La marginalità come paradigma della vita del cristiano


La marginalità come paradigma della vita del cristiano.

Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli

[pubblicato in Ricerca, 3/4 2012, 26-28]

Mi ha sempre colpito un testo di Dietrich Bonhoeffer all’inizio di Sequela, dove parla della vita monastica. Egli afferma che il monachesimo consiste nel “mettersi ai margini” per custodire “la grazia a caro prezzo”, diventando «una protesta vivente contro la mondanizzazione del cristianesimo, contro la riduzione della grazia a merce a poco prezzo».[1] Parlando dei monaci Bonhoeffer afferma: «ai margini della chiesa, si trovava il luogo dove fu tenuta desta la cognizione della grazia a caro prezzo e del fatto che la grazia implica la sequela».[2]

A partire dal Nuovo Testamento ci si potrebbe chiedere se lo stare “ai margini” non sia proprio una condizione del cristiano che vive la sua fede in modo autentico. Infatti, se andiamo a ripercorrere i testi dei Vangeli, possiamo scoprire che Gesù stesso ha vissuto questa condizione di “marginalità” e ha scelto nel suo ministero coloro che erano ai margini della società della sua epoca.

Un uomo del villaggio e del deserto

Innanzitutto proviamo a prendere in considerazione lo spazio abitato da Gesù. Nei Vangeli Gesù è un uomo sempre in cammino, che passa di villaggio in villaggio. Egli privilegia nel suo continuo cammino una regione marginale di Israele, la Galilea. Inoltre egli non entra in grandi città ma in piccoli villaggi. Addirittura se noi prendessimo in considerazione unicamente i racconti evangelici potremmo pensare che all’epoca di Gesù non ci fossero, ad eccezione di Gerusalemme, grandi entri abitati.[3] Invece noi sappiamo bene che in realtà non è così. Si tratta quindi di una scelta di Gesù quella di privilegiare nel suo ministero i villaggi. A questo tema hanno dedicato alcune pagine suggestive M. Pesce e A. Destro nel loro libro L’uomo Gesù. Giorni, luoghi, incontri.[4] Riferendosi al Vangelo di Marco, essi affermano che Gesù è «un uomo di villaggio che guarda alle grandi città e a tutto il resto della Terra di Israele a partire da un punto di vista periferico e marginale».[5]

Cosa può significare questa preferenza di Gesù per il villaggio? I tentativi di dare una risposta a questa domanda potrebbero essere certamente molteplici, a noi basta fare unicamente una sottolineatura. Il villaggio è luogo marginale, ma non per questo meno importante, della vita sociale. Le città sono il luogo nel quale si prendono le decisioni, dove si governa la vita sociale ed economica. Il villaggio, con la sua marginalità, il suo attaccamento alle tradizioni, la sua naturale resistenza all’anonimato che la vita cittadina può portare con sé, può essere, in qualche, modo una “contestazione” della città, un modo per mettersi ai margini e richiamarle l’attenzione su un’altra possibilità di vita.

Gesù poi non è solamente un uomo del villaggio, ma è anche un abitante del deserto. La missione di Gesù inizia nel deserto, dove lo Spirito lo spinge per fargli vivere la prova (Mc 1,12). Il deserto è luogo marginale per eccellenza. Anche i primi monaci nell’antico Egitto si ritireranno nel deserto per vivere la prova e diventare un richiamo per tutta la Chiesa alla radicalità della sequela del vangelo. Nel deserto Gesù è “messo alla prova” da Satana e lì si rivela come l’uomo secondo il sogno di Dio capace di recuperare l’armonia con il creato (cf. Mc 1,13). Nel deserto Gesù si ritirerà anche al termine della “giornata di Cafarnao” che apre il secondo Vangelo (cf. Mc 1,21-39). Marco narra che Gesù «al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava» (Mc 1,35). Siamo al termine di una giornata tipo di Gesù nella quale egli ha compiuto opere grandi: ha insegnato nella sinagoga con autorità, ha liberato un indemoniato, ha sanato la suocera di Pietro e molti altri malati della città. Ma al mattino presto Gesù si sottrae alla folla e al successo per ritirarsi in un luogo deserto per pregare. Quando Simone, insieme al altri discepoli, lo troveranno e lo inviteranno a ritornare nel villaggio per continuare l’opera che gli aveva procurato tanto successo e notorietà, Gesù dirà loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». (Mc 1,38). Recandosi in un luogo deserto, ai margini del villaggio, nella preghiera Gesù ritorna al senso più profondo e vero della sua missione – «per questo sono venuto» – e riafferma la signoria di Dio sulla propria vita. Il deserto è per Gesù stesso, per la sua vita “il luogo marginale” nel quale ritrovare il senso delle cose.

Più avanti nel racconto di Marco Gesù inviterà anche i suoi discepoli, di ritorno dalla missione alla quale li aveva invitai, a recarsi in un luogo deserto per riposare (Mc 6,31-32). E’ come se Gesù volesse indicare ai suoi discepoli la necessità di vivere la missione come lui, trovando nel deserto, cioè ai margini, il senso autentico delle loro attività. Nel deserto, raggiunti dalla folla affamata di parola e di pane, dovranno scoprire che il successo della loro missione non dipenderà da grandi azioni e mezzi potenti, ma dalla disponibilità a mettere a disposizione la propria povertà – cinque pani e due pesci (Mc 6,38; cf. anche 8,5) – perché a partire da essa il Signore possa sfamare una folla immensa in modo sovrabbondante.

Amico di pubblicani e di peccatori

Anche dal punto di vista delle relazioni Gesù si presenta come uno che “vive ai margini”. Infatti egli «si sottrae alla propria famiglia e al proprio villaggio, esponendosi a instabilità, incertezze e critiche. Egli è contro la stabilità e contro la certezza. Sceglie una vita che non tende a radicarsi in un tessuto sicuro e confortevole».[6] Nel Vangelo di Luca Gesù è chiamato «amico di pubblicani e di peccatori» (Lc 7,34). Il fatto che chi vede Gesù all’opera possa dire una cosa simile ci dice qualcosa di molto significativo sulle relazioni di Gesù. Se percorriamo l’inizio del Vangelo di Marco – il più antico dei vangeli – questa impressione viene confermata. Basta pensare che il primo gesto pubblico che Gesù compie non è né un miracolo, né un grande discorso inaugurale, ma quello di mettersi in fila con coloro che andavano da Giovanni per farsi battezzare (Mc 1,9-11). Giovanni nel deserto, quindi anche lui ai margini della vita sociale, «proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati» (Mc 1,4). Coloro che andavano da lui quindi si sentivano bisognosi di essere perdonati e di cambiare vita. Da Luca sappiamo che andavano da Giovanni diverse categorie di persone, tra cui i pubblicani, considerati pubblici peccatori. Non è un caso che Gesù inauguri la sua missione con questo gesto e che proprio in questo momento una voce dal cielo lo chiami “mio figlio” e proclami la compiacenza divina per lui (cf. Mc 1,11).

Continuando a percorrere il Vangelo di Marco, troviamo la giornata di Cafarnao. Come abbiamo già detto, in quella giornata Gesù incontra un indemoniato, una donna con la febbre e molti altri malati. Persone quindi che vivono una situazione di limite e spesso anche, se pensiamo alla società dell’epoca, emarginate. Successivamente Gesù guarisce una persona affetta da lebbra (Mc 1,40-45), la persona emarginata per eccellenza (cf. Lv 13,45-46), alla quale era proibito entrare nei centri abitati. Un uomo che viveva ai margini per costrizione e non per scelta. Infine, ma gli episodi potrebbero essere altri, ricordiamo la chiamata di Levi e il successivo banchetto con i peccatori (Mc 2,14-17). In questo episodio emerge, nella comunione di mensa, la solidarietà di Gesù con le persone più emarginate della sua epoca. Notiamo che non si tratta di giustificare “a buon mercato” la condotta sbagliata di alcune categorie di persone, ma di assumere l’atteggiamento del medico venuto per sanare (Mc 2,17).

Fuori della porta della città

La Lettera agli Ebrei ricorda che Gesù è stato crocifisso “fuori della città” (Eb 13,12), cioè ai margini del luogo santo. Gesù stesso quindi, oltre ad essere “solidale” nella sua vita soprattutto con coloro che sono ai margini, nella sua Pasqua subisce la sorte dei malfattori, come un emarginato. Nella passione e morte di Gesù emerge nel modo più forte e provocante la sua scelta di abitare ai margini e di essere l’amico degli emarginati. Negli eventi pasquali si rivela ciò che ha caratterizzato tutta la sua esistenza, la scelta cioè degli ultimi e degli emarginati. In fondo la sua stessa morte è il frutto di una tale scelta. Infatti la decisione di far morire Gesù in Mc 3,6 da parte dei farisei e degli erodiani si colloca proprio al termine di una serie di episodi che pongono in evidenza il comportamento provocatorio di Gesù con il quale egli rivela il volto del Padre.

Uomini e donne del villaggio e del deserto

Quale può essere il senso di questa scelta di marginalità vissuta da Gesù per i suoi discepoli oggi. Essi come il loro maestro devono essere uomini e donni del villaggio e del deserto, abitando ai margini. Questa loro chiamata deve tradursi in scelte concrete non per diventare una “setta di puri” ma per ricordare con la loro testimonianza il gioioso annuncio su Dio che Gesù ha portato ed è stato. Vivere la marginalità non significa separarsi dalla società o ergersi a giudici degli altri, ma permettere a tutti di guardarsi con occhi differenti, di prendere le distanze da una vita che scorre senza più interrogarsi sulla bontà e bellezza delle scelte che si compiono. Dai margini infatti si può richiamare alle cose che veramente contano e che spesso si corre il rischio di perdere di vista.


[1] D. Bonhoeffer, Sequela, (= Opere di Dietrich Bonhoeffer 4), Queriniana, Brescia 20012,31.

[2] Bonhoeffer, Sequela, 30-31.

[3] Cf. A. Destro – M. Pesce, L’uomo Gesù. Giorni, luoghi, incontri di una vita, Mondadori, Milano 2008, 19.

[4] Cf. Destro –Pesce, L’uomo Gesù. Giorni, 19-25.

[5] Destro –Pesce, L’uomo Gesù. Giorni, 22.

[6] Destro –Pesce, L’uomo Gesù. Giorni, 45.

Annunci