Paolo Coluccia – Oltre la crisi, un modello di comunita’


Paolo Coluccia – Oltre la crisi, un modello di comunita’ | ALTREMENTI FESTIVAL 2010 | Audio-Podcast Episode | Podcast.it – Elenco dei podcasts Italiani audio e video.

Oltre la crisi, un modello di comunità. L’esperienza dei Sistemi di scambio locale non monetari e delle Banche del tempo.

di Paolo Coluccia (http://digilander.libero.it/paolocoluccia – e-mail paconet@libero.it)

Lezione Magistrale al Convegno “Altrementi Festival”, Repubblica di San Marino, 22-24 gennaio 2010 a cura dell’Associazione Culturale “Don Chisciotte”.

“Le società hanno progredito nella misura in cui esse stesse, i loro sottogruppi e, infine, i loro individui, hanno saputo rendere stabili i loro rapporti, donare, ricevere e, infine, ricambiare!” (Marcel Mauss

Abstract

La filosofia della Banca del tempo si basa sull’azione di reciprocità generalizzata e sui principi della simmetria e dello scambio sociale, per il raggiungimento della solidarietà.

Cos’è la reciprocità generalizzata o, più semplicemente, indiretta? Si dà a qualcuno, per ricevere da qualcun altro. Si scambiano così, senza l’intermediazione del denaro, beni, servizi e sapere. L’azione è necessariamente locale. Lo strumento è un’associazione senza fini di lucro che in Italia ha preso il nome di Banca del tempo. Il fine è la solidarietà tra i soci e di questi verso la comunità d’appartenenza.

Tutti hanno la possibilità di dare e chiunque ha bisogno dell’altro per ricevere. Il comportamento individuale è il dare, il ricevere e il ricambiare. È uno scambio tra equivalenti, ma non di mercato, dove lo scambio segue la contrattazione diretta (qualcuno cede la merce in cambio del denaro di qualcun altro).

In un sistema di reciprocità si dà a qualcuno per ricevere da qualcun altro in tempi e modi differenti. Al posto del contratto c’è il patto. Non è nemmeno assimilabile al baratto, come confusamente molti sottintendono, perché anche il baratto si svolge frontalmente tra gli equivalenti: si dà un oggetto in cambio di un altro d’uguale valore, d’uso o convenzionale non importa, sempre a seguito di contrattazione.

1. Introduzione: Reciprocità, simmetria e scambio sociale

Tratterò dell’esperienza della Banca del tempo e dei Sistemi di scambio locale non monetari (ovvero del modello LETS) nella prospettiva della ricercazione, in quanto ritengo che non esista azione senza ricerca e ricerca senza azione.

La filosofia della Banca del tempo si basa sull’azione di reciprocità generalizzata e sui principi della simmetria e dello scambio sociale, per il raggiungimento della solidarietà.

Cos’è la reciprocità generalizzata o, più semplicemente, indiretta? Si dà a qualcuno, per ricevere da qualcun altro. Si scambiano così, senza l’intermediazione del denaro, beni, servizi e sapere. L’azione è necessariamente locale. Lo strumento è un’associazione senza fini di lucro che in Italia ha preso il nome di Banca del tempo. Il fine è la solidarietà tra i soci e di questi verso la comunità d’appartenenza. Tutti hanno la possibilità di dare e chiunque ha bisogno dell’altro per ricevere. Il comportamento individuale è il dare, il ricevere e il ricambiare. È uno scambio tra equivalenti, ma non di mercato, dove lo scambio segue la contrattazione diretta (qualcuno cede la merce in cambio del denaro di qualcun altro). In un sistema di reciprocità si dà a qualcuno per ricevere da qualcun altro in tempi e modi differenti. Al posto del contratto c’è il patto. Non è nemmeno assimilabile al baratto, come confusamente molti sottintendono, perché anche il baratto si svolge frontalmente tra gli equivalenti: si dà un oggetto in cambio di un altro d’uguale valore, d’uso o convenzionale non importa, sempre a seguito di contrattazione. «Il principio del baratto dipende per la sua efficacia dal modello di mercato», ha spiegato Polanyi ne La Grande trasformazione (1974).

La simmetria è un principio fondamentale in questi rapporti interindividuali. Si manifesta:

a) nella produzione e nell’uso dell’informazione – tutti contribuiscono a creare il circuito informativo di ciò che si dà e di ciò che si riceve (bollettino offerte-richieste);

b) nella parità sostanziale degli individui in rapporto alla prestazione offerta nel sistema (un’ora dell’imbianchino vale quanto un’ora dell’esperto informatico);

c) nel pareggio a saldo di tutti i conti individuali, in dare o in avere, considerato che tutti partono con un conto zero (quando qualcuno riceve s’indebita mentre chi ha dato s’accredita di ore di tempo o di unità locali di conto).

Lo scambio sociale consiste nella relazione di ego verso alter, finalizzata alla solidarietà del noi, al legame sociale (condivisione), alla comunicazione (azione-comune). La dimensione umana della reciprocità instaura un nuovo settore sociale: quello della spontaneità e del dono. Non si vuole soppiantare lo stato o il mercato, – questo è importante, anche se non è tutto e regola gli scambi della maggior parte degli individui – ma si cerca di immettere nel sistema sociale un’innovazione basata sui fondamenti antropologici e culturali del dono. «Le società hanno progredito nella misura in cui esse stesse, i loro sottogruppi e, infine, i loro individui, hanno saputo rendere stabili i loro rapporti, donare, ricevere e, infine, ricambiare!» (Mauss, 2002).

2. La costruzione del paradigma: come nasce una Banca del tempo

Come nasce una Banca del tempo? Metti insieme 10-15 persone, consegna loro un pezzo di carta e una penna e chiedi di scrivere, oltre ai propri dati, ciò che sanno fare o ciò che vogliono dare o che vorrebbero ricevere. Aggrega le offerte e le richieste su un foglio più grande, fanne diverse copie e consegna una a testa. Ora l’informazione è comune: tutti dispongono dei nomi, dei numeri di telefono, delle attività, delle disponibilità e dei bisogni di ciascuno. Una Banca del tempo autonoma e autogestita come un sistema di reciprocità indiretta nasce proprio così. Decolla quando realmente si comincia a chiedere e ad offrire. Alla fine di ogni prestazione si stacca un tagliando dove si attesta il valore del bene, del servizio o del sapere ricevuto. Si conteggia in ore o utilizzando un’unità di conto convenzionale e locale. Un gruppo di amministrazione coordina le attività, anima l’associazione, aggiorna i conti, cura la redazione periodica del bollettino offerte-richieste, predispone gli strumenti minimi di funzionamento, presenta i nuovi entrati nel gruppo, convoca riunioni periodiche. Si agisce nella massima parità e trasparenza. Chi fa il furbo o cerca di approfittarsi prima o dopo viene scoperto e non ha vita facile. Sembra tutto molto semplice, ma vi assicuro che dopo anni di attività diretta e di analisi di varie esperienze nazionali ed internazionali, non è proprio così. Sembra proprio una bella idea: purtroppo nella pratica succede di tutto, anche l’imprevedibile.

Gli strumenti principali per far funzionare una Banca del tempo sono:

1. L’Atto costitutivo, lo Statuto e il Regolamento (rappresentano rispettivamente l’intenzione dei membri ad associarsi, lo scopo sociale da raggiungere e lo strumento normativo interno da seguire per il conseguimento dei fini sociali previsti);

2. Il Gruppo di amministrazione (un certo numero di membri democraticamente eletti che si fa carico di far funzionare la Bdt – promozione, accettazione di nuovi iscritti, aggiornamento dei dati, contabilità, bilancio, convocazione incontri periodici ecc.);

3. Il Coordinatore (svolge la sua azione promotrice all’interno e all’esterno, rappresentando di fatto la Bdt);

4. La Scheda di adesione (contiene bisogni e capacità e rappresenta il primo strumento di conoscenza dell’associato e nella sua prima compilazione non bisogna lasciare sola la persona, ma occorre aiutarla a trovare le ragioni di fondo della reciprocità, anche perché non sempre uno sa che cosa è capace di offrire e di che cosa può aver bisogno);

5. Il Bollettino offerte-richieste (rappresenta la gestione dell’informazione a rete – con trasparenza e democrazia – mediante il quale l’informazione è comune, in quanto deve circolare tra gli associati della Bdt, un valido strumento d’interazione e di relazione sociale tra i membri);

6. L’Unità di conto (tempo o moneta fittizia e simbolica locale, che non rappresentano un’alternativa al mercato e al denaro, ma un’innovazione sociale, in quanto spesso il valore di una determinata prestazione può non “aver prezzo” o non trovare piena corrispondenza nell’economia quotidiana).

7. L’Assegno-tempo o l’Attestazione di reciprocità (è compilato dal ricevente la prestazione e consta di due o tre tagliandi – uno per il ricevente, uno per il donante e, se c’è un terzo, per la Bdt che cura la contabilità generale);

8. La Scheda di contabilità individuale/generale (quando il tagliando dell’assegno è recapitato alla Bdt, questa lo registra sulla scheda individuale dell’associato, il cui conto segue strettamente la partita doppia – credito/debito – mediante cui è possibile avere sempre in chiaro la situazione generale di tutti i membri della Bdt);

9. Il Software di gestione (quando i membri sono numerosi e gli scambi si moltiplicano, conviene utilizzare un software specifico di gestione della Bdt o almeno una serie di fogli Excel);

10. L’Assicurazione (non è un argomento da trascurare, perché qualcuno può fare o farsi male. Come per le associazioni di volontariato – Legge 266/90 – alcune compagnie di assicurazione hanno previsto una polizza poco costosa per ogni associato).

3. Un po’ di storia, le esperienze in Europa e nel mondo

Questi sistemi di scambio locale si diffusero nel mondo con motivazioni e modelli differenti, anche se è unanimemente riconosciuto che il sistema iniziale e trainante è stato il sistema LETS di M. Linton, elaborato in Canada sulle ceneri di un’esperienza analoga fallita per ingenuità e per inesperienza dei promotori.

Nel 1975 si organizzarono in Canada i LETSystem (Local Echange Trading System), che utilizzarono monete locali riferite alla valuta nazionale, al dollaro o al tempo inteso come ora di lavoro. Dal 1985 i LETS, dopo qualche clamoroso fallimento e qualche affinamento tecnico-contabile e con l’apertura della gestione e dell’organizzazione agli aderenti, si sono diffusi rapidamente in Europa (Inghilterra, Germania, Francia, Belgio, Scozia, Italia ecc.) e nel mondo (Argentina, Messico, Venezuela, Brasile, Australia, Senegal ecc.).

In Inghilterra si cercò in qualche modo di arginare le difficoltà causate dalle politiche tatcheriane. La parola lets, oltre che il significato dell’acronimo, può significare provocatoriamente anche ‘Lasciatecelo fare!’. Interessante un’esperienza denominata “Mental-Lets”, rivolta al reinserimento sociale di persone con disturbi psichici.

In Francia oltre ai SEL (Système d’Echange Locaux), orientati in senso ecologico ed anti utilitarista, si sono organizzati RERS (Réseau d’Echange Réciproque de Savoir – Rete di scambio reciproco di sapere) e Troc-Temps (Baratto di tempo). Interessante la Route des SEL, organizzazione nazionale di ospitalità per viaggiatori aderenti ai SEL che permette il pernotto gratuito presso le famiglie che vi aderiscono.

In Germania ci sono state diverse configurazioni di sistemi di scambio: i Tauschringe (Cerchi di scambio), i Talents (sistema Talenti), le Zeitbörse (Borse del tempo). Singolare il motto dei Tauschringe: ‘Vai, anche senza marchi!’.

In Belgio è stata testimoniata la presenza e la sperimentazione di SEL e di LETS: quest’ultimo acronimo, a differenza di quello inglese riferito allo scambio commerciale ed economico, significa soprattutto ‘Locale Scambio di Talenti e di Servizi’, dove per talenti s’intendono le capacità personali creative dell’individuo.

Numerosi i Lets che sono apparsi in Irlanda. In Spagna e Portogallo operano Lets e Banche del tempo (quest’ultime molto istituzionalizzate).

In Olanda è stato attivo un gruppo che divulga e sostiene i sistemi di scambio locale: Aktie-Strohalm. Questa associazione ha organizzato a Strasburgo nel 1998 un Seminario Internazionale Lets con il fine di sviluppare questi sistemi non monetari nelle nazioni dell’Est dell’Europa. Oggi la divulgazione si è fatta ancora più ampia e punta decisamente su alternative economiche.

Nel 1991 ad Ithaca (New York) partì un sistema orientato a controllare gli effetti negativi dell’economia di mercato. Si stamparono le Ore di Ithaca, monete locali multicolorate dipinte su carta filogranata o su canapa tessuta a mano con inchiostro termico, alle quali si è dato un corso legale parallelo. Alcuni bar, ristoranti e cinema ancora accettano le Ithaca-Hours. Questo contante rispetta l’ambiente, non è speculativo e crea lavoro e consumo responsabile.

In Argentina, sempre agli inizi degli anni 90, si formarono i Clubs de Trueque (Clubs di scambio) riuniti successivamente in un progetto di comunicazione denominato Red de Trueque. Con queste associazioni si tentò di rilanciare il dinamismo economico perduto dalle comunità negli anni ’80 dominati dalla dittatura. Purtroppo, di recente ci sono stati grossi problemi nella gestione dei creditos (moneta sociale del Trueque), che hanno invaso la società argentina e sud-americana, per abusi di emissione compiuti da organizzazioni malavitose. Presenza di Club de Trueque anche in altri Paesi dell’America Latina e in Messico.

L’Australia ha contato il sistema Lets più numeroso per numero d’iscritti (si parla di 1800 aderenti) e di famiglie coinvolte nello scambio: il Blue Mountain. Ma le notizie sono molto superficiali, a parte un tour di conferenze in Europa di una sua animatrice, Gil Jordan, verso la metà degli anni ‘90.

In Senegal sono nati i SEC (Systèmes d’Echange Communautaire). Si prefiggevano non tanto di generare legame sociale (l’Africa ne ha da vendere) ma di dinamizzare gli scambi economici, la reciprocità e l’auto-aiuto, mediante reti locali e gruppi di vicinato e di prossimità, con una particolare attenzione alle persone svantaggiate.

Ultimamente M. Linton ha spostato il suo campo d’azione in Giappone dove sta stimolando, tra tanti problemi e preoccupazioni, sistemi di scambio basati sulla moneta sociale. Ne sono sorti di diverso genere, anche sulla spinta di un programma televisivo (su questi temi vedi i documenti posti in appendice ai miei libri pubblicati negli anni 2001, 2002, 2003).

4. Le Banche del tempo in Italia: i modelli

In Italia il fenomeno delle Banche del tempo e dei sistemi locali di scambio non monetario che generano altruismo reciproco generalizzato è stato ed è molto differenziato. Possiamo distinguere, in modo molto approssimativo, tre modelli di Banca del tempo:

– la Bdt organizzata, finanziata e gestita dal Comune, a seguito di deliberazione della giunta comunale, con un funzionario pubblico che fa l’animatore, il coordinatore e il segretario dell’esperienza. Questo modello, sviluppatosi in molte città italiane del centro-nord, vede nella Bdt un servizio pubblico da fornire al cittadino, qualificato come utente o cliente, che per le sue necessità si rivolge ad uno sportello, stacca degli assegni per le prestazioni, s’accredita o s’indebita per le prestazioni date o ricevute, riceve il suo bravo estratto conto periodico…, proprio come avviene nell’immaginario economico e monetario del sistema bancario, solo che al posto delle monete in queste organizzazioni si deposita e si conteggia il tempo.

– la Bdt che nasce all’interno di un’associazione, di una cooperativa o di un’organizzazione sindacale (Arci, Misericordie, Mag, Auser ecc.). Questi gruppi già costituiti e funzionanti fanno muovere (a mo’ di balie) i primi passi alla neonata iniziativa sociale. In positivo, si lascia alla fine che la Bdt proceda con le proprie gambe e che si apra alla comunità; in negativo, può avvenire che il rapporto ideologico di fondo crei dipendenza, perduri all’infinito e che il sistema rimanga chiuso ed individualizzato all’ambiente sociale.

– la Bdt come sistema autonomo, autofinanziato e autogestito che nasce su iniziativa di alcuni individui ampiamente motivati, spesso carburati ideologicamente (in senso politico, ambientalista, solidaristico ecc.), che si riuniscono ed elaborano un progetto di azione comune, che si autofinanziano e che si autonormano con uno statuto ed un regolamento e con degli strumenti semplici di informazione e di contabilità, per favorire e per registrare gli scambi di reciprocità generalizzata. Non nascondo una certa simpatia per questo modello, pur con qualche riserva. Infatti, il substrato ideologico, se per un verso fa da collante, dall’altro può isolare il gruppo dalla comunità. Inoltre, quando le controversie non si ricompongono facilmente si rischia l’implosione del sistema.

Se dobbiamo rappresentare in percentuale le Banche del Tempo in Italia possiamo indicare che al primo e al secondo modello (ove la presenza dell’Ente locale sia preponderante) appartiene il 60% dei casi; le esperienze rimanenti del secondo modello, prive di un sostegno decisivo sia pure parziale del Comune rappresentano il 30%; al terzo modello appartiene il rimanente 10%.

Le percentuali però non indicano un successo indiscusso nell’uno o nell’altro modello. Le buone e le cattive esperienze si possono riscontrare in ciascuno dei tre modelli.

Un principio fondamentale accomuna tutte le Banche del tempo: la volontà di alcune persone che interagiscono mediante la pratica della reciprocità indiretta, per il raggiungimento di un beneficio sociale ed economico e per la crescita della comunità. Nelle esperienze in cui manca questa base comune diventa molto difficile mettere in pratica una Banca del tempo.

In generale si riscontrano eccessi di burocrazia e di procedure, come pure forti motivazioni individuali o ideologiche. Tutto ciò può generare dipendenza e isolamento. Spesso si organizzano molteplici iniziative culturali, ma altrettanto spesso si dimentica l’idea originaria che sta alla base della Bdt, che è la pratica dello scambio e la cultura della reciprocità tra gli associati. Non si può dire quale modello sia il migliore da seguire, perché ogni gruppo di persone che intendano promuovere una Banca del tempo deve fare i conti con le proprie esigenze e con la realtà sociale, economica e culturale di appartenenza.

Quando si è tentato di omogeneizzare un modello ritenendolo valido per tutte le esperienze, queste sono quasi sempre miseramente fallite. Peggio ancora quando, privi d’idee personali e di conoscenza adeguata della propria realtà, si è copiato pedissequamente un modello: in questo caso non si è mai registrato il benché minimo successo.

5. Leggi e contesti socio-culturali

È stata emanata qualche anno fa una Legge dello Stato (Legge 8 marzo 2000, n. 53 contenente Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città) che tenta di stimolare la nascita di Banche del tempo.

Art. 27

(Banche dei tempi)

1. Per favorire lo scambio di servizi di vicinato, per facilitare l’utilizzo dei servizi della città e il rapporto con le pubbliche amministrazioni, per favorire l’estensione della solidarietà nelle comunità locali e per incentivare le iniziative di singoli e gruppi di cittadini, associazioni, organizzazioni ed enti che intendano scambiare parte del proprio tempo per impieghi di reciproca solidarietà e interesse, gli enti locali possono sostenere e promuovere la costituzione di associazioni denominate “banche dei tempi”.

2. Gli enti locali, per favorire e sostenere le banche dei tempi, possono disporre a loro favore l’utilizzo di locali e di servizi e organizzare attività di promozione, formazione e informazione. Possono altresì aderire alle banche dei tempi e stipulare con esse accordi che prevedano scambi di tempo da destinare a prestazioni di mutuo aiuto a favore di singoli cittadini o della comunità locale. Tali prestazioni devono essere compatibili con gli scopi statutari delle banche dei tempi e non devono costituire modalità di esercizio delle attività istituzionali degli enti locali.

Come tutte le leggi in materia di legislazione sociale, tale norma disciplina (o almeno cerca di disciplinare) e istituzionalizza, lo spazio d’azione pubblico, che è cosa ben diversa dallo spazio comune.

In seno all’associazione sindacale CGIL è sorto verso la metà degli anni ‘90 un osservatorio (Tempomat) delle Banche del tempo, che ha censito, registrato e stimolato la nascita di queste associazioni. Ha funzionato fino al 2002, poi ha passato le sue attività principali (sito internet, software gestionale Bdt e settore formazione) a persone e gruppi di lavoro in diverse parti d’Italia. Oggi c’è un’Associazione nazionale di Bdt (non di tutte, però!), vari coordinamenti provinciali e persone singole, come chi vi parla, che continuano a divulgare e a promuovere l’idea di Banca del tempo fondata sull’azione di reciprocità.

La regione Emilia-Romagna ha svolto e svolge un ruolo propositivo e divulgativo, soprattutto nell’ambito delle politiche sociali, curando l’informazione delle iniziative locali, la bibliografia e le pubblicazioni inerenti le Bdt e i Sistemi di scambio e sostenendo un progetto di Banca del tempo-on-line. Ma anche altri Enti locali, ai vari livelli, hanno cercato di sostenere con mezzi finanziari e divulgativi queste associazioni. Spesso, però, lo sforzo non è stato ripagato e parecchie esperienze sono rimaste a livello di progetto, si sono arenate dopo i primi tempi o sono diventate delle scatole vuote. Non sono mancate e non mancano, comunque, Bdt attive ed interessanti lungo tutta la penisola italiana.

Il mondo della ricerca universitaria non è stato a guardare. Numerose le tesi di laurea, nelle più disparate facoltà e discipline (Sociologia, Antropologia, Giurisprudenza, Servizi sociali, Scienze della formazione, Economia ecc.), e i dottorati di ricerca, in università prestigiose, come la Sapienza, la Bicocca ecc.

Deludente invece l’intervento frettoloso dei giornalisti, soprattutto di quelli della carta patinata, che hanno ricalcato nelle loro pagine una lunga serie di luoghi comuni, senza riuscire a cogliere gli aspetti significanti e qualificanti di questi sodalizi. Inutile dire che è mancato l’approfondimento, a parte qualche rara eccezione, come la rubrica Diario dell’Unità (1996) o qualche trasmissione televisiva (Speciale TG1, 1997) o radiofonica (Gr2-cultura e I misteri della notte-Gr2, 2001, 2002) della RAI.

6. Un caso paradigmatico (l’esperienza diretta di chi vi parla)

A Martano (LE), il comune dove vivo all’estremo sud della Puglia, l’esperienza di Banca del tempo autorganizzata e autogestita nell’associazione ASSEM (Associazione per lo Sviluppo Sociale ed Economico di Martano), a cui ho partecipato e che ho animato, è partita verso la fine del 1996. All’inizio il sistema era molto simile ad un LETS, infatti venne denominato Sistema di Scambio Locale (SSL), e fu finalizzato alla fondazione di relazioni d’aiuto sociali ed economiche (reciproche ed indirette) tra gli aderenti, mediante un sistema non-monetario. Il richiamo economicistico in alcuni aderenti è stato predominante. Si utilizzava una unità locale fittizia per conteggiare gli scambi: il mistόs, rapportato alla lira, (un mistόs = una lira) (dal gríco – antica lingua locale – che significa ‘soldo’: ‘Vali quanto un soldo!’ nel linguaggio popolare martanese significa ancora ‘non conti nulla!’). Dopo qualche mese, nella primavera-estate del 1997, il sistema di scambio non monetario si è evoluto. L’idea di fondo è diventata il dono, quello libero, riconducibile al triplice comportamento del dare, del ricevere e del ricambiare, così felicemente descritto da Marcel Mauss (2002). Con la trasformazione del SSL in SRI (Sistema di Reciprocità Indiretta) si passò ad un rapporto con il tempo (base oggettiva: un’ora = 10 mistόs) e al grado di riconoscenza e di libertà del gesto del donante percepito dal ricevente (su base soggettiva: valutazione libera). Ne è venuto fuori un modo di quantificare completamente estraneo alla logica economica, sia essa onerosa (di mercato) che temporale (delle BdT in generale). Anche la registrazione della prestazione non avveniva con assegni-tempo (usati nelle Bdt), ma con attestazioni di dono che il ricevente rilasciava alla fine della prestazione. Non erano depositate ore come in molte Bdt e i soci non erano clienti del sistema ma fruitori del loro sistema. L’associazione garantiva che l’informazione fosse trasparente, comune. Tutti i soci potevano conoscere in qualsiasi momento la propria e l’altrui situazione di conto. Anche l’ASSEM (come organizzazione associativa) era un socio del sistema (anche se un socio impersonale e virtuale), che accorpava sul suo conto le quote tessera in mistόs (50 mistόs per socio) che servivano per gestire il sistema in modo completamente non-monetario, per la tenuta della contabilità, per la redazione del bollettino cerca-trova, per il recapito della posta ai soci ecc. Nel sistema è transitato di tutto: verdure spontanee, ortaggi biologici, trasporto di cose e persone, aiuto allo studio, piccole manutenzioni, consigli estetici, lavori al computer, attività di cucito, artistiche, sportive, lavori di giardinaggio, cibi, torte ecc. Ma è transitata soprattutto tanta socialità, promozione sociale e comunicazione.

C’è stato un notevole interesse per l’esperienza da parte di mass-media locali e nazionali. Alcune tesi di laurea discusse in varie facoltà universitarie italiane hanno trattato quest’esperienza associativa di scambio locale.

I risultati previsti dall’idea-progetto dell’ASSEM erano: 1) la presenza di un sistema di scambio non monetario; 2) una rete tra associazioni; 3) una comunità interagente ed associata, partecipativa, capace di programmare lo sviluppo locale; 4) la presenza di gruppi tematici e territoriali dinamici e propositivi; 5) la costituzione di un fondo non-monetario di partecipazione allo sviluppo locale, alimentato con percentuali prelevate sul volume annuale degli scambi da destinare alla comunità.

I risultati ottenuti sono stati il sistema non-monetario e la costituzione di alcuni gruppi di base tematici e territoriali, purtroppo non tutti dinamici. Non sono nate reti tra associazioni ed è stato complicatissimo spiegare il concetto di comunità interagente e associativa, cioè partecipativa. Ci sono state alcune riunioni con altri gruppi, con associazioni e con l’Amministrazione comunale, per spiegare l’idea-progetto e per attivare una rete, ma non si sono viste concrete convergenze e tutto è rimasto nel vago e nel provvisorio, soprattutto la costituzione del fondo di partecipazione allo sviluppo locale.

Possiamo affermare che l’idea-progetto dell’Assem ha sempre navigato in acque difficili e a volte anche controcorrente. Inoltre, non ha avuto un impatto significativo sul territorio e sulla popolazione. Anche tra gli stessi soci ci sono state attese, motivazioni, approcci e dinamiche differenti e discordanti. Non è mancato, come in ogni buona famiglia, lo scontro e il diverbio, la lite e la chiacchiera. Ci sono stati momenti buoni, altri difficili, altri dolorosi, altri entusiasmanti. Ma tanti sono stati i problemi e i momenti di difficoltà dovuti a fraintendimenti, incomprensioni, polemiche che ne hanno rallentato cospicuamente l’attività nel 2000, fino a veder cessare totalmente gli scambi tra i soci nel 2001. (Per un approfondimento complessivo dell’esperienza si può visitare il mio sito Internet http://digilander.libero.it/paolocoluccia e leggere la seconda parte del mio libro del 2002).

Dove più, dove meno, difficoltà e problematiche compaiono in tutte le esperienze finora conosciute in Italia e nel mondo. Forse un po’ tutti abbiamo anticipato ‘i tempi’ o sbagliato in molte cose! Ma non bisogna abbattersi! Al contrario, occorre stimolare le esperienze a continuare e a ricrearsi, anche seguendo le derive e i nuovi orientamenti sociali e culturali.

7. L’innovazione sociale

La Banca del tempo può essere considerata un’innovazione sociale. È un termometro sociale con cui è possibile misurare la promozione di sé, la cittadinanza attiva, la solidarietà, la capacità di progettazione della comunità d’appartenenza, nella coesione sociale e nella salvaguardia delle diversità individuali, psicologiche e culturali.

È difficile inquadrare le Bdt e i Sistemi di scambio locale non monetari. Ma proprio per questo la Bdt è un’innovazione socio-culturale ed economica. La sua azione sociale è molto complessa ed articolata, al limite dell’irrazionale. Non ha niente a che vedere con il volontariato, né con la gratuità, l’assistenzialismo, la filantropia. La Bdt non ha niente in comune con il baratto, che altro non è che un mercato vero e proprio tra equivalenti, privo dell’intermediazione del denaro. Difficile infine il suo rapporto con il settore pubblico (spazio pubblico), in quanto lo spazio d’azione della Bdt è lo spazio comune, fondato sulla condivisione e sulla reciprocità.

La modernità ha teorizzato e legittimato nel suo progetto socio-economico lo spazio d’azione pubblico e lo spazio d’azione privato. Esiste, infatti, il diritto pubblico e il diritto privato. Manca totalmente (o quasi) la teorizzazione dello spazio comune (etimo di cum munus, con dono), del diritto comune, della comunità, luogo consacrato, fondamentale e determinante, al legame sociale, alla solidarietà, generatore di capitale sociale, da cui tutto discende (mercato, società, cultura, famiglia, istituzioni…) e non il contrario, come spesso si pensa o come molti economisti contemporanei vogliono farci credere.

La Bdt può essere considerata una chance per poter ancora vivere insieme, liberi, uguali e diversi (Touraine, 1998). Ma è anche uno stimolo all’autorganizzazione: non si può ancora credere che possa essere la società (una pura astrazione concettuale!) ad organizzarsi, in quanto possono farlo solo gli individui, qualora ne sentano la necessità, il bisogno e trovino la giusta volontà. È un viaggio cominciato oltre diecimila anni fa, nel neolitico, che non si è mai interrotto e che è destinato a continuare fino a che la specie umana non si estinguerà. E le istituzioni e le organizzazioni sociali, se ci credono, possono accompagnare questi movimenti, collaborando e operando nella complementarietà, ma mai prevaricando con arroganza e paternalismo intriso di subalternità. Anche questo modo di vedere le cose può essere un’importante innovazione sociale, per non dire una scommessa.

8. Difficoltà e speranze: uno scenario possibile

Queste esperienze di scambio locale non monetario sono state intraviste nel 1999 in un importante documento di lavoro di un gruppo di studiosi operanti nel Nucleo Valutazioni Prospettive, gruppo di saggi in seno alla Presidenza della Commissione Europea, che complessivamente disegna cinque probabili scenari europei nell’anno 2010. In uno di questi scenari, il secondo, definito I cento fiori, purtroppo caratterizzato dal un «equilibrio instabile», dove «la distribuzione sempre più disomogenea della ricchezza, la proliferazione della criminalità internazionale e la moltiplicazione dei piccoli conflitti regionali stanno destabilizzando il sistema mondiale, che tuttavia continua a reggere alla meno peggio», poiché «prigionieri di mentalità e modalità operative arcaiche, gli apparati amministrativi e i sistemi politici delle capitali non sono riusciti a tenere il passo con questi fenomeni di micro-rinascimento e hanno lentamente perso il contatto col mondo reale», considerato che «l’immobilismo delle gerarchie, lo spezzettamento delle competenze e l’eccessiva fiducia nella scienza avevano gettato i semi di un diffuso disimpegno», «in un’epoca in cui le società si facevano sempre più complesse, il progresso tecnologico sempre più rapido e le esigenze individuali sempre più differenziate, le burocrazie rimanevano rigide e incapaci di adeguarsi a situazioni sempre eterogenee», e «la classe politica si rivelò intrinsecamente incapace di rispondere al grande disagio, oscillando tra immobilismo e demagogia», le Banche del tempo, insieme a cento micro-iniziative innovative, fanno capolino nella società europea, in quanto, per fronteggiare la crisi politica, economica, sociale e culturale determinatasi nel quinquennio 2000-2005, «l’opinione pubblica mostrò un forte spirito d’iniziativa: nacquero centinaia di gruppi civici». Pertanto «si assiste in questo periodo all’ascesa di collettività locali dinamiche come quelle odierne», si osserva nel documento futuribile. «È ormai raro – continua lo studio – trovare un comune o un quartiere che non abbia la propria valuta e una banca del tempo in cui scambiare lezioni private, attività culturali e ogni tipo di servizi alla persona (come ripetizioni, assistenza a bambini e anziani e collaborazioni familiari). Le associazioni locali, spesso gestite da donne, pensionati o neolaureati, si sono moltiplicate e di fatto trasformate in piccole imprese. Gran parte di queste opera in modo informale, senza preoccuparsi di registrarsi presso le autorità competenti o di pagare le imposte. Alcune, con l’aiuto delle autorità locali, svolgono un ruolo importante nell’erogazione di piccoli prestiti ai privati e alle imprese con problemi immediati di liquidità. Altre hanno istituito ‘casse comuni’ per finanziare reti di sostegno economico e, se necessario, persino offrire borse di studio o di riqualificazione professionale. Le più avanzate possono anche erogare prestazioni sociali. Altrove sono nate nuove forme di aggregazione sindacale per difendere i diritti dei cittadini in generale oltre a quelli dei lavoratori. La stragrande maggioranza di queste strutture locali è rimasta molto aperta al mondo esterno. Sfruttando tutte le possibilità dell’informatica (senza la quale molte di loro non sarebbero mai nate) hanno instaurato comunicazioni, partnership e scambi di esperienze a livello internazionale non soltanto all’interno dell’UE ma anche con controparti nell’Europa orientale, nel Mediterraneo e in Africa».

Nessuno di noi si augura uno scenario possibile della società europea nell’immediato futuro fondato sul paradigma dell’equilibrio instabile, anche se in sostanza è quello che stiamo vivendo oggi) ma in ogni caso occorre non farsi trovare impreparati, in quanto, per dirlo in senso metaforico, o se si preannuncia il temporale o se le previsioni prevedono ottimisticamente il cielo sereno e il sole splendente, non costa nulla portarsi nello zaino il parapioggia ben piegato, che, se indossato con il bel tempo fa scoppiare dalle risate i passanti, ma se estratto al momento giusto e all’inizio di un violento temporale può farci passare per persone previdenti ed intelligenti. E le Banche del tempo sono quasi la stessa cosa.

9. Emergenza di tre nozioni sociologiche

Intervento, azione, ricerca, coinvolgimento: quattro termini non obbligatoriamente in sequenza ordinata. Il problema sta nella concettualizzazione e generalizzazione di un’azione sociale complessa che coinvolga l’io, l’altro e il mondo. Emerge il tema della coscienza che, come ha osservato Francisco Varela, non sta nella testa. La coscienza è un fattore, un processo emergente e richiede la coesistenza di un corpo (il cervello), di un mondo e degli altri. In questa visione la coscienza appartiene ad un organismo incessantemente coinvolto in cicli interattivi ricorrenti.

Emerge una nuova terminologia sociologica, dunque, come esigenza di generalizzazione dei termini e dei simboli, in quanto ogni modello d’intervento non può non definirsi che in un rinnovato processo di generalizzazione e di rideterminazione continua e indipendente di atti, inerente gli ambiti, le persone, i gruppi e le istituzioni. Lungi da ideologie, programmi e pianificazioni, la sfida dei nostri tempi sta nel cogliere il senso della realtà, caotica e indecifrabile, rappresentata da aspettative e speranze individuali, di gruppi e di società.

L’identità è una specie d’interfaccia, è un collegamento di se stessi con il mondo e con gli altri, che non si può localizzare o materializzare in un certo posto del corpo o in qualche gruppo di neuroni del cervello. Essa, infatti, esiste solo come codice, come pattern relazionale. La cosa importante è che, una volta emersa, l’identità ha effetti sul mondo e sulla società, ha continue ricadute locali e dispone di una forza dinamica. Nessun dualismo cartesiano, pertanto, tra res cogitans/res extensa, nessun riduzionismo e, di conseguenza, nessun determinismo. L’identità, collegata allo stato di coscienza (io-altro-mondo), è un fenomeno complesso e come tutti i fenomeni complessi, funziona in modo non lineare ed imprevedibile.

Nel pensiero di Marcel Bolle de Bal emergono tre nuove nozioni sociologiche: reliance, deliance, liance (rileanza, delianza, leanza). Tre termini intraducibili, in verità. Cerchiamo di spiegarne i contenuti essenziali. La reliance è ontologicamente legata ai concetti di deliance e di liance, come concetto a-posteriori, bisogno psico-sociale, risposta all’isolamento. Rileanza sociale come ricerca di legami funzionali, dunque, comunione umana, lo status di sentirsi collegati. Anche idee e cose possono essere collegate, ma qui ci s’interessa della persona umana, che deve rappresentare almeno uno dei poli da legare. Azione: atto di collegare. Status: risultato dell’atto. Dunque, creazione o ri-creazione di legami: a) rileanza tra una persona ed elementi naturali; b) rileanza tra una persona e l’umanità; c) rileanza tra una persona e le istanze della sua personalità; d) rileanza tra due o più attori sociali collettivi, fatti di persone che rappresentano le istituzioni. Dimensione non solo psicologica, ma anche sociologica della rileanza, perché l’atto di ri-collegare implica un sistema mediatore: produzione di relazioni sociali mediatizzate e complementari, tramite sistemi di segni e di istanze sociali.

La rileanza non può esistere senza istanze mediatrici: compito del sociologo è quello di comprendere le dinamiche del tessuto sociale e della sua tessitura, per stabilizzare legami sociali complementari, legami disgiunti, o entrambi. Vocazione e orientamento della ricerca in senso psico-sociologico. Rileanza a sé/Rileanza al mondo: identità, fraternità-solidarietà, cittadinanza. Complessità: questo termine esprime un’emergenza del sistema sociale globale, stanco di divisioni e particolarismi. La rileanza come indispensabile concetto-cerniera: approccio sociologico, psicologico, filosofico. I casi concreti di processi di rileanza che falliscono dimostrano ed insegnano la profondità dello stato di delianza in cui versa la società umana moderna.

Le basi della delianza sono le seguenti: dividere per dominare (in politica, in scienza, in economia, nella produzione ecc.); razionalità strumentale e semplificante (analisi estremizzata delle parti, mentre sfugge il tutto). In sociologia pertanto si notano quattro spaccature: 1) tra ricerca pura e ricerca applicata; 2) tra ricercatore e strutture sociali studiate; 3) tra progettisti ed esecutori della ricerca; 4) psicologico-interna alla persona stessa del ricercatore. Sono queste paradossalmente le razionalizzazioni che slegano: dagli altri, dalla terra, dal cielo. Carenze di rileanza come: a) delianza socioeconomica (lavoro minacciato); b) delianza sociotecnica (lavoro ‘razionalizzato’); c) delianza socio-psicologica (lavoratore isolato); delianza socio-organizzativa (potere esploso); e) delianza socio-culturale (solidarietà dislocate). La ‘ri-leanza’ suppone l’esistenza preliminare di una ‘de-lianza’ e questa uno stato di ‘pre-delianza’ che definiamo con ‘leanza’, fenomeno di partenza, di fusione, ma non più raggiungibile (per es. feto-madre).

Si va alla ricerca di una società ragionevole fondata sulla relianza. Strumenti: ragione complessa e nuove alleanze scientifiche per evitare delianze intellettuali e delianze esistenziali. Tre punti euristici fondamentali: a) la delianza paradigma della modernità; b) la rileanza paradigma della post-modernità (l’impulso che spinge a ricercarsi, ad unirsi, l’ideale comunitario, la società vitale, il vivere insieme); c) delianza/rileanza paradigma duale della iper-modernità (iper-complessità), ovvero sintesi indissociabile, ontologia insuperabile, coppia duale: giorno/notte, amore/odio, centro/periferia, divieto/trasgressione, vita/morte, yin/yang ecc. Quest’insieme forse spiega meglio la società contemporanea.

E, allora, la leanza che cos’è? Uno stato di fusione primaria, come il feto fuso e fondente con la madre, nel contempo fisico e psichico, destinato a dividersi. La nascita, pertanto è fine di un mondo/creazione di un mondo. Doppio choc, libertà dai legami che legano, desiderio di fondersi nuovamente. All’inizio c’è sempre una separazione, come le tenebre dalla luce; poi la speranza di ritrovare qualcosa che unisca, che ci riunisca. La rileanza non abolirà la separazione, ma la trasformerà: metterà in relazione, passando dall’azione disgiunta (delianza) ad un’azione congiunta (lianza), però condivisa e conviviale, premessa di un’azione comune, ovvero di una vera comunic-azione sociale (azione-comune).

Su questa linea di pensiero e nella prospettiva della ricercazione si tenta scandalosamente una trasformazione e una ridefinizione dello schema AGIL: da adaptation, goal, integration, latency (organizzazione, obiettivo, norma, valori) ad amicizia, gioia, impegno, lealtà (incontro con alter, vita buona, concretezza, dignità). Ha osservato Nestor Garcia Canclini (1998): «La sociologia, la psicologia e le scienze dell’informazione e della comunicazione di massa hanno contribuito notevolmente a ‘secolarizzare’, ‘pianificare’ e ‘modernizzare’ le relazioni sociali. Alleate con le industrie e con i nuovi movimenti sociali, fecero sì che la versione struttural-funzionalista dell’opposizione tradizione-modernità diventasse il nucleo del senso comune. Di fronte alle società rurali rette da un’economia di sussistenza e da valori arcaici, predicavano i vantaggi delle relazioni di tipo urbano, competitive, dominate dalla libera scelta individuale. La politica ‘sviluppista’ diede impulso a questa visione ideologica e scientifica e la usò per creare consenso intorno al suo progetto modernizzatore presso le nuove generazioni di politici, professionisti e studenti». E ancora: «Le scienze sociali contribuiscono a questa difficoltà utilizzando differenti scale di osservazione. L’antropologo arriva alla città a piedi, il sociologo in macchina e per l’autostrada principale, lo studioso della comunicazione in aereo. Ognuno registra quello che può, costruisce una visione diversa, e quindi parziale. C’è una quarta prospettiva, quella dello storico, che non consiste nell’entrare ma piuttosto nell’uscire dalla città, dal suo centro antico verso bordi contemporanei. Ma il centro della città attuale non è più nel passato». Eppure, c’è una quinta prospettiva: la nostra. Noi viviamo e agiamo nella nostra città. E forse è proprio questo il senso della ricercazione condivisa e conviviale.

Conclusione: Reti sociali, ricerc-azione e trame di possibilità

È innegabile il valore della rete. Qualcuno lo ha calcolato V=n(n-1), dove n è il numero di nodi. La rete è un moltiplicatore formidabile di possibilità e di chances. Ma non basta! Può essere anche uno strumento perverso. Occorre andare oltre.

Lungo questa linea di ricerca e di azione ho avuto modo di riscoprire il pensiero di Ivan Illich, che s’inserisce a pieno titolo nella prospettiva della ricerc-azione, scevra da pianificazioni, programmi e manipolazioni ideologiche e sociali, spesso camuffate da reti: «Vorrei – egli dice – che avessimo a disposizione un’altra parola per designare le nostre strutture reticolari intese a permettere un accesso reciproco, una parola che facesse meno pensare all’intrappolamento, che fosse meno degradata dall’uso corrente e che suggerisse meglio il fatto che qualunque ordinamento di questo tipo comporta aspetti legali, organizzativi e tecnici» (Illich, 1972).

Anziché parlare di reti, dunque, occorrerebbe parlare di trame di possibilità da ricercare insieme, liberandosi dei facilitatori, degli esperti, dei manager e dei professionisti/dirigenti. Passare dagli imbuti didattici alle trame didattiche, alla vita attiva, alle trame di possibilità, allo scambio di capacità, alla disoccupazione felice, al tempo liberato e allo svago (scholé), con una rivoluzione culturale dell’istruzione e con la rifondazione dello strumento conviviale.

Quattro sono le libertà fondamentali: 1) liberare l’accesso alle cose; 2) liberare la trasmissione delle capacità; 3) liberare le risorse critiche e creative della gente; 4) liberare l’individuo dall’obbligo di adattare le proprie aspettative. Dice Illich: «Se vogliamo un futuro desiderabile, dovremo scegliere decisamente una vita d’azione anziché una vita di consumi, dovremo inventare una maniera di vivere che ci consenta di essere spontanei, indipendenti e tuttavia in stretto rapporto con gli altri. […] Il futuro dipende dalla nostra capacità di scegliere istituzioni che favoriscano una vita attiva, più che dall’elaborazione di nuove ideologie e tecnologie» (1972).

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Riferimenti bibliografici

Bolle de Bal M. (2007), Reliance, deliance, liance: emergenza di tre nozioni sociologiche, in «M@GM@. Rivista elettronica di Scienze umane e sociali», tr. it. di Paolo Coluccia, vol. 5 n. 1 marzo 2007.

Canclini N. G. (1998), Culture ibride, Guerini, Milano.

Castells M. (2002, La nascita della società in rete, Università Bocconi, Milano.

Coluccia P. (2001), La Banca del tempo, Bollati Boringhieri, Torino.

Idem (2002), La cultura della reciprocità, Arianna, Casalecchio (BO).

Idem (2003), Il tempo non è denaro, BFS, Pisa.

Illich I. (1972), Descolarizzare la società, Mondadori, Milano.

Idem (1974), La Convivialità, Mondadori, Milano.

Maturana H./Varela F. (1999), L’albero della conoscenza, Garzanti, Milano.

Mauss M. (2002), Saggio sul dono, Einaudi, Torino.

Nucleo Valutazioni Prospettive (1999), Scenari Europa 2010. Cinque futuri possibili per l’Europa, Commissione Europea, Bruxelles.

Touraine M. (1998), Libertà, uguaglianza, diversità: si può vivere insieme?, Il Saggiatore, Milano.

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