La potenza dei poveri, Majid Rahnema, Jean Robert


La potenza della povertà è visibile solo a chi sa pulire le lenti e cambiare il punto di vista

di Piera Lombardi

Minoranza siamo tutti, maggioranza non è nessuno (Gilles Deleuze)

Povertà non è la miseria in cui il sistema economico occidentale sta precipitando il mondo intero e richiede il possesso di lenti graduate per saperla guardare. “È necessario pulire i miei occhiali innanzitutto, ovvero abbandonare un punto di vista non adatto per interpretare la realtà e poterla cambiarla”: cita il filosofo Spinoza, Majid Rahnema per avviare un discorso sul tema complesso della povertà. Rahnema, è un affascinante e cordiale signore iraniano di 85 anni, che ha una visione cristallina delle dinamiche planetarie e la espone con grande forza vitale senza risparmiarsi al “fuoco amico” delle domande sui destini umani nella storia attuale. Al Salone dell’editoria sociale di Roma presenta il libro, scritto con Jean Robert, La potenza dei poveri (Jaka Book 2010) che è la naturale continuazione del suo Quando la povertà diventa miseria (Einaudi 2005).

Rahnema è un vero esperto di povertà, un uomo che ha vissuto tante vite in giro per il mondo: nato a Teheran, studi a Beirut e Parigi, è stato ministro dell’Istruzione del suo paese tra il 1967 e il 1971,  rappresentante dell’Iran alle Nazioni Unite, poi esule, diplomatico di alto livello per il programma dell’Onu per lo sviluppo, rappresentante dell’Onu in Mali e commissario in Rwanda durante la guerra civile, quindi membro del consiglio esecutivo dell’Unesco,  per 20 anni studioso delle povertà, sostenitore prima delle politiche di sviluppo negli anni ’70 quando si pensava che l’economia potesse cambiare le sorti dei paesi “arretrati” fino a raggiungere l’Occidente e poi magari sorpassarlo, ne è diventato poi il suo principale oppositore. Oggi è una figura di riferimento, uno dei grandi pensatori “eretici” del nostro tempo, ponte tra un’antica sapienza persiana d’ispirazione sufi e il mondo occidentale, fondatore di un’antropologia che ingloba tanti saperi e contesta l’economia. Da che incontrò il pedagogista e filosofo Ivan Illich e il pensiero di Spinoza, ha abbracciato un punto di vista teso allo smascheramento dei falsi miti, prima di tutto quello dello sviluppo. Oggi vive in Francia e insegna all’università di Claremont, in California.  Il titolo del libro, “La potenza dei poveri”, ricalca il concetto di potenza di Spinoza, il filosofo ebreo che scomunicato, mentre meditava si guadagnava da vivere alla lettera come tornitore e pulitore di lenti perché era l’unico mestiere appreso seguendo il suggerimento dei rabbini che consigliavano di apprendere almeno un’arte manuale.

La potenza è per Rahnema proprio questo, poter essere sé stessi, permettere a ciascuno di vivere secondo le proprie capacità, la propria epistemé e il proprio saper fare, allora ognuno diventa Dio. Potenza è permettere ai poveri di sviluppare le proprie abilità nel proprio contesto e non sradicarli dal proprio mondo. Viceversa, le campagne di aiuto dirette dall’alto, sembrano contro la povertà, ma finiscono con essere contro i poveri; tradiscono una epistemé egemonica, degna di Giano bifronte, l’epistemé della dominazione, tipica di un “Primo” mondo che, dietro le buone intenzioni apparenti, è interessato solo a perpetrare i propri interessi ed esercitare il controllo. E così, per Rahnema che nelle sue missioni per il mondo ha verificato la contraddizione di pratiche contraddittorie e ambigue,  la povertà degenera in forme di abbrutente miseria, proprio a causa di interventi irrealistici politico-economici miliardari fallimentari perché concentrati sulle conseguenze anziché sulle cause della povertà.

Il termine stesso povertà è diventato ambiguo, secondo Rahnema, perché “è una delle parole più usate e più colonizzate nella storia”. Anche la colonizzazione dei vocaboli da parte delle maggiori istituzioni mondiali, è per il pensatore iraniano un fenomeno emblematico. Fino all’anno mille in tutte le culture e popoli il sostantivo povertà non esisteva; esistevano i poveri. Essere poveri non era una colpa né una vergogna, ma uno stato condiviso. Nel suo libro si individuano tre forme di povertà: la povertà “conviviale”, sempre esistita, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, un modo di vivere dignitosamente di ciò che si ha, condividendo ciò che si ha, è l’economia della relazione. Questa povertà è l’opposto della miseria. Povero, in persiano, è colui che è solo. La povertà volontaria, invece, è frutto di una scelta,  di chi come il nostro San Francesco, si spoglia dei suoi beni. “Se persone di valore, scelgono la povertà, forse non è il peggiore dei mali”, chiosa Majid.  Infine c’è la povertà “modernizzata”, creata ad arte dalla rivoluzione industriale in poi, “il termine lo devo a Ivan Illich – spiega Majid – è delle persone che avrebbero di che vivere e i cui bisogni aumentano considerevolmente ogni giorno perché sono indotti dal sistema attuale”. Perciò occorre interrogarsi: di quale povertà parliamo? C’è una povertà alimentata dalla macchina che crea consumi. “Siamo drogati dall’economia e dobbiamo sostituire questa droga con qualcosa di meglio”. Non si può avviare una lotta alla povertà in base ai parametri della Banca Mondiale, che è la massima autorità, presa in considerazione come base di tutti i programmi. Per la Banca Mondiale,  poveri di povertà assoluta, sono quelli che vivono con meno di un dollaro al giorno; poveri di povertà relativa, quelli che vivono con meno di due dollari al giorno. Ecco fatto, che questa matematica sterile etichetta 4 su 6 miliardi di persone sul pianeta come povere. Poi gli stessi economisti “schizofrenici”  in Francia, ad esempio, considerano povero chi vive al di sotto dei 30 dollari al giorno. Allora, sostiene Majid, se si impostano programmi di lotta alla povertà in base a questi numeri, diventano un’impostura. “Come mai gli economisti, non vedono che chi vive con 1 dollaro al giorno, spesso vive meglio di chi vive con 30 dollari al giorno?”. Si parla di povertà in falsi termini. “Il problema non è aiutare, ma capire come soffrono i 2/3 del mondo, come fossero i 2/3 dell’Italia. Sono tanti. Tra questi 4 miliardi di persone che stiamo conducendo alla miseria, ci sono degli Einstein, i miserabili siamo noi”.

Scandalosi, dunque, sono i grandi annunci come quello di un economista della scuola di Harvard, Jeffrey Sachs, che in un bestseller “La fine della povertà”, rivela di risolvere il problema entro il 2025 con una formula semplice semplice:  se tutti gli statunitensi per una settimana si autotassassero e versassero i soldi del loro cappuccino, il gioco sarebbe fatto. Che non è con i soldi che si risolve la povertà, lo sanno anche i poveri, evidenzia il pensatore eretico. Le rivoluzioni non hanno funzionato, è vero, ma le soluzioni per il filosofo non sono economiche. È sempre e soltanto una questione di epistemé, quindi di cognizioni e pratiche di cui ci si dota per comprendere il mondo e stare nel mondo.

Secondo la lezione del filosofo francese Michael Foucault: prevale il desiderio di vivere o il desiderio di dominare? In Occidente l’epistemé di dominio è considerata quella giusta, ispira le classi dirigenti, è insegnata nelle università, produce il meccanismo perverso indotto dall’economia di mercato, fino alla miseria sociale e individuale. “Perché gli europei non possono vivere con meno, mentre gli altri ci riescono?” Forse la vista è opaca e opacizzata da un meccanismo perverso. “Pulire i nostri occhiali – insiste Rahnema – è la via, sono a favore della decrescita ma siamo nel bel mezzo del processo economico, come un surfista sull’onda. Bisogna chiedersi se sono pronto io a cambiare”. E l’indicazione etica diventa una preghiera laica: “Possa tu essere il cambiamento che vorresti vedere accadere”. La potenza d’azione dell’individuo deve emergere e la potentia spinoziana  dei poveri è illustrata nel libro: “la potenza dei poveri si esprime in modo rizomatico, orizzontale, come una radice che si sviluppa al di fuori della pianta. Esempi sono stati la rivoluzione iraniana, i movimenti zapatisti. I movimenti in India, in Italia, in Francia, tutte le iniziative dal basso. Non ci sono bandiere che le rappresentano” E per finire il filosofo cita Gandhi, ricorda il suo monito “lasciate tranquilli i poveri” e la sua geniale intuizione educativa, non un modello educativo imposto dall’alto. Gandhi propose d’insegnare ai bambini dei villaggi indiani la filatura e la tessitura a mano prima che imparare a leggere e scrivere e questo per coniugare il sapere con la manualità (come fece Spinoza a suo modo) e promuovere lo sviluppo dell’identità ed economia locale.  “Bisognerebbe fare proprio questo. I poveri sono stati sradicati dalla loro cultura, deprivati delle loro conoscenze. Va restituita loro la possibilità di fare lavori tradizionali, produrre per se stessi”. Dall’alto, non si può fare  nulla, neanche con le migliori intenzioni. “Non ci sono persone di un mondo sviluppato e di un mondo sottosviluppato. Ci sono persone il cui sviluppo va aiutato dall’interno”.

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