Arte contemporanea, universo ancora da scoprire.


Arte contemporanea, universo ancora da scoprire

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In Europa le mostre di arte africana contemporanea sono sempre più numerose. Salgono i prezzi delle opere, aumentano i collezionisti e gli specialisti del settore. Ma il mercato locale è ancora inesistente

Un giro in auto a Johannesburg può dare l’impressione di visitare tante città diverse: si va dalle strade dello shopping tirate a lucido, che la primavera scorsa hanno ospitato la fiera dell’arte della città, alle vie del centro affollate dai piccoli commercianti, fino a quelle un po’ periferiche dove regna una strana calma. È qui che accosta la mia macchina.

Anche se tutti sostengono che Johannesburg non sia più così pericolosa come prima, l’autista non vuole lasciarmi attraversare la strada da sola per raggiungere l’edificio dove si trova lo studio di Nicholas Hlobo. Nel suo grande atelier ci sono tavoli pieni di gomma nera, nastri, chiffon, ili e altri materiali usati dall’artista per realizzare le sue opere che stanno diventando sempre più famose a livello internazionale. “Il quartiere è migliorato”, mi dice Hlobo. “Ci sono ancora dei palazzi occupati dove è meglio non aggirarsi da soli la notte, ma sta cambiando”.

Cambiamento, la parola più usata

Cambiamento è la parola che sento pronunciare più spesso dagli artisti e dai professionisti del settore con cui parlo, non solo in Sudafrica, ma in tutto il continente. L’arte africana è in una fase di crescita. Si sta guadagnando un posto d’onore nella scena internazionale, puntando i riflettori sulla politica, la vita quotidiana e l’identità del continente.

Negli ultimi due anni la Tate Modern di Londra ha organizzato una mostra delle opere di Hlobo e ha esposto le opere di altri artisti africani, tra cui quelle del fotografo Seydou Keita, morto nel 2001. Anche al Guggenheim di Bilbao e al Nelson-Atkins Museum of Art, in Kansas, ci sono state mostre collettive di arte africana contemporanea.

Africa Remix, una mostra he ha fatto la storia

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Nel 2007 il fotografo maliano Malick Sidibé ha vinto il Leone d’oro alla carriera alla Biennale d’arte di Venezia e Romuald Hazoumé, del Benin, si è aggiudicato il premio Arnold Bode alla mostra d’arte moderna e contemporanea Documenta di Kassel, in Germania. Ma è stata soprattutto la mostra Africa Remix, che ha girato per i musei tra il 2004 e il 2007, a imporsi all’attenzione internazionale. Curata da Simon Njami, autorità indiscussa dell’arte africana contemporanea, la mostra esponeva le tele dai colori accesi di Cheri Samba (Repubblica Democratica del Congo), le installazioni di Paulo Kapela (Angola) e i quadri pop a sfondo politico di Moshekwa Langa (Sudafrica), insieme a una serie di opere di artisti della diaspora come Yinka Shonibare e Marlene Dumas.

La maggior parte di questi artisti aveva già esposto a livello internazionale, ma Africa Remix li ha riuniti tutti offrendo un quadro d’insieme del panorama artistico del continente. “L’interesse nei confronti dell’arte africana è cominciato a crescere nel 1993”, spiega Elisabeth Lalousheck, direttrice artistica della October gallery di Londra – che ha scoperto Hazoumé e lo scultore ghanese El Anatsui. “Negli ultimi tre o quattro anni, però, c’è stata un’impennata sia nell’interesse dei curatori sia dei prezzi”.

Prezzi aumentati di 30 volte

Il costo di uno degli enormi arazzi di El Anatsui, fatti con i tappi delle bottiglie dei liquori, è aumentato di più di venti volte negli ultimi tre anni e, secondo la galleria Jack Shainman di New York, ha raggiunto i 900mila dollari. Anche le opere di Hazoumé possono arrivare a varie centinaia di migliaia di dollari. In realtà le opere della maggior parte degli artisti sono molto meno costose, ma c’è una nuova generazione, stimolata anche dal successo di figure come El Anatsui, che sta cercando di sfondare. Lalousheck e Njami concordano sul fatto che il loro lavoro è molto cambiato negli ultimi dieci anni, soprattutto grazie alla globalizzazione. “Ora basta un’email. Prima ci volevano settimane per mettersi in contatto con un artista”, racconta Lalousheck.

“E anche per gli artisti è cambiato tutto. Prima erano isolati, ora possono informarsi facilmente su quello che succede in campo artistico in giro per il mondo”.

Complicato definirla

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Definire l’arte africana è complicato. Secondo Njami “ognuno ha una sua idea di cosa sia l’Africa. Le persone vanno e vengono alle fiere e pensano di saperlo. Ma l’Africa che le persone sono convinte di conoscere non esiste”. In effetti con 53 paesi, tante religioni, lingue ed etnie diverse, non è facile parlare di Africa né catalogare l’arte africana.

Forse lo stesso vale per l’America Latina. Ma in Africa la questione è ancora più delicata, visto che per secoli il continente è stato invaso da stranieri che non hanno fatto altro che dividerlo ed etichettarlo. L’artista sudafricano Tracey Rose l’ha detto chiaro e tondo alla fiera dell’arte di Johannesburg: “Non ho bisogno che un professore universitario bianco mi venga a dare lezioni per l’ennesima volta su cos’è l’arte africana”.

Per gli appassionati, invece, c’è un universo da scoprire che va dalle opere realizzate con materiale riciclato alle videoinstallazioni. Tra le opere di Hlobo esposte l’anno scorso alla Tate Modern c’era un’enorme scultura che somigliava a una specie di mostro marino, fatto di pezzi di gomma nera di camere d’aria cuciti insieme a nastri e tessuti. Hlobo è di etnia xhosa, è cresciuto a Città del Capo, ma ormai abita a Johannesburg e gira per i musei del mondo esponendo le sue opere.

“Mi piace l’idea che le persone possano interpretare come vogliono il mix dei materiali che uso”, spiega Hlobo. “Per me è un riflesso della mia identità, del mio essere allo stesso tempo africano, xhosa, gay e artista, ma può essere letto in altri modi”. In Sudafrica la scena artistica è molto evoluta, e ruota intorno ad alcune grandi gallerie come Michael Stevenson, Brodie/Stevenson, What if the world e Goodman Gallery.

La nuova avanguardia del Sudafrica

arte afric 4Della nuova avanguardia fanno parte Michael MacGarry, Avant Car Guard, Georgina Gratrix, Lawrence Lemaoana, Pieter Hugo e Mikhael Subotzky. Subotzky è un fotografo che ha ritratto i detenuti di un carcere vicino a Città del Capo e la miseria degli abitanti del distretto di Beaufort West. Nel 2007, a ventisei anni, è diventato il fotografo più giovane della storia della Magnum. L’anno scorso ha vinto l’Infinity prize dell’International centre of photography di New York e ha esposto le sue foto al MoMA di New York.

Lemaoana, invece, è cresciuto a Soweto. Ha 27 anni e nel 1993 è stato uno dei primi studenti neri accolti in una scuola semiprivata model C, uno di quegli istituti riservati ai bianchi all’epoca dell’apartheid. La retta l’ha pagata il datore di lavoro dei suoi genitori, diventato un amico di famiglia. Mentre molti dei suoi amici d’infanzia sono finiti nei giri della droga e della criminalità, Lemaoana è stato uno dei primi neri a diventare un giocatore di rugby professionista a livello provinciale.

Per questo la sua scelta di diventare artista e realizzare opere in tessuto, fatte di pezzi di stoffa quasi sempre rosa, è stata una sorpresa. “M’interessano i simboli della mascolinità”, spiega Lemaoana, “e mi piace indagarli con strumenti femminili, come il ricamo”. In uno dei suoi lavori più recenti, intitolato Newsmaker of the year, ha ricamato su uno sfondo celeste le silhouette del presidente Jacob Zuma. “La stampa ha presentato Zuma come un idiota o un buffone”, spiega Lemaoana. “Ogni giorno ci sono almeno tre titoli di giornale su di lui e in generale sono tutti inutili. Le mie silhouette del presidente cercano di contrapporre la caricatura dei mezzi di informazione alla persona reale”.

Sculture con vecchie pistole

Le questioni politiche sono al centro del lavoro di molti artisti africani. Gonçalo Mabunda è un artista mozambicano nato nel 1975 e cresciuto durante la violenta guerra civile (1977-1992). Oggi usa delle vecchie pistole per realizzare le sue sculture.

“Dopo la guerra civile in ogni casa c’erano almeno un paio di pistole”, spiega Mabunda. “Le parrocchie le raccoglievano dando in cambio sementi e attrezzi agricoli. Così adesso in giro per il paese ci sono delle vere e proprie cataste di armi”. Alludendo ai disastri del passato e guardando alla ricostruzione del futuro, Mabunda salda i kalashnikov Ak-47 e crea sedie e altri oggetti funzionali che la sua galleria Afronova vende a un prezzo variabile tra i dieci e i quindicimila euro.

Nato in Benin nel 1962, Romuald Hazoumé è uno dei molti artisti africani cha fanno sculture con materiali riciclati. Nel 2007 ha esposto al British Museum La bouche du roi, una scultura fatta di taniche vuote di petrolio disposte in modo da ricreare la forma della Brooke, una delle navi che nel diciottesimo secolo trasportavano gli schiavi. Il titolo dell’opera si riferisce a un posto in Benin da dove migliaia di schiavi sono stati deportati in America.

Ogni tanica di petrolio rappresenta una maschera africana. Accanto all’installazione è stato proiettato un video sui contrabbandieri di petrolio in Benin, per stabilire un collegamento tra i traffici del passato e quelli del presente.

Una delle rivelazioni dell’ultima Biennale di Venezia è stato l’artista camerunese Pascale Marthine Tayou che, con la sua installazione Human being, ha ricostruito un villaggio africano in un padiglione dell’Arsenale. Nell’installazione erano proiettati dei frammenti di video che raccontavano scene di vita quotidiana in Giappone, in Italia, a Taiwan e in altre parti del mondo. Tutta l’opera ruota intorno all’idea della casa e della comunità nel contesto della globalizzazione.

Poco conosciuti a casa propria

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Nonostante la fama internazionale, molti artisti devono combattere per essere riconosciuti in casa loro. “In Medio Oriente ci sono i principi, in Cina i nuovi ricchi”, dice Njami, “ma a parte la collezione Sindika Dokolo , in Africa non c’è nessun vero collezionista d’arte. Quindi ci sono pochissime gallerie private e la maggior parte dei governi non finanzia la creazione artistica”.

Le case d’aste in Africa quasi non esistono. Secondo Oliver Barker, che dirige il settore di arte contemporanea di Sotheby’s, la grande casa d’aste britannica, “il mercato africano è ancora a un livello embrionale”. Cominciano a spuntare alcuni spazi non-profit come la fondazione Zinsou a Cotonou, in Benin, e il Centre for contemporary art di Lagos, una città dove si sta sviluppando anche un buon circuito di gallerie.

Mentre in Cina e in India gli studi degli artisti sono presi d’assalto dai mercanti di tutto il mondo, sono ancora pochi i curatori, i collezionisti o gli altri professionisti del settore che si avventurano in Africa.

Pochissimi musei hanno un curatore per l’arte africana

Njami sostiene che sono pochissimi i musei che hanno un curatore per l’arte africana contemporanea. Il dato positivo, però, è che mentre i mercati di India e Cina ora registrano un calo, l’arte africana è sempre in crescita. “Visto che non abbiamo ancora avuto un vero boom, nonostante la crisi, non c’è nessun calo. Anzi il mercato è in espansione e gode di ottima salute”, spiega Elisabeth Lalousheck. La più grande e più importante collezione di arte subsahariana contemporanea è quella di Jean Pigozzi.

Conta più di dodicimila pezzi ed è destinata a crescere ancora. “Ho tre criteri fondamentali: l’artista deve essere nero, residente in Africa e ancora vivo. Il resto è solo una questione di gusto personale”. Pigozzi è un uomo d’affari di origine italiana senza legami con l’Africa. Si è innamorato dell’arte africana vent’anni fa, quando nel 1989 è riuscito a vedere la mostra Magiciens de la Terre al Centre Georges Pompidou di Parigi poco prima che chiudesse.

Jean Pigozzi, il maggiore collezionista al mondo

Era una delle prime mostre in Europa che presentava artisti africani insieme ad artisti occidentali. Il giorno dopo Pigozzi ha telefonato agli allestitori per cercare di comprare alcune delle opere e ha finito per assumere André Magnin, uno dei curatori della mostra. “Prima avevo solo artisti come Francesco Clemente e Sol Lewitt”, ricorda Pigozzi. “Era una collezione molto tradizionale, e quindi poco interessante dal mio punto di vista”.

Ora gli artisti più conosciuti che fanno parte della sua collezione sono Hazoumé, Frédéric Bruly Bouabré, l’ivoriano che ha creato gran parte dei suoi disegni folkloristici e visionari mentre lavorava come impiegato negli uffici governativi, e Georges Adéagbo, del Benin, che crea installazioni multimediali sul tema dello scambio interculturale combinando giornali, souvenir turistici, dipinti, testi e altri materiali. “Quando ho cominciato a collezionare l’arte africana non lo faceva nessun altro, e infatti molti mi prendevano per matto”, racconta Pigozzi. Oggi, invece, i curatori della Tate Modern, di Documenta o del Guggenheim di Bilbao prendono in prestito da lui molte delle sue opere.

La collezione di Pigozzi, unica per le sue dimensioni, influenza persino la percezione dell’arte africana. E ha un ruolo difficile. “Corrisponde all’idea di uno straniero su come è o dovrebbe essere l’arte africana”, sostiene Njami. “Non ci sarebbe niente di male se corrispondesse solo al gusto personale di un collezionista. Il problema è che tutti questi artisti africani che dipingono con colori accesi e fanno opere un po’ pretenziose vengono presi come esempio di tutta l’arte africana”.

Jean-Hubert Martin, uno dei curatori di Magiciens de la Terre, la vede diversamente. Quest’anno ha curato la Biennale di Mosca con il titolo Against exclusion, prendendo in prestito anche le opere di Pigozzi. A Mosca ha esposto delle bare provenienti dal Ghana solitamente usate per le cerimonie funebri. “L’accusa di esotismo è un problema serio”, spiega Martin.

“Scegliere solo artisti che si sono adeguati all’idea occidentale di arte contemporanea significa voler imporre a tutti i costi quell’idea. Il principio del politicamente corretto ci ha fatto il lavaggio del cervello e ormai abbiamo paura di guardare davvero ad altri tipi di arte”.

Sindika Dokolo, anche in Africa si fa collezione

Il maggior collezionista africano di arte contemporanea africana, Sindika Dokolo, 37 anni, si è ispirato al suo gusto personale e ha messo insieme una raccolta di opere molto diversa da quella di Pigozzi, che comprende anche la videoarte e l’arte concettuale.

Nato nella Repubblica Democratica del Congo e cresciuto in Europa, Dokolo gestisce delle imprese a Kinshasa, ma vive a Luanda, in Angola, dove sta progettando di aprire nel 2012 un centro per l’arte contemporanea. Con l’aiuto di Njami e dell’artista e curatore angolano Fernando Alvim, Dokolo ha inserito nella sua collezione le opere di Yonamine, anche lui angolano, che nei quadri e nelle composizioni s’ ispira alla cultura pop contemporanea, e del nigeriano Odili Donald Odita, che realizza installazioni astratte, create di volta in volta appositamente per gli spazi dove espone.

La collezione di Dokolo include anche il marocchino Mounir Fatmi, che nelle sue creazioni multimediali usa bandiere, cavi, libri e altri oggetti per mettere in discussione i pregiudizi politici e religiosi del pubblico.

Nessun esperto potrebbe riuscire a rendere conto di tutte le correnti e gli stili raggruppati sotto l’etichetta “arte contemporanea africana”. Hlobo, parlando del suo lavoro, riassume bene la questione: “Possono dire che le mie opere esprimono le contraddizioni e la complessità della vita di un africano contemporaneo. Ma in realtà sono il frutto della mia creazione personale”.

Pernilla Holmes, su Financial Times, Gran Bretagna, tradotto da Internazionale n° 843

Guarda la Gallery nel sito del Financial Times

tratto da: http://www.missioni-africane.org/788__Arte_contemporanea_universo_ancora_da_scoprire

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