Santuario della Beata Vergine del Piratello, Imola. Luigi Orsini.


Santuario della Beata Vergine del Piratello, Imola. Luigi Orsini.

da COLLEZIONE di MONOGRAFIE ILLUSTRATE Serie I – ITALIA ARTISTICA. LUIGI ORSINI, Imola e la valle del Santerno BERGAMO, ISTITUTO ITALIANO D’ARTI GRAFICHE EDITORE. 1907. Pag. 46-69.

Ed ora, scendendo sulla via Emilia e volgendo i passi verso Imola, ci troveremo in breve al Piratello, una chiesa piena di memorie e di grazie, ove è necessario fermarci per ragioni d’arte e di storia, e per poesia di leggende. Di là proseguiremo direttamente per Imola, ove passeremo in rassegna tutto quanto di più artistico si raccolga fra le sue mura. Il Piratello merita invero una particolare e più diffusa trattazione. Il bel santuario, fiorito da una soavissima istoria che tiene in sè stessa rinchiuso il simbolo più puro della pietà umana e della carità divina, è nel cuore di tutti gli imolesi, credenti e non credenti, imperocché ognuno si sente legato da memorie più o meno lontane di fanciullezza o d’amore a tutto un poema di festività e di fede che intorno a quel santuario si svolge ed aleggia, perennemente.

Quella chiesa che sorge a tre chilometri dalla città, e leva al cielo il suo bel campanile bramantesco, come un fiore sbocciato in corolle di bronzo, con la sua mole austera che sembra vigilare il comune destino della morte (ai suoi piedi, nella remota calma delle cose spente, si distende il cimitero imolese), con quelle sue campane che piangono nei tramonti in note di estremo dolore, quali nes- sun’altra campana dell’ imolese ebbe mai raccolta nella propria anima canora, quel santuario che protegge la immagine della Vergine la quale parlò al pellegrino errabondo, ed ogni anno, a festeggiare il mese delle rose e degli amori, viene recata a visitare la città che se la tiene, ospite gradita, fra le mura del Duomo, per tre giorni e tre notti, nella gioconda malia delle musiche e dei profumi che accompagnano le processioni lungo le vie invase dal sole novello, quel santuario è pure un grande e dolce nido di sogni per gli imolesi tutti e non si può partire dalla città natale senza portarsene un ricordo che non si cancella, un senso di nostalgia perenne, un senso di triste dolcezza, nelle lontananze e nel tempo.

Raccontiamo dunque qualche cosa di questa chiesa, e risaliamo al miracolo delle rose onde s’infiora la leggenda del popolo, con primaverile gaiezza. La pia leggenda, cui non valse ad affievolire il volgere di quattro secoli, dice ancora al popolo cristiano una parola buona di fede e si adagia mollemente nella mite poesia dei fiori.

« Era l’anno 1483, al di 27 marzo. E c’era il cielo grigio e c’erano le nevi per la campagna e sui tetti delle case. E un alberello di pero levava le sue rame bianche, quasi fiorite, a proteggere un piccolo pilastro, in cima al quale sorrideva la immagine della Vergine, chini il capo e lo sguardo sul suo piccolo e grande figliuolo. E veniva un pellegrino, a nome Stefano Mangelli, da Cremona, sua patria; e moveva il passo lento verso Loreto, la terra del miracolo e della pura credenza. E il pellegrino, che aveva con sè il bordone e la bisaccia ormai vuota, ed una piccola fiasca con l’acqua per rifocillarsi, e aveva i piedi ignudi che non curavano il gelo, perchè a lui nel cuore cantava la fede e innanzi alla mente splendeva la visione del pio santuario lontano, si fermò dinanzi al piccolo pero che proteggeva la sacra icona. E si inginocchiò, poiché lo sguardo sereno della Vergine lo invitava alla preghiera. E trasse un piccolo cero da entro il bordone ch’era una canna vuota, e lo piantò nella neve perchè si reggesse, e l’accese. E cantò lodi a Maria. Ed ecco che il cero si spegne.

Perchè, dolce Madonna, il rovaio non usa riguardo alla piccola fiamma? Allora la effigie si animò. Gli occhi piovvero un tesoro di dolcezze e di grazie. E la Madonna disse: Ora vedi. E il pellegrino guardò, e vide due angioli belli come le rose farglisi dinnanzi e sollevare il cero e riaccenderlo e reggerlo finché la Madonna parlava. Disse allora il pellegrino: Che tu sii benedetta! E la Madonna: Or vedi dunque un primo segno della mia grazia. Levati, e va dal governatore di Imola, e di’ ciò che ài visto. Io mi sto qui al vento e al gelo. Mi facciano un po’ di riparo, già che questo povero pero più non basta a salvare dalle intemperie la mia immagine.

Il pellegrino piangeva. Allora riprese la Vergine: E poiché alcuno potrebbe dubitare delle tue parole, abbiti un segno di primavera. Nel tuo seno saranno le rose, le dolci rose che non ancora fioriscono sulle siepi freddolose. E fermò gli occhi, e altro non disse. Allora il pio pellegrino si levò, e venne ad Imola; per la strada i suoi piedi affondavano nella neve, ma egli vedeva rose da per tutto, e il suo sangue era caldo come se l’alito dell’estate tutto lo ravvivasse. E giunto a Imola, e gettatosi ai piedi del Governatore, raccontò ogni cosa. E poiché alcuno con occhio dubitoso lo guardava, egli sentì un dolce tepore nel seno, e si aperse, e fuor del povero saio una immensa fiorita di rose piovve i suoi petali e le sue corolle in una gaia festività primaverile.

Ed ecco come fu che il popolo d’Imola cantando ed esultando corse le vie della città, e le campane squillarono come per una inesprimibile gioia. E tutti trassero al luogo dove il piccolo pero allungava le rame a proteggere il pilastrello della Madonna. E fu una grande festa per tutti, e un inno solo salutò Maria, dolce nome, apportatrice di fede e precorritrice di primavera.

Cosi dice ancora la pia leggenda ai passeggieri che calcano, le scarpe rotte e il greve fardello della miseria sulle spalle, la polvere della via Emilia. E l’eco delle bighe romane ruotanti nel terribile galoppo dei cavalli dal piè ferrato, e il suono delle corazze scintillanti nel sole e squassate da bronzei petti delle soldatesche assoldate agli imperii d’un tempo, tutto si spegne dietro quel lieve cader di corolle che fa pensare alla neve, ne le albe di marzo. La neve e le rose si rassomigliano, e la fede, per l’odor suo e per la sua bianchezza, è come una loro pia sorella. Beato chi può averne l’anima piena, come un’aiuola !

E la Pasqua ricomparve in mezzo a tutto un riso di luce e di fiori. Il buon pellegrino, dopo cinque giorni di sosta, riprese bordone e cammino per Loreto, cantando.

Il Governatore diè subito avviso a Girolamo Riario ed a Caterina Sforza che si trovavano a Roma. Intanto si abbattè il pero che proteggeva l’immagine miracolosa e del suo tronco si potè fare il “Zoco et cassetta de la ciera de S. Maria del Piratello” di cui è detto nei giornali del beato Geremia Lambertenghi. Indi, con le oblazioni sollecitamente raccolte fra il popolo, si diè mano a murare un tempietto intorno al pilastro, finché, tornato da Roma Girolamo Riario al 6 di giugno, questi affidò la custodia del tempietto agli Eremitani di S. Francesco, fatti venire appositamente da Forlì e regalati tosto di una casa che venne loro costrutta presso la piccola chiesa.

Successo, fra tanto, Innocenzo VIII al pontificato di Sisto IV e, con breve di lui, surrogato a Girolamo Riario (ucciso in una congiura) il figlio Ottaviano nella tenera età di anni dieci, quest’ultimo venne affidato alla tutela di Caterina Sforza, la quale, come ognun sa, con virtù ammirevole seppe tener fronte ai più formidabili nemici che ne ebbero insidiata la signoria.

Nel 1488, il vescovo d’Imola, Giacomo Passarella, veniva trasferito a Rimini, ed a lui succedeva nella Cattedra imolese Simone Bonadies, canonico di S. Pietro, il quale, entrato in possesso della sua sede nell’anno 1489, si lagnò con Caterina Sforza che la Mensa episcopale fosse stata “turpemente espilata”, e la consigliò a provvedere alla pena degli ”espilatori”.

Ora venne Caterina in Imola, ch’era un ottobre, e si recò di persona con il suo sèguito, a visitare la Madonna del Piratello. Vuole la leggenda ch’essa facesse atto di mistica adorazione, recandovisi a piedi scalzi: ed in tale versione è un poco di quella grande poesia che il popolo à nel cuore. Poiché è soavemente gentile il pensare un autunno rosseggiante e malinconico sugli orti imolesi e sulle campagne che circondano la via maestra; mentre lontano digradano gli Apennini, sparsi di castella turrite, e assumono pallori di viole ed ànno improvvisi abbandoni giù per i dirupi riarsi. E soavemente mistico il figurarsi la bella signora d’Imola, a cui il destino nulla risparmiò delle grandezze e delle miserie di chi deve governare, china in atto di prece la pallida fronte su cui è qualche lieve ombra di tristezza e di rimpianto, trascinare i piccoli piedi rosei ed ignudi su li aspri ciottoli della via Emilia, sulla quale già trasvolarono le soldatesche romane fra nuvole di polvere e barbagli di spade, e muovere, circondata dalle sue ancelle compunte e da ‘suoi uomini a capo scoperto, muovere lentamente verso la Vergine che fece fiorire le rose sul cammino del povero errante.

E l’autunno circonda del suo sorriso malinconico le campagne e li orti ormai languenti, e lo spirito che surse ribelle e protervo contro le insidie dei tiranni e le male arti dei cortigiani, si piega alla umile espiazione di qualche colpa d’amore, di qualche vita troncata nelle torri delle tragiche rocche.

Così la Vergine delle rose operò un nuovo miracolo, chè si vide innanzi prostrata e pregante una donna che in terra di Romagna ebbe una delle più possenti e terribili signorie.

Ricondotto l’ordine ne’ suoi stati, Caterina, insieme col Padre Bernardo Settemagni da Crema, visitatore generale del terz’ordine che aveva la custodia del tempietto del Piratello, mandò supplica ad Innocenzo VIII a nome della città e del comune, acciocché accordasse facoltà di edificare al Piratello una chiesa con convento dove alcuni religiosi potessero abitare e celebrare e aver cura delle offerte e del luogo. E il Papa accordò tale facoltà. Cosicché nel maggio dello stesso anno (1490) mons. Mezzamici pose frate Bernardo da Crema in pieno possesso del pilastro e della casa, ed autorizzollo a fabbricare ivi chiesa e convento. Col beato Lambertenghi, saggio religioso inviato al Piratello come vicario, si intrapresero i lavori per la erezione della chiesa e del convento. Si fece una fornace, e nell’aprile del 1491 si staccarono i primi mandati a Marco da Mortara, fornaciaio.

E poiché cresceva in tutte le vicinanze la fama miracolosa della Vergine, fu tutta una grande alacrità nei lavori di costruzione. E un formicolìo, un brusio enorme di operai sulla via Emilia, un cantare di inni religiosi, una festa di fervori e di fedi faceva sorgere come per incanto le mura del santuario, mentre in quei giorni dell’ultimo giugno il grano già biondeggiava sotto i raggi del sole, e il buon villano apprestava la falce per cogliersi la mèsse benedetta.

Pare che il tabernacolo stupendo, ove è tuttora l’altare della Madonna, fosse compiuto verso il 1494 da Pier Severo da Piancaldoli, o da Antonio da Reggio, dopo di che si pensò di trasportare la imagine dal pilastro sul nuovo altare. Ciò fu eseguito da Simone Bonadies. L’imagine è d’ignoto autore, ma appartiene senza dubbio a quel periodo di transazione che fu tra il finire del secolo XIV e il principiare del XV. Essa, pure nella semplicità dei contorni, spira una grande dolcezza dal volto e dagli atti. La Vergine regge sul braccio destro il figlio Gesù e se lo stringe al seno amorosamente; un piccolo poema di affetto e di pietà umana.

Cesare Borgia, sul finire del 1500, fece donazione di un possedimento, da lui nominato Valentina, in Trentola, quale dote di una cappella da erigersi in quel santuario. L’altare di questa cappella sorgeva dove è ora un altare di S. Andrea Avellino: pare vi esistesse un quadro rappresentante l’Immacolata, dipinto da Leonardo da Vinci o da Dosso da Ferrara. Tale quadro fu rubato dai francesi nel 1797; reso, per intercessione del Canova, nel 1815, scomparve poi d’un tratto e non se ne seppe più nulla.

Grati alla munificenza del Valentino, i religiosi del Piratello fecero fare a M. Matteo da Piancaldoli, scalpellino, due stemmi del duca. L’uno fu murato fuori della chiesa dalla parte di settentrione; oggi non ne rimane che la targhetta, poiché alle insegne fu dato di scalpello sotto la Repubblica Cisalpina. L’altro fu posto dentro, nel pilastro prospiciente la cappella della Immacolata; poscia murato fuori della chiesa, dalla parte di levante: e reca il bove dei Borgia, le bande dei Lenzoli inquartate con i tre gigli di Francia, e in mezzo il gonfalone della Camera Apostolica con sotto le chiavi incrociate.

I bellissimi vetri, di cui resta un modesto per quanto pregevole saggio in sacrestia, furono fatti nel 1501. Pare che essi narrassero la storia ed i miracoli della Madonna, ed erano di così straordinaria vaghezza che molti artisti traevano curiosamente a vederli. Andarono forse distrutti quando si cambiò posto e forma alle finestre della chiesa.

I vetri che si conservano nella sacrestia rappresentano l’uno la Vergine genuflessa, a capo chino e mani giunte, avendo dinanzi e dischiuso un libro di fede; l’altro, l’Arcangelo Gabriele, l’annunziatore, il giovinetto soave, recante in una mano il giglio della purità, e dirizzante l’altra mano verso l’alto, come nel segno di porgere il divino messaggio. Altri dettagli si aggiungono ad accrescer vaghezza a tali disegni: una colomba sul capo dell’angelo; e uno scudetto, sotto a’ suoi piedi, nel quale è dipinto un albero dalle verdi chiome frondose e dai turgidi frutti: il simbolo del Piratello.

A questo tempo si fa risalire anche la costruzione del campanile. Secondo alcuni, esso dovrebbesi attribuire alla munificenza di Cesare Borgia, che l’avrebbe fatto disegnare o da Leonardo da Vinci o dal Bramante; ma documenti che confermino questa ipotesi non si trovano, secondo altri, esso sarebbe opera di Caterina Sforza, sempre però su progetto del Bramante; infine v’è alcuno che lo stima eretto posteriormente, forse dopo il 1507, quando il Bramante (che ne avrebbe fornito il disegno) si trovava in Imola per erigervi la tribuna per la statua di Giulio II presso la chiesa dell’Osservanza. Certamente, il campanile del Piratello è, fino alla guglia, di stile bramantesco: e la sua costruzione devesi far risalire ai primi anni del secolo XVI.

La prima volta che si portò la Madonna del Piratello in Imola (consuetudine la quale fu seguita fino a tutt’oggi) fu per le Rogazioni del 1617. La devozione crescente del popolo verso questa miracolosa immagine fece sì che anche i fondi per le opere riguardanti la chiesa venissero sensibilmente accresciuti. Così si poterono condurre ristauri di grande importanza, ai quali dobbiamo se oggi il santuario del Piratello è davvero ammirabile sotto il riguardo artistico.

Il cimitero adiacente al santuario fu iniziato nel 1820, tre anni dopo che la Commissione governativa d’igiene ebbe ordinata la costruzione di cimiteri comuni. In tale epoca i Minori Riformati Osservanti domandarono al Magistrato imolese che il monastero del Piratello fosse a loro ceduto; ed essi ebbero assunta la custodia del cimitero e del santuario.

L’ultimo ristauro alla chiesa fu quello iniziato nel 1881, a spese di una trentina di ricchi cittadini imolesi, avvicinandosi il tempo delle grandi feste centenarie. Tale ristauro fu condotto con lodevole senso d’arte. Furono chiamati Luigi Samoggia, ornatista di non dubbio valore, Luigi Busi e Alessandro Guardassoni, rinomati pittori, i quali decorarono la chiesa di figure e istorie e leggende, con armonico effetto di colori e di chiaroscuri. Tutta la vicenda del miracolo delle rose è raffigurata nei freschi del Guardassoni; mentre gli alati angeli del Busi sembrano levare verso l’alto un inno di gloria. E i finti bassorilievi del Samoggia traggono ancor oggi in inganno molti dei visitatori, tant’è la evidenza delle volute e dei fregi rappresentati. Pitture, tutte, che giustamente danno riputazione di alto decoro alla chiesa del Piratello, restando anche (quelle del Busi e del Guardassoni) come speciale documento della maturità artistica di due pittori, i quali pochi anni appresso si spegnevano, raccolta così in una suprema espressione di fede l’ultima luce della loro arte.

Convento del Santuario del Piratello: Cella di Pio IX

Convento del Santuario del Piratello: Cella di Pio IX

Ogni anno adunque, come accennammo nella introduzione a questa notizia, la immagine della Vergine viene portata in città: e la stagione delle rose non potrebbe più degnamente coronare la festa della fede e dell’amore. La Madonna viene accompagnata in pompa semplicissima fin presso le mura di Imola, e precisamente fino alla chiesa di Croce coperta (ove vuolsi accadesse il martirio di San Cassiano, che fu flagellato da’ suoi discepoli); ivi è ricevuta da tutte le compagnie processionali delle varie chiese d’Imola, dal clero, dai frati, dal vescovo, dalla musica cittadina, e da un numero enorme di fedeli. Tale cerimonia avviene la domenica precedente la festa dell’Ascensione, e precisamente nel periodo delle così dette Rogazioni.

Ed è uno spettacolo davvero pittoresco, quell’ingresso, contro le luci del tramonto attardantesi lungo la via Emilia ! Giù nel lontano orizzonte nereggia, contro quel grande chiarore di crepuscolo, il santuario del Piratello, la casa della Vergine: e dalla Porta Bolognese, in mezzo a tutta una fantasmagoria di luci e di colori, di ceri e di lampade, in mezzo a un ondar di campane, su cui primeggia maestoso il doppio grave e solenne di San Cassiano, in mezzo a un mormorio di preci, sopraffatto a quando a quando dal suono giocondo della musica cittadina, nell’eterno contrasto delle luci e delle ombre, dei sorrisi e delle lagrime, dei ricordi e delle speranze, giunge lenta, lunga, interminabile, e si svolge con solennità indescrivibile la processione, in fondo alla quale troneggia, sotto un baldacchino aureo di squisito lavoro, la Madonna del popolo. E a poca distanza la segue la carrozza, una carrozza seicentesca, di grande mole se non di molto pregio, tutta in legno verniciato di nero, e foderata di velluto rosso.

Carrozza di gala: museo diocesano

Carrozza di gala: museo diocesano

Tale carrozza maestosa dovrebbe servire alla Madonna nei casi di pioggia. Essa à una sua storia. Servi al cardinale Gozzadini quando nel 1715 fu spedito quale legato a latere di Clemente XI ad Elisabetta Farnese, per benedire in nome del Pontefice le regie nozze della medesima con Filippo V di Spagna. La carrozza di cui ora parliamo, servi poi a vari pontefici, venne acquistata dal cardinale Ganganelli, e poscia dal card. Chiaramonti. Fatta da questi verniciare di nero perchè tanto il Ganganelli quanto il Chiaramonti erano frati neri e cioè l’uno francescano e l’altro benedettino, quest’ultimo la lasciò alla Madonna del Piratello, per l’uso suddetto, con un’altra carrozza della stessa forma, ma da sèguito e non di gala.

La Madonna del Piratello viene accompagnata in San Cassiano, vi resta il lunedi, il martedì ed il mercoledì, nei quali giorni però viene portata in processione per le vie della città che le offrono, casa per casa, larga mèsse d’omaggi e di fiori, e al giovedì mattina, sulle prime ore, riparte per la sua casa, in pompa modestissima, accompagnata da un gran numero di popolo solerte, non senza rivolgersi, fuori di Porta Bologna, a benedire la città del suo amore.

Così questa immagine, muta e fredda nella sua pietra, si ravviva nel tepore della fede e nell’alito della leggenda, e torna donna, umanamente donna, pietosamente madre di dolcezze e d’affetti; torna quasi la creatura reale che noi, negli anni della fanciullezza credente, invocammo e credemmo compartecipe de’ nostri primi dolori, e anche oggi, benché molte fedi siano inesorabilmente tramontate in crepuscoli che via via vengono spegnendosi, anche oggi nel buio che ne circonda risorge la immagine pia, come una stella su l’orizzonte lontano.

Allora anche a quel breve e a pena percettibile raggio, si riprende il cammino con qualche bontà nova nello spirito o, se non nova, tale che ritornando, dopo avere molto e lontanamente migrato fuori di noi, acquista apparenza di novità: così come le rondini e le rose, press’a poco. Le vediamo ogni anno, non è vero? Eppure quando tornano sentiamo il desiderio di benedirle.

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