Girard 4 – LE PAROLE CHIAVE DELLA PASSIONE EVANGELICA


Le precedenti analisi ci impongono questa conclusione: la cultura umana è votata alla dissimulazione perpetua delle proprie origini nella violenza collettiva. E’ una definizione che ci permette di comprendere sia gli stadi successivi di un insieme culturale sia il passaggio da uno stadio all’altro, per il tramite di una crisi sempre analoga a quelle di cui trovia­mo traccia nei miti, a loro volta sempre analoghe a quelle di cui troviamo traccia nella storia, nelle epoche in cui le per­secuzioni si moltiplicano. Sempre, durante i periodi di crisi e di violenza diffusa, un certo sapere sovversivo minaccia di espandersi, ma finisce sempre con l’essere vittima delle ricomposizioni vittimarie o quasi vittimarie che si effettuano nel parossismo del disordine.

Questo modello rimane pertinente alla nostra società, addirittura più pertinente che mai, eppure è chiaro che non basta a rendere conto della cosiddetta storia, della nostra storia. La decifrazione delle rappresentazioni persecutorie in seno a questa storia, anche se in futuro non si allargherà a tutta la mitologia, rappresenta già una grossa sconfitta per l’occulta­mento culturale, sconfitta che potrebbe molto presto diventare disfatta. O la cultura non è quello che ho detto, oppure alla forza d’occultamento che la nutre si accompagna, nel nostro universo, una seconda forza che si contrappone alla pri­ma, e che tende alla rivelazione della menzogna immemoriale.

Questa forza di rivelazione esiste, e noi lo sappiamo tutti, ma invece di vedere in essa quello che dico io, la maggior parte di noi vi vede la forza d’occultamento per eccellenza. Si tratta del più grande malinteso della nostra cultura, che si dissiperà inevitabilmente non appena riconosceremo nelle mitologie la pienezza di quella stessa illusione persecutoria di cui già decifriamo gli effetti ridotti in seno alla nostra storia.

E’ la Bibbia, quale la definiscono i cristiani, cioè l’unione dell’Antico e del Nuovo Testamento, che costituisce questa forza di rivelazione. E’ proprio la Bibbia ciò che ci permette di decifrare quello che abbiamo imparato a decifrare in fat­to di rappresentazioni persecutorie, e che al tempo stesso ci insegna a decifrare tutto il resto, ossia il religioso nel suo in­sieme. Questa volta la vittoria sarà troppo decisiva per non comportare la rivelazione della forza che la suscita. I Vangeli si riveleranno da sé come potenza universale di rivelazione. Da secoli, tutti i pensatori più influenti ripetono che i Van­geli sono soltanto un mito tra tanti, e hanno finito col convincerne la maggior parte degli uomini.

I Vangeli, è un fatto, gravitano intorno alla passione di Cristo, ossia intorno allo stesso dramma che è presente in tutte le mitologie del mondo. E’ così di tutti i miti, come ho cercato di dimostrare. Questo dramma è sempre necessario perché si generino nuovi miti, ossia perché esso sia rappresentato secondo la prospettiva dei persecutori. Ma questo stesso dramma è necessario anche perché esso sia rappresentato secondo la prospettiva di una vittima fermamente decisa a re­spingere le illusioni persecutorie. In altre parole, esso era necessario perché si generasse il solo testo in grado di sbaraz­zarci di tutta la mitologia.

Per compiere questa opera prodigiosa, infatti, ed essa si sta compiendo sotto i nostri occhi, per distruggere definitiva­mente la credibilità della rappresentazione mitologica, bisogna opporre alla sua forza (tanto più reale in quanto da sem­pre tiene in suo potere l’umanità intera) la forza ancora più grande di una rappresentazione veritiera. Bisogna poi che l’e­vento rappresentato sia lo stesso, senza di che i Vangeli non potrebbero confutare né screditare punto per punto tutte le illusioni caratteristiche delle mitologie, che sono parimenti le illusioni degli attori della passione.

Noi vediamo chiaramente che i Vangeli respingono la persecuzione. Ma non sospettiamo che, così facendo, essi ne smontano gli ingranaggi, ed è la religione umana nel suo insieme che essi distruggono, e le culture che ne derivano: non abbiamo riconosciuto, in tutte le potenze simboliche che vacillano intorno a noi, il frutto della rappresentazione perse­cutoria. Ma se l’influenza di queste forme si allenta, se il loro potenziale di illusione si affievolisce, è proprio perché in­dividuiamo sempre meglio i meccanismi di capro espiatorio che le sottendono. E una volta messi allo scoperto, questi meccanismi non operano più; noi crediamo sempre meno alla colpevolezza delle vittime che essi esigono e vediamo crollare una dopo l’altra le istituzioni sorte da questi meccanismi, ormai private del nutrimento che le sostiene. Che lo si sappia o no, responsabili di questo crollo sono i Vangeli. Proviamo dunque a dimostrarlo.

Studiando la passione, si è colpiti dal ruolo che vi esplicano le citazioni dell’Antico Testamento, in particolare dai Salmi. I primi cristiani prendevano sul serio questi riferimenti e, durante tutto il Medioevo, la cosiddetta interpretazione allego­rica o figurale costituisce il prolungamento e l’amplificazione, più o meno felici, di questa pratica neotestamentaria. In genere, i moderni non scorgono in questo niente di interessante, e si sbagliano di grosso. Essi si orientano allora verso un’interpretazione retorica e strategica delle citazioni. Sotto il profilo teologico, gli evangelisti innovano fortemente. Si può dunque attribuire loro il desiderio di rendere rispettabili le proprie novità mettendole il più possibile al riparo dietro il prestigio della Bibbia. Per fare accettare più agevolmente ciò che vi è di inaudito nell’esaltazione senza limiti di Gesù, essi avrebbero collocato il loro messaggio all’ombra protettrice di testi autorevoli.

I Vangeli, è facile convenirne, danno un rilievo che può apparire eccessivo a certi passi dei Salmi, talvolta a brandelli di frasi di un interesse intrinseco così esile e banale, sembrerebbe, che la loro presenza non si giustifica certo, ai nostri oc­chi, per lo specifico significato che essi hanno.

Quale conclusione dobbiamo trarre, per esempio, quando vediamo che, alla condanna di Gesù, Giovanni (15, 25) riporta solennemente questa frase: “Essi mi hanno odiato senza una causa” (Sal., 35,19)? E l’evangelista insiste pesantemente. La concentrazione ostile della passione è accaduta, ci dice, “perché si adempisse la parola della Legge”. La goffaggine della formula stereotipata rafforza il nostro sospetto. Vi è effettivamente un indubbio rapporto tra il salmo e il modo nel quale i Vangeli ci riferiscono la morte di Gesù, ma la frase è così banale, e la sua pertinenza così evidente che non si vede il bisogno di accentuarla.

Proviamo un’impressione analoga quando Luca fa dire a Gesù: «Deve compiersi in me questo passo della Scrittura: ‘E’ stato annoverato fra i criminali [o fra i trasgressori]» (Luca, 22, 37; Marco, 15, 28). Questa volta la citazione non è tratta da un salmo ma dal capitolo 53 di Isaia. A quale pensiero profondo possono corrispondere riferimenti di questo tipo? Non si riesce a capirlo, allora si ripiega su mediocri secondi fini di Cui il nostro universo brulica.

In realtà, le nostre due frasette sono interessantissime, sia di per sé si a in rapporto al racconto della passione, ma per comprenderlo bisogna comprendere quello che è in gioco e quello che si perde nella passione: il dominio della rappre­sentazione persecutoria sull’intera umanità. In queste frasi apparentemente troppo banali per portare a gravi conseguen­ze, viene semplicemente enunciato il rifiuto della causalità magica e delle accuse stereotipate. Ovvero il rifiuto di tutto quello che le folle persecutorie accettano a occhi chiusi. Era stato il caso dei Tebani, che adottarono tutti senza esitazio­ne l’ipotesi di un Edipo responsabile della peste perché incestuoso; era stato il caso degli Egiziani, che imprigionarono lo sventurato Giuseppe prestando fede alle chiacchiere di una Venere provinciale. Sempre così, gli Egiziani. Senonché, riguardo alla mitologia, siamo rimasti molto egiziani, in particolare con Freud che chiede all’Egitto la verità dell’ebrai­smo. Le teorie alla moda rimangono tutte pagane nel loro essere vincolate al parricidio, all’incesto, eccetera, nel loro es­sere cieche di fronte al carattere menzognero delle accuse stereotipate. Siamo molto in ritardo rispetto ai Vangeli e per­sino rispetto alla Genesi.

Anche la folla della passione adotta a occhi chiusi le accuse generiche contro Gesù. Per lei, Gesù diventa subito quella causa suscettibile di intervento correttivo, la crocifissione, che tutti gli amanti del pensiero magico si mettono a cercare al minimo segno di disordine nel loro piccolo mondo.

Le due citazioni sottolineano la continuità tra la folla della passione e le folle persecutorie già stigmatizzate nei Salmi. Né i Vangeli né i Salmi fanno proprie le illusioni crudeli di queste folle. Le due citazioni tagliano corto con ogni spiega­zione mitologica. Sradicano veramente quest’albero, giacché la colpevolezza delle vittime è la molla principale del mec­canismo vittimario e la sua assenza apparente nei miti più evoluti, dove viene manipolata o elusa la scena dell’assassi­nio, non ha nulla a che vedere con quello che succede qui . Lo sradicamento evangelico ha con i giochi di prestigio mi­tologici nello stile di Baldr o dei Cureti lo stesso rapporto che l’asportazione totale di un tumore ha con i gesti ‘magneti­ci’ di un guaritore di villaggio.

I persecutori credono sempre nell’eccellenza della loro causa, ma in realtà “odiano senza causa”. E questa assenza di causa nell’accusa (“ad causam”) i persecutori non la vedono mai. Bisogna dunque prendersela con questa illusione, se vogliamo liberare tutti questi poveretti dalla loro prigione invisibile, dall’oscuro sotterraneo dove marciscono, e che sembra loro il più splendido dei palazzi.

Per questa opera straordinaria dei Vangeli, di abrogare, cassare, annullare la rappresentazione persecutoria, l’Antico Te­stamento costituisce una sorgente inesauribile di riferimenti legittimi. Non senza ragione il Nuovo Testamento si ritiene tributario di quello Antico e si basa su di esso. Entrambi partecipano alla stessa impresa. L’iniziativa spetta all’Antico, ma è il Nuovo a portarla a termine e a compierla in modo decisivo e definitivo.

Nei salmi penitenziali in particolare, vediamo la parola spostarsi dai persecutori verso le vittime, da coloro che fanno la storia verso coloro che la subiscono. Le vittime non si limitano ad alzare la voce, ma urlano nel momento stesso della loro persecuzione; i loro nemici le circondano e si accingono a colpire. A volte costoro conservano ancora l’apparenza animalesca, mostruosa, che avevano nelle mitologie: sono mute di cani, orde di tori, «bestie possenti di Bashaan». Ep­pure questi testi non fanno più parte della mitologia, come ci ha giustamente mostrato Raymund Schwager: respingono sempre più l’ambivalenza sacra per restituire la vittima alla sua umanità e rivelare l’arbitrarietà della violenza che la col­pisce2.

La vittima che parla nei Salmi sembra ben poco ‘morale’, certo, non abbastanza ‘evangelica’ per i buoni apostoli della modernità. La sensibilità dei nostri umanisti si offusca. Molto spesso lo sventurato risponde proprio con l’odio a quelli che lo odiano. Si deplora l’ostentazione di violenza e di risentimento «così caratteristica dell’Antico Testamento». Si vede in essa un indizio chiarissimo della nota malvagità del Dio d’Israele. Soprattutto dopo Nietzsche, si fa risalire a questi salmi l’invenzione di tutti i cattivi sentimenti che ci infettano, l’umiliazione e il risentimento. Ai loro veleni si contrappone la bella serenità delle mitologie, in particolare greca e germanica. Forti del loro buon diritto, difatti, e per­suasi della colpevolezza della vittima, i persecutori non hanno nessuna ragione di essere turbati.

La vittima dei Salmi è imbarazzante, anzi addirittura fastidiosa accanto a un Edipo che ha almeno il buon gusto di acco­gliere appieno la meravigliosa armonia classica. Guardate dunque con quale arte, con quale delicatezza egli fa, al mo­mento giusto, la sua autocritica. Ci mette l’entusiasmo dello psicoanalizzato sul suo divano o del vecchio bolscevico al­l’epoca di Stalin. E’ il vero modello, siatene certi, del conformismo supremo del nostro tempo, che è tutt’uno con l’avan­guardismo tonitruante. I nostri intellettuali mostravano un tale entusiasmo per la servitù che nei loro cenacoli stalinizza­vano ancor prima che lo stalinismo fosse inventato. Perché mai sorprendersi nel vederli poi aspettare cinquant’anni e più per interrogarsi con discrezione sulle maggiori persecuzioni della storia umana. Per allenarci al silenzio, siamo alla scuola migliore che ci sia, quella della mitologia. Tra la Bibbia e la mitologia non esitiamo mai.

Siamo innanzitutto classici, poi romantici, all’occorrenza primitivi, modernisti con furore, neoprimitivi quando ci disgu­stiamo del modernismo, gnostici sempre, biblici mai.

La causalità magica fa un tutt’uno con la mitologia. Non si può dunque esagerare l’importanza della sua negazione. E i Vangeli sanno certamente quello che fanno, perché ogni occasione è buona per ripetere questa negazione. La mettono persino in bocca a Pilato che, dopo aver interrogato Gesù, afferma: «”Non vedo alcuna causa”». Pilato non è ancora sot­to l’influsso della folla: in lui parla il giudice, l’incarnazione del diritto romano, della razionalità legale, attenendosi fu­gacemente ma significativamente ai fatti.

Ma che cosa c’è di straordinario in questa riabilitazione biblica delle vittime? Non è forse la norma, e non risale alla più remota antichità? Certo, ma queste riabilitazioni sono sempre caratteristiche di un gruppo che si schiera contro un altro gruppo. Intorno alla vittima riabilitata rimangono sempre dei fedeli e la fiaccola della resistenza non si spegne mai. La verità non si lascia sommergere.

E’ proprio questo l’elemento falso, ciò che fa sì che la rappresentazione persecutoria mitologica non sia mai veramente compromessa o minacciata. Considerate, ad esempio, la morte di Socrate. La ‘vera’ filosofia non ha niente a che fare con questa faccenda. Essa sfugge al contagio del capro espiatorio.

C’è sempre della verità nel mondo. Mentre non ce n’è più nel momento della morte di Cristo. Persino i discepoli più cari non hanno una parola né un gesto per opporsi alla folla. Vengono letteralmente assorbiti dalla folla. Grazie al vangelo di Pietro noi sappiamo che Pietro, il capofila degli apostoli, ha rinnegato pubblicamente il suo maestro. Questo tradimento non ha niente di aneddotico, non ha niente a che vedere con la psicologia di Pietro. Il fatto che nemmeno i discepoli possano resistere all’effetto di capro espiatorio rivela l’onnipotenza della rappresentazione persecutoria sull’uomo. Per comprendere bene quello che accade bisognerebbe quasi includere il gruppo dei discepoli nel novero di quelle potenze che si mettono d’accordo, nonostante il disaccordo abituale, per condannare Cristo. Sono tutte potenze in grado di dare un significato alla morte di un condannato. E’ facile enumerarle. Sono sempre le stesse. Le ritroviamo nella caccia alle streghe o nelle grandi regressioni totalitarie del mondo attuale. Prima i capi religiosi, poi i capi politici e soprattutto la folla. Partecipano tutti all’azione, dapprima in ordine sparso, poi con sempre maggiore compattezza. Intervengono, os­servate bene, nell’ordine della loro importanza reale, dal più debole al più forte. Il complotto dei capi religiosi ha un’im­portanza simbolica, ma scarsa importanza reale. Erode ha una parte ancora più piccola. E’ stato il timore di omettere an­che una soltanto delle potenze in grado di dare forza alla sentenza contro Gesù a spingere il solo Luca a includerlo nel suo racconto della passione.

Pilato è colui che detiene veramente il potere, ma al di sopra di lui vi è la folla che, una volta mobilitata, ha la vittoria assoluta, trascina dietro di sé le istituzioni, le costringe a dissolversi in lei stessa. Eccola, dunque, l’unanimità dell’assas­sinio collettivo generatore di mitologia. Questa folla è il gruppo in fusione, la comunità che, alla lettera, si dissolve e non può più rinsaldarsi se non a spese della sua vittima, del suo capro espiatorio. Tutto è dunque propizio a generare salde rappresentazioni persecutorie. Eppure non è questo il messaggio che il Vangelo ci porta.

I Vangeli attribuiscono a Pilato una volontà di resistenza al verdetto della folla. Forse per renderlo più simpatico e così rendere, per contrasto, antipatiche le autorità ebraiche? Ma certo!, sostiene la folla di coloro che nel Nuovo Testamento vorrebbero spiegare tutto con i pensieri più ignobili. Essi sono veramente la folla dei nostri giorni, e forse la folla di sempre. E, come sempre, hanno torto.

Alla fin fine, Pilato si unisce alla muta dei persecutori. Non si tratta di studiare la ‘psicologia’ di Pilato, bensì di sottoli­neare l’onnipotenza della folla, di mostrare l’autorità sovrana costretta a inchinarsi, malgrado le sue velleità di resisten­za.

Tuttavia, Pilato non ha seri interessi nella vicenda. Gesù non conta nulla ai suoi occhi. E’ un personaggio troppo insigni­ficante perché lo spirito meno politico che esista al mondo possa correre il rischio di una sommossa unicamente per sal­varlo. La decisione di Pilato è troppo facile, insomma, per dare forte risalto alla subordinazione del sovrano alla folla, al ruolo predominante della folla nel momento di estrema effervescenza in cui scatta la meccanica del capro espiatorio.

E’ per rendere la decisione di Pilato meno facile e più rivelatrice, credo, che Giovanni introduce il personaggio della moglie. Avvertita da un sogno, più o meno convertita alla causa di Gesù, la donna interviene esortando il marito a resi­stere alla folla. Giovanni vuole mostrarci Pilato fra due influenze, fra due poli d’attrazione mimetica: da un lato la mo­glie, che vorrebbe salvare l’innocente e dall’altro la folla, neppure romana, completamente anonima e impersonale. Nes­suno potrebbe essere più vicino a Pilato di sua moglie, più intimamente legato a lui. Nessuno potrebbe avere un’influen­za maggiore, tanto più che la donna fa saggiamente appello al timore religioso del marito. Eppure è la folla a vincere; niente è più importante di questa vittoria, niente è più significativo per la rivelazione del meccanismo vittimario. Vedre­mo in seguito che i Vangeli presentano un’analoga vittoria della folla in un’altra scena di assassinio collettivo, la decolla­zione di Giovanni Battista.

Ci si sbaglierebbe di grosso se si pensasse che questa folla è composta soltanto da rappresentanti delle classi inferiori; essa non rappresenta soltanto le «masse popolari», poiché ne fanno parte anche le élite. Per comprendere bene come essa è composta basta, ancora una volta, esaminare le citazioni dall’Antico Testamento; è qui che dobbiamo cercare il commento più illuminato dell’intenzione evangelica.

Nel quarto capitolo degli Atti degli Apostoli, libro di carattere quasi evangelico, Pietro riunisce i compagni per meditare con loro sulla crocifissione, e fa loro una lunga citazione del salmo che descrive l’accoglienza uniformemente ostile che le potenze di questo mondo riservano al Messia.

«Perché mai questo tumulto di nazioni? e queste vane imprese di popoli? I re della terra si sono riconciliati e i capi “si sono radunati per fare un tutt’uno contro il Signore e contro il suo Unto”. «Sì, in questa città si sono veramente radunati, Erode e Ponzio Pilato, con le nazioni e i popoli d’Israele, contro il tuo santo servo Gesù, che tu avevi unto. Hanno così attuato tutti i progetti che la tua mano e la tua volontà avevano stabilito» (Atti, 4, 27-28).

Anche in questo caso il lettore moderno si interroga sull’interesse della citazione. Non capisce, e sospetta qualche me­diocre secondo fine. Non si tratterebbe, forse, semplicemente di nobilitare la morte ignobile di Gesù, di fornire un’or­chestrazione grandiosa al supplizio piuttosto insignificante di un piccolo predicatore di Galilea? Prima accusavamo i Vangeli di disprezzare la folla dei persecutori, ed ecco che adesso li sospettiamo di esaltare troppo quella stessa folla allo scopo di rialzare il prestigio del loro eroe.

Che cosa credere? Semplicemente, bisogna rinunciare a questo genere di speculazione. Con i Vangeli, il sospetto siste­matico non dà mai risultati interessanti. Torniamo piuttosto alla domanda che guida ogni nostra ricerca: cosa ne è della rappresentazione persecutoria e della violenza unanime che la fonda? Tutto questo è categoricamente sovvertito nel suo punto più alto: l’unanimità delle potenze capaci di fondare questa rappresentazione. Non soltanto vi è una sovversione effettiva, ma anche la volontà cosciente di sovvertire ogni mitologia persecutoria e di informarne il lettore, basta ricono­scerlo perché la pertinenza del salmo risulti evidente.

Il salmo ci elenca tutte queste potenze. L’essenziale è la congiunzione tra il fermento popolare, il “tumulto delle nazioni”, da un lato, e i re e i capi dall’altro, le autorità costituite. E questa congiunzione è irresistibile ovunque, tranne nella passione del Cristo. Il fatto che questa coalizione formidabile avvenga su scala relativamente ridotta, e in una lon­tana provincia dell’Impero romano, non diminuisce affatto l’importanza della passione, che fa tutt’uno con l’insuccesso della rappresentazione persecutoria, con la esemplarità di questo insuccesso.

La coalizione rimane invincibile sul piano della forza bruta, ma non per questo è meno «vana» come dice il salmo, per­ché non riesce a imporre il suo modo di vedere le cose. Non le riesce difficile uccidere Gesù, ma non prevale sul piano del significato. Allo smarrimento del venerdì santo si sostituisce, nei discepoli, la fermezza della Pentecoste e il ricordo della morte di Gesù si perpetuerà con un significato tutto diverso da quello voluto dalle potenze, un significato che non riesce, certo, ad imporsi immediatamente in tutta la sua prodigiosa novità, ma che nondimeno compenetra a poco a poco i popoli evangelizzati, insegnando loro a individuare sempre meglio intorno a sé le rappresentazioni persecutorie e a re­spingerle.

Facendo morire Gesù, le potenze cadono anzi in una sorta di trappola, giacché nel racconto della passione è inciso a chiare lettere proprio quel loro segreto di sempre, già svelato nell’Antico Testamento, nelle citazioni che ho appena commentato e in molti altri passi. Il meccanismo del capro espiatorio viene illuminato da una luce potente, viene pub­blicizzato al massimo e diventa la cosa più conosciuta del mondo, il sapere più diffuso, quel sapere che gli uomini im­pareranno lentamente, data la loro scarsa intelligenza, a insinuare al di sotto della rappresentazione persecutoria.

Se vorremo liberare definitivamente l’uomo, è a questo sapere che dovremo ricorrere: esso ci servirà da griglia universa­le per la demistificazione, dapprima delle quasi-mitologie della nostra storia poi, e ben presto, di tutti i miti dell’intero pianeta, dei quali noi proteggiamo appassionatamente la menzogna, non per crederci realmente ma per metterci al riparo dalla rivelazione biblica, pronta ormai a rinascere dalle macerie della mitologia, con la quale l’abbiamo a lungo confusa. Le «vane imprese» dei popoli sono più che mai all’ordine del giorno, ma sventarle è per il Messia un gioco da bambini. Più ci illudono oggi, più ci sembreranno ridicole domani.

L’essenziale, dunque, che non è stato mai percepito né dalla teologia né dalle scienze dell’uomo, è dare scacco alla rap­presentazione persecutoria. Perché questa abbia la massima efficacia, bisogna che avvenga nelle circostanze più diffici­li, quelle più sfavorevoli alla verità e più favorevoli alla produzione di una nuova mitologia. Ecco perché il testo evan­gelico insiste instancabilmente sul senza causa della sentenza emessa contro il giusto e simultaneamente sull’unità senza cedimenti dei persecutori, ossia di tutti coloro che credono o fanno finta di credere nell’esistenza e nell’eccellenza della causa, l'”ad causam”, l’accusa, e che cercano di imporre universalmente questa credenza.

Fare come certi commentatori moderni, cioè interrogarsi sul modo, secondo loro sempre diseguale, in cui i Vangeli di­stribuirebbero il biasimo tra i diversi attori della passione, significa perdere il proprio tempo e disconoscere in partenza la vera intenzione del racconto. I Vangeli non stabiliscono distinzioni: l’unico dato che li interessa veramente è indicare l’unanimità dei persecutori. Tutte le manovre che mirano a dimostrare l’antisemitismo, l’elitismo, l’antiprogressismo o non so quale altro crimine di cui i Vangeli sarebbero colpevoli nei confronti dell’innocente umanità, loro vittima, sono interessanti soltanto per la loro trasparenza simbolica. Gli autori di queste manovre non si accorgono che essi stessi sono interpretati dal testo che ogni volta credono di aver liquidato in modo definitivo. Tra le «vane imprese» dei popoli, nessuna è più derisoria dì questa.

Vi sono mille modi di non vedere quello di cui parlano i Vangeli. Psicoanalisti e psichiatri, quando si interessano alla passione, scoprono volentieri nel cerchio unanime dei persecutori un riflesso della «paranoia caratteristica dei primi cri­stiani», la traccia di un «complesso di persecuzione». Sono sicuri del fatto loro perché hanno alle spalle le autorità più consolidate, i Marx, i Nietzsche e i Freud, una volta tanto tutte d’accordo, anche se su un punto solo: l’opportunità di de­molire i Vangeli.

Lo strano è che questo tipo di spiegazione non viene mai in mente a questi stessi psicoanalisti quando devono affrontare un processo di stregoneria. Non è più sulle vittime che, questa volta, essi si esercitano e affilano le loro armi, bensì sui persecutori. Congratuliamoci con loro di questo cambiamento di bersaglio. Basta intravedere la persecuzione come qualcosa di reale per cogliere l’odioso e il ridicolo delle tesi psichiatrico-psicoanalitiche applicate a vittime reali, a vio­lenze collettive reali. I complessi di persecuzione esistono, certo, specialmente nelle anticamere dei nostri medici, ma è un fatto che anche le persecuzioni esistono. L’unanimità dei persecutori può non essere altro che un fantasma paranoico, soprattutto per i privilegiati dell’Occidente contemporaneo, ma è anche un fenomeno che si produce realmente di tanto in tanto. I nostri superesperti di fantasmi non hanno mai la minima esitazione nell’applicare i loro princìpi. Sanno sem­pre a priori che al di fuori della nostra storia non vi sono che fantasmi: nessuna vittima è reale.

Sono, ovunque, gli stessi stereotipi persecutorii ma nessuno se ne accorge. Ancora una volta è soltanto la copertina esterna, qua storica là religiosa, a determinare la scelta dell’interpretazione, e non la natura del testo considerato. Ritro­viamo la linea invisibile che attraversa tutta la nostra cultura; al di qua di essa, ammettiamo la possibilità di violenze reali, al di là non l’ammettiamo più e riempiamo il vuoto che così si è creato con tutte le astrazioni dello pseudo-nie­tzscheanesimo condito con la salsa della linguistica derealizzante. Ce ne rendiamo sempre più conto: dopo l’idealismo tedesco, tutti gli avatar della teoria contemporanea non sono altro che cavilli destinati a impedire la demistificazione delle mitologie, nuove macchine per ritardare il progresso della rivelazione biblica.

Se i Vangeli rivelano, come io sostengo, il meccanismo del capro espiatorio,ovviamente senza designarlo con il nostro termine ma anche senza omettere niente di ciò che bisogna sapere su di esso per proteggersi dai suoi effetti insidiosi e individuarlo ovunque si nasconda e soprattutto in noi stessi, dovremmo ritrovare in essi tutto ciò che abbiamo tratto da questo meccanismo nelle pagine precedenti, e in particolare la sua natura “inconscia”.

Senza questa non coscienza che è tutt’uno con la loro fede sincera nella colpevolezza della vittima, i persecutori non si lascerebbero rinchiudere nella rappresentazione persecutoria. E’ una prigione di cui non vedono i muri, una servitù così totale da considerarsi libertà, un accecamento che si crede perspicacia.

La nozione di inconscio appartiene ai Vangeli? La parola no, ma l’intelligenza moderna riconoscerebbe subito la cosa se di fronte a questo testo non fosse paralizzata e legata dai fili lillipuziani della religiosità e dell’antireligiosità tradizionali. La frase che definisce l’inconscio persecutorio appare nel cuore stesso del racconto della passione, nel vangelo di Luca, ed è il celebre: “Padre mio, perdonali perché essi non sanno quello che fanno” (Luca, 23, 34). sognate

I cristiani insistono qui sulla bontà di Gesù. E sarebbe giustissimo, se la loro insistenza non eclissasse il contenuto più specifico della frase. Spesso riusciamo a malapena a rilevarlo. Evidentemente, lo si giudica privo di importanza. Insom­ma si commenta questa frase come se il desiderio di perdonare imperdonabili carnefici spingesse Gesù a inventare una scusa piuttosto oziosa, non del tutto conforme alla realtà della passione.

I commentatori che non credono a quello che la frase dice possono provare soltanto un’ammirazione un po’ finta, e la loro flaccida devozione comunica al testo il sapore della propria ipocrisia. Ora, questo è esattamente il peggio che può succedere ai Vangeli, di essere ricoperti della glassa dolciastra e ipocrita distillata dalla nostra immensa tartufaggine. In realtà i Vangeli non cercano mai scuse zoppicanti; non parlano mai invano; la chiacchiera sentimentale non li riguarda.

Per restituire a questa frase il suo vero sapore, bisogna riconoscerne il ruolo quasi tecnico nella rivelazione del meccani­smo vittimario. Essa dice qualcosa di preciso sugli uomini radunati dal loro capro espiatorio. “Essi non sanno quello che fanno”. E’ ben per questo che bisogna perdonarli. Non è il complesso di persecuzione a dettare simili discorsi. E neppu­re il desiderio di celare l’orrore delle violenze reali. Qui abbiamo la prima definizione dell’inconscio nella storia umana, quella da cui derivano tutte le altre, che tendono sempre e soltanto ad affievolirla: infatti, o respingono in secondo piano la dimensione persecutoria con Freud oppure la eliminano del tutto con Jung.

Gli Atti degli Apostoli mettono in bocca a Pietro la medesima idea quando egli si rivolge alla folla di Gerusalemme, la stessa folla della passione: «Tuttavia, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, e così anche i vostri capi».

Questa frase ha un interesse considerevole perché, ancora una volta, attira la nostra attenzione su due categorie di poten­ze, la folla e i capi, ugualmente non coscienti. Rigetta implicitamente l’idea falsamente cristiana che fa della passione un evento unico “nella sua dimensione malefica”, mentre si tratta di un evento unico soltanto nella sua dimensione rivela­trice. Adottare la prima idea significa fare un altro feticcio della violenza e ricadere così in una variante del paganesimo mitologico.

René Girard IL CAPRO ESPIATORIO Adelphi Edizioni, Milano 1987. Titolo originale: “Le bouc émissaire”. Traduzione di Christine Leverd e F. Bovoli. Copyright 1982 by Editions Grasset & Fasquelle, Paris. Cap. 9 LE PAROLE CHIAVE DELLA PASSIONE EVANGELICA.

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