Importante scoperta del professor Padovani. Documentata la presenza di frati francescani a Imola fin dal 1227.


Il codice VII. E. 19 della Biblioteca Vittorio Emanuele II di Napoli al foglio 198 riferisce un interessante aneddoto sulla storia di un primitivo insediamento francescano in diocesi di Imola.

Il testo fu pubblicato nel 1927 da padre Livarius Oliger sulla rivista Antonianum del 1927 alle pagine 281-83 sulla base di un altro manoscritto – la Summa de Poenitentia di fra Servasanto da Faenza – tratto dal fondo Conventi soppressi, G. VI, 773 della Biblioteca Nazionale di Firenze. La limitata circolazione della rivista fece sì che questa importante testimonianza sfuggisse agli storici della Chiesa imolese, indotti a riferirsi, riguardo alla presenza dei francescani nel nostro territorio, al pur pregevole lavoro di padre Serafino Gaddoni (I frati minori in Imola e i tre ordini francescani nella città e diocesi imolese) che, essendo apparso nel 1911, non ebbe la possibilità di servirsi del documento. Per facilitarne la comprensione, ne fornirò qui la traduzione italiana dall’originale latino:

“Ai nostri tempi, in Romagna, presso Imola, v’era un piccolo luogo di frati, detto di Rio Cesare (Rivus Cassarius). Esisteva lì, come riferivano i frati antichi, dai quali ne ebbi notizia, una certa cella in una selva, nella quale, per le evidenti invasioni dei demoni, nessuno poteva restare a pregare. Giunse un giorno in quel luogo un uomo di vita santa e udite dai frati tali cose, volendo mettere alla prova ciò che aveva sentito dire, entrò in quella cella, sul far della sera, con l’intenzione di pregare. Mentre era intento all’orazione arrivò come al solito il nemico [il demonio] che subito tentò di spaventarlo con grida e gran rumore. Poiché il frate resisteva impavido, il diavolo, entrato nella cella, lo molestava prendendolo a calci sulle spalle. Quello, però, portate le mani alle spalle e afferrando con entrambe le mani il diavolo, lo gettò a terra usando tutta la forza che aveva in corpo. Il demonio, vinto, fuggì né si fece mai più vivo: ma lasciò dietro di sé, in quel posto, un tale fetore da costringere il frate a scappare dalla cella”.

Padre Oliger non fu in grado di precisare l’ubicazione della celletta che di recente ho individuato trattando di certi insediamenti monastici nella nostra diocesi (Monasticon Italiae. Diocesi di Imola. Introduzione storica e repertorio dei monasteri, in Benedictina. Rivista del centro Storico Benedettino Italiano, 51.2, 2004, p. 541-42, n. 27, anticipato in Pagine di vita e di storia imolesi, 9, 2003, p. 40). Il rio Cesaro, oggi Musa (ma il nome è certamente molto antico, derivando dal germanico Moos=luogo ricco di acque), dette il proprio nome ad un monastero, quello di S. Maria Maddalena de Rivo Caxario (o Caxarie), collocato ai piedi della collina di Goccianello – oggi all’altezza della via omonima, al n. 34 – attestato dalla documentazione superstite nel 1335 e nel libro III, rubrica 26, 100, 103 degli statuti del contado di Imola del 1347 (a cura di C. Benatti, Imola 2005, p. 238) come una delle chiese alle quali il massaro generale dava in elemosina 40 soldi: si parla però genericamente di frati, senza specificare l’ordine religioso di appartenenza. A quel tempo i francescani dovevano aver già ceduto la cella, ormai trasformata in chiesa, ad altri religiosi: probabilmente i canonici regolari di s. Agostino (attestati nel 1396) che la cedettero, verso il 1432, ai monaci armeni che vi tenevano almeno un paio di eremiti. Nel 1448 papa Niccolò V unì S. Maria Maddalena al monastero benedettino di S. Matteo e S. Maria del castello d’Imola, ma nel 1465 il luogo fu dato in affitto a un canonico della cattedrale. Tra Sei e Settecento l’edificio cadde in rovina: né, a tutt’oggi, è stato possibile rinvenire, di esso, traccia alcuna.

L’interesse del testo, sopra riferito, non è trascurabile, perché pare riferito ad un tempo – quello delle origini del movimento minoritico, nel quale – come riferisce la Vita seconda di Tommaso da Celano, cap. XXVI – Francesco “insegnava ai suoi a costruirsi piccole abitazioni e povere, di legno e non di pietra e cioè piccole capanne, di forma umile”, spesso in luoghi selvaggi. Sul punto concordano sia lo stesso Oliger, sia un autorevole studioso come padre Stanislao da Campagnola. È dunque probabile che la cella di Rio Casaro possa essere stato il primo insediamento dei frati minori ad Imola, nel cui territorio – secondo padre Gaddoni – sorsero le case di Cunio (1226), Lugo (1233) e Monte del Re (sec. XIII), a non grande distanza di tempo dalla visita in città del Poverello d’Assisi (1213 o 1222). Solo dopo la sua morte e la sua canonizzazione (1228) fu edificato il convento oltre porta Appia del quale si hanno notizie a partire dal 1253: convento poi abbandonato, l’anno 1359, per fare ingresso nella bella costruzione lodata dal Vasari, purtroppo sventrata nel 1812 per crearvi l’attuale teatro comunale. L’irreparabile perdita di un monumento così insigne è acuita dai frammenti di affreschi, che già decoravano la basilica inferiore, recentemente portati alla luce durante i lavori di restauro della biblioteca.

Andrea Padovani

La località dove è documentato l’insediamento, vicino a Goccianello.

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