Matteo Veronesi «URBS GEMULA». IMOLA COME CRONOTOPO LETTERARIO FRA IDILLIO RUSTICALE E TEATRO DI GUERRA


Riprende Radicimolesi, dopo 9 mesi di pausa di riflessione, con un testo di Matteo Veronesi su Imola nella letteratura. Grazie ai lettori e buona lettura.

Imola nei primi anni del ‘900. Illustrazione da Liliana Vivoli, Imola la Città dei 100 Orti, 2007, ed. Scarabelli, Imola.

Imola – occorre dirlo subito – non ha avuto, com’è ovvio, un rilievo e una risonanza letterari paragonabili a quelli delle maggiori città, dei centri più prominenti, per quanto concerne sia gli autori che di essa hanno, anche solo marginalmente, trattato, sia quelli a cui essa stessa ha dato i natali, o che vi hanno vissuto ed operato. Tuttavia proprio questa sua marginalità, questa sua natura tipicamente provinciale, questa sua umbratile e microcosmica defilatezza, possono renderla testimone di un punto di vista particolare, per certi aspetti straniante, rispetto al centro, o ai centri, con le loro linee di forza e di attrazione.

Fin dalla sua origine, dalla sua formazione, dal suo sviluppo, Imola ha avuto una sua intrinseca natura dicotomica, bipartita, che pare giustificare, almeno sul piano delle congetture, una delle varie, diversificatissime ipotesi che sono state avanzate circa la genesi e l’etimo del suo toponimo, ovvero quella che lo farebbe derivare da urbs gemula, città duplice, divisa fra la nota origine romana e la successiva stratificazione longobarda (che sovrappose al soggiacente, e ancora tangibile, sostrato della centuriazione romana una dedalea raggiera di vie secondarie, vicoli, viottoli tendenzialmente concentrici, anche se incurvati e ritorti con movenze spiraliformi), fra le remote e logore vestigia romane e le tracce paleocristiane che ancora riaffiorano, magari nella veste di minimi dettagli decorativi o di minuti spunti iconografici, sotto l’eburnea e magniloquente veste neoclassica della forma urbis (1), così come fra potere civile e potere ecclesiastico, tra Civitas Antiqua Corneliensis e Castrum Sancti Cassiani (2) e, infine, come suggerisce il mio titolo, fra l’idealizzazione e la stilizzazione bucoliche e rusticali della Romagna fertile ed ubertosa, della natura in rigoglio, della generosa Magna Mater Tellus, e il teatro di guerra, l’oggetto di contesa militare in quanto guarnigione, marca, avamposto, luogo di passaggio, transizione, controllo, porta d’accesso della Romagna (minimo e tumultuoso reame) e disputato confine geografico e diplomatico. Del resto, insegna la Maurilia delle Città invisibili di Calvino, «città diverse si succedono sopra lo stesso suolo e sotto lo stesso nome, nascono e muoiono senza essersi conosciute, incomunicabili tra loro»(3).

Per quanto possa apparire oggi singolare, Imola (oggetto frequente di contesa bellica fra Medioevo e Rinascimento, e per questo menzionata con frequenza, pur se cursoriamente, nelle pagine di Machiavelli e di Guicciardini) poté apparire, agli occhi del Valentino, e di riflesso a quelli di Machiavelli analista della politica, come una possibile, paradossale, capitale, caput (o meglio avamposto del caput, e necessario tramite per arrivarvi), di un regno, o meglio di un ducato, la Romagna, che voleva guardare ai grandi regni nazionali della Francia e della Magna rischiando forse di finire per costituirne, involontariamente, la lillipuziana, e fatalmente solo potenziale, parodia. Era tornato el duca Valentino di Lombardia, dove era ito a scusarsi con il re Luigi di Francia di molte calunnie che li erano state date da’ Fiorentini per la rebellione d’Arezo et dell’altre terre di Val di Chiana, et venutosene in Imola, dove disegnava fare alto con le sue genti et fare la impresa contro ad messer Giovanni Bentivogli, tyranno in Bologna, perché voleva ridurre quella città sotto el suo dominio et farla capo del suo ducato di Romagna (4). Così esordisce la machiavelliana Descrizione del modo tenuto dal duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini.

Del resto, in quest’ottica che non può non apparire deformata e sfasata a chi la giudichi dal punto di vista delle identità nazionali e sovranazionali, la nozione di «patria» verrà spesso a coincidere, almeno fino al Settecento, con quella della città natale, della benevola e particolare Mater. Per Francesco Maria Mancurti, tornare da Roma (ove aveva goduto, fra l’altro, della dotta e cortese «conversazione letteraria» di Giovan Mario Crescimbeni, nel clima finissimo e sereno della rinnovata respublica litteraria) ad Imola equivale a tornare «dall’alma città alla patria», per offrire a quest’ultima, quasi in devoto omaggio, la messe di dottrina là pazientemente acquisita, mettendola al servizio della missione di celebrare i letterati della città natale, di «trar dalle tenebre tanti nostri letterati al mondo incogniti, o dimenticati, come anco per restituire alla patria alcuni uomini di lettere toltici dalle città confinanti»: ove la consapevolezza dell’identità locale si inserisce nel quadro più vasto di una visione, classica da un lato (l’autore cita Orazio, Carmina, IV, 9: «Vixere fortes ante Agamemnona / multi, sed omnes inlacrimabiles / urgentur ignotique longa / nocte, carent quia vate sacro»), quasi foscoliana ante litteram dall’altro, della parola letteraria come forza capace di strappare all’oblio le tracce dell’umano, i segni del passaggio dell’uomo sulla terra e le testimonianze del suo ingegno creatore (5).

Ma la particolarità locale non esclude lo sguardo universale; essa può, anzi, divenirne minimo ma limpido riflesso. In Antonio Ferri, un altro erudito del Settecento, la piccola patria imolese si fa addirittura specchio di quell’universalismo provvidenzialistico che è tipico del pensiero cristiano a partire almeno da Agostino. Imola, legata alle memorie mistiche, e a volte sanguinose, di Apollinare, Cassiano, San Pier Grisologo, «illustrata [ … ], da’ chiari raggi della santa fede», fu fibra o tessera del grande disegno di un’identità europea ed universale identificata con la Christianitas, pervasa dallo sforzo e dal destino di «riporre in trono le virtù cristiane quasi bandite affatto dalla misera Italia, anzi dall’Europa intiera»(6). In San Pier Grisologo il nome del vescovo Cornelio non è, quasi magicamente e cabalisticamente, scindibile da quello romano dell’antica città di Imola, tanto da generare dispute ed incertezze fra i biografi. «Cornelius pater mihi fuit; ipse me per evangelium genuit; ipse me pius piissime nutrivit; ipse sanctus sancta instituit servitute», si legge nel settantacinquesimo dei Sermones. Sembrava rifiorire, cristianamente rivisitato, il culto del Metrópator, della maternità e della paternità universali, attestato nel territorio imolese sotto la forma della venerazione per Ecate, Libero e la Bona Dea, di cui restano sparute vestigia archeologiche. «Nexi sanguine, patria atque amore / Vivimus placida quiete utrique», dirà, nel Rinascimento, Girolamo Sino in alcuni endecasillabi a Gabriello Flaminio (fiero, come il padre e il fratello, di essere Forocorneliensis, e assorto nello scandire versi al «dolce mormorio» del fiume Vatreno, attuale Santerno (7)).

Il mitologema della piccola patria come ipostasi della Grande Madre corre, sotterraneamente, lungo il corso dei secoli, e sembra associare gli autori più remoti in un’oscura catena. E il fiume, poco più di un torrente (le acque che, scriverà Leonardo a margine della celebre rappresentazione cartografica della città, «scherzano per la pianura»(8), facendo da controcanto alla geometrica staticità del poligono in cui l’abitato, astratto dalla sua realtà immanente e cangiante, è inscritto), che lambisce Imola, sembra, con il suo placido fluire, scandire la vita lenta, remota, quieta, un poco monotona, ma segretamente fervida e mobile della provincia, tracciando un elemento che pare permanere immutabile nei secoli, e legare così la città reale, come locus concreto, storicogeografico, alla città come locus amoenus, come materia o pretesto della stilizzazione letteraria.

Se Marziale, che soggiornò a Forum Cornelii cercando libertà e requie dalla dura clientela romana (e già si delinea, qui, quella dialettica fra centro e periferia, fra capitale e provincia, fra la forza attrattiva del grande punto di riferimento e una marginalità opaca, silente, ombrosa, e proprio per questo a volte cercata e desiderata come rifugio e nido di pace e autonomia), parlava (Epigrammata, III, 67) dei piccoli marinai «vagi per undas», che, «per vada tarda navigantes», immergono «lentos remos» in quelle acque esigue, pigre, quasi dormienti nella pace immobile del meriggio, mentre il tempo («exarsit dies») sembra essersi arso e annullato nel fuoco solare che proietta sulla meridiana le sue mobili ombre lungamente ritmate, a distanza di quasi due millenni Pietro Codronchi, esponente della Scuola Romana di Giovanni Battista Maccari e di Domenico Gnoli, nelle Ricordanze d’autunno rievocherà, con vividi ed accesi spaccati paesaggistici che fanno pensare a tutta una tradizione romagnola, da Oriani a Panzini, da Giacinto Ricci Signorini al Serra lettore di Pascoli, le campagne imolesi fra il «dolce Santerno » ed il Senio.

«E tu lévati incontro a la ventura, / Imola, dai tuoi cento orti fecondi / come da un dolce bagno di frescura», si legge nel Carme alla Romagna di Luigi Orsini (9). Versi, certo, piuttosto enfatici, pervasi dagli echi di quel Carducci alla cui scuola l’autore era cresciuto (l’«opaca ampia frescura» del Comune rustico (10), che ricalcava a sua volta il frigus opacum virgiliano). Ma il topos della Romagna, e di Imola che ne è parte, come terra per definizione ubertosa, fertile, feconda, come Magna Mater e Bona Dea donatrice di messi, non è del tutto infondato, e non risponde solo ad una stilizzazione astratta, indifferente, svincolata dalla realtà, come pure si è sostenuto (11), se già Giovanni Stella (ripreso poi da Leandro Alberti nella Descrittione di tutta Italia), scrivendo a Coluccio Salutati, umanista legato anche alla signoria imolese degli Alidosi, poteva evocare, accanto a «Faventia ferax», la «fertilis Imola glebis» (12), quasi delineando per rapidi tratti uno sperduto ed operoso eden di quiete e fecondità all’interno del tumultuoso e tormentato scenario delle guerre tra Firenze e Giangaleazzo Visconti, il Comes Virtutum.

Ma si potrebbe risalire agli archetipi classici, che coincidono, nel caso del locus amoenus, con le stesse radici prime, con le stesse più remote e pure matrici della realtà, con la semenza storica, geologica e rurale del paesaggio: già Polibio (Storie, II, 15), pur non nominando Forum Cornelii, celebrava – spezzando d’un tratto il rigore della forzata geometrizzazione insita nella sua cartografia mentale – la difficilmente descrivibile areté, la prodigiosa virtù di fecondità, della Padania, l’imponente abbondanza di messi (sítou aphthonìa) che la contraddistingueva, infine il pléthos tôn andrôn kài tò mégethos kài kállos tôn somáton, l’abbondanza di abitanti e la grandezza e la bellezza dei loro corpi. In uno scritto giovanile di Andrea Costa, Un sogno, apparso nell’«Almanacco Popolare pel 1882» (scritto peraltro ancora legato a spiriti anarchici, anteriore all’effettivo, concreto e pragmatico impegno politico ed istituzionale, e che rivisita l’antico motivo della visio per somnium alla luce del pensiero utopico, in specie di matrice socialista, soprattutto fourieriana), idillio georgico e teatro di guerra sono trascesi nella luce assoluta, intemporale ed irreale di un ou-topos, di un non-luogo che è invero eu-topos, terra promessa e beata, luogo della prosperità e dell’eguaglianza. Imola appare, nella visione onirica di Costa, come una città ipoteticamente riedificata ex imo dopo una salutare apocalissi, una sorta di stoica conflagrazione universale, sopravvenuta sotto la forma di una «grande rivoluzione internazionale» seguita (e qui le parole di Costa non possono non apparire cupamente profetiche, anticipando l’interventismo prebellico di matrice anarchico-socialista) a una «gran guerra internazionale» che passò sopra la terra come un «uragano devastatore e purificatore»(13).

Come nel Fourier della Théorie des quatres mouvements, le «sudicie viuzze» ereditate dal borgo medievale con la sua concentricità caotica e tortuosa dovranno essere sostituite da spazi ampi, simmetrici, ariosi, ove natura e tessuto urbano, vuoto e pieno, tempo del riposo e tempo del lavoro si armonizzino e si compenetrino secondo aurei rapporti d’equilibrio. La Rocca, simbolo del potere autoritario di ascendenza medievale e, per di più, sede delle carceri pontificie (come poi di quelle fasciste, in cui saranno torturati, prima dell’eccidio, i martiri di Pozzo Becca), si immagina del tutto abbattuta, dissolta, scomparsa senza lasciare traccia, liberando lo spazio sconfinato e puro dell’utopia; il Duomo di San Cassiano (che del resto di per sé rifletteva, nella concezione neoclassica del suo artefice Cosimo Morelli, un ideale apollineo e razionale di tersa armonia e di euritmico equilibrio) appare invece sconsacrato, e adibito (in una società in cui non vi sono più altra religione o altro culto che quelli, laici, della libertà) ad attività artistiche e culturali, ad «Accademie» d’atmosfera rinascimentale o settecentesca. L’utopia di Costa non è lontana dallo Svevo della Tribù («In quel lontano avvenire la terra sarà della tribù e tutti i validi dovranno lavorarla. I frutti saranno di tutti. [ … ]. Questo sarà il diritto, come oggi l’aria»(14)), senza averne, però, l’ironia amara e il disincantato distacco.

Ma nell’utopia di Imola come polis, come sorta di città-stato laboratorio del socialismo, rivive quella della «città di se stessa padrona», della «libertas reipublicae Imolensis », che già fu cara agli eruditi del Settecento. Curiosamente l’idea, l’immagine, quasi si direbbe il piccolo mito di «Imola in fiamme»(15), di Imola come sede ideale dell’utopia socialista, come possibile archetipo di un nuovo ordine, più naturale e più equo, accomunano due romanzi quanto mai lontani per gusto, stile, ideologia, come Addio alle armi di Hemingway e Il diavolo al Pontelungo di Bacchelli: due romanzi, questi (altra coincidenza in certo modo singolare), il cui orizzonte spaziale, insieme realistico e utopico (per quanto appassionato e sofferto in Hemingway e invece ironico, parodico, caricaturale in Bacchelli), si estende, idealmente, fra Imola e Locarno, città emblematiche l’una dell’utopia socialista, l’altra della pace, della quiete, della sospensione del tempo, della lontananza dal mondo e dai suoi accadimenti, e dunque essa stessa di un’utopia, svincolata però dalla sua traumatica e conflittuale attuazione storica. Bakunin «guardava l’uva trascolorata, il riflesso trascorrente, il cielo cordiale delle affabili alpi ticinesi e del Lago Maggiore, e rifletteva in germe di sonno e di pensiero che in quel pacifico cosmo l’individuo ateo, chiamato Michele Bakùnin nei perituri registri dello Stato Civile, poteva passare di vita un anno prima o dopo nell’imperturbabile tutto, senza commuoverlo più di una foglia strappata. [ … ]. La prediletta filosofia diventava sentimento e riposo»(16).

Il paesaggio elvetico, mai scalfito o ferito da guerre, conflitti, catastrofi, non segnato da memorie di battaglie e sterminî, e intriso piuttosto delle reminiscenze e delle suggestioni preromantiche e romantiche di Rousseau, di Amiel, di Gessner, di Goethe, di Hölderlin, era specchio e correlato oggettivo dell’immobilità immutabile e serena, ma un po’ statica e algida, in cui si stagliano i puri cieli e i cristallini modelli dell’utopia. Dall’altro lato, la tumultuosa Romagna, l’«Imola in fiamme» (che tale già appariva, in altro contesto storico, tra i fervori della Repubblica Cisalpina che si mescolavano ai clamori del Carnevale, in un clima surriscaldato, bizzarro, barocco, grottesco, a un arguto e geniale viaggiatore come Johann Gottfried Seume in Spaziergang nach Syracus (17)) di Andrea Costa: «Alla sua mente si affacciavano d’acchito San Cassiano e il mondo, senza mezzi termini. Quando gridava: – Imolesi, – intendeva: Proletari del mondo»(18). In pari tempo, in Costa viveva ancora un’anima classicistica, di ascendenza settecentesca e neoclassica (Monti, Perticari), filtrata e mediata dal magistero di Carducci: «un gusto delle lettere umane vivo e schietto, [ … ], un’eloquenza trascinante e pulita, dal piglio ardito di frase e formola»(19); e proprio attraverso la fascinazione senza tempo di questa parola modellata sull’antico, le nuove idee volano da una provincia all’altra, da un margine all’altro, dall’Imola di Costa alla Locarno di Bakunin.

Imola socialista è anche quella di Hemingway. «Per Cristo, è un bel posto, Tenente. Ci venga dopo la guerra e le faremo vedere qualcosa. [ … ]. Siamo tutti socialisti. [ … ]. Siamo sempre stati socialisti. Venga, Tenente. Faremo diventare socialista anche lei»(20). Di fronte ad ideologemi ormai vacui, ormai ridotti a mere parole d’ordine, in nome delle quali si continuava però, in modo ormai insensato ed assurdo, a uccidere e a morire, «soltanto i nomi dei luoghi avevano dignità»(21), perché autenticamente vissuti, intrecciati alle radici di esistenze e identità che la guerra minacciava di dissolvere. E, come per il Bakunin di Bacchelli, così per Hemingway la frontiera svizzera, anzi la stessa immediata vicinanza della frontiera, le balenanti e a loro modo fascinose luci di Luino che si specchiano e si inseguono sulla superficie limpida e quieta del lago (uno scenario, questo, che fa pensare, per pura analogia, a Sereni), associandosi ad una sensazione ritrovata, e prima ormai da tempo perduta, di pulizia, candore, freschezza, fiducia, rappresentano un non-luogo sottratto, quasi per sortilegio, alle minacce e agli oltraggi della storia. «La guerra era molto lontana. Forse non c’era nessuna guerra. Non c’era guerra qui. Allora capii che per me era finita»(22).

Imola, Luino, Locarno. Vaghe consonanze legate forse, per via fonosimbolica, all’idea della liquidità, di una fluidità quasi amniotica, originaria, remotissima, di un placido e quieto fluire, di un tempo senza tempo, illusoriamente immobile sia pure nel suo moto – o illusorio, forse, proprio nel suo divenire. Ad imulas – laggiù, verso la pianura. Questa un’altra etimologia proposta per il nome Imola, con riferimento allo sguardo, remotissimo, di chi vedeva, dall’alto degli Appennini, la piana su cui sarebbe sorta la città. Questa – intrecciata alle memorie machiavelliane – è la prospettiva di Jean Giono nel suo Viaggio in Italia. «Passiamo all’incrocio di Firenzuola. Quattrocento metri più in basso, in una gola del Santerno si vede l’antica fortezza e uscire dalle sue mura una strada incassata che affonda verso l’est. Di lì passava Machiavelli per recarsi a Imola. [ … ]. Mentre sale per i sentieri scabrosi in questi boschi solitari dove basta il respiro per suscitare certi echi, lo sento dire: “È il caso contemplato da Tacito”»(23). Il carattere scabro, impervio ed impenetrabile del paesaggio è posto in relazione con la concisione netta, tagliente ed amara del pensiero machiavelliano. Lo sguardo gettato sulla storia è lucido, arido e vasto come quello che, dalle sommità appenniniche, spazia sulla «distesa triste dell’Emilia», in cui, attraverso i giochi e i riflessi del sole, scintillano qua e là «i paesini, le fattorie, i fiumi, i canali e la città rossa di Bologna»(24).

Teatro della politica e della storia e scenario geografico si sovrappongono e si intrecciano anche nel romanzo di Somerset Maugham Oggi e allora, in cui, fantasiosamente, al soggiorno imolese di Machiavelli, e alle disillusioni amorose che nel corso di esso egli avrebbe subito, viene ricondotta la genesi del Principe. L’Imola di Caterina Sforza appare, proprio come quella che si mostrava al Seume, vorticosa, ingannevole, grottesca, e insieme sottilmente sinistra. «La piccola città era affollata [ … ], da postulanti, sicofanti, spie, attori, poeti, puttane e da tutta la plebaglia che seguiva un condottiero vittorioso»(25). Un bimbo sogghigna di fronte ad un’impiccagione che pare un carnevale o una commedia, la sinistra mascherata del potere costituito che esercita la violenza e la crudeltà travestendoli da spettacolo, celandoli dietro un’ostentazione di sicurezza, di stabilità e di forza. «È buffo vederli ballonzolare per aria, sogghignò il bimbo»(26). Il sorriso infantile – sorta di risus sardonicus, degno, quasi, di un Lautréamont – è associato, con ambiguità inquietante, non all’innocenza, ma al cinismo, ad un velato e crudelmente giocoso sadismo. Fu Freud, del resto, a rivelare, forse per primo, l’ambiguità inquietante, il torbido e perverso polimorfismo dell’infanzia.

Qualcosa di non dissimile accade, forse, nella Secchia rapita del Tassoni; la quale può apparire come un poema più ilarotragico che eroicomico, come una sinistramente grottesca parodia dell’assurdità di ogni guerra (“reali” sono, nella sospensione dell’incredulità e nella verosimiglianza interna imposte dallo statuto del discorso letterario, e ancor più deformati dal gigantismo dell’iperbole, le cataste di cadaveri, le mutilazioni, le decapitazioni, il sangue). Nel catalogo delle armate, in cui è evidente l’intenzione di grottesca e straniante detorsio Homeri, di rovesciamento del «catalogo delle navi» iliadico, è compresa anche una donchisciottesca pattuglia imolese: «La nona squadra fu degli Imolesi, / che da Pietro Pagano eran condotti, / Mille e cento tra fanti e banderesi, / Sarcomanni, briganti e stradiotti» (V, 50). Città duplice, gemula, anzi forse molteplice e polivalente come le disputate etimologie del suo nome, appare Imola nella letteratura: luogo di ambivalenze, di contaminazioni, di stilizzazioni idilliche così come di deformazioni grottesche e di carnevalesche sovversioni, sia nella sua intrinseca divisione, sia nella sua stessa natura di confine, o di avamposto del confine, vicinissimo al centro, da esso attratto ma, nel contempo, allotrio e difforme, legato ai grandi centri da un duplice nesso di attrazione e repulsione, di sudditanza e di reciproco scambio e, a volte (basti pensare all’autonomismo dell’esperienza di Costa (27)), conflitto.

Questa dicotomia tende ad attraversare anche le rare immagini che della città traspaiono dalla letteratura recentissima. Ad esempio Griot-Fulêr (28), di Luigi Dadina e Mandiaye N’Diaye, realizzando una sorta di sincretismo fra la figura ancestrale, quasi sciamanica del griot, del cantore o aedo africano, e quella più modesta e folclorica del Fulêr, del fabulator dialettale, rievoca l’arcana ed archetipica Magna Mater,  l’ipòstasi della genitorialità universale, e l’aia come nemus, come spazio aperto alla rivelazione numinosa del divino come a quella dialogica e comunitaria (tale da stringere vivi e defunti in uno stesso oscuro ed incorporeo abbraccio) dell’umano. Idealmente volavo da S. Pancrazio a Imola, da Campiano a Savarna, mi tuffavo nel passato e facevo ritorno nel presente: attraverso campi, zone appena bonificate, stalle e pinete. Pensavo a quell’aia che non c’era più e volevo che nel lavoro fosse presente la sua anima. Aia come corte, cortile, luogo dello scambio, del baratto di sentimenti, ragioni, risa e pianti, storie. Aia come spazio della comunicazione tra viventi, come spazio della condivisione delle commedie e delle tragedie della vita. Aia nei cui angoli, appoggiati ad un muro, nelle notti che ci vedono svegli, ci ritroviamo a guardare i morti che l’hanno abitata (29).

Diversa, per certi aspetti opposta, l’evocazione di Imola in Asce di guerra (30), «oggetto narrativo» del collettivo Wu Ming (Torino, Einaudi, 2005), dove la piccola patria, pur insanguinata come tutta la Romagna dalle lotte e dagli odi resistenziali e post-resistenziali, è rievocata con nostalgia nell’ora della partenza, dell’esilio, della missione ideale, la cui radice è però pur sempre affondata nel suolo natale, con le sue memorie e le sue tradizioni: Si gela, trattengo il vomito. Mi accascio vinto dalla pressione e dal frastuono dei motori. Oltre i vetri della cabina intravedo le luci di una grande città. Imola è lontana, un altro mondo. La stanchezza degli ultimi giorni pesa nella testa e sugli occhi. Tutt’intorno, sguardi fissi, puntati su niente. Gli eroi che ho sempre desiderato imitare sembrano più vicini. Il paese è diverso, lontano come Marte, ma lo spirito è lo stesso (31). Insomma dall’origine ci si allontana, o si è strappati violentemente, ma sempre in essa, nel suo antico grembo, come per un moto attrattivo di ritorno all’Uno, si tende a nuovamente riparare, per ritrovare la propria identità, la propria anima, la propria natura.

1 Rita Buscaroli e Simona Spoglianti, Le tracce del cristianesimo a Imola, Imola, La Mandragora, 1995.

2 Fondamentale, per questi aspetti, Franco Merlini, La rocca di Imola, Imola, La Mandragora, 1993.

3 Italo Calvino, Le città invisibili, Milano, Mondadori, 20022, p. 29.

4 Niccolò Machiavelli, Il modo che tenne il duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini, ora in Opere, a cura di Corrado Vivanti, Torino, Einaudi-Gallimard, 1997, I, p. 16.

5 Francesco Maria Mancurti, Istoria letteraria della città di Imola, a cura di Daniela Baroncini et al., Imola, La Mandragora, 2006, pp. 75-77.

6 Antonio Ferri, Memorie autentiche e riflessioni storiche, a cura di Andrea Ferri et al., Imola, La Mandragora, 2007, pp. 153-154.

7 In F.M. Mancurti, Istoria letteraria della città di Imola cit., p. 212 e p. 239.

8 LEONARDO. Riferimento bibliografico (?)

9 LUIGI ORSINI, Carme alla Romagna (?)

10 Giosue Carducci, Il comune rustico, in Rime Nuove, prefazione di Umberto Bosco, Roma, Curcio, 1967, p. 153, v. 13.

11 Cfr. Roberto Balzani, La Romagna, Bologna, Il Mulino, 2001.

12 Epistolario di Coluccio Salutati, a cura di Francesco Novati, Roma, Tipografia del Senato, 1911, p. 303.

13 ANDREA COSTA, Un sogno ?

14 Italo Svevo, La tribù, in Tutte le opere, Milano, Mondadori, 2004, II: Racconti e scritti autobiografici, edizione critica di Clotilde Bertoni, saggio introduttivo e cronologia di Mario Lavagetto, p. 57.

15 ANDREA COSTA ?

16 Riccardo Bacchelli, Il diavolo al Pontelungo [1927], Milano, Mondadori, 1972, p. 42.

17 Johann Gottfried Seume, L’Italia a piedi, a cura di Alberto Romagnoli, Milano, Longanesi, 1973, pp. 131 sgg.

18 ANDREA COSTA ?

19 R. Bacchelli, Il diavolo al Pontelungo cit., p. 220.

20 Ernest Hemingway, Addio alle armi [1929], traduzione italiana di Fernanda Pivano, Milano, Mondadori, 1970, p. 218.

21 Ivi, p. 195.

22 Ivi, p. 255.

23 Jean Giono, Viaggio in Italia, Torino, Fogola, 1975, p. 160.

24 Ivi, p. 158.

25 William Somerset Maugham, Oggi e allora [1946], Milano, Mondadori, 1949, p. 22.

26 Ibidem.

27 Si può vedere, ora, Andrea Costa e il governo della città, a cura di Carlo De Maria, Reggio Emilia, Diabasis, 2010.

28 Luigi Dadina e Mandiaye N’Diaye, Griot-Fulêr, Rimini, Guaraldi, 1994 (il libro si trova anche in rete, al sito http://www.logoslibrary.eu). Cfr. Teresa Picarazzi, Roots, footsteps and dialects: performing national identity in Griot-Fulêr, «Studi d’Italianistica nell’Africa Australe», 1995, 2.

29 DADINA-N’DIAYE, Griot?

30 Wu Ming, Asce di guerra, Torino, Einaudi, 2005 (in rete all’indirizzo www.wumingfoundation. org).

31 WU MING, Asce di guerra

Annunci