GLI ORTI IMOLESI. LUIGI ORSINI.


GLI ORTI IMOLESI. LUIGI ORSINI.

da COLLEZIONE di MONOGRAFIE ILLUSTRATE Serie I – ITALIA ARTISTICA. LUIGI ORSINI, Imola e la valle del Santerno Orsini BERGAMO, ISTITUTO ITALIANO D’ARTI GRAFICHE EDITORE. 1907. Pag. 9-12.

E tu lèvati incontro a la ventura,
Imola, da’ tuoi cento orti fecondi
come da un dolce bagno di frescura!
L. Orsini, Il Carme a la Romagna (gli Eroi), parte I, L’Appello.

Mandorli in fiore, Album di pizzodisevo, Flickr, Creative Commons Image

Ancora non è giunto il poeta degli orti. Egli verrà in questa nostra terra benedetta un mattino di primavera e sarà accompagnato da un volo di rondini e scioglierà il suo canto a lode del mandorlo ch’è il primo a fiorire. Poiché gli orti che fasciano Imola come di una verde cintura formano una così vaga caratteristica da maravigliare sinceramente chi per la prima volta li vegga. Tutta la Romagna si letifica di azzurro e di verde: e la esuberante vegetazione che dall’uno all’altro confine si distende con quella profonda serenità di vita che pare voglia invadere e coprire d’oblìo gli avanzi freddi e diruti delle antiche memorie, rende questa regione giustamente propizia e quasi sacra all’agricoltura.

Ma gli orti di Imola sono uno spettacolo particolare, quasi nuovo nella Romagna delle tragiche signorie. Sono quasi cento, e fioriscono per mille. Bisogna vederli d’aprile. La dolce Pasqua apportatrice di ogni bene, che dà un nido alle rondini, una tregua al dolore, un volo ai sogni e un perdono a quelli che ebbero colpe, scioglie un suo alito buono nell’aria; e gli orti si risvegliano.

Primi dunque a fiorire sono i mandorli. E ben vengano, questi candidi araldi del buon tempo novello ! Non si sa se siano coperti di fiori o di neve. Le lunghe righe (così si coltivano i frutti in Romagna) sembrano schiere di giovinette che sì tengano per mano in una agile corsa verso i paesi del sole. Le rame appuntite si toccano e tremano, nella prima e più ingenua espressione di quel piacere che la natura dispensa alle cose create per invitarle a perpetuarsi e per lenire con qualche dolcezza il travaglio dei nascimenti.

Poi, quel primo senso quasi umano si allarga, si propaga, si diffonde, e vengono i peri con una loro nota più gagliarda di colore e di vita. I peri, nella loro bianchezza, hanno qualche cosa di meno puro e di più carnoso dei mandorli, se si potesse tradurre una sensazione visiva in una sensazione acustica, si direbbe quasi che i peri, nel loro fiorire, sembrino una interrogazione, un richiamo, uno squillo verso le ancor chiuse corolle dei ciliegi e dei susini. Nè tardano questi a rispondere, (anche le cose non ànno una loro anima forse?…) chè s’affacciano alla eterna giocondità del sole con un timido passar di colore fra il bianco e il roseo. È una sfumatura a pena sensibile, tuttavia vaga e delicata.

Essi vogliono incoraggiare i peschi che temono di fiorire perchè non sanno che il primo aprile à qualche incertezza, qualche capriccio che può esser fatale. Ma poi che il sole comincia a rassicurarli, tremano, esitano ancora un poco, fioriscono a pena, sbocciano con forza: e incoraggiano (giacché il loro pudore è ormai vinto), incoraggiano le rose che ancora non osano di affrontare la luce. E i biancospini che incoronano gli orti sbocciano essi pure empiendo l’aria del loro odore amarognolo; e li orti si rallegrano, e i meli e i noci e li albicocchi e anche tutta la famiglia piccola vegetale che un umile destino tiene vicina alla terra, cantano una nota si viva che quasi lacera l’azzurro.

Così Imola viene riacquistando il suo diadema. Ed è veramente un diadema prezioso, poiché gli orti costituiscono per la città romagnola uno dei maggiori cespiti di ricchezza. Ogni anno la esportazione degli ortaggi imolesi raggiunge un’attività considerevole.

Floridissimo, quindi, il mercato delle erbe. Alla sera, sull’ imbrunire, grandi biroccie tirate da cavalli o da umili somarelli, o anche semplicemente a forza di braccia dagli ortolani medesimi, vengono introdotte in città, col loro carico d’erbe. E tutta una nota di verde e aulente frescura che viene a rompere la uniformità monotona delle vie grigie imolesi. E sono anche donne che portano (vero miracolo di equilibrio) lunghe assicelle cariche di ceste, sul capo; il cercine le protegge, ed esse avanzano sorridenti, con tutto quel grande carico oscillante su cui fanno bella mostra le roride lattughe o rosseggiano le pèsche odorose.

Gli ortolani imolesi godono fama di ottimi lavoratori. Infatti essi sono conosciuti anche oltre i confini della loro terra. Un gruppo di essi, or son pochi anni, si recò a Roma e vi formò una colonia orticola a Tor Pignatara; colonia che ora si è accresciuta, e si ravviva ogni anno con rinnovata prosperità.

Così tra una fioritura maravigliosa di arbusti ed una provvida distribuzione di fimo, gli orti imolesi crescono e vegetano e fruttificano nella nomèa dei più belli orti italiani. E la città che li possiede può chiamarsi fortunata, poiché, mentre si arricchisce nel pacifico svolgersi dei germi che la natura protegge, viene incoronandosi di una ghirlanda sì fragrante e sì vaga, quale nessun artefice saprebbe mai a bella posta comporre.

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