Simone Weil. Appunti sulla soppressione dei partiti politici.


Simone Weil

Appunti sulla soppressione dei partiti politici

I partiti sono un formidabile meccanismo, in virtù del quale, in un’intera nazione, non vi è un solo spirito che presti tutta la sua attenzione allo sforzo di discernere nella vita pubblica il bene, la giustizia, la verità. Ne deriva che – salvo un piccolissimo numero di coincidenze fortuite – non vengono decise ed eseguite che misure contrarie al bene pubblico, alla giustizia e alla verità. Se si affidasse al diavolo l’organizzazione della vita pubblica, non potrebbe immaginare nulla di più ingegnoso.

Il termine partito è preso in questo caso nel significato che ha sul continente europeo. Nei paesi anglosassoni questo termine sta ad indicare una realtà ben diversa, che ha la sua radice nella tradizione inglese e che non è quindi trapiantabile. Un secolo e mezzo di esperienze lo dimostra a sufficienza. C’è nei partiti anglosassoni un elemento di gioco, di sport, che non può esistere se non in una istituzione di origine aristocratica; tutto invece è serio in una istituzione che è plebea in partenza. La nozione di partito non faceva parte della concezione politica francese del 1789, fuor che come un male da evitare.

Ci fu tuttavia il club dei Giacobini. Dapprima era solo un luogo di libere discussioni. Non fu alcuna specie di meccanismo fatale a trasformarlo: fu unicamente la pressione della guerra e della ghigliottina che ne fece un partito totalitario. Le lotte di fazione sotto il Terrore si svilupparono secondo il pensiero così ben formulato dal Tomski: “Un partito al potere e tutti gli altri in prigione”. Sul continente europeo il totalitarismo è il peccato originale dei partiti. Per un verso rappresenta l’eredità del Terrore, per un altro verso l’influenza dell’esempio inglese, che introdusse i partiti nella vita pubblica europea. Il fatto però che essi esistono non è assolutamente un motivo per conservarli. Il bene soltanto è un motivo legittimo di conservazione.

Il male dei partiti politici salta agli occhi. Il problema da esaminare consiste nel vedere se vi sia in essi un bene che abbia il sopravvento sul male e che renda pertanto desiderabile la loro esistenza. Cade tuttavia molto più a proposito domandarsi: vi è in essi una benché infinitesima parte di bene? Non sono essi un male allo stato puro o quasi? Se rappresentano un male, è chiaro che di fatto e nella pratica non possono produrre che del male. E’ un articolo di fede. “Un buon albero non può mai portare frutti cattivi, né un albero marcio dei frutti buoni”. Ma bisogna anzitutto capire qual è il criterio del bene. Questo non può essere che la verità, la giustizia, e, in secondo luogo, l’utilità pubblica.

La democrazia, il potere della maggioranza non sono beni. Sono dei mezzi in vista del bene, a torto o a ragione ritenuti efficaci. Se, invece di Hitler, la Repubblica di Weimar avesse deciso attraverso le vie più rigorosamente legali e parlamentari di mettere gli Ebrei in campi di concentramento e di torturarli con raffinatezza fino alla morte, non avrebbero avuto un atomo di legittimità più di quanto non ne abbiano attualmente. Ora una tal cosa non è per niente inconcepibile. Solo ciò che è giusto è legittimo. Il delitto e la menzogna non lo sono mai. Il nostro ideale repubblicano deriva interamente dalla nozione di volontà generale dovuta a Rousseau.

Ma il senso di questa nozione si è smarrito quasi subito, perché si tratta di una nozione complessa e richiede un grado di attenzione notevole. A parte alcuni capitoli, pochi libri sono belli, forti, lucidi e tersi come Il Contratto Sociale. Si dice che pochi libri hanno avuto altrettanta influenza. Ma di fatto tutto è avvenuto e ancora avviene come se non fosse mai stato letto. Rousseau partiva da due principi evidenti. L’uno che la ragione discerne e sceglie la giustizia e l’utilità innocua, e che ogni delitto ha per movente la passione. L’altro, che la ragione è identica in tutti gli uomini, mentre le passioni sono per lo più diverse. Per conseguenza, se su un problema generale ciascuno riflettesse solo ed esprimesse una opinione, e se le opinioni fossero in seguito confrontate fra di loro, probabilmente esse coinciderebbero per la parte giusta e ragionevole di ciascuno, e sarebbero differenti per quanto riguarda le ingiustizie e gli errori.

E’ solo in virtù di un ragionamento di questo genere che si ammette che il consensus universale indichi la verità. La verità è una sola. La giustizia è una sola. Gli errori, le ingiustizie variano all’infinito. Parimenti gli uomini convergono nel giusto e nel vero, mentre la menzogna e il delitto li fanno indefinitamente divergere. Poiché l’unione è una forza materiale, è lecito sperare di trovare in essa un mezzo per rendere quaggiù la verità e la giustizia materialmente più forti che il delitto e l’errore. Ci vuole un meccanismo adatto. Se la democrazia è questo meccanismo è valida. Altrimenti no.

Una volontà ingiusta comune a tutta la nazione non era per niente superiore agli occhi di Rousseau – ed era nel vero – alla volontà ingiusta di un solo uomo. Rousseau pensava però che una volontà comune a tutto un popolo era di fatto per lo più conforme alla giustizia per via della reciproca neutralizzazione e compensazione delle passioni particolari. In ciò stava per lui l’unico motivo di preferire la volontà del popolo a una volontà singola. Così avviene che una data massa d’acqua, benché composta di particelle che si muovono e si urtano senza posa, è perfettamente equilibrata e statica. Essa rimanda agli oggetti le loro immagini con una verità inoppugnabile. Essa indica perfettamente il piano orizzontale. Essa dice senza errore la densità degli oggetti che vi si immergono.

Qualora individui passionali, portati dalla passione al delitto e alla menzogna, riescano a equilibrarsi in un popolo veridico e giusto, allora è bene che il popolo sia sovrano. Una costituzione democratica è buona se realizza anzitutto nel popolo questo stato di equilibrio, e se solo in seguito fa in modo che i voleri del popolo vengano eseguiti. Il vero spirito del 1789 consiste nel pensare non che una cosa è giusta perché il popolo la vuole, ma che a certe condizioni il volere del popolo ha maggiori probabilità di qualsiasi altro volere di essere conforme alla giustizia.

Vi sono parecchie condizioni indispensabili per poter applicare la nozione di volontà generale. Due particolarmente vanno tenute presenti. L’una è che nel momento in cui il popolo prende coscienza di uno dei suoi voleri e lo esprime, non vi sia alcuna specie di passione collettiva. E’ chiaro che per il solo fatto che vi sia passione collettiva il ragionamento di Rousseau cade. Rousseau lo sapeva. La passione collettiva è un impulso al delitto e alla menzogna infinitamente più potente di qualsiasi passione individuale. Gli impulsi cattivi, in questo caso lungi dal neutralizzarsi, si elevano reciprocamente alla millesima potenza. La pressione diventa quasi irresistibile, fuorché per gli autentici santi.

Una massa d’acqua movimentata da una corrente violenta, impetuosa, non riflette più gli oggetti, non è più una superficie orizzontale, non indica più le densità. E non ha importanza che sia mossa da una sola corrente o da cinque o sei correnti che si urtino e che provochino dei gorghi. In ambedue i casi è ugualmente agitata. Se una sola passione collettiva afferra tutto un paese, il paese intero è unanime nel delitto. Se due o quattro o cinque o dieci passioni collettive lo dividono, esso è diviso in parecchie bande di criminali. Le passioni divergenti non si neutralizzano come avviene per una polvere di passioni individuali fuse in una massa; il numero è molto piccolo, è troppo piccolo, la forza di ciascuna è troppo grande, perché possa avere luogo la neutralizzazione.

La lotta le esaspera. Esse cozzano con un frastuono veramente infernale, e che rende impossibile udire anche solo per un secondo la voce della giustizia e della verità, quasi sempre impercettibile. Quando in una nazione vi è passione collettiva è probabile che non importa quale volontà singola sia più vicina alla giustizia e alla ragione che la volontà generale o piuttosto di ciò che ne costituisce la caricatura. La seconda condizione è che il popolo possa esprimere il suo volere rispetto ai problemi della vita pubblica e non fare soltanto una scelta di persone. Ancora meno una scelta di collettività irresponsabili. Poiché la volontà generale non ha alcuna relazione con una tale scelta.

Se nel 1789 ebbe luogo una certa espressione della volontà generale, benché si fosse adottato il sistema rappresentativo non sapendone immaginare un altro, ciò avvenne perché ci furono ben altro che delle elezioni. Tutto ciò che vi era di vivo nel Paese – e il Paese a quel tempo traboccava di vita – aveva cercato di esprimere un pensiero valendosi dei quaderni di rivendicazione. I rappresentanti si erano in gran parte fatti conoscere nel corso di cooperazione nel pensiero; ne conservavano il calore; sentivano il Paese attento alle loro parole, geloso di sorvegliare se esse traducevano esattamente le sue aspirazioni. Per qualche tempo – breve tempo – essi furono veramente semplici organi di espressione al servizio del pensiero pubblico. Un fatto simile non ebbe mai più luogo.

La semplice enunciazione di queste due condizioni dimostra che non abbiamo mai conosciuto niente che assomigli anche di lontano a una democrazia. In ciò che chiamiamo con questo nome, il popolo non ha né l’occasione, né il mezzo di esprimere qualche parere su problemi della vita pubblica; e tutto ciò che sfugge agli interessi dei singoli è lasciato alle passioni collettive, le quali vengono sistematicamente e ufficialmente incoraggiate. Lo stesso uso dei termini democrazia e repubblica obbliga a esaminare con attenzione estrema i due seguenti problemi: – come dare di fatto agli uomini che compongono il popolo di Francia la possibilità di esprimere talvolta un giudizio sui grandi problemi della vita pubblica? – Come impedire nel momento in cui il popolo è interrogato, che circoli in mezzo a lui qualche specie di passione collettiva? Se non si pensa a questi due punti, è inutile parlare di legittimità repubblicana.

Non è facile immaginare delle soluzioni. Ma è evidente, dopo un attento esame, che ogni soluzione implicherebbe anzitutto la soppressione dei partiti politici. Per giudicare i partiti politici secondo il criterio della verità, della giustizia, del bene pubblico, conviene cominciare col fissarne i caratteri essenziali. Se ne possono stabilire tre: – un partito politico è una macchina per fabbricare passione collettiva. – Un partito politico è un’organizzazione costituita in modo da esercitare una oppressione collettiva sul pensiero di ciascuno degli esseri umani che ne sono membri. – Il primo scopo e, in ultima analisi l’unico scopo di ogni partito politico, è il suo potenziamento, e ciò senza alcun limite.

In grazia di questo triplice carattere, ogni partito è totalitario in germe e come aspirazione. Se non è tale di fatto, è solo perchè quelli che lo circondano non lo sono meno di lui. Queste tre caratteristiche sono verità di palmare evidenza per chiunque si è accostato alla vita dei partiti. La terza caratteristica è il caso particolare di un fenomeno che si verifica là dove il collettivo domina gli esseri pensanti. E’ il rovesciamento della relazione tra fine e mezzo. Ovunque, e senza eccezione, tutte le cose generalmente considerate come dei fini sono per natura, per definizione, per essenza e nel modo più evidente unicamente dei mezzi. Si potrebbero citare tanti esempi quanti si vuole in tutti i campi. Denaro, potere, Stato, grandezza nazionale, produzione economica, diplomi universitari, e così via. Solo il bene è un fine.

Tutto ciò che appartiene al dominio dei fatti rientra nell’ordine dei mezzi. Ma il pensiero collettivo è incapace di elevarsi al di sopra del dominio dei fatti. E’ un pensiero animale. Non ha la nozione del bene che in misura a mala pena sufficiente per commettere l’errore di scambiare questo o quel mezzo per un bene assoluto. La stessa cosa avviene per i partiti. In linea di principio il partito è uno strumento al servizio di una certa concezione del bene pubblico. Ciò è vero anche per quelli che sono legati agli interessi di una categoria sociale, poiché si tratta sempre di una certa concezione del bene pubblico in virtù della quale vi sarebbe coincidenza tra il bene pubblico e quegli interessi. Ma questa concezione è estremamente vaga. Ciò è vero senza eccezione e quasi senza differenza di grado. I partiti più deboli e i partiti più fortemente organizzati si equivalgono quanto alla indeterminatezza della dottrina.

Nessuno, per quanto abbia profondamente studiato la politica, riuscirebbe a esporre in modo chiaro e preciso la dottrina di alcun partito, ivi compreso, dandosi il caso, il suo. Ciò non lo confessiamo volentieri neppure a noi stessi. Se ce lo confessassimo, saremmo ingenuamente tentati di vederci il segno di una incapacità personale, non riuscendo a capire che l’espressione: “Dottrina di un partito politico” non può mai, data la natura delle cose, avere alcun significato. Anche se trascorresse tutta la sua vita a scrivere e a esaminare problemi ideologici, un uomo non ha che molto raramente una dottrina. Una collettività non ne ha mai. Non è merce collettiva.

È vero, si può parlare di dottrina cristiana, dottrina indù, dottrina pitagorica, e così via. Ciò che allora si indica con questo termine non è né individuale né collettivo; è una cosa situata infinitamente al di sopra dell’uno o dell’altro campo. È, puramente e semplicemente, la verità. Il fine di un partito politico è cosa vaga e irreale. Se fosse reale esigerebbe un grandissimo sforzo di attenzione, poiché una concezione del bene pubblico non è cosa facile da pensare. L’esistenza del partito è palpabile, evidente, e non esige nessun sforzo per essere ammessa. Riesce pertanto inevitabile che di fatto il partito diventi fine a se stesso.

Già in questo vi è della idolatria, poiché Dio solo è un fine legittimo per se stesso. Il passaggio è facile. Basta porre come assioma che la condizione necessaria e sufficiente affinché il partito serva efficacemente la concezione del bene pubblico in vista del quale esiste è che abbia una larga porzione di potere. Tuttavia nessuna quantità finita di potere può di fatto essere ritenuta sufficiente, soprattutto allorché è stata ottenuta. In seguito all’assenza di pensiero, il partito si trova praticamente in un costante stato di impotenza che esso attribuisce sempre all’insufficienza di potere di cui dispone. In realtà, fosse pure padrone assoluto del Paese, le esigenze internazionali impongono limiti ben definiti. La tendenza essenziale dei partiti è totalitaria non soltanto rispetto a una nazione, ma rispetto al globo terrestre.

Appunto perché la concezione del bene pubblico, caratteristica di questo o di quel partito, è una finzione, una cosa vuota e senza realtà si impone la ricerca della potenza totale. Ogni realtà implica di per sé un limite. Ciò che invece semplicemente non esiste non è mai limitabile. Per questo si dà alleanza e parentela fra il totalitarismo e la menzogna. Molti, è vero, generalmente non pensano a una potenza totale; questo pensiero farebbe loro paura. È un pensiero vertiginoso e occorre una specie di grandezza d’animo per sostenerlo. Costoro, quando si interessano di un partito, si contentano di desiderarne lo sviluppo; lo fanno però come una cosa che non comporti alcun limite. Se quest’anno vi sono tre iscritti più che l’anno scorso, oppure se la colletta ha dato 100 franchi in più, sono contenti.

Ma desiderano che ciò continui indefinitamente nella stessa direzione. Essi non concepirebbero che il loro partito potesse avere in qualche caso troppi iscritti, troppi elettori, troppi mezzi. Il temperamento rivoluzionario porta a concepire la totalità. Il temperamento piccolo-borghese porta ad acclimatarsi nell’immagine di un progresso lento, continuo e illimitato. Ma nei due casi lo sviluppo materiale del partito diventa l’unico criterio rispetto al quale si definiscono in tutte le cose il bene e il male. Precisamente come se il partito fosse un animale da ingrassare, e l’universo fosse stato creato per ingrassarlo. Non si può servire Dio e Mammona. Qualora si abbia un criterio del bene diverso dal bene, si perde la nozione del bene. Dal fatto che lo sviluppo del partito costituisce un criterio del bene, deriva inevitabilmente una pressione collettiva del partito sul pensiero degli uomini.

Questa pressione si esercita di fatto. Si rivela pubblicamente. È confessata, proclamata. Tutto questo ci farebbe orrore se l’abitudine non ci avesse straordinariamente accecati. I partiti sono organismi costituiti pubblicamente, ufficialmente in modo da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia. La pressione collettiva viene esercitata sul grande pubblico attraverso la propaganda. Lo scopo confessato dalla propaganda è di persuadere, non di comunicare maggior luce. Hitler aveva compreso benissimo che la propaganda è sempre un tentativo di asservire gli spiriti. Tutti i partiti fanno propaganda. Quello che non ne facesse sparirebbe per il fatto che gli altri ne fanno.

Tutti confessano che fanno della propaganda. Nessuno ha tanto coraggio nella menzogna al punto da affermare che si interessa dell’educazione del pubblico, che lavora per formare il giudizio del popolo. I partiti parlano, è vero, di educazione rispetto a coloro che sono venuti ad essi, simpatizzanti, giovani, nuovi iscritti. Questa parola è una menzogna. Si tratta di una preparazione per portare a compimento il dominio ben più rigoroso esercitato dal partito sul pensiero dei suoi membri. Supponiamo che l’iscritto di un partito – deputato, candidato alla Camera, o semplicemente militante – prenda pubblicamente il seguente impegno: “Ogni qualvolta esaminerò non importa quale problema politico o sociale, mi impegno a dimenticare assolutamente il fatto che io sono membro di questo gruppo e a preoccuparmi esclusivamente di discernere il bene pubblico e la giustizia”.

Questo linguaggio suonerebbe molto male. I suoi e anche molti altri lo accuserebbero di tradimento. I meno ostili direbbero: “E allora perché si è iscritto a un partito?”, confessando così ingenuamente che entrando in un partito si rinuncia a cercare unicamente il bene comune e la giustizia. Quest’uomo verrebbe espulso dal suo partito, o almeno ne perderebbe l’investitura; non sarebbe certamente eletto. Ma, ciò che è più grave, non sembra neppure possibile che queste cose vengano dette. Di fatto, salvo errore, non sono mai state dette. Se sono state pronunciate delle parole apparentemente simili a quelle, era soltanto in virtù di uomini desiderosi di governare con appoggio di partiti diversi dal loro. Parole di questo genere suonavano allora come una specie di mancanza alla parola data.

Per converso sembra molto naturale, ragionevole e onorevole che qualcuno dica: “Come conservatore”, oppure: “Come socialista io penso che …”. Questo, è vero, non è caratteristico solo dei partiti. Non ci si vergogna per esempio di dire: “Come francese, io penso che …”, “Come cattolico, io penso che …”. Alcune ragazze che si dicevano attaccate al gollismo, come all’equivalente francese dell’hitlerismo, aggiungevano: “La verità è relativa, anche in geometria”. Toccavano con ciò il nòcciolo della questione. Se non vi è verità, è legittimo pensare in questo o in quel modo in quanto si è di fatto questa o quella cosa. Come si hanno capelli neri, bruni, rossi o biondi, poiché si è tali, si esprimono questi o quei pensieri. Il pensiero, come i capelli, diventa allora il prodotto di un processo fisico di eliminazione.

Se invece si riconosce che vi è una sola verità, non è lecito pensare se non ciò che è vero. Si pensa allora questa data cosa, non perché si è di fatto francese, o cattolico, o socialista, ma perché la luce irresistibile dell’evidenza obbliga a pensare così e non altrimenti. Se non vi è evidenza e ha luogo il dubbio, è chiaro che nello stato di conoscenza di cui si dispone, la questione è dubbiosa. Se vi è una debole probabilità, è evidente che vi è una debole probabilità; e così via. In ogni caso la luce interiore accorda sempre a chiunque la consulti una risposta chiara. E il contenuto della risposta è più o meno affermativo; poco importa. Esso è sempre suscettibile di revisione; ma nessuna correzione può essere apportata se non attraverso un accrescimento di luce interiore.

Se un uomo, iscritto ad un partito, è assolutamente deciso a non essere fedele in tutti i suoi pensieri che alla luce interiore esclusivamente e a niente altro, non può far conoscere questa risoluzione al suo partito. Di fronte ad esso è in stato di menzogna. Tale situazione non può essere accettata se non in vista della necessità che costringe a trovarsi in un partito per partecipare efficacemente alla vita pubblica. Ma allora questa necessità è un male, e occorre mettervi fine, sopprimendo i partiti. Un che non ha deciso di essere esclusivamente fedele alla luce interiore stabilisce la menzogna nel centro stesso dell’anima. Le tenebre interiori ne sono la punizione. Invano si cercherebbe di tirarsi fuori distinguendo fra libertà interiore e indisciplina esteriore poiché bisognerebbe in questo caso mentire al pubblico verso il quale ogni candidato, ogni eletto ha un obbligo particolare di verità.

Se mi appresto a dire in nome del mio partito cose che stimo contrarie alla verità e alla giustizia, posso dirlo in una avvertenza preliminare? Se non lo faccio, mento. Di queste tre forme di menzogna – verso il partito, verso il pubblico, verso se stesso – la prima è di gran lunga la meno cattiva. Se però l’appartenenza a un partito costringe sempre, in ogni caso, alla menzogna, l’esistenza dei partiti è assolutamente, incondizionatamente un male. Capitava sovente di vedere negli avvisi di assemblee: il Sig. X … esporrà il punto di vista comunista (sul problema in oggetto). Il Sig. Y … esporrà il punto di vista socialista. Il Sig. Z … esporrà il punto di vista radicale. In che modo questi infelici potevano conoscere il punto di vista che dovevano esporre? Chi potevano essi consultare? Quale oracolo? Una collettività non ha lingua ne penna. Gli organi di espressione sono tutti individuali. La collettività socialista non risiede in alcun individuo. Così la collettività radicale. La collettività comunista risiede in Stalin, ma egli è lontano; non si può telefonargli prima di parlare in una riunione.

No, i signori X …, Y …, Z … consultavano se stessi. Ma siccome erano onesti, si mettevano dapprima in uno stato mentale particolare, in uno stato simile a quello in cui li aveva posti così sovente l’atmosfera degli ambienti socialisti, comunisti, radicali. Posti in questo stato mentale, se ci si lascia andare alle proprie relazioni si produce naturalmente un linguaggio conforme ai “punti di vista” comunista, socialista, radicale. A condizione, beninteso, di proibirsi rigorosamente ogni sforzo di attenzione per scoprire la giustizia e la verità. Se un tale sforzo venisse compiuto si rischierebbe – orrore! – di esprimere un “punto di vista personale”.

Oggi infatti si pensa che la tensione verso la giustizia e la verità corrispondono ad un punto di vista personale. Quando Ponzio Pilato ha domandato al Cristo: “Che cos’è la verità?” il Cristo non ha risposto. Egli aveva già risposto dicendo: “Io sono venuto a portare testimonianza della verità”. Non vi è che una risposta. La verità sono i pensieri che sorgono nello spirito di una creatura pensante desiderosa totalmente, esclusivamente della verità. La menzogna, l’errore – termini equivalenti – sono i pensieri di coloro che non desiderano la verità, e di coloro che desiderano la verità più qualche altra cosa.

Per esempio, che desiderano la verità e in più la conformità con questo o con quel pensiero stabilito. Ma come desiderare la verità senza sapere niente di essa? Questo è il mistero dei misteri. Le parole che esprimono una perfezione inconcepibile per l’uomo – Dio, verità, giustizia – pronunciate interiormente con desiderio, senza essere unite con alcuna concezione particolare, hanno il potere di elevare l’anima e di inondarla di luce. Desiderando la verità a vuoto e senza tentare di indovinarne in anticipo il contenuto si riceve la luce. In ciò consiste dunque il meccanismo dell’attenzione. È impossibile esaminare i problemi spaventosamente complessi della vita pubblica badando contemporaneamente da una parte a discernere la verità, la giustizia, il bene pubblico, dall’altra a conservare l’atteggiamento che conviene al membro di un tale raggruppamento.

La facoltà umana dell’attenzione non è capace di due prestazioni simultanee. Di fatto, chiunque sceglie all’una, abbandona l’altra. Ma nessuna sofferenza attende colui che abbandona la giustizia e la verità. Mentre il sistema dei partiti implica le penalità più dolorose per gli indocili, si tratta di penalità che toccano quasi tutto: la carriera, i sentimenti, l’amicizia, la stima, la parte esteriore dell’onore, talvolta persino la vita familiare. Il partito comunista ha portato il sistema alla perfezione. Anche per colui che non cede interiormente, l’esistenza di penalità falsa inevitabilmente il discernimento. Poiché se egli vuole reagire contro l’invadenza del partito, questa volontà di reazione è un movente estraneo alla verità, del quale bisogna diffidare. Ma questa stessa diffidenza è estranea alla verità; e così via.

La vera attenzione è uno stato talmente difficile per l’uomo, talmente violento che ogni turbamento personale della sensibilità è sufficiente a ostacolarla. Ne deriva l’obbligo imperioso di proteggere per quanto possibile la facoltà del discernimento che portiamo in noi stessi contro il tumulto delle speranze e dei timori personali. Se un uomo dovesse fare dei calcoli numerici molto complessi sapendo di venire frustato ogni qualvolta ottiene come risultato un numero pari, la sua situazione sarebbe difficilissima. Qualche cosa nella parte carnale dell’anima lo spingerà a dare un piccolo colpo di pollice ai calcoli per ottenere sempre un numero dispari. Volendo reagire correrà il rischio di trovare un numero pari anche là dove non ci vuole. Presa in questo moto oscillatorio, la sua attenzione non è più integra. Se i calcoli sono complessi, tanto da esigere da parte sua la pienezza dell’attenzione, è inevitabile che sbagli sovente. Non gli servirà a nulla essere molto intelligente, molto coraggioso, amantissimo della verità. Che deve fare? È molto semplice. Se può scappare dalle mani di coloro che lo minacciano con la frusta, deve scappare. Se ha potuto evitare di cadere fra le loro mani, doveva evitarlo.

Avviene esattamente la stessa cosa per i partiti politici. Quando vi sono in un paese dei partiti, ne deriva presto o tardi uno stato di fatto tale da rendere impossibile un efficace intervento nella vita pubblica senza entrare in un partito e fare la propria parte. Chiunque si interessi della cosa pubblica desidera interessarsene efficacemente. Pertanto coloro che tendono ad interessarsi del bene pubblico o rinunciano a pensarci e si volgono ad altro, oppure passano attraverso il laminatoio dei partiti. In questo caso sorgono in essi delle preoccupazioni, che escludono quelle per il bene pubblico. I partiti sono un formidabile meccanismo, in virtù del quale, in un’intera nazione, non vi è un solo spirito che presti tutta la sua attenzione allo sforzo di discernere nella vita pubblica il bene, la giustizia, la verità. Ne deriva che – salvo un piccolissimo numero di coincidenze fortuite – non vengono decise ed eseguite che misure contrarie al bene pubblico, alla giustizia e alla verità. Se si affidasse al diavolo l’organizzazione della vita pubblica, non potrebbe immaginare nulla di più ingegnoso.

Se la realtà è stato un po’ meno oscura, è perché i partiti non avevano ancora divorato tutto. Ma di fatto, è stata essa un po’ meno oscura? Non era essa così oscura come nel quadro qui rapidamente abbozzato? Gli avvenimenti non l’hanno forse dimostrato? Bisogna confessare che il meccanismo di oppressione spirituale e mentale e proprio dei partiti è stato introdotto nella storia dalla Chiesa cattolica nella sua lotta contro l’eresia. Un convertito che entra nella Chiesa – o un fedele che decide e risolve di restarci – ha visto nel dogma una parte di vero e di bene. Ma varcando la soglia egli professa nello stesso tempo di non essere colpito dagli anathema, vale a dire professa di accettare in blocco tutti gli articoli detti “di fede stretta”. Questi articoli non li ha studiati. Pur con un alto grado di intelligenza e di cultura una vita intera non basterebbe per questo studio, poiché implica lo studio delle circostanze storiche di ogni condanna.

Come si può aderire a delle affermazioni che non si conoscono? È sufficiente sottomettersi incondizionatamente all’autorità da cui esse promanano. Per questo San Tommaso non volle corroborare le sue asserzioni se non con l’autorità della Chiesa, escludendo ogni altro argomento. Poiché, egli afferma, non ne occorrono altri per coloro che l’accettano; e nessun argomento potrebbe persuadere coloro che la rifiutano. Così la luce interiore dell’evidenza, questa facoltà di discernimento accordata dall’alto all’animo umano come risposta al desiderio di verità, è messa da parte, condannata ai compiti servili, destinata a fare delle addizioni, esclusa da tutte le ricerche relative al destino spirituale dell’uomo. Il movente del pensiero non è più il desiderio incondizionato, non definito della verità, ma il desiderio della conformità con un insegnamento prestabilito.

Che la Chiesa fondata dal Cristo abbia in tal modo e in così larga misura soffocato lo spirito di verità – e se non l’ha fatto completamente, nonostante l’Inquisizione, si deve al fatto che la mistica offriva un rifugio sicuro – è una tragica ironia. Ciò è stato sovente rilevato. È stato però meno sovente osservata un’altra tragica ironia. Il movimento di rivolta contro il soffocamento dello spirito sotto il regime delle inquisizioni ha preso un orientamento tale da proseguire l’opera di soffocamento degli spiriti. La riforma e l’umanesimo della rinascenza, duplice prodotto di questa rivolta, hanno largamente contribuito a suscitare, dopo tre secoli di maturazione, lo spirito del 1789. Dopo un certo tempo, il risultato è stato la nostra democrazia fondata sul gioco dei partiti, di cui ciascuno è una piccola chiesa profana armata della minaccia di scomunica.

L’influenza dei partiti ha contaminato tutta la vita mentale della nostra epoca. Un uomo che aderisce ad un partito ha scorto probabilmente nell’azione e nella propaganda di questo partito cose che gli sono sembrate giuste e buone. Egli però non ha mai studiato la posizione del partito rispetto a tutti i problemi della vita pubblica. Entrando nel partito, accetta posizioni che ignora. Sottomette così il suo pensiero all’autorità del partito. Quando a poco a poco conoscerà quelle posizioni, le ammetterà senza esaminarle. È esattamente la situazione di colui che aderisce all’ortodossia cattolica intesa secondo San Tommaso. Se un uomo dicesse, chiedendo la tessera di iscrizione: “Sono d’accordo con il partito su questo e quel punto. Non ho ancora studiato le altre posizioni e sospendo interamente il mio giudizio fino a che non le avrò studiate”, lo si pregherebbe certamente di ripassare più tardi.

Di fatto però, salvo eccezioni molto rare, colui che entra in un partito assume docilmente l’atteggiamento spirituale che esprimerà più tardi con le parole: “Come monarchico, come socialista, penso che …”. È così comodo! Poiché significa non pensare. Non vi è nulla di più comodo che non pensare. Per quanto riguarda la terza caratteristica dei partiti, cioè che sono delle macchine per fabbricare passione collettiva, è tanto evidente che è il caso di insistere. La passione collettiva è l’unica energia di cui dispongono i partiti per la propaganda esterna e per la pressione esercitata sull’anima di ogni iscritto. Si ammette che lo spirito di parte accieca, rende sordi alla giustizia, spinge persino delle persone oneste all’accanimento più crudele contro gli innocenti. Lo si ammette, ma non si pensa a sopprimere gli organismi che fabbricano un tale spirito.

Ciò nonostante si proibiscono gli stupefacenti. Vi sono tuttavia delle persone che fanno uso di stupefacenti. Ma ve ne sarebbero certamente di più se lo Stato organizzasse la vendita dell’oppio e della cocaina in tutte le tabaccherie, con manifesti pubblicitari per incoraggiare i consumatori. La conclusione è che l’istituzione dei partiti sembra costituire un male quasi allo stato puro. Sono cattivi nel loro principio e cattivi sono i loro effetti pratici.

La soppressione dei partiti rappresenterebbe un bene quasi assoluto. Essa è evidentemente legittima in linea di principio e praticamente non potrebbe produrre che effetti positivi. I candidati direbbero agli elettori non: “Ho questa etichetta” – ciò che praticamente non dice rigorosamente nulla al pubblico sul loro atteggiamento concreto rispetto ai problemi concreti – bensì: “Io penso questo o quello rispetto a questo o a quel grande problema”. Gli eletti si assocerebbero o si dissocerebbero secondo il gioco naturale e mobile delle affinità. Io posso benissimo essere d’accordo con il Signor A … sulla colonizzazione e in disaccordo sulla proprietà contadina; e viceversa con il Signor B … Se si tratta di colonizzazione prima della seduta andrò a parlare un poco con il Signor A; se invece si tratta di proprietà contadina, con il Signor B.

La cristallizzazione artificiale in partiti ha coinciso così poco con le affinità reali che un deputato poteva essere in disaccordo, rispetto a tutti gli atteggiamenti concreti, con un suo compagno di partito e d’accordo invece con un uomo di un altro partito. Quante volte in Germania, nel 1932, un comunista e un nazista discutendo per strada sono stati colpiti da vertigine mentale constatando che erano d’accordo su tutti i punti! Fuori del Parlamento, poiché vi sarebbero delle riviste di idee, molto logicamente si formerebbero intorno ad esse degli ambienti. Questi ambienti dovrebbero però mantenersi allo stato fluido. È la fluidità che distingue dal partito un ambiente di affinità e gli impedisce di avere un’influenza negativa.

Quando si frequenta amichevolmente colui che dirige tale rivista, coloro che vi scrivono sovente, quando vi si scrive personalmente, si sa di essere in contatto con l’ambiente di quella rivista. Non si sa però se si è legati ad essa; non vi è distinzione netta fra il dentro e il fuori. Più lontano vi sono coloro che leggono la rivista e conoscono uno o due di quelli che vi scrivono. Più lontano, i lettori regolari che vi traggono un’ispirazione. Ancora più lontano, i lettori occasionali. Ma nessuno si sognerebbe di pensare o di dire: “In quanto legato a questa rivista, io penso che …”.

Allorché alcuni collaboratori di una rivista si presentano alle elezioni, dovrebbe loro esser proibito di valersi della rivista. Dovrebbe venire proibito alla rivista di dare loro un’investitura, oppure di aiutare direttamente o indirettamente la loro candidatura o anche solo di ricordarli. Dovrebbe venire impedito il formarsi di qualsiasi gruppo di “amici” di questa rivista. Se una rivista impedisse ai suoi collaboratori sotto pena di rottura, di collaborare ad altre pubblicazioni quali che siano, dovrebbe venire soppressa non appena il fatto fosse provato. Ciò implica un regime della stampa che rende impossibile le pubblicazioni alle quali è sconveniente collaborare.

Ogni qualvolta un ambiente tentasse di cristallizzarsi, conferendo un carattere definito alla qualità di membro, avrebbe luogo una repressione penale qualora il fatto venisse dimostrato. Vi sarebbero, beninteso, dei partiti clandestini. Ma i loro iscritti avrebbero la coscienza cattiva. Non potrebbero più fare professione pubblica di servilismo spirituale, non potrebbero fare nessuna propaganda in nome del partito. Il partito non potrebbe più tenerli in una rete senza uscita di interessi, di sentimenti e di costrizioni morali. Ogni qualvolta una legge è imparziale, equa e fondata su una concezione del bene pubblico facilmente assimilabile dal popolo, essa indebolisce tutto ciò che proibisce. Indebolisce per il fatto solo che esiste e indipendentemente dalle misure repressive che cercano di assicurarne l’applicazione. Questa maestà intrinseca della legge è un fattore della vita pubblica da tempo dimenticato, di cui bisogna valersi. Sembra che nell’esistenza di partiti clandestini non vi sia alcun inconveniente che non si trovi di fatto in un grado ben più elevato nei partiti legali.

In generale, sia pure dopo un attento esame, pare che a nessuno sguardo sia dato di scorgere nessun inconveniente di nessuna specie, derivante dalla soppressione dei partiti. Per un singolare paradosso le misure di questo genere, che sono senza inconvenienti, sono di fatto quelle che hanno le minori probabilità di venire decise. Si dice: se fosse così semplice, perché ciò non sarebbe stato fatto da tempo? Tuttavia le grandi cose sono per lo più facili e semplici. La misura di cui discorriamo estenderebbe la sua virtù risanatrice molto al di là della vita pubblica, poiché lo spirito di partito è giunto a contaminare ogni cosa. Le istituzioni che determinano il gioco della vita pubblica influenzano sempre in un Paese la totalità del pensiero, per via del prestigio del potere.

Si è giunti, in tutti i campi, a non pensare quasi più se non prendendo posizioni “per” oppure “contro” una opinione. In seguito si cercano argomenti a seconda dei casi a favore oppure contro. È esattamente la trasposizione dell’adesione a un partito. Come nei partiti politici vi sono dei democratici che ammettono parecchi partiti, così nel dominio delle opinioni le persone di larghe vedute riconoscono un valore alle opinioni con cui si dicono non d’accordo. Ciò significa avere completamente smarrito persino il senso del vero e del falso. Altri, avendo preso posizioni a favore di un’opinione, non vogliono esaminare niente che sia a quella contraria. È la trasposizione dello spirito totalitario.

Quando Einstein venne in Francia, tutte le persone degli ambienti più o meno intellettuali, ivi compresi gli stessi scienziati, si divisero in due campi, a favore e contro. Ogni pensiero scientifico nuovo recluta negli ambienti scientifici i suoi partigiani e i suoi avversari, tutti animati in buona misura dallo spirito di partito. Vi sono d’altronde in questi ambienti delle tendenze, delle critiche allo stato più o meno cristallizzato. Nell’arte e nella letteratura è ancora più visibile. Cubismo e surrealismo sono stati una sorta di partito. Si era “gidiani” come si era “maurassiani”. Per farsi un nome, giova essere circondato da una banda di ammiratori animati da spirito di partito.

E neppure vi era grande differenza tra l’attaccamento a un partito e l’attaccamento a una Chiesa oppure all’atteggiamento antireligioso. Si era per o contro la credenza in Dio, per o contro il Cristianesimo, e così via. Si è giunti, in fatto di religione, a parlare di militanti. Persino nelle scuole non si sa più stimolare in altro modo il pensiero dei ragazzi se non invitandoli a prendere posizione per o contro. Si cita la frase di un autore celebre e si dice loro: “Siete d’accordo o no? Spiegati i vostri argomenti”. All’esame gli infelici, dovendo finire il loro componimento in tre ore, non possono lasciare passare più di cinque minuti per domandarsi se sono d’accordo. E sarebbe invece così facile dire loro: “Meditate questa frase ed esprimete le riflessioni che vi vengono alla mente”. Quasi ovunque – e spesso anche a proposito di problemi puramente tecnici – l’operazione del prendere partito, del prendere posizione a favore o contro, si è sostituita all’operazione del pensiero. Si tratta di una lebbra che ha avuto origine negli ambienti politici e si è allargata a tutto il Paese fino ad intaccare la quasi totalità del pensiero. Dubitiamo che sia possibile rimediare a questa lebbra, che ci uccide, senza cominciare con la soppressione dei partiti politici.

Tratto da: www.gianfrancobertagni.it

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