Intervista a BARTOLOMUCCI, una vita tra arte, commerci e storia


Intervista a BARTOLOMUCCI, una vita tra arte, commerci e storia

18 marzo 2012

Nella zona ovest di Milano, una sorprendente “caverna delle sette meraviglie” si apre lungo viale Caterina da Forlì con due vetrine; all’interno, statue africane, maschere, batik, collane, terrecotte … L’ambiente è abbastanza piccolo, ma è solo l’inizio di un lungo percorso attraverso molte stanze stracolme di oggetti d’arte africana, guidati da un africanista di lunga data, Adolfo Bartolomucci, proprietario e fondatore dell’African Art Gallery *. La sua vita? Oltre cinquant’anni trascorsi perlustrando l’Africa Nera, dal Senegal fino al Congo, alla ricerca di nuove opere e di autentici capolavori.

In un recente incontro abbiamo ricordato l’Africa di pochi decenni fa, e con grande interesse ho ascoltato il suo racconto, le vicende post-coloniali e quali persone ha incontrato.

Ha conosciuto bene anche Attilio Gaudio. In particolare si erano ritrovati in Mali negli anni 1988-1991, in occasione dei viaggi di Gaudio e di un suo reportage sugli elefanti di Oumburi. Nelle vicinanze di questo villaggio (dopo Douentza, andando verso Gao, nel nord del paese Dogon) si era stanziato un gruppo di elefanti, che avevano sempre considerato questa zona di savana territorio di passaggio nel corso delle loro migrazioni. Erano da cinque a otto pachidermi a vivere quasi in simbiosi con la popolazione, che anzi forniva loro acqua nei periodi di siccità.

Bartolomucci è nato all’Aquila (1933), dove ha frequentato il liceo e giocato nella squadra di rugby locale allo stadio Acqua Acetosa. Poi le vicende della vita lo hanno portato prima all’università di Lione, poi in Mali (colonia francese dal 1883), quindi in Costa d’Avorio, e poi di nuovo in Mali. Siamo nei primi anni Sessanta, gli anni cruciali delle indipendenze in Africa.

Nella capitale ivoriana, dove si reca più volte anche in seguito, conosce il primo ambasciatore italiano Romanelli. L’ambasciata italiana ha sede all’Hôtel du Parc, al Plateau, poi si trasferirà a Cocody. Qui non c’è ancora l’Hôtel Ivoire; al di là della laguna Ebrié c’è solo la casa di Houphouet-Boigny, l’Hôtel du Relais (per i piloti d’aereo) e una fabbrica per la lavorazione delle noci di cocco. Nei primi anni dell’indipendenza, infatti, Abidjan comprendeva solo il Plateau, Treicheville (sulla strada verso Port-Bouet e l’aeroporto) e Adjamé (verso l’interno e il Banco National Park). Negli anni Settanta Bartolomucci incrocia Gaudio, nominato corrispondente dell’Ansa per l’Africa Occidentale con sede ad Abidjan.  Gli Italiani si incontrano presso la loro ambasciata (che all’epoca copriva anche il Mali), all’ICE (Istituto Commercio Estero) o al Museo etnologico diretto da B. Holas.

Bartolomucci, tornato a Bamako nel 1962, insegna matematica in un liceo tecnico. Lui stesso afferma che al lavoro sedentario preferisce i viaggi e il turismo. Così si interessa allo studio delle popolazioni locali e delle “arti primitive”, si appassiona alle scoperte archeologiche e segue le vicende politiche. All’indomani dell’indipendenza (1960), anche il Mali cerca la sua strada. Una federazione tra Mali e Senegal (entrambe francofone) dura pochi mesi: i rispettivi presidenti hanno ideologie diverse, Modibo Keita comunista e Senghor filo-occidentale. La rottura radicalizza le posizioni, il Mali rompe con De Gaulle, va sempre più a sinistra (con Ghana e Guinea). Keita aveva cercato di mantenere legami a livello politico ed economico con la Francia, pur cercando appoggio militare da Mosca, ma nel 1962 il Mali lascia la zona franca, batte una propria moneta e avvia una serie di disastrose politiche d’ispirazione socialista. Arrivano i Russi, oltre a Cechi e Bulgari. Questi ultimi si occupano soprattutto di agricoltura (angurie) mentre i Russi di ricerca mineraria (oro) ma anche di costruzione di ospedali e di iniziative culturali. Vivono però sempre appartati, isolati; non hanno nessun contatto (né sarebbe consentito) con la popolazione locale.

Intanto Bartolomucci si occupa anche di commercio e apre un negozio a Bamako, dove vende di tutto: prodotti alimentari italiani, giocattoli (anche il Ciccio Bello), biciclette, oro (le Russe compravano catene d’oro), materiale agricolo italiano, attrezzature per la trasformazione dei prodotti agricoli locali (come macchine per decorticare il riso e mulini), macchinari indiani più adatti al caldo africano, fabbricati con l’indistruttibile motore a scoppio Lister. Nel 1967-68 Bartolomucci fonda African Art (oggi African Art Gallery), per fornire sculture e oggetti africani, soprattutto terrecotte, a collezionisti, musei, esposizioni, mercanti.

Nel frattempo in Mali si instaura un regime comunista, controllato dalla Milizia del Partito (che ha sede nell’Hôtel della Ferrovia Bamako – Dakar), che a sua volta sorveglia tutto. Così nei commerci, la SOMIEX sovietica monopolizza le importazioni; il franco maliano, fuori dall’area del CFA, non ha valore all’estero; ne consegue il mercato nero della moneta, la corruzione, ma anche varie misure d’austerità (estremamente impopolari) per riequilibrare la bilancia nazionale e risanare l’economia. Nel 1968 tutto è ancora in mano allo Stato, non esiste economia di mercato, tutti i libanesi sono scappati … Sembra inevitabile il colpo di stato che porterà al potere Moussa Traoré, un giovane tenente, capo-scuola militare a Kati, che aveva fatto uno stage in Tanzania.

Bartolomucci, sempre attento, aveva già sentore di quanto si andava preparando, perché una sua amica lavorava con la moglie di Traoré, Mariam, segretaria all’Energia del Mali. Infatti Keita, il 19 novembre 1968, sta tornando via fiume a Bamako. Ma, essendo il Niger navigabile solo da Kulikuroo a Gao, è costretto a proseguire via terra. E’ qui che gli viene tesa l’imboscata, incruenta, e tolto il potere; verrà condotto in esilio a Kidal poi a Taoudenni.

Traoré riporta il franco CFA, svalutando il franco maliano, e governa il Mali dal 1968 al 1991. Bartolomucci ricorda che i Russi restano ancora qualche tempo per via degli accordi di cooperazione, ma poi la situazione economica e sociale peggiora ancora. La siccità devasta il paese, la carestia décima abitanti e bestiame, pozzi e villaggi si insabbiano, locuste e topi divorano tutto; la pioggia invece cade così violenta da trascinare bestie, vegetazione e campi. La dittatura vacilla, Traoré fa sparare su dimostranti e scioperanti, non accetta il pluralismo politico, perseguita i Tuareg. I Tuareg sono sempre stati ribelli; i Francesi tolleravano le loro richieste, ma con l’indipendenza i rapporti con il potere contrale si inaspriscono. Già nel 1963 erano stati arrestati alcuni capi tuareg, e condotti nella prigione per detenuti politici a Taoudenni (miniere di sale).

Nel 1991 il luogotenente colonnello Amadou Toumani Touré prende il controllo del paese, nomina un civile, Soumana Sacko, a capo di un governo provvisorio. Nel 1992 con le elezioni politiche viene nominato presidente Alpha Konaré.

Le attività di Bartolomucci si sono estese anche in altri paesi. In Burkina Faso (un tempo Alto Volta) ha partecipato ad un progetto, appoggiato dal presidente Sankara (che aveva preso il potere con la rivoluzione del 1983) ed elaborato dagli agronomi dell’Agip (tra cui il dottor Mignoni). Si trattava della coltura intensiva di jojoba (Simmondsia chinensis), un albero che cresce bene in zone desertiche, ha bisogno solo di poche cure iniziali, poi attecchisce in quanto la sua radice a fittone scende fino a trovare la falda acquifera. Originario dei deserti di Arizona, California e Messico, può essere usato per prevenire la desertificazione. L’olio estratto è utilizzato in cosmetica e come lubrificante nei motori a reazione. La piantagione avrebbe dovuto essere realizzata prima dell’ impianto di un analogo vivaio a Korhogo per iniziativa del presidente ivoriano Boigny, ma l’assassinio di Sankara nel 1987 ha fatto arenare il progetto.

Oggi Bartolomucci continua a vivere tra l’Africa e l’arte. La sua galleria è aperta al pubblico e le vendite hanno luogo anche sul suo sito Internet.

Tra gli innumerevoli oggetti, straordinarie sono le grandi stele di pietra scolpite degli Ekoi; misurano circa due metri di altezza e provengono dalla valle della Benué, in Nigeria. Oppure le bizzarre statue di terracotta della misteriosa cultura Nok, che fiorì in Nigeria a partire da 2500 anni fa, o gli oggetti funerari di terracotta del nord del Ghana, o ancora le figure per i riti vudu dei Fon, in Benin.

Mila C.G.

* Milano (20146), Viale Caterina da Forlì 28 Tel.02400071684

www.africanartgallery.it info@africanartgallery.it http://www.associazioneargogaudio.org/8251/index.html

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