IMOLA STORICA. LUIGI ORSINI.


IMOLA STORICA. LUIGI ORSINI.

Pomo di spatha d’argento ritrovato ad Imola e databile agli inizi del VII secolo. http://www.francovalente.it/2008/11/05/1180/

da COLLEZIONE di MONOGRAFIE ILLUSTRATE Serie I – ITALIA ARTISTICA. LUIGI ORSINI, Imola e la valle del Santerno BERGAMO, ISTITUTO ITALIANO D’ARTI GRAFICHE EDITORE. 1907. Pag. 9-12.

Imola sorge in una amenissima vallata, sulla sinistra del Santerno, a 33 chilometri, circa, da Bologna, e precisamente sulla via Emilia che l’attraversa, dividendola per mezzo. Patria di molti uomini illustri fra cui Benvenuto Rambadi (1336), il più grande commentatore della Divina Commedia, Innocenzo Francucci, pittore insigne fiorito nella prima metà del secolo XV; Alessandro Tartagni (1424), egregio giureconsulto; Antonio Maria Valsalva (1666), dottore e chirurgo di altissima fama, essa à confuse le proprie origini nelle lontananze secolari, sicché assai discutibile è la etimologia del suo nome, cui alcuni vorrebbero far derivare dalla locuzione germanica himmel, cielo, altri dalla ebraica imele, sapido (occorre notare che nei dintorni imolesi si trovano abbondanti sorgenti di acque salse) ed altri ancora da mola, molino.

Non priva di interesse fu una disputa che a questo proposito si accese, ai primi di febbraio del 1902, sulle colonne del giornale Il Resto del Carlino di Bologna, fra due studiosi di cose storiche, Tito Zanardelli e Vincenzo Dall’Osso. Lo Zanardelli (Appunti lessicali e toponomastici, puntata IV) fa derivare il nome di Imola da quello di una ricca e potente donna, consorte di qualche illustre signore nei primi tempi della dominazione longobarda. Il Dall’Osso confutò quella opinione, adducendo ragioni archeologiche e sostenendo che Imola deriva dalla locuzione Castrum in Nolas, poiché Nola si chiamava l’antico borgo ove sorgeva il castello.

A noi preme sopratutto osservare che la denominazione di Imola si trova usata per la prima volta da Paolo Diacono1, e pare fosse imposta da Clefi o Clefone, successore di Alboino, ad una fortezza che egli avrebbe costrutta, sui crepuscoli estremi del secolo sesto, contro la potestà degli Esarchi di Ravenna. Prima che si chiamasse Imola prendeva dalla latinità il nome di Forum Cornelii o Forum Sillae, onde molti credettero fosse stata fondata da Cornelio Silla, il celebre condottiero romano. Per altro Bartolomeo Borghesi, archeologo insigne di Savignano di Romagna, ne fa risalire la origine solo agli ultimi tempi della repubblica romana, e la etimologia del nome ad uno dei discendenti di quello.

I numerosi avanzi che si trovano ad Imola ci permettono di risalire solamente al secolo quinto in cui, secondo la credenza di alcuni, Genserico, re dei Vandali, avendo tentato un colpo di mano per impadronirsene, sarebbe stato respinto dagli imolesi. Caduto l’esarcato di Ravenna nel 754, Imola fu ceduta da Astolfo (il re longobardo che aveva messo in fuga l’ultimo esarca) al Papa, non senza ostinata resistenza; indi passò sotto la giurisdizione degli arcivescovi di Ravenna in quel periodo in cui la parola arcivescovo significava nè più nè meno che esarca, e le città romagnole dipendenti da quelli si governavano con una specie di reggimento che aveva tutte le forme della repubblica.

Dilaniata sullo scorcio del secolo X dalle fazioni degli Accarisi e dei Volusii, assediata indi dai bolognesi, s’ebbe finalmente negli albori del 1000 la signoria degli Alidosi, di cui restano tante tracce negli storici avanzi che si trovano disseminati nelle campagne imolesi, e specialmente a Castel del Rio.

Nel 1017 Arrigo II imperatore investì la Chiesa di Ravenna (a capo della quale era l’arcivescovo Arnolfo, suo fratello) del contado imolese, insieme con quello di Faenza. Fra il 1062 ed il 1070 gli imolesi vinsero i fiorentini che avevano voluto impadronirsi delle castella sull’alta valle del Santerno, poscia, alleatisi ai fiorentini stessi, sconfissero i bolognesi che volevano spingersi alla conquista della città. Dopo avere conchiusa una pace coi bolognesi e coi faentini alleati, in seguito guerre tra di loro avvenute, dominata indi dalla fazione ghibellina, al cui fiorire aveva dato impulso Federico Barbarossa con la riconferma di certi privilegi, fu, nel 1222, presa e indebolita dai faentini, e nel 1229 giurò obbedienza a Federico II che la fortificò di nuovo con bastioni e con fossa. Scomunicato questi da papa Gregorio XII, Imola si collegò coi bolognesi che la tennero solo dieci anni.

Nel 1282 gli imolesi sconfissero alla Gallisterna le truppe papali; ma Tanno di poi dovettero cedere la città al legato pontificio. Nel 1292, reggendo Imola Mainardo Alidosi ghibellino, fu imposto giuramento di fedeltà a molte castella del contado imolese; nel 1296 la città fu presa da Maghinardo da Susinana che la consegnò a Matteo Visconti, duca di Milano.

Caduta nuovamente sotto il dominio del Papa, fu nel 1314 occupata da Francesco Manfredi, signore di Faenza, e nel 1356 soggetta agli Alidosi, riconosciuti feudatarii dal Pontefice. Ma la signoria degli Alidosi fu spenta da Filippo Maria Visconti, il quale entrò nel 1424 in Imola con le sue truppe. Nel 1434 presso il Rio Sanguinario, i milanesi, richiamati dagli imolesi, sconfissero i fiorentini ed i veneziani alleati, e restituirono Imola al Papa.

Ceduta nel 1438 dai milanesi ai Manfredi di Faenza, alleati di quelli, poi dai milanesi stessi ripresa, fu data da Galeazzo Maria Sforza in dote alla figlia Caterina che sposava Girolamo Riario (1473), nipote di Sisto IV. Morto Riario nel 1488, Caterina Sforza signoreggiò Imola fino al 1499, nel quale anno dovette cedere la signoria a Cesare Borgia.

Dal Borgia al Papa, da questi a Francesco Alidosi, preda poscia delle fazioni guelfe e ghibelline e delle lotte fra Sassatelli e Vaìni, uno di questi ultimi, a nome Guido, avendo uccisi molti della famiglia Sassatelli, signoreggiò Imola per alcuni anni, dopo di che fu ancora degli Alidosi e finalmente nel 1527 passò sotto Clemente VII che tolse loro per sempre il potere.

Ebbe poi comune con le altre città romagnole la sorte cui poteva assegnarle la dispotica signoria dei pontefici. Da Clemente a Paolo III, da questi a Giulio III e a Pio V, fra le piaghe del nepotismo prima, fra il timore, poi, dello sbarco dei turchi sulle coste adriatiche, la Romagna tutta fu travagliatissima.

Le ultime pagine della rivoluzione italiana, fra le tirannie della reazione pontificia e rinsorgere fiero di una gioventù liberale e generosa, furono scritte col sangue di mille vite gettate con entusiasmo d’amore per la santa causa: e la Romagna bene meritò della patria. Imola stessa, se non diede nomi luminosi alla storia dei risorgimento nazionale, diede però martiri e patrioti di grande ardore, i quali restarono oscuri, pure avendo operato a luce di sole. Non a tutti ride la fortuna di passare ai posteri; e noi, appunto per questo, non dobbiamo dimenticare, accanto ai grandi, tanti umili eroi che gettarono il buon seme onde le nuove generazioni raccolgono oggi mèsse di ritemprate energie e di libere idee.

Anche Imola à la sua pagina di storia e di arte; leggiamola dunque con qualche amore. E per meglio leggerla, rechiamoci in patria noi stessi, rechiamoci alla città nostra che dalla parte emiliana appare come la piccola, ma rude scòlta della Romagna e ricerchiamovi l’antico nido, come le rondini. Ma tutto è finito, tutto è deserto. Restano gli avanzi del passato, inghirlandati di orti. Null’altro. E resta la beata illusione nell’anima del viatore che dopo avere molto errato ritorna nella sua terra e vede quello che più non esiste, con li occhi della ricordanza.

Oh, chi ritorna à l’anima pervasa
d’ un mesto sogno, il solo che non muoia;
e non fu mai più sconsolata gioia
che, dopo tanto, ritornare a casa!
Il sogno eterno di veder ciò ch’era
anche se a casa non ci sia più nulla:
veder le fronde ov’è la terra brulla;
dove l’inverno, un po’ di primavera!

Il Passato, grigio e taciturno pastore delle genti, che s’incorona di verde: ecco Imola d’oggi, ecco un po’ di tutte le città romagnole ove, tacendo ogni voce di industrie ed ogni romba di macchine, si compiace di regnare il Silenzio. Ma la primavera che in tutta Romagna trova mite aria per vivere e dolci clivi su cui gettare le sue rose, la primavera canta, fra gli orti imolesi, in note di poema, sì che fra il garrir delle rondini, le quali solcano l’aria e vanno e vengono come le spole alate di un immenso telaio invisibile, s’incrociano, in alto, voci di memorie, racconti di lotte e di paci, sorrisi di castellane, guizzi di spade sguainate, cozzanti in terribili giostre….

E dalle torri dei castelli montani che si levano sulle vette più ardue come per meglio vedere e dominare, alle rocche del piano che si celano fra il verde come per meglio appiattarsi in un agguato sinistro di battaglia e di morte, trasvolano gl’inni delle ricordanze gloriose, Castel del Rio contende la sua forza alla Rocca di Bagnara, e il ponte Alidosiano vanta iperbolicamente la sua arcata grande come il cielo, dinanzi al modesto silenzio del ponte sul Santerno, a’ piè d’Imola.

È tutta una visione di cose e di uomini, di soggezioni e di dominazioni, che si leva confusa nello stridìo assordante degli uccelli, a primavera, e noi, ascoltando quel tripudio aereo con l’animo aperto, cerchiamo di cogliere la espressione ed il significato delle memorie, cerchiamo di fermarne un poco del volo nella sua ampiezza naturale. Perciò, prima di soffermarci entro Imola, di cui già tracciammo un rapidissimo profilo storico, muoviamo per il circondario, ch’è tutto pieno di sole e di azzurro e di verde, e descriviamo come un itinerario sentimentale, in cui alla scrupolosa verità della storia possano fondersi, come in una piacevole armonia, le impressioni che dalle opere d’arte e dalla maestà dei ricordi siano per venire all’animo nostro.

E moviamo verso monte, all’estremo confine dell’ imolese, ove la rude anima romagnola si attenerisce nell’incontro con la gentile anima toscana; ove le due favelle, che pure sono favelle d’Italia, s’incontrano per salutare il cielo ed il sole che non furono mai così belli come su queste terre che amiamo.

1“Decima porro Emilia a Liguria incipiens, inter Appenninas Alpes et Padi fluenta versus Ravennam pergit. Haec locupletibus urbibus decoratur, Placentia scilicet et Parma, Regio et Bononia Corneliique Foro cuius castrum Imolas appellatur.” Paulus Diaconus, Historia Langobardorum, Liber II.18. Bibliotheca Augustana. http://www.hs-augsburg.de/~harsch/Chronologia/Lspost08/PaulusDiaconus/pau_lan2.html .

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