto anche dagli altri uomini quasi assatanati, cadde disteso sulle assi. Gli uomini gli furono sopra: chi gli immobilizzò strette le zampe posteriori; chi teneva il balzo che gli era stato legato attorno al grugno, cercò la posizione migliore per impedire qualsiasi movimento alla testa, perché il norcino potesse affondare «e scanên» (scannabecco), affilato coltello, nel collo grasso recidendo la carotide e le corde vocali in modo che gli strilli finissero il più presto possibile e raggiungere il cuore senza correre il pericolo di essere azzannato a un braccio, cosa che gli era già capitata, motivo per cui non finiva mai di raccomandare di stare bene attenti e di tener fermo. Quando tutto fu pronto, Lucia si avvicinò con un secchio di acqua tiepida con cui lavare il collo del maiale e una terrina per raccogliere il sangue; il norcino prese il secchio, lavò; poi, appoggiato un ginocchio sulla testa dell’animale, ne afferrò saldamente con la sinistra la gamba rimasta libera; diede una rapida oc­chiata ai collaboratori e, dopo un’ «attenzione! vado» affondò l’affilato coltello nel collo del maiale che, dopo pochi attimi che il sangue sgorgava, incominciò a strillare in maniera acuta, a dare strattoni per liberarsi; poi, mentre il norcino allargava la ferita e penetrava più a fondo e il sangue usciva a fiotti più intensi, sporcando ester­namente la terrina e le mani di Lucia, le strida si affievolirono fino a trasformarsi in un rantolo.

Sembrava che già tutto fosse finito e gli uomini avevano allentate le prese, quando il grosso corpo fu percorso da un violento sussulto. Un fiotto di san­gue raggrumato uscì dalla ferita gorgogliando; gli uomini rinforzarono le prese anche per impedire che l’animale scivolasse fuori dell’assito; ma intervenne il norcino: «Al­lentate, perché possa muoversi e così il sangue uscirà tutto e la carne sarà migliore», ma ormai era tutto inutile: il maiale era morto. Passarono brevi momenti durante i quali fiorirono i commenti e fu detta anche qualche parola di commiserazione per la triste sorte riservata ai maiali, cui seguirono mordaci e allegre battute di qualcuno che prendeva le cose con più realismo, poi l’andirivieni con i secchi pieni di acqua bollente non finì fino a quando il maiale non rimase con la cotica ben rasata, bianca e rosa e non giunse il momento di issarlo. Appeso al ramo della quercia con le gam­be allargate e la testa a penzoloni con il grugno che quasi toccava l’assito sembrava più lungo di quando era disteso. Era veramente una bella bestia e Giovanni ne acca­rezzava con gli occhi le culatte adipose e quasi pregustava il sapore dei prosciutti. Intorno c’era allegria e anche i ragazzini, che intanto si erano alzati, guardavano cu­riosi e intimiditi quello spettacolo che si ripeteva ogni anno ed era sempre nuovo.

Una gallina con fare circospetto cercava di avvicinarsi per beccare un grumo di sangue formatosi sul terreno.

Il norcino, issatosi su un panchetto, con mano esperta incise il ventre apren­dolo con attenzione fino alle spalle; con rapide mosse tolse il fegato, la milza, i pol­moni e il cuore che furono portati via in una cesta ricoperta con un panno di tela, mentre tutto l’intestino veniva raccolto in un ampio asciugamano, portato in fretta sul tavolo della cucina e coperto bene perché si mantenesse caldo: sarebbe stato fa- eile togliere il grasso attaccato alle budella, prima di provvedere al loro svuotamento e alla loro pulizia a fondo, ché, se era vero che il mercoledì i due maiali erano stati lasciati a digiuno perché al momento della macellazione fossero più vuoti possibile, pure una pulizia radicale delle budella richiedeva attenzione, pazienza e impegno. Vi provvidero Giovanni e uno dei vicini, aiutati da una delle ragazze; gli altri aiutaro­no il norcino a squartare il maiale, a calare le mezzene e a farle sparire, a cancellare, per quanto possibile, le tracce della prima macellazione, mentre il cane leccava il sangue raggrumatosi sulle assi e qualche gallina, fattasi coraggio, sguardando ora a destra ora a sinistra, raccoglieva un grumo di lardo o un pezzetto di carne che nel taglio erano caduti e si ritirava in fretta chiocciando soddisfatta.

Furono di nuovo riempiti paiuoli e pentole; i fuochi vennero attizzati a dovere, sicché quando tornò Tugnèt dal paese, consumarono un veloce pranzo e furono pronti per la macellazione del secondo maiale che intanto dal porcile nascosto era stato fat­to passare in quello che dava sulla corte. Fu impartito l’ordine alle ragazze che inco­minciarono a preparare la cipolla e di nascosto il fegato, e in abbondanza, per la cena «tanto loro non servivano attorno al maiale, visto che tremavano come una fo­glia; tutt’al più potevano buttare legna sul fuoco» e l’anno prima che aveva costretto la Maria a reggere la terrina per il sangue, Tugnèt aveva finito per maledire mille volte il momento in cui aveva preso quella decisione, perché la Maria aveva lasciato cadere la terrina che si era rotta e il sangue era andato tutto per la terra e aveva vomitato «con licenza parlando», come se nello stomaco avesse avuto una tarantola. I ragazzini, beh! quelli era meglio che fossero rimasti in casa, perché, se non si pote­va impedire che sentissero le strida, non era bello che vedessero tutto quel sangue e sentissero tutte le parolacce che senza fallo gli uomini avrebbero detto. Lo spetta­colo del mattino, senza significative varianti, si ripetè anche nel pomeriggio. In prin­cipio i gesti furono più lenti, le soste più lunghe, poi, quando ci si rese conto che la sera incombeva, tutti si affrettarono e mentre scendeva una foschia fredda e umi­da, le mezzene furono issate alle travi del magazzino con un piatto sotto ognuna di esse a raccogliere il sangue che sarebbe colato; di fianco alle mezzene pendeva il fegato, cui era stato tolto un lobo, legato insieme con i polmoni: il cuore era già stato tritato e bolliva per preparare un forte e sapido ragù.

L’altro maiale era sparito: si poteva addirittura pensare che non fosse mai esi­stito o che fosse puro e semplice frutto dell’immaginazione. Però qualche segno ri­maneva in giro e Tugnèt si augurava, e anche gli altri, che non vi si ponesse troppa attenzione. Se fosse capitato l’agente del dazio, chi avrebbe potuto fargli credere che tutto quel sangue apparteneva a un solo maiale? che quell’ammasso enorme di bu­della messe sotto sale era di un maiale solo?

Lucia intanto aveva provveduto a mettere a posto il sangue che abbisognava di un certo trattamento perché non si raggrumasse e le ragazze nella capace padella di rame friggevano cipolla e fegato; poi, indossato un altro grembiale, aveva messo sul fuoco il paiolo per la lunga e laboriosa polenta e adesso stava dando gli ultimi tocchi rimestando con forza e tenendo un ginocchio appoggiato al coppo che mante­neva fermo il paiolo. Poi la polenta fu rovesciata sul tagliere e apparve bella, roton­da, fumante e gialla come una luna.

La cena fu allegra, abbondante e irrorata da un buon fiasco di vino, spillato dalla solita botticella, da cui si attingeva solo in certe occasioni. Quanto più le ore notturne si facevano tarde, tanto più diminuiva il timore di una visita non gradita e il sollievo traspariva nei discorsi, nel tono con cui venivano dette le parole, anche se, Tugnèt giustamente pensava «non si può dire quattro finché il gatto non è nel sacco!».

Dopo cena fu giocata una lunga partita, «tanto domani non c’è da fare il bar- co» a briscola e tressette che non vide né vincitori né vinti, poiché chi vinceva a tres­sette perdeva regolarmente a briscola. I ragazzini furono messi a letto per tempo, perché non disturbassero, e, quasi per un tacito, arcano accordo, nessun «tribaröl» venne a turbare quella serena atmosfera e a destare qualche insidioso sospetto.

 

L’indomani Tugnèt tornò in paese ad acquistare le spezie necessarie per con­dire la carne: pepe macinato e in grani, un po’ di chiodi di garofano, un cartoccino di spezie in polvere; di sale ne aveva già portato a casa due sacchetti da 25 chili: e, poiché il veterinario non s’era fatto vedere per la visita sanitaria (»meglio così», pensava dentro si sé), provvide a portargli un trancio di fegato, uno piccolo di polmo­ne e aggiunse anche una mezza milza «tanto non l’avrebbe mangiata neppure il gat­to!». Lucia avrebbe voluto che i pezzi fossero più grandi e aggiunse anche un poco di rete per confezionare due fegatelli in graticola, ma Tugnèt fu irremovibile: quello che aveva messo nel cartoccio era più che sufficiente; doveva forse pensare al com­panatico per il veterinario? Lui pagava le tasse, anche quella odiosa sul mangiare, quella per il veterinario, perciò non si sentiva obbligato verso nessuno. Se fosse pas­sato il sabato, quando il maiale veniva scarnato (meglio di no, per carità! a scanso di ogni pericolo!), una buona braciola poteva anche mangiarsela o se fosse capitato per la festa, l’avrebbero tenuto a pranzo.

Così Tugnèt aveva deciso e tutti i ragiona­menti di Lucia non potevano smuoverlo dal suo proposito. Perché Tugnèt, bisogna dirlo una volta per tutte, era uomo di carattere e anche testardo e se aveva presa una decisione, era ben difficile, per non dire impossibile, smuoverlo, anche se si era convinto che l’interlocutore aveva ragione. Quando il figlio Giovanni gli aveva fatto notare che il vino della botticella alla fine non aveva nulla a che spartire con quello spillato all’inizio e gli aveva proposto di metterlo in fiaschi ben tappati, che sarebbero stati usati uno alla volta, secondo il bisogno, senza che si dovesse ridare la piena ad alcunché e senza che si corresse il pericolo che una parte si acetificasse, aveva risposto che aveva sempre fatto così, che così aveva fatto suo padre e che uno senza esperienza non poteva permettersi di dare consigli e costringerlo a cambiare quello che per tanti anni si era sempre fatto in un certo modo. Può anche darsi che avesse ragione, ma se gli avesse dato retta, il vino sarebbe stato un’altra cosa e non più «il vino della botticella».

Accadeva però a volte che, trascorso un po’ di tempo, facesse come gli era stato suggerito, senza però lasciar intendere che si era convinto del proprio torto, ma come per una scelta maturata autonomamente, «perché era convinto che dovesse essere così». Però per il vino, almeno per un certo periodo, non se ne fece niente e anche per quell’anno, alla fine, dalla botticella usciva roba che quasi sapeva di acqua acidulata. Poi la botticella incominciò a dar segni di non stare più insieme: i cerchi erano stati consunti dalla vecchiaia e non contava ungerli tutti gli anni; le doghe sudavano abbondantemente e qualcuna incominciava a sbriciolarsi e allora fece come Giovanni aveva suggerito «ma sol parché la butséna l’an’in pò piò». Intanto questi con il fratello, prima di andare a letto, aveva sistemato in due stanze, una più interna e nascosta e una a fianco del magazzino delle granaglie, dove in altri tempi, quando lui e il fratello erano ancora piccoli e il loro aiuto per lavorare il podere non era sufficiente, aveva alloggiato il garzone — una stanza alla cui finestra mancavano i vetri e lo scurone era talmente sconnesso da lasciar circolare tutta l’aria senza alcuna difficoltà «ed era una cosa buona, diceva Tugnèt, perché la carne, per ben asciugare e salarsi a dovere, aveva bisogno che l’aria circolasse come fuori» era però in grado di bloccare il passaggio di gatti ed altri animali di simile mole — alcune pertiche di salice ben mondate per appendervi salami e salsicce. Fra le travi e le pertiche, piatti slabbrati ma ancora interi, infilati nei tiranti di filo di ferro, avrebbero impedito ai topi di scendere dal tetto e rosicchiare gli insaccati. In un barattolo vuoto conservava di anno in anno, rimpiazzando quelli che si rompevano o perdevano, i bacchetti per bloccare il cappio dello spago con cui erano legati i salami alla pertica: le picce di salsiccia buona sarebbero state messe a cavalcioni delle pertiche e quelle di «salsiccia matta» appese a uno spago che ne stringeva forte le due estremità.

Lucia aveva tolto da una cassa un rotolo di tela robusta, a trama piuttosto rada, fatta di canapa e cotone, e ne aveva tagliati due riquadri, che aveva orlati, ripiegando la tela su se stessa un paio di volte e cucendo a punti non fitti: sarebbero serviti, tenuti ben stretti a mo’ di grembo da due robusti uomini, per versarvi lo strutto e per stringere i ciccioli che il norcino avrebbe sgrassato al punto giusto, dopo averli salati e impepati convenientemente – almeno si sperava — usando le strettoie che s’era fatto costruire con due assi sagomate e robusti traversi di quercia.

Prima che il norcino si provvedesse di quell’arnese, si faceva fronte alla bisogna annodando per le cocche i quattro angoli dell’asciugamano — perché, in fondo, era un asciugamano — legandoli e arrotolandoli su se stessi con due robusti bastoni lunghi un’ottantina di centimetri infilati e incrociati sotto le cocche.

Emilio Gondoni

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