“La ricchezza è una minaccia per i diritti dell’uomo”, Majid Rahnema


La povertà di Majid Rahnema

Fonte: Associazione Eco-Filosofica [scheda fonte]

Kani Kombolè, Paesi Dogon, Mali, Mercato serale

Senza dubbio, la povertà così come è al giorno d’oggi, confusa con la miseria socialmente costruita, è uno scandalo inammissibile. La rivolta viscerale suscitata dallo stato di cose è più comprensibile per il fatto che la propagazione generalizzata di questa miseria è direttamente connessa a dei sistemi di produzione e di governo che possono teoricamente mettervi fine. Il binomio tecnologia –economia è, in effetti, più che mai, in grado di fare beneficiare tutte le popolazioni del mondo di ciò che sarebbe loro necessario per vivere dignitosamente. Per limitarci all’ambito dell’alimentazione, questo binomio produce già di che nutrire nove miliardi di persone, più di una volta e mezzo la popolazione mondiale attuale. Questo non impedisce che circa un miliardo e mezzo di persone siano ancora malnutrite o sotto la minaccia della fame. Negli stessi Stati Uniti, paese che è considerato tra i più ricchi e democratici del mondo, circa un milione di bambini non mangia ogni giorno quanto dovrebbe.

L’indignazione generale provocata dalla “povertà”, l’ha resa un tema così popolare che il catalogo mondiale dei libri sul web mostra già più di 60000 opere e lavori di ricerca su questo argomento. Parallelamente, il numero di questi studi così come le ricerche volte alla “soluzione” dei “problemi” legati a questa questione sono in continuo aumento. Questo fatto non esclude che le campagne che si impegnano allo sradicamento della povertà partecipino a loro volta al processo di creazione della miseria. Peggio ancora, dopo che durante i millenni la povertà incarnata dai modi di vita semplice e frugale aveva costituito per i poveri un rimedio potente contro la miseria, i processi mondializzati di creazione della miseria socialmente prodotta rischiano oggi di soppiantare questa povertà rigeneratrice. I bisogni creati sistematicamente dall’enorme macchina tecno-economica cominciano a minare così intensamente le tradizioni locali di vita semplice e frugale che non soltanto i responsabili di questo processo, ma anche, in molti casi, i poveri stessi, si trovano implicati nella propagazione accelerata della miseria nel mondo.

Ci sono ragioni epistemologiche e sociali che hanno costretto gli uni e gli altri in questo vicolo cieco. Un primo ostacolo per una percezione più lucida della problematica detta della povertà, risiede in una questione semplice: non soltanto la povertà non ha mai avuto lo stesso significato in tutto il mondo, ma essa resta una costruzione sociale impossibile da definire sul piano universale. Ne risulta che ciò che viene fatto per i poveri non ha spesso niente a che fare con coloro che lo sono.

I. Nessun povero assomiglia all’altro

Nel corso dei millenni, un sostantivo corrispondente a ciò che noi oggi indichiamo con termini come povero o povertà era stato assente da tutti i vocabolari del mondo. E’ sempre esistito un aggettivo “povero”che si applicava a dei nomi, come ad un suolo, alla salute, ad una situazione di mancanza, un aggettivo che serviva sovente a indicare gli aspetti relativamente poco lusinghieri del nome al quale era attribuito. In questo modo, ogni individuo era povero – o ricco – di qualcosa, senza essere per intero un povero. L’invenzione dei sostantivi povero e povertà risale ad un periodo relativamente recente. Sarebbe apparsa grazie alla evoluzione economica che ha avuto luogo tra il X e l’VIII secolo a.C., e che ha favorito un piccolo numero di proprietari fondiari, avidi di costringere i piccoli produttori agricoli a cedere loro i terreni e ad arricchirsi alle loro spalle1.

Ma anche allora le persone cosiddette abbienti avevano tra loro molte più differenze che punti in comune. A questo si aggiunga che il fatto che le innumerevoli lingue del mondo sembrano essersi fatte concorrenza per produrre in gran numero un’incredibile varietà di parole e locuzioni per definire i loro “poveri” e tutte le situazioni e le condizioni connesse alla molteplice percezione della povertà. In persiano, sono state ritrovate circa 80 parole che possono essere tradotte come “poveri” o “miserabili”. Nelle lingue africane, il numero di queste parole supera la decina.
La Torah utilizza almeno otto parole a questo scopo2. Nel Medio Evo, i termini latini che coprono la gamma delle condizioni relative a questa situazione superano la quarantina. Alla varietà impressionante di parole che figurano scritte nei dizionari se ne aggiunge poi un’altra, ancor più ricca, quella dei motti arguti, dei detti e proverbi o delle espressioni popolari il cui numero si estende a perdita d’occhio. Nella maggior parte dei casi, è estremamente difficile stabilire esattamente i sensi e le sfumature di queste espressioni e parole, ed ancor di più è difficile tradurle in altre lingue.

D’altra parte è interessante notare che l’antinomia povero-ricco è ugualmente di data recente. In Europa, fino al Medio Evo, e quasi dappertutto fino a date ben più recenti, il pauper era piuttosto il contrario di potens (potente). Nel IX secolo il pauper era considerato come un uomo libero la cui libertà era minacciata soltanto da questi potenti. In molti paesi si entrava nell’universo della povertà o dell’indigenza sia quando si cadeva in basso rispetto alla posizione sociale alla quale si apparteneva, sia quando si perdevano gli strumenti necessari al proprio lavoro o al riconoscimento sociale (per un chierico la perdita dei suoi libri, per un nobile la perdita dei suoi cavalli o delle armi), sia quando si era esclusi dalla comunità di appartenenza.

Per le popolazioni Tswana dell’Africa del Sud, i poveri si distinguevano dai potenti per la loro reazione all’apparizione delle cavallette. I primi erano quelli che si rallegravano del loro arrivo nella speranza di gustare cibi più generosi, i secondi erano coloro che le detestavano perché le cavallette mangiavano l’erba che faceva vivere il loro bestiame3.

Le miriadi di poveri relegati alla povertà virtuale della neolingua

Tutte le culture umane hanno dunque conosciuto le ambiguità proprie delle molte parole che sono servite a definire i loro poveri, i loro indigenti, i loro miserabili. Una differenza fondamentale separa tuttavia tutti questi tentativi di definizione dal “povero” che, ai nostri tempi, si cerca di definire su di un piano universale. I poveri vivevano dentro spazi familiari di dimensione relativamente ridotta. Il povero è, di contro, un personaggio inventato di sana pianta da una “neolingua” moderna, uno sconosciuto programmato per essere trapiantato dal suo suolo natale nel “villaggio planetario”; un’entità astratta con pretese di universalità il cui profilo stereotipato non ha nulla in comune con i poveri al plurale, che questo personaggio virtuale tende a fagocitare.

Nei villaggi reali dove vivevano questi ultimi, il nome che era stato attribuito loro era spesso tanto preciso da consentire in genere ai vicini di sapere, o almeno di indovinare, ciò di cui soffrivano, e in casi evidenti, ciò di cui essi avrebbero potuto aver bisogno per affrontare meglio il loro destino. Di fronte ad un soggetto che si chiamava bi kas (in persiano) o ki amul nit (in Wolof), i vicini intorno a lui sapevano, per esempio, che era letteralmente “senza nessuno”, senza qualcuno che gli parlasse o gli tenesse compagnia, senza chi lo potesse inserire bene o male in un gruppo in grado di porre fine alla sua solitudine. Dal momento in cui questo povero attraversava i confini della sua comunità, diveniva uno straniero, una persona ambigua e difficile da riconoscere.

Tutto cambierà totalmente allorché crescerà la dimensione del mondo di cui questo povero aveva fatto parte, allorché egli non sarà che un personaggio anonimo, detentore di una carta di identità o di assistenza sanitaria certificante che il suo reddito giornaliero è al di sotto di una certa soglia di povertà” – soglia oggigiorno stabilita dalla Banca Mondiale in un dollaro al giorno per tutti i poveri del mondo.

In questo stato di cose, a qualunque spazio o tempo appartenga, e quali che siano i criteri dei quali ci si serva per qualificare un soggetto come povero, questa designazione non può essere fatta che su base arbitraria. In uno spazio mondializzato nel quale questo soggetto è stato, per di più, sradicato e disperso nel magma dell’anonimato di masse atomizzate, questa definizione diviene ancora meno pertinente. Al limite, essa tende molto di più a informarci sulle istanze caricate sulla sua designazione piuttosto che sulle specificità proprie di chi è definito povero. In queste condizioni risulta evidente che la povertà è sicuramente una nozione troppo generale, troppo ambigua, troppo relativa e contestuale perché sia possibile, allo stesso tempo, definirla e precisarne la natura su un piano generale ed universale. Questa impossibilità teorica è rafforzata da un’altra ragione: le “mancanze” che in un caso possono servire come criterio di base per stabilire una certa definizione della povertà sono spesso state percepite da altri come segni di ricchezza, o sono anche state usate per dimostrare che la povertà è spesso il modo di vivere più idoneo per combattere la miseria e l’indigenza.

E’ vero che nessuna definizione è in grado di rispecchiare la complessità di un soggetto avente dimensioni indefinibili. Tuttavia ce ne sono alcune che riescono a dare una idea almeno intuitiva di ciò che cercano di significare: sono tali, per esempio, la fame, la malattia, la sofferenza, il desiderio, la solitudine o la gioia. Ma la povertà non appartiene a questa famiglia di parole. L’inventario degli individui classificati come poveri e delle percezioni della povertà non si è, in effetti, mai limitato ai soli individui mal nutriti, ai deboli, agli infermi, ai senza-mezzi, ai mendicanti e ai “bi-kas”, i senza nessuno. Si riprenda la celebre lista del Cardinal d’Ostie4: vi si includeva mezzo mondo, cioè le vedove, gli orfani, i lebbrosi, i folli, i prigionieri, gli infelici rifugiati in chiesa, i pellegrini e anche i mercanti. Senza dimenticare che la stessa figlia di un re o la moglie di un cavaliere morto nelle crociate erano anch’esse sulla lista dei poveri, o che dei santi o degli asceti di qualità morali eccezionali erano ugualmente qualificati come poveri.
Povertà e miseria
Ancora, per proseguire una conversazione che ci eviti una confusione legata alla molteplicità delle parole e del loro senso, ci è sembrato essenziale, all’inizio, ricollocare i fenomeni di povertà e di miseria nel loro contesto storico. In altri termini, andare al di là delle parole e delle loro interpretazioni per cercare di ritrovare il loro posto – spesso fondamentale – nella lotta delle società umane contro la necessità e per una vita migliore. Una lotta nella quale lo scopo non era, d’altronde, circoscritto alla sola sopravvivenza, ma che, secondo un saggio Borana, doveva sfociare per tutti i membri di una comunità in quello che lui chiamava, nella lingua dei suoi antenati, fidnaa o gabbina, o “la luminosità di una persona ben nutrita e libera da ogni preoccupazione”5.

E’ con questo spirito che siamo stati condotti a riprendere una distinzione molto antica tra la povertà e la miseria; una distinzione attribuita a san Tommaso, per il quale la povertà rappresentava la mancanza del superfluo, mentre la miseria significava mancanza del necessario. E’ in questo senso che ben più tardi, Proudhon parlerà della povertà come “la condizione normale dell’uomo nella civilizzazione”6che Pèguy comparerà la povertà con un rifugio, un sacro asilo, che permette a colui che lì si rifugia di non correre alcun rischio di finire in miseria7 e che lo storico Michel Mollat, infine, ha concluso che la miseria era, fino alla Rivoluzione industriale, un accidente piuttosto che un fenomeno sociologico.
Partendo da questa distinzione, la povertà sarebbe così uno stile di vita, una condizione fondata essenzialmente su principi di semplicità, di frugalità e di considerazione per i propri vicini. Sarebbe un modo di vita impregnato dei concetti di qana’at (questa parola vuol dire, in persiano ed in arabo, accontentarsi di ciò che si ha e di ciò che si è ricevuto come parte di ciascuno nell’ordine cosmico), della convivialità e della condivisione con altri membri della propria comunità. Rappresenterebbe un’etica ed una volontà di vivere insieme, secondo dei criteri culturalmente definiti di giustizia, di solidarietà e di coesione sociale, tutte qualità necessarie a qualsiasi forma culturale concepita per affrontare la necessità.

La miseria rappresenterebbe, di contro, una condizione profondamente diversa. Esprimerebbe la caduta in un mondo senza riparo, nel quale l’individuo si sente, all’improvviso, privato di tutte le forze individuali e sociali che gli sono necessarie per poter prendere in mano il proprio destino. Depauperato dei suoi mezzi di difesa e caduto in uno stato di completa impotenza, il soggetto, abbattuto sia nel corpo sia nell’anima, fa venire in mente la sorte di un naufrago in pericolo di vita che soltanto una boa di salvataggio lanciata da altri può eventualmente salvare. In queste condizioni l’estrema infelicità e la disperazione rischiano di provocare nello sfortunato un’alterazione della tempra e del carattere. Come constata Simone Weil, il suo io è allora distrutto da fattori esterni, “quell’io essendo tanto più velocemente ucciso di colui che ha la disgrazia di avere un carattere più debole”. La miseria morale che disumanizza le sue vittime, non sarebbe tuttavia un problema dei soli indigenti. Essa colpisce forse in maniera ancora più perniciosa i ricchi e i possidenti avidi del superfluo. In quest’ultimo caso, essa rappresenterebbe l’ossessione patologica dell’avere di più e l’insensibilità totale nei confronti degli altri; è pure all’origine di quella perversa alleanza che si vede spesso formarsi tra i miseri più disperati e i protagonisti dei movimenti estremisti fascisti o fascistizzanti, populisti e fondamentalisti che disonorano i poveri con il pretesto di salvarli.
II. Povertà e miseria nelle società vernacolari

La distinzione fondamentale che è stata appena proposta fra le condizioni di povertà e di miseria, ci può mettere ora in condizione di distinguere almeno tre grandi gruppi di povertà e due di miseria: le povertà conviviali, volontarie e modernizzate, e le miserie vernacolari e modernizzate.

  1. Le povertà conviviali.

Le povertà conviviali corrispondono a modi di vita che sono fioriti particolarmente nelle società vernacolari8. Osservata dal di fuori, la società vernacolare ha le sembianze di un mondo semplice, direi primitivo. Essa tuttavia costituisce un vero microcosmo di indizi, di simboli, di comportamenti, di discorsi, di linguaggi, di credenze, di miti, di costumi, di tradizioni che hanno senso tra i membri del gruppo e che li uniscono fra di loro. Detentore della saggezza, del sapere e del saper-fare di generazioni di antenati, questo microcosmo è simile ad una cellula vivente che nasconde tutti i segreti “genetici” che le consentono di mantenere e rigenerare in perpetuo i suoi meccanismi di difesa immunitaria. Inoltre, ogni volta che gli equilibri umani, sociali e ambientali tradizionalmente stabiliti da questo microcosmo vengono minacciati, gli habitus acquisiti dai poveri li aiutano ad organizzarsi per esorcizzare la miseria. Va da sé che questo genere di povertà, fatta di semplicità e di un profondo senso di appartenenza al corpo sociale, non avrebbe potuto svilupparsi al di fuori delle condizioni di vita proprie delle comunità vernacolari, condizioni di cui almeno sei meritano di essere ricordate:

a) queste, le comunità, sono di dimensioni relativamente ridotte;
b) sono costituite da un tessuto vivente di relazioni sociali e culturali che assicurano a tutti i membri una protezione paragonabile a quella di un sistema di difesa immunitario;
c) le risorse necessarie alla loro sussistenza sono determinate e prodotte localmente;
d) non hanno bisogni nel senso moderno della parola, ma ciò che a loro sembra necessario ed augurabile nella loro lotta comune contro la necessità è perpetuamente ridefinito e riequilibrato in funzione delle esigenze di questa lotta;
e) non cercano di incrementare a tutti i costi le loro risorse fisiche, ma di sviluppare nel loro seno tutte le ricchezze che sembrano importanti per sconfiggere la miseria: tra l’altro la coesione del tessuto sociale, la convivialità, il senso della misura e il rispetto degli equilibri sociali e naturali indispensabile al benessere del gruppo;
f) le loro attività economiche sono principalmente orientate alla soddisfazione dei bisogni del corpo sociale, piuttosto che alla ricerca del profitto.
Per ragioni simili, la povertà conviviale, come stile di vita, incoraggia delle pratiche nate e dettate dalle stesse preoccupazioni. Per esempio, l’ospitalità, l’inquadramento dei bisogni, il controllo sociale dei desideri.
Queste pratiche sono tutte ispirate da considerazioni di buon senso e le esigenze etiche e sociali sono legate alla loro vita in comune.

  1. Le povertà volontarie.

Una seconda categoria di povertà, comune alle società vernacolari, è stata qualificata come volontaria, nel senso che rappresenta la libera scelta di un modo di vivere improntato ad una semplicità radicale, essendo questa scelta fondata sulla convinzione che la via dell’esser di più non è quella dell’avere di più. Per i loro autori, questa scelta è, in effetti, sentita come una ricerca di ricchezze di una natura superiore e di una vita che faccia a meno di ogni forma di dipendenza materiale. E’ questa visione che ha condotto Socrate a dire che la sua povertà nel vestire l’aveva aiutato a godere di una totale libertà e di una ricchezza incomparabile a quella dei più ricchi9.

  1. Le miserie.

Siamo infine giunti alla miseria della quale abbiamo già indicato le differenze rispetto alla povertà. Nelle sue forme vernacolari, questa ha rappresentato un accidente piuttosto che un fenomeno sociologico. Coloro che cadevano in miseria erano sovente una minoranza più o meno esclusa o abbandonata dalle società vernacolari. Erano loro il cui stato pietoso per molto tempo è servito come pretesto per screditare la povertà e trattare le sue vittime alla stregua del villano del Roman de Renart, il “povero uomo, che non ha averi/fu fatto con la merda del diavolo”.

La modernizzazione delle povertà e delle miserie

Il nuovo ordine di produzione inaugurato dalla Rivoluzione Industriale ha indubbiamente rappresentato una frattura sociale ed epistemologica nella maggior parte dei campi dell’attività umana. E’ stato all’origine di cambiamenti di carattere radicale nella percezione di ciò che, fino a allora, era stato definito usualmente come ricchezza e povertà. Producendo sistematicamente nuovi bisogni, ha dato un colpo fatale agli equilibri quasi organici propri delle società vernacolari. Tanto la definizione dei bisogni e dei loro modi di soddisfazione che le norme stabilite, che da sempre erano servite a distinguere il necessario dal superfluo, sono ugualmente state in seguito cambiate.

La povertà modernizzata: conseguenza diretta del nuovo sistema di produzione. La povertà modernizzata è dunque il risultato diretto della frattura causata dall’instaurazione di un nuovo modo di produzione come pure delle pressioni, dei miraggi e delle attese legate alle promesse dell’economia.

Questi fenomeni hanno avuto l’effetto di mettere i perdenti di questo ordine di fronte a nuovi tipi di povertà indotte contro le quali non erano affatto preparati. La novità radicale di questa condizione deriva dal fatto che, per la prima volta nella storia, il sistema tecnoeconomico che si è imposto alla società, sostenendo che doveva condurre all’abbondanza, era allo stesso tempo strutturalmente implicato nella produzione della povertà e delle miserie moderne. Se questo secondo aspetto del sistema resta meno conosciuto, ciò è dovuto alla sua considerevole capacità di colonizzare l’immaginario della maggior parte delle sue vittime, a tal punto che molte tra loro continuano a vedere in esso una risposta ai loro bisogni insoddisfatti. Grazie a questa sua capacità, il sistema è già riuscito a trasformare buona parte delle sue vittime in agenti più o meno attivi della propria rovina.

La povertà modernizzata incarna tutte le contraddizioni di questo sistema: in particolare, quella che oppone la sua realtà di moltiplicazione dei bisogni con uno scopo essenzialmente di lucro al suo discorso fondato sulle promesse di trasformare la povertà in abbondanza al fine di farne beneficiare tutti i consumatori. Sono questi gli aspetti del moderno sistema di produzione che ne fanno un Giano Bifronte: una faccia lo presenta come il creatore indiscutibile di una “abbondanza” senza precedenti di beni e di prodotti; l’altra, ben nascosta, gli serve per una produzione di genere diverso: le povertà costruite e fabbricate socialmente, conseguenze dirette della sua smisurata produzione di “beni” e “servizi”. Tale scarsezza indotta, ben differente da quella naturale, è al giorno d’oggi la causa principale della maggior parte delle nuove privazioni di cui soffrono i poveri.

Forte del suo primo volto visibile e dei suoi potenti meccanismi di sostegno e di pubblicità, il sistema ha potuto far credere ad un buon numero delle sue vittime che fosse possibile anche per loro partecipare a quel paradiso terrestre fatto di gioie illimitate fino a quel momento riservate ai soli ricchi. Nel frattempo, la grande maggioranza dei poveri si trova esposta a frustrazioni che Ivan Illich ha paragonato al supplizio di Tantalo. Vivono in un mondo di “pienezza” dove tutto è apparentemente alla loro portata. Ma più gli oggetti del loro desiderio si moltiplicano davanti ai loro occhi, più essi si rendono conto che questi restano il privilegio unicamente di coloro che sono in grado di pagarne il prezzo.

L’essenza della povertà moderna risiede in queste nuove frustrazioni esistenziali, spesso umilianti e distruttive, con le quali si trovano a che fare intere popolazioni che, da una parte sono state intossicate con i bisogni che sono stati creati per loro, dall’altra sono stati privati sempre più dei mezzi necessari alla loro soddisfazione.

La miseria modernizzata

L’incredibile produzione di bisogni indotti è stata perciò all’origine di tutta una serie di nuove forme di miseria e di indigenza, che si potrebbero sintetizzare nel termine miseria modernizzata. E’ questa miseria che gli storici della Rivoluzione Industriale hanno chiamato il pauperismo: una condizione che rappresenta la cancellazione della povertà conviviale, esposta alla distruzione violenta della sua nicchia vernacolare e sistematicamente attaccata nelle sue caratteristiche di povertà tradizionale. Una variante ancor più tragica di questa miseria è poi esportata verso il Mondo cosiddetto Terzo, quel luogo dove, a detta dell’antropologa Lucie Mair “la miseria (era) è impossibile; (perché) non era in discussione il fatto che se qualcuno avesse avuto bisogno di essere aiutato, non lo fosse”10.
In questi paesi, la politica di ricolonizzazione portata avanti sotto la bandiera dello “sviluppo”, l’importazione massiccia dei “valori” e dei prodotti dell’economia dominante, infine la distruzione sistematica delle economie morali di sussistenza, si sono così congiunte per trasformare la vita sociale in un ‘brodo di cultura’ particolarmente virulento per la produzione in massa di forme ancora più abiette di miseria.

Paradossalmente, queste nuove forme di degradazione hanno avuto gran parte anche nella nascita dei movimenti definiti come fondamentalisti.
IV. L’aiuto ai poveri: imposture e metamorfosi

E’ in tale contesto che, nel mondo economico , i poteri dominanti hanno messo a punto le diverse forme di aiuto o assistenza ai poveri e le cosiddette campagne di sradicamento della povertà, campagne che, nei fatti, hanno contribuito finora molto più alla fragilizzazione – cioè allo sradicamento – dei poveri che non allo sradicamento della miseria.

La parola aiuto ha subito un tale processo di corruzione che ciò che un tempo si indicava con quel nome è divenuto il suo contrario. La celebre parabola di Gesù, conosciuta con il nome del Buon Samaritano, ha potuto ben esprimere la ricchezza profonda che questa parola aveva alle sue origini. Il gesto spontaneo di quel samaritano rappresenta, in effetti, la compassione allo stato puro, quella di un essere umano che scopre la presenza di un altro in difficoltà e ne è così toccato che va verso di lui per aiutarlo senza nemmeno fermarsi a riflettere.

Un esame archeologico di questo aiuto mostrerebbe come esso subisca almeno tre metamorfosi. La prima porta la data dell’invenzione stessa del povero, allorché fu per la prima volta identificato nell’immagine sociale che era stata creata. L’istituzionalizzazione del concetto da parte delle Chiese di diverse confessioni, e insieme delle istituzioni secolari (in primo luogo lo Stato), può rappresentare le sue metamorfosi successive, ciò che avrebbe infine fatto dell’aiuto una minaccia sistematica al prossimo in difficoltà poiché queste forme di istituzionalizzazione dell’aiuto porteranno, anche sotto le forme più caritatevoli, a creare presso gli assistiti delle dipendenze spesso schiavizzanti.

Su un altro fronte, la corruzione dell’aiuto ha ugualmente avuto i suoi effetti su una interpretazione semplicistica del senso di prossimo inteso da Cristo. Rileggendo la sua parabola, si vede in effetti chiaramente che il prossimo era per lui chiunque. E’ il gesto caritatevole che fa di qualcuno il prossimo. L’aiuto istituzionalizzato si applica oggi ad ogni sorta di intervento che non ha niente a che vedere con un’azione verso il prossimo, per il fatto che si cerca di fare dell’“aiuto” uno strumento di potere nelle mani di “colui che aiuta”.

Non è un caso se il grosso delle spese fatte sotto questa etichetta viene impiegato principalmente per la costruzione di “infrastrutture” necessarie al mantenimento e al rafforzamento delle dipendenze, in particolare dei dispositivi di controllo e di repressione delle popolazioni prese di mira dalle istituzioni economiche, finanziarie e soprattutto militari che sono ben lontane dal poter aiutare la lotta dei poveri contro la miseria.

Ed ancora è importante che, in un discorso sull’aiuto, si chiarisca in partenza cosa si intende con questa nozione, cosa si cerca di fare esattamente “aiutando” certe persone o certe popolazioni.

E’ il momento di porre domande più precise e sostanziali. Precisamente, chi aiuta chi? Di che tipo di “aiuto” i “poveri” hanno veramente bisogno? E, più esattamente, ne avrebbero avuto bisogno se li avessimo lasciati tranquilli, se non continuassimo con tutti i mezzi a nostra disposizione a costringerli ad abbandonare i loro modi di vita e di produzione, se non ci si fosse accaniti sui loro propri modi di “aiutarsi”?

Un’indagine approfondita di queste questioni dimostrerebbe che l’aiuto oggi elargito sotto questo nome non è ormai altro che un aiuto autocentrato, rovesciato, con ritorno di vantaggi.

V. Elementi di riflessione per un approccio alternativo

Se le risposte a queste domande ora poste, come a quelle che le hanno precedute, sono state spesso sconcertanti, è perché le sofferenze, le tribolazioni e le aspirazioni dei poveri sono state “diagnosticate” indipendentemente dalla società che le aveva fatte nascere. Per parafrasare Gorge Simmel, l’uomo povero come persona e la sua propria percezione della sua condizione hanno per loro così poca importanza quanta ne hanno agli occhi del donatore che dona l’elemosina per la salvezza della propria anima11.

I politici ed i loro esperti della povertà si rifiutano di mettere in discussione le ragioni profonde dei fenomeni di impoverimento. Non cercano mai di vedere se è possibile eliminare le disparità sociali e i meccanismi di produzione della povertà. Ciò che interessa loro è piuttosto attenuare taluni effetti rivoluzionari di queste disparità al fine di preservare meglio le strutture esistenti della società che le ha create. Preoccupati dai loro problemi ben più che da quelli dei poveri, continuano a proporre senza sosta misure di carattere sedativo e soluzioni illusorie che, nei fatti, accrescono di giorno in giorno la loro dipendenza strutturale dai rapporti di forza che li sfruttano.

E’ per evitare di cadere negli stessi vicoli ciechi che, a rischio di deludere il lettore, questa esposizione non giungerà ad alcuna proposta finale di soluzione. Quello che, al contrario, si tenterà di fare, come conclusione, sarà di condividere alcuni elementi per la riflessione a partire da un’analisi delle differenti dimensioni di questa particolare condizione.

La povertà non è un “problema”

Non c’è, per iniziare, alcun motivo per pensare che un modo di vivere basato sulla semplicità, la frugalità, la misura e il rispetto degli altri e della natura, uno stile di vita che è stato “la condizione normale dell’uomo civilizzato”, dovrebbe essere un problema per chicchessia. Lo è tuttavia divenuto a partire dal momento in cui questo modo di vivere è stato “problematicizzato” per giustificare un certo discorso e di pratiche rese necessarie per il mantenimento di una società strutturalmente pauperizzante. E’ questo tipo di problematizzazione che ha consentito alla società dei non poveri di ridurre la povertà ad un semplice pacchetto di mancanze.

E’ infine grazie a problematicizzazioni di questo genere che l’economicizzazione graduale delle società umana aveva permesso ai suoi protagonisti di portare avanti le loro battaglie di cinque secoli contro il modo di vivere dei poveri e la loro economia di sussistenza.

Il problema dei poveri non è mai stato la loro povertà, ma la configurazione dei saperi, dei poteri e dei modi di intervento che li hanno sistematicamente privati dei loro strumenti di lotta contro la miseria, gli stessi fattori che continuano ai nostri tempi a produrre la povertà come prodotto sociale e, di conseguenza, le miserie che servono a scacciare o a corrompere la povertà. E’ illusorio pensare di poter mettere fine a questo stato di cose fintanto che questo tipo di problematicizzazione servirà ai poteri dominanti per sostituire i loro obiettivi di profitto e di “progresso” tecnico alle finalità di giustizia sociale e di rispetto degli equilibri e della misura, tanto necessari al cambiamento della situazione in favore dei poveri.

Bisogna fare a meno dell’economia?

L’economia moderna propriamente detta rappresenta una delle cause principali della attuale diffusione della povertà nel mondo. Poiché, contrariamente alla oekonomia antica che le ha dato il nome, questa economia ha smesso di essere l’arte del venire incontro ai bisogni della società che essa è chiamata a servire. Da quando l’economia si è sganciata dalla società per imporle la sua logica di espansione al servizio del profitto, ciò che essa produce non è altro che a servizio delle classi sociali che cercano di manipolarla secondo i loro propri interessi.

Per questi motivi l’economia di mercato mondializzata ha creato una situazione paradossale nella quale tutto sembra, al contempo, possibile e bloccato. Possibile perché il binomio tecnologia-economia può senza dubbio immettere sul mercato una quantità senza precedenti di servizi e venire incontro teoricamente ai bisogni primari di tutte le popolazioni. Bloccato, dal momento che la macchina che produce l’abbondanza è la stessa che fabbrica sistematicamente la miseria.

La via da seguire non sarebbe dunque né quella di un’economia produttivista, che resterebbe sottomessa alla legge del profitto, né, beninteso, il rifiuto di ogni istituzione economica. Non dovrebbe essere, però, come dice Gandhi, una egonomia al servizio dei più abbienti, ma un’economia nuovamente agganciata alla società, che rispondesse, in primo luogo, ai bisogni del corpo sociale nel suo insieme, ed in particolare delle sue parti più maltrattate.

Il ruolo ambiguo dei sostegni dall’esterno nel problema della povertà

Uno degli aspetti paralizzanti dell’economia produttiva moderna è la sua pretesa di rimediare a tutte le carenze di cui soffrono i poveri con un afflusso di apporti esterni: da qui la sua convinzione che una crescita economica forte e durevole sarebbe la soluzione ultima a queste mancanze. Tuttavia, in alcune società umane, il benessere dei loro membri non è dipeso dal solo miglioramento delle condizioni esterne alla loro vita. Le società vernacolari hanno, in verità, sempre saputo far fronte alla miseria con il minimo apporto da fuori. Per i loro membri non c’erano delle mancanze da soddisfare attraverso dei processi meccanici.

Esisteva piuttosto un processo di risonanza e di tensione creatrice tra alcune mancanze sentite da un dato soggetto e la sua percezione di ciò che gli sembrava necessario per farvi fronte: sia nel procurarsi i mezzi materiali con i quali soddisfare la necessità, sia rifugiandosi nella frugalità, sia, infine, sublimando il suo desiderio di alleviarle con altri mezzi radicati nella propria tradizione. La mancanza si trasformava così molto spesso in un esercizio arricchente che dava al suo autore forze addizionali per affrontare le necessità. Sul piano sociale questa tensione, assai spesso dolorosa, ma sempre vivificante, ha costituito infatti la ricchezza principale di queste società nella misura in cui essa le stimolava di continuo a sviluppare le loro capacità di vivere meglio con quello che avevano, forgiando contemporaneamente i legami umani, gli equilibri sociali e naturali e l’equilibrio che era loro vitale conservare.

Cercando di ridurre il problema della mancanza a dei semplici apporti esterni – apporti che, d’altra parte, hanno sempre coinciso con l’imperativo del profitto – l’economa moderna ha soprattutto esposto i suoi consumatori a dei bisogni che li rendono sempre più dipendenti dal suo potere. Questo potere li ha indeboliti nella loro autonoma capacità di percepire queste mancanze, di valutarne l’importanza e la portata, infine di rispondere loro secondo i mezzi propri e gli equilibri umani e ambientali necessari alla loro vita sociale.

Il povero, protagonista principale del suo destino

Questa ultima considerazione ci rimanda ad un punto capitale al quale l’economia produttiva moderna è sempre stata indifferente: cioè il posto centrale che i poveri continuano ad occupare nel loro destino. Quale che sia l’idea che si può avere del povero, o la definizione che ne viene data, è in fin dei conti a questo soggetto, braccato da avversità di ogni sorta che spetta di trovare delle risposte, da solo o insieme ai suoi amici e vicini. E’ dalla sua tempra e dal suo carattere , dalla sua saggezza ed intelligenza, dalla sua capacità di organizzazione e di resistenza alle disgrazie, come dalla forza del suo gruppo umano, che dipende l’esito della sua lotta permanente contro la miseria. I sostegni fisici o sociali che gli provengono dall’esterno sono sempre apprezzati fintanto che non divengono strumenti potenziali del suo asservimento. Ma è in fin dei conti il povero, lui solo che può trasformare ogni mancanza ed ogni minaccia alla sua integrità in una nuova possibilità di arricchimento e di vittoria su sé stesso. E’ ancora, in primo ed ultimo luogo, lui che è nella posizione migliore per trovare la risposta giusta e la soluzione più realistica ai suoi problemi.

“Lasciate i poveri tranquilli”

Forte di questa certezza basata sulla sua grande conoscenza dei poveri, Gandhi aveva, a suo tempo, esortato tutti gli esperti in povertà a “lasciare i poveri tranquilli” o, più precisamente, a “non pesare sulle loro spalle” (get off their back). Egli aveva perfettamente compreso che i suoi amici poveri sarebbero ben più aiutati se soltanto si smettesse di vincolarli alla miseria sotto la bandiera dell’aiuto e dello sviluppo, creando in loro sistematicamente nuovi bisogni aggiuntivi, convertendoli alle tecnologie schiavizzanti, a dei “beni” e dei “servizi” che li rendono sempre più dipendenti da fattori che sfuggono al loro controllo, spossessandoli infine dei loro mezzi propri di sussistenza. “Lasciate i poveri tranquilli” era anche, per lui, un frase che esprimeva la volontà di far sì che continuassero ad aiutarsi tra loro, collaborando come avevano fatto attraverso i secoli.

Smettere di seminare la miseria piuttosto che tentare di sradicare la povertà

Lasciare i poveri tranquilli non vuol dire, tuttavia, che una società, degna di questo nome, debba estendere lo stesso principio a tutte le persone ed istituzioni che partecipano alla creazione ed alla semina della miseria. Tanto i poveri devono essere protetti dalle forze che colpiscono la loro capacità autonoma di combattere la miseria, tanto è importante per la società intera vegliare a che la produzione di miseria sia arrestata con tutti i mezzi e a tutti i livelli. La sorte dei poveri nelle società economicizzate dei nostri tempi ricorda, a ben vedere, quella delle molte persone imbarcate a bordo di un vecchio battello sovraccarico che fanno naufragio e ai quali le organizzazioni di salvataggio lanciano le boe di salvataggio. E’ questo tipo di operazione che è spesso definita come aiuto ai poveri o come lotta alla povertà. E più si riesce a salvare qualche naufrago, più le persone che assistono al salvataggio sono portate a dimenticare completamente tutto ciò che ha preceduto e causato il naufragio. In particolare i legami quasi strutturali tra le cause che hanno condotto i naufraghi a questo genere di viaggio e le operazioni di salvataggio.

L’esistenza risaputa di 4 miliardi di persone sulla terra il cui reddito giornaliero è inferiore a 2 dollari ne costituisce una chiara prova. Gli smisurati “progressi” economici e tecnologici, non hanno significato per i poveri altro che una mondializzazione della miseria. In queste condizioni non basta più soltanto lasciare i poveri tranquilli, ma è necessario re-inventare senza sosta i modi di pensare e di agire al fine di frenare la produzione della miseria a tutti i livelli. E questo non attraverso operazioni di chirurgia estetica su di un corpo aggredito da un cancro produttivo, ma andando al fondo delle cose. Tutto questo è necessario anche per comprendere meglio i meccanismi di produzione della miseria, e in seguito per convincere tutti gli attori sociali a prendere coscienza dei loro rispettivi ruoli in questa produzione ed infine perché una tale presa di coscienza li esorti a
indirizzare i loro sforzi in una direzione opposta.

Le strade apparentemente impossibili

E’ ben vero che nei rapporti di forza odierni il cammino prospettato sembra appartenere, di primo acchito, al dominio dell’impossibile e dell’utopico. Il nuovo ordine produttivo instaurato dal binomio economia-tecnologia ha già avviato tutti gli attori sociali quali noi siamo su di una strada veramente tragica, nel senso greco della parola. Come è già stato detto questo binomio non è più il solo ed unico produttore della povertà socialmente fabbricata. Esso é riuscito soltanto a realizzare il sogno antico di ogni potere dominante: saper trasformare la maggior parte degli attori sociali, ivi comprese le vittime più abusate, in agenti della propria rovina. In tutti i campi in cui questi attori esercitano le loro attività quotidiane – siano esse di ordine tecnologico, sociale, politico, culturale, educativo, ecologico o teorico – essi sono effettivamente indotti a partecipare alla produzione della miseria. Detto altrimenti: i giochi del sapere e del potere che sono legati al doppio sistema di produzione delle merci e dei bisogni tendono oggigiorno a fare di tutti gli attori sociali, senza eccezione alcuna, i collaboratori potenziali alla diffusione della miseria, senza che questi ultimi neppure se ne rendano necessariamente conto12.
Cambiare il paradigma
Di fronte a delle ‘impasses’ così preoccupanti, è ancora immaginabile per i poveri e per i loro amici ristabilire, su basi nuove, gli equilibri che avevano spesso saputo creare e mantenere nelle società vernacolari per sfuggire alla miseria?

Gli innumerevoli tentativi di adattare la crescita e lo sviluppo ai bisogni di un più gran numero di persone hanno mostrato la loro incapacità di arrestare gli aspetti impoverenti di questa economia. I migliori risultati del PIL spesso non hanno fatto che aggravare le sofferenze dei poveri. Nella maggior parte dei casi questi hanno rappresentato per i poveri nient’altro che lo sradicamento, l’esodo verso la città e la perdita di tutti i loro strumenti di lotta contro la miseria. E’ ovvio che, in queste condizioni, i vecchi paradigmi nati dalle fede cieca nella mano invisibile dell’economia, soprattutto il mito del trickling down (‘sgocciolamento’), sono diventi obsoleti. Altri devono prendere il loro posto, altri che dovranno portare ad una percezione del tutto diversa della ricchezza dei poveri e delle forme di azione e di interazione per evitare il peggio.

Se è evidente che i paradigmi sono ormai vecchi, è tuttavia chiaro che una guerra frontale contro di essi non è possibile. Non è neppure dal ‘di fuori’ né ‘dall’alto’ di chi è estraneo all’esperienza vissuta dai poveri che potranno nascere i nuovi paradigmi dei quali essi hanno bisogno per reinventare il loro presente. Da ciò la necessità di un ascolto attento ai numerosi movimenti di resistenza alla forza del mercato che si verificano praticamente dappertutto nel mondo da almeno quattro o cinque decenni.

Il modello di una povertà basata su di una vita semplice e frugale è adottato da un numero crescente di individui appartenenti a tutte le classi sociali. Anche nella società dei grandi consumi, malgrado l’occupazione sempre maggiore degli spazi di vita vernacolare da parte dei fattori economici, la semplicità volontaria sembra essere nuovamente percepita come un’arma efficace per resistere a questo assoggettamento13.

Inoltre essa trascende le tradizionali classificazioni geografiche o economiche, dal momento che riguarda indifferentemente tutte le regioni del mondo: la ricerca di modi di vita liberati dai bisogni inventati da altri sembra distinguersi sia per le sue qualità di innovazione che per la sua ampiezza.

Più in particolare, i giovani del mondo sembrano aver imparato la lezione degli ultimi due secoli nei quali i loro antenati avevano riposto speranze nelle grandi rivoluzioni popolari che promettevano di trasformare il mondo in qualche decennio. Essi non credono più in una umanità astratta ed ideologicamente costruita.

L’amarezza nella quale vivono milioni di persone sfiduciate dalle promesse vuote di politici corrotti o di profeti sensibili al potere, sembra piuttosto aver rigenerato in essi il gusto dell’amicizia e di un rapporto più vivo con gli altri e con la natura, il desiderio di scoprire il proprio mondo interiore, la sorpresa di scoprire le differenze e le gioie dell’incontro.

Di fronte al potere perverso delle istituzioni dominanti ed alle tentazioni del denaro e del successo personale, un altro mondo sta per nascere, un mondo che sembra attirato da un’etica ben differente. Si abbandonano i grandi miti astratti per interessarsi “alle fessure dalle quali penetra la luce” (canzone di Leonard Cohen), non si crede più alla logica binaria che vuole il mondo diviso in sviluppato o sottosviluppato, in scientifico o superstizioso, in bianco o nero, certi che tutti i colori dell’arcobaleno siano sorgenti di luce e di sapere. Non si crede più che i vasi di ferro o di plastica moderni siano migliori, unicamente perché sono più forti o più a buon mercato dei vasi di terracotta, più fragili, che venivano fabbricati mille anni fa da antichi vasai.

Un nuovo epistema e nuove forme di azione, di interazione e di alleanza si vanno creando, forme che riuniscono intorno ad esse tutti gli uomini e tutte le donne che comprendono e sentono la bellezza della vita semplice e frugale, libera dall’ossessione dell’avere sempre di più. La nascita di questo epistema in cui si ritrovano tutti i poveri del mondo è presagio di un mondo che potrebbe apportar loro delle risposte più costruttive alle loro sofferenze. Un mondo nel quale i diversi attori sociali potrebbero, per esempio, cominciare con l’esaminare i meccanismi della loro partecipazione alla creazione delle povertà per poi tentare di alleggerire la parte del fardello che il loro modo di vita presente scarica sulle spalle di altre persone. Dove gli uni e gli altri potrebbero approfittare di ogni azione sociale, di ogni lavoro o di ogni impegno collettivo per far cadere le maschere e rifiutare le idee ricevute. Dove ciascuno sarebbe come una piccola candela nell’oscurità, disposta a dividere il frutto delle proprie esperienze e il proprio sapere con amici e vicini. Occorre invitare ciascuno a realizzare nell’umiltà quel poco che sarà per lui possibile fare per qualcuno in pericolo piuttosto che lanciarsi alla don Chisciotte contro obiettivi enormi ed irraggiungibili che sarebbero utili più al proprio ego che ai poveri.

In quel mondo, “il sogno di un mondo privo di miseria” non passerebbe necessariamente attraverso misure dirette di aiuto ai bisognosi, ma attraverso una lotta lucida e condotta su più fronti contro tutti processi di produzione della povertà, contro tutti i sistemi politici, economici e sociali che perpetuano la violenza, la cupidigia e la miseria. Questa lotta coinvolgerebbe, naturalmente, tutte le forme di resistenza e di lotta contro le pratiche geopolitiche dette di “aiuto” o di “cooperazione” da parte dei produttori di armi distruttive o repressive e dai loro protetti e vassalli (governi e forze di opposizione al loro servizio), pratiche delle quali i poveri sono le vittime permanenti.

La scelta volontaria della semplicità come risposta alle forme imposte di miseria

In conclusione, sembra giunto il momento di gettare uno sguardo nuovo sulla povertà, di rigenerare la tradizione delle povertà volontarie o conviviali, sia per porre fine alle dipendenze disumanizzanti create dal regno del denaro, sia per attivare la lotta contro l’abiezione delle miserie fisiche e morali.

Un tale sguardo ci permetterà di vedere meglio gli orrori di un mondo di individui e di nazioni ossessionati dall’avere sempre di più, il cui comportamento non è soltanto dannoso per i poveri, ma anche al proprio miglioramento. E ci farà anche vedere le possibilità reali di una lotta costante contro ogni forma di impoverimento. Sempre di più le donne e gli uomini coscienti della loro dignità si arrendono all’evidenza che è teoricamente possibile oggigiorno soddisfare tutti i propri bisogni se solo ci si libera dalla cupidigia. Non dimentichiamo che l’Era economica, come tutte quelle che la hanno preceduta, non è eterna. Le crisi profonde che la investono a tutti i livelli, le minacce che pongono all’avvenire stesso del pianeta, fanno già presagire l’avvento di un’altra Era. La fioritura di nuove forme di povertà conviviale sembra così l’ultima speranza degli esseri umani per creare società fondate sulla felicità dell’essere di più, piuttosto che dell’avere di più.

1 Si veda A Gelin, S. Léchasse ect. “Pauvreté chrétienne”, in “Dictionnaira de spiritualitè”, fasc. LXXXVI, Paris, Beauchesne, 1983-84

2 Encyclopaedia Judaica, “Poverty”

3 John Iliffe, “The African Poor: a History”, Cambridge University Press, 1987, p.78

4 Simone Wattelet, in “Les miserabile personae”, citato da Philippe Sassier, Du bon usage des pauvres, Paris, Fayard, p.64

5 Si veda Gudrun Dahl e Cemetchu Megerssa, “ The spiral of the Ram’s horn: Boran Concepts of Development”, in M.Rahnema con Victoria Bawtree, “the post development reader, Londres, Zed Books, 1997, p.52

6 Pierre Joseph Proudhon, La guerre et la paix (1861), in Oeuvres, sotto la direzione di C.Bouglé e H. Moysset, Genève, Slatkine, 1982, vol.6, p.346

7 Charles Péguy, L’Argent, in Oeuvres completes, Paris, NRF, vol.3, p.418-20

8 Per maggior precisione, intendiamo per società vernacolare ogni società in cui le attività sociali e produttive dei suoi membri, come pure i modi di soddisfare i loro bisogni, sono fondati su tradizioni culturali proprie della loro storia. Vernaculum designava tutto ciò che era elevato, tessuto coltivato e confezionato a casa, contrapposto a ciò che ci si procurava mediante scambio, il termine- utilizzato per la prima volta da Ivan Illich nel suo libro “Il lavoro ombra”- ci sembra più approprio per descrivere le società preindustriali, nella misura in cui permette anche di evitare la connotazione negativa associata all’economia di sussistenza tradizionali che sono spesso assimilate alle società chiuse (in contrapposizione alle società cosiddette aperte). Una società vernacolare, come la lingua dello stesso nome, è anche fatta di abitudine e di rapporti sviluppati localmente tra i suoi membri piuttosto che di apporti provenienti dall’esterno.

9 Xénophon, Le Banquet, III, 9, Paris:Gallimard, “Tel”, 1992, p.72

10 L. P. MAIR , An African People in the Twentieth Century, 1934, citato da Polanyi, Op.Cit., p. 220

11 G. Simmel, Les Pauvres, Paris, PUF, p. 45

12 Si veda a questo proposito gli studi particolarmente significativi di Lakshman Yapa, sul sito della Pennsylvania State University (suo indirizzo: lxy3@psu.edu). In francese, il suo articolo “Déconstruire le développement” in Défaire le développement; Refaire le monde», Paris, Parangon/l’Aventurine, 2003

13 Si può consultare con profitto Duane Elgin, Voluntary Simplicity : Toward a Way that is outwardly Simple, Inwardly Rich, New York, Morrow, 1981 (et as riche bibliographies), David E. Shin, The Simple Life : Plain Living and High Thinking in American Culture, New York, Oxford University Press, 1985, et Serge Monee, La Simplicity voluntaries, Montréal, Québec/Americus, 1985.

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