Girard 2


2013-03-18 18.28.40

Imola, Piena del Santerno, Marzo 2013

In molte parti del mondo, le parole che noi traduciamo come « pestilenza » sono da considerarsi una denominazione generica per una varietà di mali che colpiscono la collettività nel suo insieme, e che minacciano, o sembrano minacciare, l’esistenza stessa della vita sociale. E da svariati indizi si può ricavare che il ruolo più importante sia spesso esercitato da tensioni e disordini che sono venuti a crearsi nei rapporti umani. […] In realtà, un’analisi dei testi significativi rivela analogie precise tra la peste, o piuttosto tutte le grandi epidemie, e i fenomeni sociali, reali o immaginari, che ad essa vengono collegati. Un testo che ce ne dà la prova è in Delitto e castigo di Dostoevskij. Nella chiusa del romanzo, il protagonista Raskol’nikov, nel corso di una grave malattia sopravvenutagli subito prima del suo pentimento finale, sogna una pestilenza di dimensioni planetarie che influisce sui rapporti che intercorrono tra le persone. Nessun sintomo propriamente medico viene descritto; poiché sono le relazioni umane a smettere di funzionare, e l’intera società a crollare gradualmente.

«Aveva sognato, durante la malattia, che tutto il mondo era condannato a rimanere vittima di una pestilenza terribile, mai sentita e mai vista, che dal fondo dell’Asia avanzava verso l’Europa … Erano comparse certe trichine sconosciute, esseri microscopici che si infiltravano nel corpo umano. Ma questi esseri erano spiriti, dotati di intelligenza e di volontà. Gli uomini che li lasciavano penetrare nel loro corpo, diventavano subito indemoniati e pazzi. Mai, mai, però, gli uomini si erano ritenuti così intelligenti e così sicuri della verità, come si ritenevano quegli appestati. Mai avevano ritenuto più sicuri i loro giudizi, le loro deduzioni scientifiche, le loro convinzioni e credenze morali. Interi villaggi, intere città e popolazioni si infettavano e facevano pazzie. Tutti erano in agitazione, non si capivano più fra loro, ognuno pensava di essere il solo a possedere la verità e si tormentava, guardando gli altri, si batteva il petto, piangeva e si torceva le mani. Non sapevano chi e come giudicare, non riuscivano a mettersi d’accordo nel giudicare il male e il bene. Non sapevano chi condannare e chi assolvere. Gli uomini si uccidevano fra loro in una specie di furore insensato. Si preparavano a marciare gli uni contro gli altri con intere armate, ma queste armate, quando erano già in marcia, a un tratto cominciavano a dilaniarsi per conto loro, le file si scompaginavano, i combattenti si scagliavano l’uno contro l’altro, si infilzavano, si sgozzavano, si mordevano e si divoravano fra loro. Nelle città si sonava a martello tutto il giorno: tutti erano chiamati a raccolta, ma chi li chiamasse e perché, nessuno lo sapeva, e tutti erano in agitazione. Avevano abbandonato i mestieri più comuni, perché ognuno proponeva le sue idee, le sue innovazioni, e non riuscivano mai a mettersi d’accordo; l’agricoltura era ferma. Qua e là gente si radunava a crocchi, si mettevano d’accordo su qualche cosa, giuravano di non separarsi più; ma subito cominciavano a fare una cosa completamente diversa da quella che loro stessi avevano proposto un momento prima, ricominciavano a incolparsi l’uno con l’altro, si azzuffavano e si scannavano. Cominciarono a scoppiare molti incendi, cominciò la carestia. Tutto e tutti perivano. La pestilenza aumentava e avanzava sempre più»*.

La pestilenza è la metafora trasparente di una certa violenza reciproca che si diffonde, alla lettera, come la peste. La pertinenza della metafora proviene, in modo evidente, da questo carattere contagioso. L’idea del contagio implica la presenza di qualcosa di nocivo, che non perde nulla della sua virulenza nel trasmettersi rapidamente da un individuo all’altro. Questo è, per l’appunto, il comportamento dei batteri in un’epidemia, ma è anche ciò che fa la violenza allorché viene imitata, sia direttamente, quando il cattivo esempio rende inefficaci gli usuali mezzi di controllo, sia indirettamente, quando gli sforzi di soffocare la violenza con la violenza non ottengono come unico risultato che di incrementarla. La « controviolenza » risulta allora uguale alla violenza. Nei casi di contaminazione di massa le vittime non hanno vie di scampo, non necessariamente perché restino passive, ma perché qualunque cosa facciano si rivela inutile, se non controproducente. Otteniamo una valutazione adeguata del sogno di Raskol’nikov se lo leggiamo all’interno dell’opera complessiva di Dostoevskij, nel contesto di quella miscela autodistruttiva di umiliazione e di orgoglio che caratterizza il protagonista di Delitto e castigo nonché altri eroi di questo scrittore. Le vittime della pestilenza sembrano possedute dal medesimo desiderio di Raskol’nikov, ognuna di loro è preda della sua stessa megalomania e al pari di lui si considera come l’unico essere superiore: «… ognuno pensava di essere il solo a possedere la verità e si tormentava, guardando gli altri…». Un simile desiderio implica una contraddizione: mira a un’autonomia assoluta, a un’autosufficienza quasi divina, e tuttavia è imitativo. La natura divina che questo desiderio cerca di far sua non potrà prima o poi che apparire come appartenente a un altro, come privilegio esclusivo di un modello al quale il personaggio conformerà non solo il suo comportamento ma perfino i suoi desideri, nella misura in cui questi sono diretti verso degli oggetti. Raskol’nikov venera Napoleone. I «demoni» dell’omonimo romanzo imitano Stavrogin. Lo spirito dell’adorazione si combina inevitabilmente con quello dell’odio. Per svelare il segreto di questa ambivalenza non è necessario ricorrere a Freud: non c’è nessun segreto particolare. Imitare i desideri di qualcun altro significa trasformare costui in un rivale non meno che in un modello, e quando due o più desideri convergono sul medesimo oggetto non può che nascere il conflitto. La natura mimetica del desiderio è in grado di spiegare molte contraddizioni tipiche dell’eroe dostoevskiano, ed è questo l’unico principio che riesca a renderne la personalità interamente leggibile. Il desiderio imitativo genera dal suo stesso seno gli ostacoli viventi che lo ossessionano, e arriva a considerare il proprio fallimento come un segno dell’onnipotenza del modello, in altre parole come la prova stringente che il modello prescelto sia quello giusto, che l’uscio che egli tiene ermeticamente sbarrato debba essere la porta del cielo. Il desiderio mimetico non può insufflare la vita nelle proprie illusioni senza innamorarsi delle conseguenze disastrose che provoca, e senza focalizzarsi in misura crescente sulla violenza dei propri rivali. Non per nulla l’attrazione mimetica verso la violenza è un tema centrale dell’arte dostoevskiana. La violenza, a causa di tale processo, diventa reciproca. Nel sogno della pestilenza ricorrono costantemente espressioni come «gli uni contro gli altri» o «l’uno contro l’altro».

René Girard LA VOCE INASCOLTATA DELLA REALTÀ Milano 2006, pag.194/97.

* F. Dostoevskij, Delitto e castigo. Taccuini per «Delitto e castigo ». Umiliati e offesi, trad. it. di P. Majani, Sansoni, Firenze, 1958, pp. 606-607, cfr. R. Girard, Menzogna romantica e verità romanzesca, cit., p. 241.

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