Orientarsi in Cristo. Pavel Aleksandrovič Florenskij


Orientarsi in Cristo Pavel Aleksandrovič Florenskij 4/17 novembre 1921

da La concezione cristiana del mondo, a cura di Antonio Maccioni, pag. 161/70.

Con il passare del tempo, solitamente, si perde sensibilità nei confronti dei punti fondamentali di una concezione religiosa. Essi perdono attrattiva, non ci sono parole che colpiscono la coscienza, fino a quando d’un tratto non si manifesta una nuova comprensione di quelle parole. A esse è necessario riferirsi in modo molto preciso in senso filologico o, per così dire, filosofico.

Sull’orientamento in Cristo. Con chi ha dibattuto Gesù Cristo? Contro chi si è scagliato? Non contro i peccatori, persino non contro il clero, completamente infettato dall’epicureismo. Egli polemizzava con i dotti e con i farisei. L’attuale concezione della parola “fariseo” non corrisponde al testo evangelico, al suo significato storico.

Attualmente con la parola “fariseo” intendiamo un ipocrita consapevole, un falso, uno che inganna gli altri. Lo scontro con queste persone, tuttavia, avrebbe avuto poco interesse per l’umanità, non ci sarebbe stata nessuna tragicità se Gesù Cristo avesse avuto in odio gli uomini malvagi. Invece i farisei rappresentavano la parte migliore della società giudaica, i più intelligenti e devoti agli interessi dell’istruzione. E così anche dal punto di vista religioso: essi avrebbero voluto trarre dalle leggi conclusioni tali da regolare la vita intera. Quanto nobile sarebbe stata la nostra vita se avessimo posseduto la minima parte dei loro incontestabili valori. Eppure, tra questi, Gesù Cristo non smaschera i sadducei, ma coloro che erano modello di rettitudine. Non i pagani né i peccatori, ma coloro che avrebbero meritato quotidiana lode. I farisei detenevano incontestabili valori eppure Cristo smaschera proprio loro.

Tale scontro, trasposto su un terreno teorico, rappresenta il contenuto delle lettere dell’apostolo Paolo, che sono i primissimi trattati di teologia cristiana, la prima elaborazione teoretica del pensiero cristiano. In esse, per la coscienza cristiana, è caratteristica la contrapposizione tra il fariseismo e qualcosa d’altro. Questo è il problema centrale. D’altro canto, è comprensibile e in qualche modo si giustifica l’odio dei farisei nei confronti di Cristo. Effettivamente, se già cerco di seguire la legge con tutte le forze, che altro mi si può chiedere? Se fosse smascherato il peccatore sarebbe cosa giusta, ma se smascherano me, che mi sono dedicato con tutte le mie forze all’adempimento della legge, e che in fondo sono un vero asceta, tale denuncia non sarebbe allora un tentativo di demolire quel valore spirituale per il quale presto il mio servizio, un tentativo di demolire la cosa sacra in quanto tale? Qui la questione non è l’amor proprio dei farisei. La forza dello scontro di Gesù Cristo con loro consiste nell’urto di due rettitudini: la legge del fare e la legge della Grazia divina. Se consideriamo che i farisei si sforzano in tutti i modi di osservare i comandamenti e il sabato, chi può negare la bontà delle loro intenzioni? I farisei potevano rimanere sconcertati dall”odio” di Cristo.

Se i comandamenti vengono da Dio, chi può dire che sia un male quella onesta aspirazione a comprendere il comandamento in tutta la sua ampiezza? Anche Cristo si considerava colui che conferma la legge, e allo stesso tempo smascherava i suoi più zelanti osservanti. Come comprendere questo? Perché ha valore il comandamento? Perché ha valore il sabato?

Perché viene da Dio. Ma considerate: io dimentico Dio, smetto di vederLo, di amarLo come Padre, eppure con tutto il cuore applico le Sue parole e gli stessi comandamenti. Così essi diventano un male per me, nonostante di per se stessi siano un bene e non smettano di essere buoni. Allora la celebrazione del sabato trasforma in un idolo, giacché per l’uomo in tal caso non resta nient’altro che il comandamento, privo del soffio della Forza divina. Più l’affermazione è corretta, più ci si lascia suggestionare. Allora ogni regola morale e tutto il loro insieme acquisiscono valore in sé, in virtù e a causa del fatto che proprio io li ho riconosciuti tali. In questo modo il comandamento diviene frutto della mia stessa creazione, e l’uomo dalla via del culto di Dio si sposta sulla via dell’idolatria, del culto di se stesso. E quanto più elevato è l’oggetto di tale passione, tanto più è pericoloso. Quanto più si vive in modo pulito, tanto più profonda, rischiosa e inestricabile è la passione di un culto di se stessi. Al contrario se si verifica una caduta, per di più una caduta indubbia, per così dire, con la faccia nel tango, si presenta allora l’opportunità di rivolgersi debitamente a se stessi; l’uomo smette di essere un idolo, e gli si offre la possibilità di aprire quella finestra attraverso la quale può comunicare con Dio.

Tutto ciò che non viene inteso in Dio, e che da Dio non proviene, è un lustrino che quanto più è brillante tanto più è pericoloso. Il lustrino dei farisei era davvero brillante. Abbagliati dalla sua lucentezza, molto presto si isolarono da Dio, e il cuore divenne indifferente alle azioni della Grazia divina. Perciò quando apparve Dio Stesso, accecati dalle immagini degli idoli, non lo compresero, e Lo odiarono in quanto distruttore del loro regno di lustrini. Al contrario, le peccatrici e i peccatori non si consideravano di alcun valore, ma speravano soltanto in Dio. Non hanno lustrini, perciò entrano per primi nel Regno dei Cieli.

L’epoca rinascimentale, rinascita del fariseismo, che porta nella lingua nuova due termini: naturalismo e umanesimo, fu una proclamazione dell’autonomia dell’uomo e della natura. L’autonomia si contrappone all’eteronomia, quando si riconosce che la legge, nomos della vita, è data da altri esseri rispetto a noi, creature: invece si ha αυτονομία quando la legge proviene da noi stessi o dalla natura, ma da chi, esattamente, non ha importanza. Tale distinzione non è una contrapposizione, l’essenza spirituale sia in un caso che nell’altro è la stessa: la legge ha origine alla creatura. Il fariseismo è autonomia, allo stesso modo della concezione del mondo rinascimentale. In un caso come nell’altro si crea un idolo, si cade nel fariseismo. È indifferente che provenga da me o da qualcun altro: in un caso e nell’altro è originata da una creatura, e nella mia anima diviene un idolo. La creatura può sforzarsi di salvare se stessa con le proprie leggi, con gli espedienti offerti da un’attività qualsiasi, beneficenza, ascesi, attività sociali, filosofiche, scientifiche, e persino servizio liturgico. Se si crede nel servizio liturgico in quanto tale, esso diviene un idolo. È possibile che le sfumature di questa aspirazione siano numerose, ma la loro sostanza spirituale è la stessa: se valutiamo le regole per amore delle regole ci troviamo di conseguenza al di fuori della Grazia; se facciamo del bene con tutta l’anima, persino fino ad annullare noi stessi, ma al di fuori del rapporto con Dio, e nello stesso tempo ci inebriamo delle nostre imprese in quanto tali, ecco il fariseismo.

Allo stesso modo, se ci si occupa di scienza solo per amore della scienza stessa, in modo del tutto disinteressato, persino senza perseguire la gloria personale, ma al di fuori di Dio, anche tale aspirazione a salvare se stessi in virtù di una legge del fare è fariseismo, così come ogni aspirazione rinascimentale all’autonomia dell’attività della creatura.

Essere autonomi non equivale a commettere un sacrilegio, ma significa annientare la vita in Dio, annientare l’immediato contatto con l’Energia divina, fermarsi a una concezione astratta di Dio, puramente teorica. Giacché anche di Dio si può parlare contando sulle dita, come si fa con i rubli. In tal caso, sia Lui sia tutte le cose saranno morte. L’assenza di una concezione ecclesiale del mondo consiste soprattutto in questo. Se ne parla così tanto anche adesso, fin troppo, ma, per così dire, esteriormente, in modo positivistico; questo è uno degli oggetti in esame, ma il centro della discussione è il punto di vista [vzgljad]. […]. Solo il passaggio del proprio cuore in Dio, solamente questo può riedificare il nostro cuore e permetterci un’esperienza religiosa.

La legge alla radice non può essere contrastante con la Grazia divina, e quanto più da essa è lontana, tanto più si frantuma. La mancanza di uno stato di Grazia può presentarsi in due modi: uno semplice e simile, ad esempio, all’alcolismo; uno tragico, quando l’uomo prova passione, in un certo senso, per qualcosa di buono. Nel primo caso l’uomo riconosce il proprio vizio esattamente come un vizio, nell’ultimo si allontana sempre di più dalla legge. La condizione del fariseismo al limite corrisponde a una fascinazione spirituale, quando una condizione diviene un idolo. Per di più imita in modo particolarmente fedele l’originale. Una volta che l’uomo è entrato in questo labirinto non ha uscita, così come la preghiera scorretta dà felicità e senso di soddisfazione, ma alimenta allo stesso tempo tutti gli altri sentimenti (alterigia, presunzione, amor proprio e così via), in modo che quanto più lo scintillio dei lustrini invade l’anima dell’uomo, tanto più aumenta il suo desiderio di preghiera, e tanto più egli persevera nel proprio errore, si convince della propria rettitudine. Solo un miracolo. che solitamente si verifica al seguito di una profonda caduta, può aprirgli gli occhi e mostrargli fin dove è giunto con il proprio errore. Perciò è chiaro l’aforisma di Ambrogio di Optina, da lui proferito come regola per i giovani monaci: “Non temere peccato alcuno, finanche la lussuria, ma temi il digiuno e la preghiera”.

La vita ecclesiale… in essa si incarnano le idee religiose. Per questa ragione ha due aspetti. Uno strato assolutamente prezioso: i dogmi, i sacramenti e, nella misura in cui non sono nocivi, persino i riti, i canoni e il regime ecclesiale; nell’ altro aspetto si incarna il principio spirituale. Quest’ultimo è dato dagli elementi nei quali si incarna il valore, che non sono un sovrappiù. Da noi adesso imperversa un docetismo recondito, negazione dell’incarnazione di Gesù Cristo. Giacché ci troviamo sul piano dell’autonomia della creatura, che di per sé vuole essere autentica, preziosa, santa, la definizione della Chiesa come assemblea dei credenti, e che noi siamo Chiesa, è un’eresia. E con tale cultura della Chiesa che è autorivelazione di Dio non c’è niente da fare. E noi tranquillamente ci rassegniamo al fatto di avere una vita esteriore indipendente, e al fatto che Dio sia indipendente.

Ciascuno di noi non può – e comunque non vuole – svincolarsi dalla cultura. Viviamo per sei giorni da una parte, e nel settimo giorno ci rechiamo per due o tre ore in chiesa poi ne usciamo di nuovo. Noi non viviamo della Chiesa, ma solo talvolta ci troviamo al suo interno. Questo significa che per sei giorni conquistiamo un ordine non ecclesiale, un determinato modo di pensare, e nel breve tempo di permanenza in Chiesa quell’ordine di pensiero semplicemente si predispone al cambiamento, ma non cambia. Bisogna invece, stando al di fuori del tempio, così come al suo interno, pensare in modo ecclesiale.

Parlando della Chiesa citiamo spesso le parole: “Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt 16,18). Ma nel farlo dimentichiamo che la questione riguarda la Chiesa di Cristo, non della Russia. Questo da un punto di vista formale. Mentre al sodo della questione io credo che la Chiesa russa si reggerà su una minoranza, che cammina per la giusta strada, ma con grandi sofferenze e turbamenti. La disgregazione in molte correnti isolate, che possono essere tutte eretiche e non ecclesiali, deve essere il più grande fallimento per la vita ecclesiale. Non si può accusare la gente. Entrambe le parti sono colpevoli di essere permeate di un determinato spirito, e non possono essere altrimenti. L’intera Chiesa russa dei vertici non può andare da nessuna parte. Appartiene interamente a una cultura non ecclesiale. Da noi, essenzialmente tutti, finanche gli uomini ecclesiali, sono dei positivisti. La debolezza del nostro senso religioso risulta evidente nel fatto che non ci si rende conto delle grandi disgrazie finché non si manifestano nella forma più grossolana.

Teosofia, antroposofia e scienze simili ne sono un esempio. Si fondano sul reale bisogno dell’uomo di percepire altri mondi. Il loro metodo consiste in un raffinamento dei sensi, e ciò che esse dicono risulta estremamente somigliante alla verità, vicino a ciò che sostenevano i Santi Padri, ma in sostanza si risolve nell’essere il più raffinato positivismo, infinitamente più pericoloso del gretto materialismo e del positivismo più immediato. Qui i rattoppi sono molto sottili. Tra una decina d’anni l’occultismo verrà accettato come l’ipnotismo, come l’analisi spettrale e così via. Non sarà più in conflitto con il positivismo e guadagnerà una conferma inattesa: se adesso è possibile contrapporre lo studio dello spirito a un grossolano ed infantile materialismo, allora non sarà più possibile farlo. Si tratta di un pericolo enorme per la Chiesa. La nostra gerarchia più preparata, tuttavia, non solo non predispone contro questo alcuna chiusura, ma non sa nemmeno che cosa accade nella Chiesa. Ci sarà un’esplosione che non è più possibile evitare.

Se inizierà un dibattito sulle questioni dogmatiche, ogni persona ecclesiale e persino ogni esponente ella Chiesa dirà: sì, sì, riconosco tutto ciò. Lo dirà con garbo, ma senza prestare l’orecchio, come un giovanotto che risponde una vecchietta: sì, sì, certamente. Lui stesso non saprà che cosa riconosce, esattamente, e perché. Da noi non si conoscono nemmeno le disposizioni del Concilio ecumenico: ad esempio, dalla bocca dei credenti si sentono spesso gli argomenti degli iconoclasti. Intrinseca impreparazione. Ognuno pensa in modo positivistico: perciò ci affascina il più insipido settarismo, ogni pseudomistica. L’inclinazione verso surrogati religiosi risulta evidente. Siamo simili ai proprietari di un baule di preziosi del quale abbiamo perso le chiavi. Così anche noi siamo privati della possibilità di comprendere le idee ecclesiali, contenute nei nostri testi liturgici e negli scritti dei Santi Padri. Per questo motivo io stesso sostenevo, per quanto forse in modo superficiale e troppo presuntuoso, durante le lezioni all’Accademia teologica di Mosca, che prima di fare apostolato per gli altri bisognerebbe farlo per gli studenti dell’Accademia stessa. La fede si consegna nel contatto positivo con la Luce e con la Verità. Invece la nostra apologetica ha un carattere negativo: si sforza di mostrare la debolezza e la falsità intrinseca di determinate affermazioni. Tuttavia questo modo di procedere è sbagliato, giacché, in primo luogo, anche nella religione ci sono antinomie dato che la vita è antinomica; poi, in secondo luogo, stabilire la falsità di un’affermazione non è sufficiente a stabilire la verità di un’altra. L’apologetica è decisamente nociva, dal momento che combatte le correnti antireligiose con i loro stessi mezzi: fondandosi sui loro principi, attribuisce agli stessi una qualche validità, e ratifica il loro diritto all’esistenza.

Il corpo docente della Chiesa non lo comprende assolutamente e non ne fa conto. La nostra vita ecclesiale si trova nella più grande impreparazione alla lotta che dovrà venire. Ognuno per se stesso pensa positivisticamente. La nostra ecclesialità è un baule di ferro chiuso, pieno di gioielli, le cui chiavi non si sa dove si trovino. L’antinomia è una contraddizione, in linea di principio, insolubile. Alla radice, in Dio, la legge e la Grazia sono la stessa cosa. La condizione del fariseo, nel suo compimento, consiste in una fascinazione. Mentre nell'[Ortodossia], parlando da un punto di vista formale, qualcosa di molto simile a uno stato spirituale diventa il vostro idolo. Gli starcy di Optina dicevano: “Non aver paura di peccare, ma temi la preghiera”. La preghiera scorretta conduce a una certa felicità apparente. Quanto più grandi saranno i lustrini, gli scintillii, tanto più si desidererà pregare. Una sorta di cerchio incantato dal quale è possibile uscire solo per miracolo, con una profonda caduta. Nella fascinazione risiede la tragicità del fariseismo. Non si tratta di una fascinazione in senso mistico ma in senso morale.

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