Paura e Coraggio


Paura

Per paura la vita diventa un camminare sghembo. Scarto improvviso per non sfiorare il prossimo che rimane sconosciuto. E scappare di sguardi con la paura al centro e tutto il mondo a confine. Incrociarsi in difesa senza incontrarsi. Rinunciare al nuovo. Quiete che si cerca con affanno, a testa bassa, in un pensare inconsapevole e perpetuo a tessere fughe, da loro, da noi, da quel che potremmo avere e da quel che abbiamo. Forse non perderemo un amore, perché non ci siamo fermati a viverlo. Forse l’unico incontro che ci raggiunge, e a cui scegliamo di non dedicarci, ci lascia graffi che fanno poco male e così scansiamo qualche ferita in questo calcare pesante il mondo. In fuga. Serrare il pensiero senza la leggerezza curiosa degli occhi che vedono. Non sentire lo sciame dei sentimenti che ci moltiplica nelle vite di tanti. E le vite che ci toccano quel che basta per sentirle un po’ nostre. Meravigliosa umanità comune che la paura lascia per noi molesta e stridente. Per paura si abbandona la battaglia buona del nostro bene. La relazione che ci fa persone, viste e riconosciute. Si rinuncia a capire. Ci si separa. Si uccide. Ci si uccide. Per paura si muore di paura. Non aver paura ce lo deve dire un altro. Insieme è nulla la paura.

Coraggio

È un corrispondere che non si conosceva prima. Ci sorprende. Un essere che non ci appartiene ma ci possiede e ci porta dove non sapevamo di poter andare. Non conoscevamo nemmeno il dove. Improvvisamente l’altro, la sua vita per noi ora vista, vicina, nostra, diventa purissimo esistere, assoluto che ci solleva dalla comune, forse opaca confusione del nostro spirito, fuori di noi malgrado noi. Non in fuga, ma qui, sul nostro unico presente, irrinunciabile esserci senza che la coscienza eserciti il suo fustigare estraneo. E non c’è peso nell’impensato assecondare la vita che ci investe e ci porta, santo dimenticarci del nostro tremare dello spirito prima che del corpo. Certo si può sprofondare, insieme, in questo afferrarsi le mani. O riemergere, l’uno, o l’altro o tutti e due. Comunque nuovi nel continuare la vita, e anche nel lasciarla, per regalarla, atto divino, che divinamente ci viene dato di fare. E poi c’è un coraggio quotidiano e solitario, minuto e muto resistere, al dolore o al più triste abbandono, o all’usura della speranza, e del desiderio, e dei giorni. E questo resistere è la condanna di chi non lo vede e passa oltre. Certo che non ce lo possiamo dare il coraggio. Ce lo regaliamo l’un l’altro.

MariaPia Veladiano

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