Edith Stein


Da L’Osservatore Romano del 27 settembre 2012

Storia del mio nome – Suor Teresa Benedetta della Croce

Questa è la storia del mio nome: suor Teresa Bene-detta della Croce. Nata ebrea. Nata donna. Si sa di essere ebrea come si sa di essere donna. O uomo. Un esistere in noi delle emozioni, del pensiero, del corpo, dei desideri. Prima della nascita scritti in una storia che ci porta. Come tutti, ma noi ebrei in modo impen-sato, segreto anche a noi, dispersi in mille diaspore nascoste. Certo straziante. È anche storia da portare. Quante volte ricominciati grazie a una promessa. Essere vivi poco poco. Un resto è stato Israele. Quante volte.

E poi raggiunti sul fondo. Sul fondo della speranza ormai delusa. Del desiderio ormai esausto. Della sterilità. Sono le donne a essere sterili nel nostro popolo. Sara, Rebecca, Rachele. E poi madri di moltitudini. A loro la rivelazione più santa: che a Dio nulla è impossibile. Che all’amore nulla è impossibile.

Ho lasciato la mia tradizione. Ho tramandato quel che ho ricevuto oppure ho tradito? Qualcuno l’ha detto.

Come ho potuto?

Condotta, sono stata condotta, per mano, a volte portata, evento dopo evento. La filosofia è stata disciplina. Fascino di un cercare necessario. Incontro con chi crede che con il nostro pensare possiamo raggiungere i confini dell’impensabile e restare vivi.

La prima guerra mi ha restituito alla terra da cui tutti veniamo, con potenza, i sentimenti che mi trapassavano nelle corsie d’ospedale insieme al dolore dei corpi, la morte che coglieva uomini colpiti in battaglia da altri uomini, poi colpiti da altri, catena di fuoco, a loro vicinissima, di loro compagna, ma viva. Di chi era la mia vita? Empatia che ci mescola.

Poi è arrivato il chiarore. Domande nuove. E sempre una domanda ha dentro un incontro. Persone trasparenti alla fede, divina forza che le abita.

E infine mi ha raggiunta la luce. Donna di tanti libri, un libro mi ha portato la lu-ce di una vita fatta tutta divina. Santa Teresa. Madre della mia nuova vita. Ecco il mio nome. E il Carmelo sarà casa del mio nuovo esistere. Perché?

Come ho potuto lasciare mia madre? Chiedono. «Libro dai sette sigilli» mi dicevano le sorelle. Come tutti. Come tutti. Chi conosce il segreto dell’uomo?

Sono stata invisibile in mezzo a tutti gli invisibili L’invisibile è attributo dell’eterno Invisibile come il fumo passato di un corpo ormai bruciato

Lasciare padre e madre. Non andare al funerale del padre. Sta nel Vangelo. Cosa può tener lontano un figlio dall’ultimo saluto al padre? Salvare una vita, si può rispondere. E può non essere sufficiente che la vita sia la propria. La propria per amore può essere data. Ma se è la vita di un altro. Di molti. Se è consegnarsi alla vita stessa. Allora forse si può non andare al funerale del padre. Io mio padre non l’ho conosciuto quasi.

Ma mia madre! Lo strazio di un quotidiano sentire il dolore di chi amiamo e che non ci può seguire, non può nemmeno immaginare, e allora si deve cercare ogni giorno la parola per addolcire o almeno non abbandonare a un solitario chiedersi. Quante lettere a mia madre, quante.

Essere cura è quel che possiamo sempre, anche verso il dolore provocato. Che pure non vogliamo.

Come ho potuto? Chiedono. Non si può quasi dire. Si scopre di essere nuova eppure si porta tutto con sé, non si abbandona nulla. Insopprimibile essere diversi come quando un amore ci investe. Perché è proprio un amore che ci investe. Un rovesciamento come quello del mio popolo. Altre donne nel Vangelo ce lo dicono.

Elisabetta, così vicina, così vicina al tutto che stava per capitare. Rovesciamento dell’impossibile.

E poi Maria. Impensabile essere madre, prima ancora che il suo corpo potesse im- maginare. Consegna reciproca, assoluta al divino che la abita.

E quando si trova l’amore non c’è altro in noi. Tutto ricomprendiamo. Volere quel che Lui vuole. La volontà di Dio è la verità di me. La mia felicità.

Nel mio corpo di donna ebrea. Le donne sono arca di ogni alleanza. Fra generi, in ogni vita che nasce. Fra cielo e terra, in Maria. Questo è il mio corpo di donna ebrea e cristiana. Questo è il mio sangue. Insieme a tutti mescolato. Alleanza benedetta. Come il mio popolo benedetto ogni giorno nel benedire Dio nello Shemà.

Mi chiamo anche Benedetta.

Lo studio è stato a lungo la mia cura per il mondo. Più stretta a Dio, più stretta al mondo. Che il pensiero degli uomini non sia paura del divino

La Croce è arrivata. Non si cerca la Croce.

Tutte le tenebre si sono rapprese intorno a noi, come un inganno di apocalisse tramata dagli inferi. Nella notte voluta da chi aveva in odio l’uomo, tutti gli uomini. Non solo noi ebrei. Il mistero dell’odiare se stessi nell’odio verso l’altro.

La seconda guerra ha visto questo mistero nelle nostre ceneri grigie.

Sono stata invisibile in mezzo a tutti gli invisibili. L’invisibile è attributo dell’eterno. Non la prima nel comune morire, non l’ultima, ma nel mezzo del nostro popolo. Invisibile come il fumo passato di un corpo ormai bruciato. Di tutti i corpi che hanno voluto di noi, nessuna anima conquistata, solo i corpi, che son nostri e con noi in Lui risorgeranno.

Questa è la storia del mio nome, sorella Teresa Benedetta della Croce.

Annunci