Vita «cristiana» del Buddha di Alberto Melloni


In “Corriere della Sera” del 7 febbraio 2013

Il titolo appropriato — Storia di Barlaam e Ioasaf — dice poco a pochi. Il più antico manoscritto che ce la tramanda è del 1021 ed è a Kiev; il suo parente più stretto all’Athos; l’altro del 1064 ad Oxford. Ancora negli anni Cinquanta dello scorso secolo la si credeva opera di Giovanni Damasceno, ed oggi dopo che padre Bonifatius Koetter e Robert Volk gli hanno dedicato una vita di studi, lo scrigno di questo «romanzo» si apre con tutto il suo carico di mistero e di fascino. «La vita bizantina del Buddha» (Einaudi, pp. CXXVI+314, 35) svela il sottotitolo della edizione traduzione italiana di Silvia Ronchey e Paolo Cesaretti: ma anche questa anticipazione del finale non lascia sospettare l’intreccio magico di vie e visioni che questo racconto consegna a chi legga la sontuosa introduzione e la inappuntabile traduzione di questo che è davvero un «libro» nel senso forte della parola. Forse è lo schematismo mentale e la povertà interiore a cui siamo assuefatti; forse è colpa (sì, colpa) delle religiosità ipocrite e degli stucchevoli manierismi agnostici che danzano insieme sul bordo dell’abisso dell’assurdo; forse è solo l’ignoranza crassa partorita dallo stupidario d’una ricerca che a forza di cercare ricadute, cade rovinosamente su se stessa: ma per entrare negli strati della sua vicenda e dei suoi significati serve davvero quel piccolo oggetto al quale consegniamo un po’ di tempo e che in cambio ci restituisce il filo di secoli e di mondi. Mondi che iniziano nel X secolo in Bitinia. Eutimio, formatosi culturalmente a Bisanzio dov’era stato inviato come ostaggio, raggiunge il padre, già passato a vita monastica dai ranghi dei nobili georgiani (detti ivèri): dopo che un monaco georgiano guida la vittoria sull’usurpatore al trono di Costantinopoli Barda Sclero nel 963, questa etnia viene premiata con la costruzione di un monastero all’Athos (detto appunto Ivrion), di cui il provetto traduttore Eutimio diventa igumeno al posto del padre verso il 1005. Egli conosce una versione georgiana del Balavariani, un romanzo tradotto sulla base di una versione araba del 775-785: e produce così la versione greca della storia di un principe segregato che incontra il dramma del mondo e lo decifra con l’aiuto dell’eremita Bilawhar (Balavar in georgiano, infine Barlaam). Eutimio non sa che sta spostando verso occidente un racconto che aveva già reso la vita del Buddha un apologo per dotti musulmani ismaeliti e che sotto la sua penna diventa una «cristianizzazione» di quell’originale ormai lontano: ma sa che per rendere quella storia asciutta palatabile ai suoi lettori bizantini deve creare una struttura narrativa, creare un po’ di suspense e inserire qua e là altri estratti di spiritualità e morale che commuovano il suo lettore. Il risultato ottenuto da Eutimio è straordinario, e la fortuna sia di quella sua versione sia delle sue fonti lo testimonia. Chi infatti abbia la pazienza di affrontare quello che a prima vista è un normale testo di esortazione spirituale, solo dopo aver letto la ricca e dotta presentazione di Silvia Ronchey troverà, frase dopo frase, le ragioni di un’avventura editoriale e culturale piena di suggestioni, dall’edizione di Teheran del 1883 a quella prodotta a Bombay sei anni dopo. Mentre si alzava la torre dell’ingegner Eiffel quelle edizioni giravano l’Oriente. Edizioni che, con pochi tocchi, facevano diventare Budasaf un Iudasaf, anzi Ioasaf, cioè un Gesù indiano nel quale si rispecchia, sullo scorcio del secolo XIX, il santo Mirza Ghulam Ahmad, che in quelle pagine rivela la profezia della sua missione di Ben Guidato, purificatore dell’islam, Messia chiamato a portare le religioni alla perfezione. Da questa tradizione deriva la citata versione georgiana e gli intrecci globali che, secondo me, è sbagliato catalogare come espressioni di un «sincretismo». Questa storia, infatti, non ci parla di una sintesi costruita fra elementi consapevoli di sé: ci dice, al contrario, che nella vita del Buddha sia i musulmani che i cristiani trovano dei significati essenziali: nella storia del principe protetto che si misura con la miseria umana trovano un percorso che si inserisce nel sistema dottrinale di ciascuno senza contraccolpi. E che, alla fine, esalta quel fondo ascetico-spirituale che gli uomini di Dio condividono sempre, specie dentro la forma del monachesimo. Questa vita «cristiana» del Buddha, dunque, può essere letta come un romanzo di mondi lontani ed esoticamente remoti: ma dice anche che le molte vie della fede possono essere percorse non per una compiacenza allo spirito dei tempi di questa età (così distante da quello del secolo X all’Athos…), ma per una sete interiore da alimentare con ogni cura, come se la sete fosse l’unica cosa che irriga le aridità dell’ultimo.

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