Verità e amore in Pavel Florenskij. L’uomo di fronte alla sovrabbondanza divina.


Il pensiero del “Leonardo da Vinci della Russia” non è stato ancora sufficientemente recepito appieno nel contesto filosofico e teologico occidentale

di MARCO TIBALDI da L’OSSERVATORE ROMANO Anno CLIII n. 16 (46.260) Città del Vaticano domenica 20 gennaio 2013 .

Nell’enciclica Fides et ratio, Giovanni Paolo II, citando alcuni esempi riusciti di integrazione tra fede e ragione ricorda, tra gli altri, il filosofo russo Pavel Alexandrovič Florenskij (1882-1937). Pensatore di straordinaria grandezza, non a caso definito il «Leonardo da Vinci della Russia» per la vastità e la genialità delle sue competenze che spaziano dalla matematica all’ingegneria, dall’arte alla teologia, non è stato ancora sufficientemente recepito appieno nel contesto filosofico e teologico occidentale. Eppure la sua impostazione, soprattutto in relazione al cruciale tema della verità, costituisce una validissima risposta alle inquietudini postmoderne. La nuova edizione del saggio, Pavel A. Florenskij. La sapienza dell’amore. Teologia della bellezza e linguaggio della verità, (Bologna, Edb, 2012, pagine 376, euro 35) di Natalino Valentini, uno dei maggiori esperti italiani di Florenskij, direttore dell’Istituto superiore di scienze religiose Marvelli di Rimini, nonché curatore delle più importanti opere del filosofo russo, ci consente di precisare alcune importanti coordinate della riflessione del pensatore morto martire nei gulag sovietici nel 1937. Nel suo saggio più importante, La colonna e il fondamento della verità, Florenskij afferma a più riprese il carattere antinomico della verità, fondata sulla percezione della Verità assoluta di Dio. Commenta Valentini: «Ora, se per Florenskij davvero la verità è sempre verità intorno alla Verità e basta, poiché contiene sempre in qualche modo, anche se simbolicamente, qualcosa che rimanda alla Verità divina, allora non sono forse tutti i nostri giudizi individuali — riguardanti questo fenomeno — inadeguati, parziali e condizionati?». Tale limite deriva in definitiva dalla coincidenza in Dio tra Verità e amore, che si qualifica anch’esso per la sua assolutezza: «Dio è essere assoluto — afferma Florenskij — perché è atto sostanziale di amore, atto-sostanza. Dio, o la Verità, non solo ha amore, ma anzitutto “è amore, o Theòs agàpe estìn” (1 Giovanni, 4, 8), cioè l’amore costituisce l’essenza di Dio, la sua propria natura, non è solo una sua relazione provvidenziale. In altre parole, “Dio è amore” (o, più precisamente, “l’Amore”) e non soltanto “Uno che ama”, sia pure “perfettamente”». Da ciò discende la sua più totale gratuità in quanto non è un amore condizionato dall’esistenza della creatura stessa. Nel momento in cui questa verità assoluta deve essere espressa all’interno delle categorie umane, che sono per loro costituzione finite, essa non può essere formulata che in termini antinomici. Florenskij esemplifica questa visione prendendo come paradigma il rapporto tra la vita e la sua interpretazione. L’esistenza nei suoi molteplici aspetti eccede sempre tutte afle definizioni parziali che di essa si possono dare «quindi — come si dice ancora ne La colonna — nessuna formula può sostituire la vita stessa nella sua creatività, nella sua capacità di produrre il nuovo a ogni momento e in ogni luogo». Esistono infatti aspetti particolari della vita, prima non espressi o sottovalutati, che possono generare proposizioni contrarie se non contraddittorie a quelle precedentemente formulate. L’unico modo per poter esprimere tutta la vita con tutte le sue varietà presenti e future deve prevedere «tutte le obiezioni a tutte le risposte. Ma per prevedere tutte le obiezioni bisogna assumerle non già nella loro concretezza, ma coglierne il limite. Ne deriva che la verità è quel giudizio che racchiude in sé anche il limite di tutto ciò che lo può cassare, in altre parole, che la verità è un giudizio auto contraddittorio». La verità è quindi una contraddizione per il raziocinio, come evidenzia la sua formula zione verbale. Se la verità non fosse antinomica, il raziocinio si perderebbe nel suo isolamento egoistico, mentre, al contrario, l’antinomicità lo spinge al salto della fede nel dogma. Anche questo ha un struttura antinomica per non costringere la libertà dell’uomo e per mostrare così tutta l’estensione della fede. Infatti con Agostino Florenskij ricorda che non si può obbligare nessuno a credere se non lo vuole. Per questo, commenta Valentini, «la ragione non riesce a comprendere pienamente il dogma, che risulta a essa contraddittorio; ma questo non significa affatto che la verità di fede sia irrazionale, quanto piuttosto superiore al raziocinio». Occorre recuperare quella circolarità ermeneutica che da Agostino a Ricoeur, al magistero di Benedetto XVI vede armonizzate tra loro la fede e il con o s c e re . C’è però, come ricorda Valentini, da rimarcare la preminenza del momento del credere rispetto al comprendere, in quanto, se è vero che il metodo di ogni conoscenza deve essere dettato dal proprio oggetto d’indagine, qui stiamo parlando del rapporto con l’assoluto, con Dio stesso che si rivela nel kèrygma e nel dogma. Su questo fronte emerge allora anche tutto il valore epistemologico della comunità ecclesiale, che del kèrygma e del dogma è fedele custode e interprete: «Il primato inviolabile dell’oggetto nella sua inesauribile ricchezza, del quale Florenskij ci parla, è anche il primato del senso sulla comprensione, è la verità di fede disseminata nel testo e concentrata nel dogma: verità già decifrata e assimilata dalla comprensione della Chiesa “colonna e fondamento della verità” che ha saldamente sostenuto e custodito la comprensione autentica del dogma, nel fecondo seno “dell’esperienza religiosa viva”, diventando concretamente un’unica esperienza di vita».

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