L’archivio dell’abbazia imolese di Santa Maria in Regola:un ammirevole unicum. Andrea Ferri.


Andrea Ferri L’archivio dell’abbazia imolese di Santa Maria in Regola:un ammirevole unicum

Il testo completo dell’articolo, che fa parte degli Atti dei convegni del Centro studi nazionale sugli archivi ecclesiastici di Fiorano e Ravenna è pubblicato in rete nel sito della Soprintendenza archivistica per l’Emilia-Romagna: Cum Tamquam Veri 2005

L’antica abbazia di Santa Maria in Regola […] è tra i più antichi complessi monumentali urbani di Imola dell’era cristiana, e certamente quello meno esplorato.

Le sue origini risalgono almeno al VI secolo d. C., durante la dominazione bizantina della Romagna, e attraversano tutta la storia cittadina sino al secolo XX. Retta dai monaci benedettini sino al secolo XV, fu concessa in commenda a prelati della curia pontificia; venne affidata alla congregazione benedettina olivetana dal 1564 agli inizi del secolo XIX. Successivamente è stata retta dal clero secolare come sede parrocchiale sino ai nostri giorni. In età medievale è stata una delle principali istituzioni imolesi, e la sua storia si intreccia indissolubilmente con quella della città. Possedeva un cospicuo patrimonio fondiario in tutto il territorio diocesano e in altre diocesi della regione, poi ceduto alla Santa Sede con atti successivi dei papi Pio VII e Pio IX. La proprietà del complesso monumentale è oggi ripartita tra la parrocchia di Santa Maria in Regola, il demanio e alcuni privati. L’esistenza di questa importante istituzione ecclesiale si dispiega nell’arco di quindici secoli, seppure in modi e forme differenti. L’impronta genetica della sua azione nel tempo è impressa in decine di migliaia di carte del suo archivio, che ha subito un destino tanto singolare e complesso quanto quello dell’istituzione che lo ha generato.

Ricostruire le vicende dell’archivio di Santa Maria in Regola significa quindi in certa misura ripercorrere la storia dell’abbazia dal secolo XI al secolo XX, arco cronologico della documentazione archivistica oggi esistente. A seguito delle vicende storiche sopra descritte l’archivio di Santa Maria in Regola ha subito una tripartizione, che prende avvio alla fine del secolo XVIII e si assesta definitivamente nella seconda metà del secolo successivo. Dal corpus originario si distaccano le serie asportate durante la dominazione napoleonica e quelle relative alla cura parrocchiale […].

L’archivio dell’abbazia di Santa Maria in Regola

Le più antiche carte d’archivio dell’abbazia risalgono al secolo XI. La documentazione si sussegue senza soluzione di continuità sino a tutto il secolo XV. Un inventario dei beni dell’abbazia del 1405 menziona «quaterni, instrumenta et alie scripture in uno cassone taschis apensis muro camere» della sacrestia. Si tratta presumibilmente di carte relative all’amministrazione dei beni monastici. A questa generica citazione segue una assai più analitica, contenuta in un inventario dei beni abbaziali del 1413, dove si elencano oltre centosettanta unità archivistiche, per lo più quaterni e fascicoli di concessioni, rinnovazioni enfiteotiche, estimi, rogiti e altri strumenti notarili.

L’ordine di elencazione delle unità archivistiche è topografico, analogamente a quello degli altri beni mobili, raggruppati in base ai locali in cui sono rinvenuti. Non si tratta quindi di un inventario nel senso tecnico del termine, sebbene dalla sua lettura si percepisca l’esistenza di criteri di ordinamento e segnatura; in primo luogo le carte sono ubicate «in lo studio», cioè nel luogo in cui i monaci conservavano la documentazione archivistica; inoltre alcuni quaterni sono contrassegnati da lettere maiuscole dell’alfabeto latino, sebbene la serie mostri svariate soluzioni di continuità. Dalla stessa fonte si apprende che parte delle scritture erano in precedenza detenute da Ludovico Alidosi, vicario apostolico di Imola.

Nei secoli XV-XVIII l’archivio si arricchisce di serie e carte generate dalla gestione commendatizia dell’abbazia e dalla presenza della congregazione olivetana. Risalgono a questo periodo tre inventari dell’archivio. Il primo, datato 27 ottobre 1584, descrive sommariamente e in ordine topografico 102 unità archivistiche, fornendo inoltre un elenco di 9 mazzi e registri dispersi. Il secondo inventario, redatto nel 1655, reca in prima pagina il titolo coevo: Hoc est inventarium omnium instrumentorum, protocolorum, librorum et scripturae quae de praesenti anno 1655 reperiuntur in archivio Sanctae Mariae in Regula de Imola; censisce 615 unità archivistiche […].

L’evidente decrescita della mole documentaria dall’XI al XVII secolo sottolinea il progressivo declino di Santa Maria in Regola nell’ambito religioso e sociale imolese. Molto più circoscritto l’inventario del 16 giugno 1666 […] che si limita a censire le carte rinvenute «in armario existente in archivio abbatiae Sanctae Mariae in Regula»; sono elencate 37 unità archivistiche, principalmente campioni, libri di canoni, vacchette, filze di strumenti notarili e alcune bolle papali. Un inventario del 1852 menziona un inventario Piancastelli, redatto il 13 maggio 1776, attualmente non reperito. Una Nota delle pergamene dell’archivio dell’abadia di Santa Maria in Regola del 1773 ne menziona 623 […].

Con l’invasione francese le principali serie archivistiche relative all’amministrazione dei beni abbaziali vennero asportate, in analogia agli archivi di tutte le corporazioni religiose, a seguito della soppressione e dell’incameramento dei loro beni. Tuttavia il corpus principale dell’archivio rimase presso l’abbazia. Dopo la caduta di Bonaparte papa Pio VII, che aveva conservato il titolo di vescovo di Imola e abate di Santa Maria in Regola anche dopo la sua elezione al soglio pontificio, nominò un nuovo vescovo di Imola, nella persona di monsignor Antonio Rusconi; mantenne però il titolo di abate di Santa Maria in Regola e le relative rendite, anche se tale decisione non pare avere avuto riflessi sulla sorte dell’archivio, ancora allocato nel cenobio olivetano.

Dopo la morte di Pio VII (1823) e del vescovo Rusconi (1825), il suo successore Giacomo Giustiniani divenne vescovo di Imola nel 1826 e abate commendatario di Santa Maria in Regola. Nell’aprile dello stesso anno fu redatto un inventario dei beni abbaziali, di cui si fa menzione nel soprammenzionato inventario del 1852.

La sorte dell’archivio di Santa Maria in Regola viene definitivamente prefigurata nel 1853. Il 30 settembre di quell’anno papa Pio IX, già vescovo di Imola dal 1832 al 1846, promulgava la bolla Christiane Religionis, con cui l’abbazia e tutti i suoi beni venivano devoluti alla Congregazione di Propaganda Fide, l’organo della Sede Apostolica che governa l’azione missionaria della Chiesa Cattolica in tutto il mondo; al prefetto pro tempore della congregazione era attribuito il titolo di abate commendatario dell’abbazia imolese. Si può presumere che la decisione del pontefice fosse dettata dal desiderio di sottrarre a possibili incameramenti demaniali i residui beni abbaziali in caso di sopravvento forze ostili all’esistenza dello stato pontificio, certo unita alla necessità di provvedere risorse per il sostegno delle missioni cattoliche nel mondo. Un inventario redatto nel 1852 era forse preliminare a tale cessione. […]

A seguito della devoluzione dell’abbazia la Congregazione di Propaganda Fide costituì ad Imola un suo ufficio, presso la curia vescovile, per provvedere all’amministrazione del patrimonio immobiliare così ottenuto; in tale occasione anche l’archivio abbaziale per ragioni di funzionalità operativa fu traslato nel palazzo vescovile, dove rimase fino ai primi decenni del Novecento. Il 24 luglio 1878 il ricevitore del demanio di Imola consegnò al vescovo Luigi Tesorieri, in veste di rappresentante della Congregazione di Propaganda Fide, 574 unità archivistiche relative all’amministrazione dei beni abbaziali con il relativo inventario. Si tratta di una cospicua mole documentaria, scorporata dall’archivio abbaziale durante la dominazione francese, composta da carte tutte anteriori alla devoluzione dell’abbazia del 1853 […].

Lo storico imolese padre Serafino Gaddoni OFM operò un riordino e un inventario dell’archivio abbaziale anteriormente al 1927, anno della sua morte. […] Gaddoni provvide a rinumerare con numeri ordinali le buste e i volumi senza soluzione di continuità tra classi e serie, giungendo sino al numero 36, corrispondente alla Classe II, Serie III, busta 2 22.

Subito dopo la morte di padre Gaddoni la Congregazione di Propaganda Fide decise di trasferire a Roma l’archivio abbaziale, attuando la traslazione in due tempi, cioè nel 1927 e nel 1945, suscitando non poco sconcerto tra gli studiosi di storia imolese e alcuni illuminati esponenti del clero locale. Nei primi decenni del dopoguerra si tentò in più occasioni di ottenere il rientro dell’archivio abbaziale a Imola, ma senza esito.

L’iniziativa decisiva per sbloccare la vicenda fu assunta nel 1974 da don Antonio Meluzzi, ingegnoso, competente e vulcanico sacerdote imolese, nominato nel 1970 rettore della chiesa di Santa Maria in Regola e poi archivista vescovile. Egli indusse il vescovo di Imola Luigi Dardani ad appellarsi direttamente a papa Paolo VI. Con una lettera datata 1° luglio 1974 il presule chiedeva il permesso di ritrasportare l’archivio abbaziale a Imola per almeno due anni, in modo da consentire agli studiosi locali di studiarne adeguatamente le carte. Una lettera del Sostituto alla Segreteria di Stato Giovanni Benelli del 6 ottobre 1974 opponeva un cortese diniego alla richiesta, precisando comunque che i documenti dell’archivio abbaziale «possono sempre essere messi a disposizione dei validi studiosi di codesta Città, ottenendone anche fotocopie e filmati». Don Meluzzi ebbe la lungimiranza di cogliere uno spiraglio nelle parole del Sostituto, e si propose di ottenere la microfilmatura integrale dell’archivio di Santa Maria in Regola, ad esclusione delle pergamene già pubblicate nel Chartularium imolense1 fino all’anno 1200. Con lettera del 30 marzo 1976 si rivolgeva a monsignor Giuseppe Metzler, archivista della Congregazione per la Evangelizzazione dei Popoli, formulando la richiesta. Vista l’ingente mole del materiale da riprodurre e la conseguente elevata spesa, l’opera di microfilmatura si protrasse fino al 1981, producendo complessivamente 34 pellicole, che furono gelosamente custodite da don Meluzzi nei locali della canonica di Santa Maria in Regola, insieme ad un lettore stampatore per microfilm. Nel 1989 don Meluzzi si dimise dalla carica di rettore di Santa Maria in Regola, trasferendosi in un appartamento nel palazzo vescovile. In quell’occasione versò nell’archivio diocesano le bobine con i microfilm dell’archivio abbaziale. Il progetto di recupero ebbe una decisiva evoluzione nel 1994, quando monsignor Meluzzi, con l’appoggio di chi scrive, decise di fare stampare tutti i fotogrammi dei microfilm, in modo da ricostituire materialmente l’archivio abbaziale nella sua articolazione originaria.

Nel gennaio 1995 l’opera era compiuta. Circa 16.000 carte sono state ordinate in 112 raccoglitori a fogli mobili, rispettando la sequenza delle unità archivistiche originali. Un’apposita tabella di collegamento permette di consultare le carte d’archivio utilizzando l’inventario redatto da padre Gaddoni e quello antecedente, articolato in classi, serie e buste. Il desiderio di tanti imolesi si è infine realizzato, seppure in un modo per loro imprevedibile.

1S GADDONI, G. ZACCHERINI CHARTULARIUM IMOLENSE Vol. I. ARCHIVUM S. CASSIANI (964- 1200) IMOLAE EX TYPIS SOC. TYP. IULII UNGANIAE 1912, Pontifical Institute of Mediaeval Studies, University of Toronto Library, in rete at: http://archive.org/details/chartulariumimol02gadd , http://archive.org/details/chartulariumimol01gadd .

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