Un tempo per vivere – Cristian Albini


Seyni Awa Camara, 2007. Foto Massimo Golfieri

Seyni Awa Camara, Tre Donne, Terracotta Africa 2007. Foto Massimo Golfieri

Ieri, sul sito Vino Nuovo, prima della grande notizia di Benedetto XVI, è stato pubblicato un mio articolo che oggi ripropongo.

Il volto della donna è irriconoscibile, i tratti sono alterati dalla sofferenza; il ventre è gonfio e il petto rattrappito. Gli arti sono smagriti, la pelle è bucherellata. Tutto di lei è deformato, distorto. Ho davanti a me l’immagine di un’antica figura di terracotta del Mali. Questa donna malata mi ricorda le parole del Salmo 38: Schiacciato e curvato all’estremo oscuro mi aggiro tutto il giorno fino alle midolla mi brucia la febbre nella mia carne non c’è più nulla di sano (7-8). Mi appassionano le raffigurazioni e simbologie che sanno dire certe cose molto meglio di tante parole. In questo caso, una statuetta sintetizza efficacemente ciò che significa per tutti noi misurarci con la malattia. È la visita di un ospite inatteso, la cui presenza sconvolge l’ordine e l’armonia della nostra esistenza. Quando arriva, la vita sembra uscire dai binari lungo i quali stava scorrendo. Ricordo bene, quasi nove anni fa, la prima volta che mi venne comunicata la diagnosi di un tumore. Avevo fatto una biopsia alla lingua e dall’ospedale mi chiamarono per dirmi che il primario voleva comunicarmi il risultato. I primari non ti cercano per comunicare buone notizie. Ma a trentun anni e con un bambino di sedici mesi, non riuscivo a pensare che potesse essere qualcosa di davvero grave. No, che probabilità avevo? Il guaio delle probabilità, però, è che c’è sempre qualcuno che finisce nel lato sbagliato delle statistiche. Era metà dicembre; stavamo facendo progetti per le vacanze di Natale e io ero tutto contento del cappotto nuovo che mi ero comprato qualche giorno prima. Quel giorno lo indossavo il cappotto. Ce l’ho ancora; non mi va di sbarazzarmene, ma devo ammettere di averlo messo poco. Il primario era assolutamente incapace di dare certe notizie. Comunque, la sua scarsa capacità relazionale non cambiava la sostanza. Io ebbi una reazione ambivalente. Mia moglie dice che apparivo molto lucido, tranquillo, razionale. Forse troppo. Sono meccanismi di difesa. In effetti non ho vissuto particolari sussulti emotivi, almeno nell’immediato, e ci concentrammo su quello che era più opportuno fare. Però, da subito ebbi la percezione che tutto era cambiato. La carne schiacciata e curvata, per usare le parole del salmo, sarebbe arrivata a breve. Il cambiamento immediato fu invece nella testa. Il mio bel cappotto era diventato di carta. A volte penso che vivere sia come attraversare un corridoio pieno di porte ed entrare in alcune stanze. Ci sono porte che apriamo noi. Tante altre si aprono da sole, indipendentemente dalla nostra volontà e non possiamo decidere di stare fuori. In quel giorno di dicembre si era aperta una nuova porta. Era ancora socchiusa, ma da dentro sembrava scivolare fuori un’ombra piena di cattivi presagi. Quello che più incide della malattia è il suo essere un preannuncio della nostra morte. Può essere uno scampanellio lontano o una sirena squillante, ma è lì che ci fa volgere lo sguardo. Quando poi c’è di mezzo la parola cancro – e il solo usarla è più inquietante di tumore -, è allarme rosso. Secondo il poema indiano Mahabharata, le malattie sono provocate dalle lacrime di compassione che la Morte piange per le creature che deve uccidere. Le malattie sono le lacrime della Morte. Ricorrendo a un altro testo biblico, possiamo dire che c’è un tempo per ogni cosa sotto il sole. C’è un tempo per vivere e un tempo per morire. Sono parole dal capitolo 3 del libro del Qohelet, una riflessione sapienziale sull’esistenza umana risalente a milletrecento anni fa. Bisogna leggerlo, perché è come gettare uno sguardo in un abisso. Verrebbe immediato sostenere, a questo punto, che la malattia è un tempo per morire. Invece, vorrei iniziare una serie di contributi per dire che la malattia è un tempo per vivere. Lo può essere, a seconda dello sguardo che usiamo. L’ho imparato dalla mia storia, ma anche da quella di tanti altri che ho ascoltato. Quando le persone sanno che sei malato, spesso abbassano le loro difese e raccontano di sé o dei loro cari. Non si sospetta quante situazioni ci circondino. Ecco, conosco persone che sono rimaste paralizzate dalla paura e dalla disperazione, anche in situazioni non irrimediabili, e altre che raggiungono una serenità incredibile, anche nelle peggiori condizioni. Si può guarire o no, ma forse ciò che più conta è che, in entrambe le eventualità, si può vivere bene o male. È solo un fatto di temperamento, o è possibile fare un percorso nel proprio rapporto con la malattia? Io sono convinto di sì. Sono convinto che si possa fare della malattia una tempo per vivere, l’occasione per una nuova relazione con noi stessi, con gli altri. Anche quando non si guarisce. È un fatto umano, che è alla portata di tutti, ma è anche un fatto legato alla fede. Ritengo davvero che l’esperienza cristiana dia un proprio apporto, decisivo e insostituibile, in questo percorso. Non sono la mia esperienza e le mie idee che contano. È un cammino che può fare chiunque si cura della propria vita interiore e chi accoglie le tracce di vita buona che la Parola offre. Sono anni che ci penso, che ci sto dentro, e ora sento di poter comunicare qualcosa. Qohelet ascoltò e meditò, dice il libro, e scrisse con onestà parole veritiere (cfr. 20,9-10). Ci proverò in questa serie di interventi, confidando che siano opportunità di incontro e di scambio.

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