Ipotesi sul Concilio


In vista dei cinquant’anni dall’apertura i rischi di normalizzarne la memoria

Si avvicina l’anniversario numero cinquanta dell’inizio del Concilio Vaticano II (11 ottobre 1962) e da parte di alcuni settori della Chiesa si intensificano i tentativi di ridimensionare la portata dirompente di quell’avvenimento e di classificare come semplice indizio di emotività eccessiva gli interventi di chi vuole conservarne un’esatta memoria storica.
In una recente intervista, per esempio, il cardinale Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il clero, appoggiando la cosiddetta «ermeneutica della continuità» propugnata da Benedetto XVI, non solo ribadisce che «non è pensabile alcuna dicotomia tra pre e post Concilio Vaticano II», ma sostiene: «È umanamente comprensibile che chi ha vissuto, negli anni della sua giovinezza, l’entusiasmo legittimo dell’assise conciliare, non disgiunto dal desiderio di superamento di talune “incrostazioni” che era necessario e urgente togliere dal volto della Chiesa, possa interpretare come pericolo di “tradimento” del Concilio ogni espressione che non condivida il medesimo “stato emotivo”».
Traduzione dal curialese: la nostalgia del Concilio appartiene a pochi vecchietti sopravvissuti, ai quali possiamo guardare con una certa tenerezza, ben sapendo però che dobbiamo fare la tara a tutto ciò che dicono, perché sono un po’ degli esaltati. Esattamente come mezzo secolo fa ci fu chi lavorò per annullare la carica di novità del Concilio, oggi c’è chi lavora per normalizzarne la memoria e depotenziarne la portata. Più che mai preziosi sono allora i lavori di chi quella memoria cerca di mantenere limpida e fedele ai fatti, come nel caso del libro del teologo Giuseppe Ruggieri Ritrovare il Concilio (Einaudi, 138 pagine, 10 euro), sguardo sintetico ma efficace su quei giorni, attraverso il ricordo di chi fu presente e in seguito vide la propria esistenza segnata interamente da quell’esperienza. Ruggieri, siciliano, ricorda l’espressione che la sua nonna usava per descrivere la messa preconciliare: «Centu muti e ‘npazzu». I cento muti erano i fedeli, che seguivano una celebrazione di cui nulla capivano, e il pazzo era il prete, che gesticolava e biascicava formule voltando le spalle ai muti, isolato in una dimensione a parte. Sappiamo bene che la riforma liturgica è stata soltanto una delle eredità del Concilio.
Altre, forse ancor più sostanziali, furono il mutato atteggiamento verso i cristiani non cattolici e i credenti delle religioni non cristiane (non dimentichiamo che in precedenza gli ebrei erano visti come deicidi), lo sguardo fiducioso verso i sistemi democratici e l’affermazione dei diritti umani, la dignità riconosciuta ai laici cattolici e la conseguente responsabilità attribuita loro nella vita delle comunità, la consapevolezza della centralità delle sacre scritture e della necessità di un approccio non solo devozionistico ma storico-critico. Se su altri punti, primo fra tutti la collegialità, la riforma fu invece bloccata sul nascere, il Concilio costituì in ogni caso uno spartiacque. La Chiesa non guardava più al mondo dall’alto, per giudicarlo, ma piegandosi sulle sofferenze e i bisogni di ogni uomo, con lo spirito del samaritano. Non cercava nuove formule dogmatiche con la volontà di pronunciare anatemi, ma si interrogava sui modi di diffondere più efficacemente la buona novella.
Il «pazzo» scendeva in mezzo ai muti e questi ritrovavano la voce. E tutto questo non per la velleità di un avventurista, ma per la fede profonda di un pontefice, Angelo Giuseppe Roncalli, nato e cresciuto nel solco della tradizione, studioso di san Carlo Borromeo. Un papa, Giovanni XXIII, che non volle mai intaccare né tanto meno mettere in discussione il depositum fidei, ma semmai farlo conoscere meglio e portarlo a tutti. Sul percorso di Roncalli verso il Concilio sono istruttive le pagine del gesuita Giovanni Sale su due fascicoli recenti della Civiltà cattolica: prendendo in esame prima l’annuncio e la preparazione del Concilio (n. 3888 del 16 giugno 2012) e poi la Gaudet mater Ecclesia, l’allocuzione di apertura, tenuta rigorosamente in latino dal papa l’11 ottobre 1962 davanti a più di duemila vescovi (n. 3893 del 1° settembre 2012), lo studioso ci restituisce il clima di quei giorni, segnato certamente dall’incertezza circa le sorti di un percorso imboccato per la prima volta, ma soprattutto animato dalla fiducia e dalla speranza, nella consapevolezza che l’esercizio quotidiano dell’ascolto reciproco avrebbe avuto ragione delle difficoltà e che la Chiesa si sarebbe lasciata definitivamente alla spalle la visione pessimistica della storia e della società moderna.
Giovanni XXIII era animato da eccessivo ottimismo? Era un ingenuo sognatore ammaliato dalla modernità? Giovanni Sale non lo pensa. E che la visione di papa Roncali fosse realistica è dimostrato dal fatto che se da un lato si scagliava contro «i profeti di sventura» pronti ad annunciare sempre «eventi infausti» per il mondo e per la Chiesa, dall’altro esprimeva tutto il suo dolore per il fatto che a numerosi vescovi, per lo più dei paesi dominati dal comunismo, era stato negato il permesso di raggiungere Roma. In Gaudet mater Ecclesia il papa sosteneva che dovere del cristiano non è soltanto quello di custodire la dottrina pura e integra, senza attenuazioni o travisamenti: è anche quello di fare un «balzo innanzi», per consentire alla dottrina stessa di arrivare al mondo. Qui nasceva la proposta pastorale, non dogmatica, di Giovanni XXIII ai vescovi di tutto il mondo, e qui si innestava la sua raccomandazione per un cambio di stile, per un passaggio dalla Chiesa prescrittiva, definitoria e dottrinale alla Chiesa «madre amorevole per tutti, benigna, paziente, piena di misericordia e di bontà anche verso i figli da lei separati».
È indubitabile che negli anni del post Concilio la Chiesa entrò in una crisi profonda, nella quale ancora si sta dibattendo. Philippe Chenaux, in Il Concilio Vaticano II (Carocci, 192 pagine, 16 euro) se ne occupa sottolineando che fu crisi di fede, crisi del magistero e crisi del clero. Ma fu una conseguenza diretta del Concilio, come pensano i tradizionalisti e come ritengono anche molti che pur senza ritenersi tradizionalisti sono propensi a collegare le degenerazioni con i contenuti del Concilio, oppure la crisi, dalla contestazione in poi, nacque a causa delle rapidissime trasformazioni sociali e culturali e perché semmai la Chiesa, di fronte a cambiamenti tanto radicali, non fu sufficientemente coraggiosa nel seguire la strada indicata dal Concilio? In proposito il dibattito è aperto e meriterebbe approfondimenti specifici.

(Illustrazione di Giancarlo Montelli)
Aldo Maria Valli

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